Appunti Petrarca

Appunti Petrarca

 

 

Appunti Petrarca

Petrarca

Scrive opere sia in latino che in volgare; cerca le risposte all’esistenza nei testi degli antichi. Adotta il metodo filologico, analizzando attentamente le parole, il lessico usato, lo stile, recuperando il testo nel suo originario contesto storico, anticipando gli umanisti.

Il latino di Petrarca  è diverso perciò da quello di Dante: mentre Dante attualizza il passato (Virgilio decontestualizzato e il latino riplasmato –latino medioevale-), Petrarca  compie un’operazione opposta, recuperando la lezione etica dei classici, così come quella stilistica.

Nelle sue opere latine egli riproduce quel clima etico e contemporaneamente recupera le strutture stilistiche degli antichi.

Importante anche l’aspetto formale, perché scrivere “come” gli antichi significava recuperare il modo di vivere degli antichi. Ciò che vale per il latino vale anche per il volgare: la forma è strettamente connessa al contenuto, perciò la lingua deve essere lontana dalla rappresentazione realistica del presente.

 

Petrarca vive la crisi del Trecento e risente delle incertezze del tempo, che egli manifesta come disagio interiore (“dissidio”).

Il dissidio è l’incontro tra un’anima tormentata e un’epoca che non riesce a dare risposte certe sull’esistenza. Occorre ricordare questi due elementi che caratterizzano la sua produzione:

  • L’elemento religioso, che si lega al peccato;
  • l’elemento nuovo, il desiderio, che si lega all’epoca nuova.

Petrarca  è il primo poeta a dare voce e spessore psicologico a quella che potremmo definire la “malattia dell’anima”, che lui chiama “accidia” e che noi possiamo tradurre con “malinconia” o “depressione”. La sua estrema sensibilità gli permette cioè di cogliere le pieghe della sua anima e di cercarne una interpretazione attraverso quella che oggi chiameremmo “indagine psicologica”.

Per Dante l’accidia era un peccato e gli accidiosi erano puniti con le pene infernali (vedi Divina Commedia), mentre Petrarca  si oppone alla visione medievale che interpretava ogni malattia come peccato, accettando l’idea che la malinconia sia una condizione propria non solo della sua esperienza di vita, ma di quella di ciascun uomo. Il dolore dell’anima, allora, va indagato per essere compreso e accettato; ciò che consente di compensare la sofferenza di questa esperienza psicologica è l’arte stessa, che diviene, oltre che mezzo di indagine, consolazione per il poeta.

Petrarca  è lacerato da un profondo dissidio (= contrasto tra due cose diverse): egli vive lo stato di “depressione” sia con senso di colpa (che deriva dalla concezione medievale del peccato), ma anche come uno stato d’animo che gli procura piacere. Tale dissidio viene affrontato e indagato da Petrarca  con la stessa strategia usata da Boccaccio: l’uomo impara dall’esperienza concreta di vita. Petrarca, infatti, impara da ciò che prova.

 

La fuga del tempo (pag. 269)

In questo brano Petrarca  riprende la riflessione di un grande poeta latino, Orazio, vissuto nel I sec. a. C., nell’ode I, 11. Quest’ultimo, infatti, contrapponeva alle vane aspettative sul futuro l’idea che la vita vada colta nel presente e vissuta fino alla fine (“…breve è il nostro cammino, e ora, mentre si parla, il tempo è già in fuga, come se ci odiasse! Così cogli la giornata, non credere al domani”). Nella sua produzione letteraria, O. sostiene che l’unico modo per fermare il tempo e per godere dell’eternità sia l’arte, la produzione poetica nello specifico (“Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo e più alto della mole regale delle piramidi, (tale che) non la pioggia che corrode, non l’aquilone sfrenato o l’infinita serie degli anni e il susseguirsi delle stagioni (lo) potranno diroccare. Non morirò del tutto…”, Ode III, 30).

Se Petrarca  avesse letto Orazio con lo sguardo dell’uomo medievale ne avrebbe ricavato soltanto che afferrare il presente e fermare il tempo significava affidarsi a Dio, compiere il suo progetto. Petrarca, invece, ricollocando la poesia nel suo contesto storico (cioè nel mondo romano), ne coglie l’aspetto “laico”, ovvero che la poesia è il modo per vivere la vita fino in fondo. In questo senso Petrarca  si riappropria della saggezza antica.

 

La fugacità del tempo = nel brano Petrarca  si sofferma sul rapporto che c’è tra il “segno” (= opera d’arte, poesia) e il “produttore del segno” (= l’artista, il poeta) e ne ricava che mentre il prodotto artistico continua a vivere, il produttore al contrario muore (vedi Orazio). La sua riflessione parte dall’idea che l’uomo è limitato, caduco, finito (nasce e progressivamente la vita lo condurrà inevitabilmente alla morte), mentre l’arte no. Ciò che gli serve, infatti, è capire come sopravvivere alla morte. Ma se arrivo a concludere, come Petrarca, che, se produco un “segno” capace di resistere al tempo, ovvero capace di mantenersi vivo per l’eternità, io stesso, benché destinato a morire, potrò in qualche modo continuare a vivere nel tempo (leggi sul libro: “…tutti moriamo… se non quando, compiendo qualcosa di virtuoso, ci apriamo la strada a quella vera vita dove, al contrario, nessuno muore mai, tutti vivono e sempre vivranno…”), godrò di una qualche forma di eternità.

La produzione poetica di Petrarca  rende poi evidente una contraddizione profonda: l’aspirazione alla vita pubblica, l’idea di diventare il più grande poeta di tutti i tempi per ricavarne gloria e prestigio, e la concezione dell’arte come mezzo di indagine per comprendere se stesso, isolandosi dal mondo.

 

Stare con i morti (pag.274)

Cosa pensa Petrarca  dei morti?

I morti rappresentano per Petrarca  un rifugio che migliora il suo presente, caratterizzato da uomini che Petrarca  non stima e con cui non ha nulla da condividere. Gli antichi servono a Petrarca  come modello di esempi morali, di virtù e valori che la società contemporanea ha ormai perduto.

 

Confronto tra il rapporto che Dante, Petrarca  e Boccaccio hanno con i morti:

In ciascuno dei tre autori c’è la preponderanza di una delle tre dimensioni della storia (presente, passato o futuro). La concezione che Boccaccio ha della storia lo porta a recuperare il passato, per trasformare positivamente la vita dei personaggi di cui parla. Nel Decameron, infatti, Boccaccio inizia la sua storia dal presente di morte e distruzione dei corpi così come delle anime (la peste come simbolo della decadenza dei tempi); in questo sfacelo, egli prende 10 ragazzi e li porta in un luogo isolato nel quale si raccontano delle storie ambientate nel passato. I personaggi vissuti in quel passato vengono recuperati al fine di cambiarne la storia, ridisegnando un passato a lieto fine che nella realtà non c’è stato. Scopo della scrittura e dell’uso che Boccaccio fa dei morti è allora riscrivere il passato, pur sapendo che i suoi personaggi non potranno in realtà cambiare il presente. In questo senso possiamo dire che il Decameron è un’opera pessimistica, perché non è proiettata sul futuro, non prevede cambiamenti positivi nel futuro.

Nella Divina Commedia di Dante, invece, ritroviamo una dimensione utopica della storia, in quanto proiettata nel futuro. I morti di Dante profetizzano, anticipano quanto accadrà, dimostrando all’uomo che il presente può essere cambiato; la Divina Commedia diventa allora un’arma per combattere la corruzione e i mali del presente e per costruire qualcosa di nuovo e positivo nel futuro. In Boccaccio, che scrive il Decameron 30 anni dopo, questa visione utopica della storia scompare del tutto: la scrittura non può intervenire nella storia.

Petrarca, al contrario, si disinteressa della dimensione politica e sociale della storia, concentrandosi unicamente sulla propria esperienza di vita. I morti servono a Petrarca  come rifugio, servono a rendere migliore il suo personale presente, la sua vita interiore. I morti di cui parla hanno il compito di cercare le risposte ai suoi interrogativi esistenziali. Per questo la sua opera, in quanto ricerca di problemi e bisogni comuni ad ogni uomo, tende ad abolire le dimensioni temporali (la scansione in presente, passato e futuro), e si proietta nell’eternità.

 

IL CANZONIERE:

Si tratta di una raccolta di componimenti poetici scritti in volgare, che Petrarca  non aveva pensato di pubblicare.

 

STRUTTURA: l’opera si compone di 366 poesie. La prima è un sonetto e funge da introduzione generale; dalla seconda alla 263 sono raccolte le poesie “in vita di Laura”; dalla 264 fino alla fine, invece, troviamo le poesie “in morte di Laura”.

La raccolta è l’esito del lavoro di una vita intera (dagli anni Trenta fino alla morte del poeta), per cui l’ordine e la forma delle singole poesie hanno avuto una revisione continua fino alla fine. Questo significa sia che Petrarca  è intervenuto a “limare” costantemente le sue poesie nel corso degli anni, sia che ne ha cambiato l’ordine col passare degli anni. La prima poesia, ad esempio, probabilmente è una delle ultime che ha scritto. Possiamo dire che il Canzoniere è lo “specchio dell’anima” del poeta, perché l’ordine delle poesie non corrisponde all’ordine cronologico (= l’ordine di tempo), ma alla sua storia individuale, e ne rappresenta l’opera più importante.

Oggetto della sua opera è Laura: non solo donna reale, che ha incontrato e di cui si è innamorato, ma anche simbolo di tante cose, come nella poesia Stilnovista e Provenzale. Laura appartiene a quel tipo di donne che abbiamo incontrato nel codice dell’amor cortese (in questo senso Petrarca  continua la tradizione precedente).

 

Laura: oggetto del Canzoniere, è punto di riferimento nella poesia di Petrarca  e rientra appieno nei canoni dell’amore cortese. Nel De amore di Andrea Cappellano si leggeva, infatti, che l’unico vero amore si trova solo a di fuori del matrimonio. Anche per Petrarca  l’amore per L. si colloca fuori dal vincolo matrimoniale ed è sia spirituale che materiale. Per comprendere questo, occorre ricordare la differenza tra fin’amor e fals’amor, distinzione tipica del codice cavalleresco. Il fin’amor è l’amore che nasce in presenza di valori morali quali la generosità, la fedeltà, la riservatezza, l’onestà e consente all’uomo che lo prova di elevarsi spiritualmente, coniugando l’attrazione fisica con un sentimento puramente spirituale. L’amore che coltiva Petrarca  per L. è di questo tipo e si discosta dal concetto di fals’amor, ovvero dall’amore inteso solo come attrazione fisica, che si fonda sul piacere sessuale.

L’amore a cui pensa Petrarca  è, dunque, derivato direttamente dalla lirica provenzale (ricordiamo che Petrarca  vive nella Francia meridionale, ad Avignone, nella terra di Provenza).

In Italia la lirica provenzale era giunta all’indomani della crociata di papa Innocenzo III (1209) contro i Catari (=movimento di eretici) ed aveva assunto caratteristiche proprie. La prima produzione poetica amorosa in Italia nacque in Sicilia e assunse caratteristiche precise: le poesie avevano per oggetto il ragionamento sulle dinamiche dell’amore e non più, come nella lirica provenzale, la narrazione delle avventure degli innamorati. Nella produzione siciliana viene meno, dunque, la presenza fisica degli innamorati (vedi Jacopo da Lentini).

Nella poesia stilnovistica successiva, diffusasi in Toscana, che pure ricalcava la poetica dell’amor cortese, scompare ogni riferimento al corpo della donna, così come ogni riferimento alla realtà del racconto. La donna dello Stilnovo non è più la dama di corte, non è nemmeno rappresentata come una creatura umana, terrena, reale; è puro spirito, è bellezza e virtù, guida per il perfezionamento morale del poeta (donna-angelo).

Al contrario, Petrarca  riprende la tradizione provenzale ridando corpo e forma fisica alla donna; tuttavia, della poesia italiana precedente, Petrarca  conserva l’idea di un amore che salva, che si fa rifugio e consolazione per le sofferenze del mondo.

 

Dove incontra Laura per la prima volta?

Il fatale incontro avvenne il venerdì santo 6 aprile 1327 nella chiesa di S. Chiara di Avignone.

 

NOME DI LAURA: ha la stessa radice del termine “alloro”. L’alloro simboleggiava la gloria, il riconoscimento pubblico del merito, ma anche la poesia e la conoscenza. Era pianta sacra ad Apollo, dio delle arti, patrono della poesia in quanto capo delle Muse.

Nella mitologia greca una ninfa, di nome Daphne, che non ricambiava l’amore di Apollo, per sfuggire alla persecuzione del dio, venne tramutata da Zeus in alloro. Apollo pianse abbracciando il tronco di Daphne che ormai era un albero. Per questo il lauro (= alloro) divenne la pianta prediletta da Apollo, con la quale era solito far ornare i suoi templi.

La derivazione del nome Laura da alloro diventa, allora, per Petrarca  anche il simbolo della poesia.

 

 

Canzoniere I, proemio “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono…”

 

Nelle sue poesie Petrarca  dedica un’attenzione particolare all’aspetto formale, per cui possiamo leggere ogni componimento in maniera sincronica o diacronica.

Lettura sincronica = senso della poesia, dato dalla lettura del testo a livello grammaticale/sintattico. Senso generale del componimento (= ciò che il testo dice).

 

Lettura diacronica = occorre soffermarsi su alcuni particolari (parole a fine verso, figure retoriche, scelte di parole…) che rinviano a significati aggiuntivi, i quali non sono direttamente legati al contenuto del testo. L’artificio letterario (= l’uso di figure retoriche all’interno della poesia, le scelte lessicali e la disposizione delle parole) non serve solo ad impreziosire il componimento poetico, ma garantisce un significato aggiuntivo che bisogna cogliere attraverso una lettura attenta, svincolata dal significato letterale del testo. Per questa ragione le poesie di Petrarca  vanno lette su più piani per poter essere comprese fino in fondo.

 

Plurilinguismo e monolinguismo:

La lingua di Petrarca  è raffinata e ricercata ed ha rappresentato per secoli (fino all’Ottocento) il modello della lingua letteraria italiana con cui gli scrittori successivi si sono dovuti confrontare.

La lingua di Petrarca  ammette un numero limitato di parole considerate degne di entrare nel linguaggio letterario (monolinguismo = esclusione di tutti i termini che non erano ritenuti eleganti).

 

Differenze tra Dante e Petrarca = Dante è il padre della letteratura italiana, perché ha allargato il campo linguistico ai diversi stili e registri individuabili nei vari ambiti sociali (uso democratico della lingua italiana = plurilinguismo = per Dante non esistevano termini letterari e termini non letterari, bensì ogni parola aveva pari dignità di essere rappresentata nella lingua letteraria). Questa scelta dipendeva dalla funzione che Dante attribuiva alla lingua: per lui la letteratura è strumento di emancipazione del popolo; ma, per garantire a tutti la possibilità di emanciparsi attraverso la cultura, occorreva usare una lingua che tutti potessero comprendere.

Nel De vulgari eloquentia egli presenta i tre stili che si possono usare separatamente nella composizione di opere poetiche: lo stile tragico, lo stile comico e lo stile elegiaco. Nella Divina Commedia egli opererà una scelta radicale, poiché userà contemporaneamente tutti e tre gli stili, così da parlare a tutti con la lingua di ciascuno.

La scelta di Petrarca  è opposta: egli riduce la lingua letteraria ad un solo stile elegante e raffinato; tale scelta dipende dal fatto che per lui la ricerca linguistica non ha uno scopo sociale ( = le sue poesie non devono essere lette da tutti); anzi Petrarca  non ha come obiettivo quello di essere letto da un pubblico (non ci sono messaggi politici o morali da comunicare ai contemporanei), bensì quello di esprimere compiutamente i suoi stati d’animo e il suo dolore.

Quando Dante scrive ha alle spalle la vita dei Comuni, fondata sulla lotta politica (contrapposizione tra guelfi e ghibellini).

Per Petrarca  la situazione è diversa: egli vive in un contesto di crisi economica, sociale e politica che sconvolge gli stili di vita dei cittadini e determina una chiusura del singolo in se stesso; per questo la lingua di Petrarca  deve preoccuparsi unicamente di rendere esplicito e risolvere il suo dissidio interiore.

Le parole di Petrarca  tenderanno allora ad essere elusive, vaghe e indefinibili, proprio perché devono rendere l’immaterialità di uno stato d’animo comune all’umanità intera.

La lingua di Petrarca  risponde cioè ad un’esigenza esistenziale (= che riguarda l’uomo nella sua essenza e non in relazione alle circostanze sociali e politiche della vita); i termini che egli usa, contrariamente a Dante, devono cancellare la realtà concreta, perché devono rinviare ad una condizione psicologica, quindi immateriale, ma presente in ogni uomo, a qualunque tempo egli appartenga.

Non è un caso che nelle sue poesie scompaia il referente reale e che predominino parole vaghe, perché scopo primo è quello di suggerire e non indicare, contrariamente a Dante, per il quale era fondamentale usare termini che rendessero concreto anche ciò che era astratto (descrizioni realistiche).

 

Lingua di Petrarca  come modello:

Il primo critico letterario che considererà la poesia di Petrarca  come modello di lingua italiana sarà Pietro Bembo. Nel 1525 egli scriverà un trattato dal titolo “Prose della volgar lingua”, in cui spiegherà che Petrarca  ha raggiunto con la sua poesia e con la sua ricerca linguistica un livello insuperabile di perfezione; questo porterà gli scrittori delle epoche successive ad esserne direttamente influenzati. Essi cercheranno infatti di eguagliare l’eleganza formale e stilistica di Petrarca, di fatto uniformando il loro stile a quello del modello (= viene a mancare l’iniziativa personale; lo stile diventa pura imitazione e pregiudica qualunque creatività e iniziativa personale. Non solo: l’introduzione nell’arte di regole rigide a cui attenersi impone un esercizio stilistico fine a se stesso. Compito dell’arte non sarà più quello di mantenere dei legami con la realtà o di rappresentarla; diverrà puro artificio).

Va tenuto presente che, a seguito di tale posizione da parte dei critici letterari, la lingua di Dante sarà dimenticata per secoli, anzi diverrà l’antimodello a cui non ispirarsi.

Solo a partire dall’Ottocento si riaccenderà il dibattito sulla lingua italiana (ricorda Manzoni!) e ai poeti verrà nuovamente concesso di usare una lingua che non si attenga più alle regole petrarchesche.

 

Analisi della poesia “Voi ch’ascoltate…”:

Si tratta della lirica proemiale del Canzoniere. Per certi aspetti però possiamo considerarla l’epilogo dell’opera (sono riassunte tutte le problematiche dell’opera).

 

Voi = prima rottura con la tradizione = nella tradizione letteraria precedente, il poeta doveva invocare l’aiuto e la benevolenza della Musa (o di Dio nel caso di Dante), perché solo in questo modo poteva portare a termine il suo lavoro. In questa lirica, invece, Petrarca  sostituisce lo schema tradizionale dell’invocazione con un’apostrofe (= figura retorica che si ha quando il personaggio o la voce narrante si rivolge ad un uditore ideale diverso da quello reale). Il “voi” a cui Petrarca  si rivolge non è un pubblico definito, ma indica tutti coloro che come Petrarca  hanno sofferto per amore e dunque possono comprendere lo stato d’animo del poeta. Questo artificio retorico permette a Petrarca  di superare i limiti temporali: gli uomini a cui egli si rivolge non appartengono ad un’epoca precisa, anzi nel “voi” possiamo intravedere l’umanità intera che soffre di quello stesso dolore. Nell’indeterminatezza del “voi”, nella generalità del pronome personale si nasconde la dimensione universale ed eterna cui Petrarca  aspira nel suo fare poetico. Il poeta cioè ottiene in questo modo la sospensione del tempo che può garantire alla sua opera di avere un valore assoluto.

 

Verso 1

Rime = poesie. Si tratta della figura retorica della sineddoche (= indica un particolare tipo di relazione tra la parte di un oggetto e l’oggetto stesso. Si ha sineddoche quando tra la parte e l’oggetto c’è un rapporto estensivo/materiale. Si parla invece di metonimia quando tra la parte e l’oggetto c’è un rapporto di tipo logico e non materiale).

Sparse = perché Petrarca  definisce “sparse” le sue poesie?

  • Perché non hanno un ordine cronologico (Petrarca  lavora ai suoi componimenti fino alla fine della sua vita)
  • Perché, a differenza della tradizione precedente, di cui Petrarca  riprende il soggetto (l’amore per una donna, come aveva fatto Dante nella Vita Nova), il suo Canzoniere non ha una struttura rigida e organica. Le poesie di Petrarca  sono “frammenti di un’anima”, riflettono il procedere non lineare dei sentimenti (nel caso specifico del dolore del poeta).

Questo è un ulteriore elemento di modernità: la vita dell’anima e il dolore umano non possono essere ricondotti all’ordine, ma devono essere rappresentati nel loro disordine.

 

Verso 2

Sospiri = questa parola ricorreva già nella poesia stilnovista; era stata usata principalmente da Guido Guinizzelli, poi ripresa anche da Dante (ricorda “Tanto gentile e tanto onesta pare”: gli ultimi versi della poesia recitano: “… e par che da la sua labbia si mova / uno spirito soave pien d’amore / che va dicendo a l’anima: Sospira”; così anche nel 6 canto dell’Inferno nell’episodio di Paolo e Francesca). Ciò che Petrarca  fa però è decontestualizzare il termine rispetto all’uso precedente: fino a lui la parola veniva usata in riferimento alle pene d’amore tra due amanti, qui invece diventa specchio di uno stato d’animo del poeta. In Petrarca  il termine si sgancia dal’oggetto amato e diventa il corrispettivo delle sofferenze individuali. Non solo, ma Petrarca  isola il termine, privandolo di ogni connotazione oggettiva e reale, dal momento che non rimanda più ad una persona. Vediamo così che si attua nella poesia un distacco dal mondo esterno e reale (il prof. vi ha dimostrato che non c’è relazione con il mondo concreto quando vi ha chiesto di fare il riassunto e voi vi siete accorti che è impossibile: non ci sono dati concreti, cioè non è possibile collocare la poesia nello spazio e nel tempo).

 

Verso 3

Errore = per Petrarca  il termine indica l’illusione viva in gioventù, per cui ogni uomo crede di poter raggiungere nella vita gli obiettivi che si è prefissato. Ciò vale per l’amore, ma anche per le ambizioni di ogni genere (l’aspirazione alla gloria, alla fama, alla ricchezza….). Petrarca  presenta da subito ai suoi lettori tale convinzione come “errore”.

Giovanile = perché la giovinezza è la stagione della speranza e delle illusioni (come dirà poi Leopardi). P ripercorre i suoi desideri di gioventù quando è ormai vecchio e si accorge che tutte le speranze e i sogni del passato vengono meno. Scopre che le infinite possibilità della vita vengono consumate, inghiottite dal tempo.

 

Verso 6

Vane speranze …van dolore = il termine “vano” (=illusorio, ingannevole, falso) si riconnette al concetto di “errore” e sottolinea, anche attraverso la ripetizione nello stesso verso, la vanità della vita umana, il fatto cioè che quanto l’uomo desidera non si concretizza o è travolto dal tempo che fugge.

 

Verso 8

Spero = innanzitutto occorre notare che il “voi” iniziale non è soggetto della principale, come comprendiamo bene dal verbo reggente (spero). Petrarca  usa qui la figura retorica dell’anacoluto (= quando in una frase non c’è coerenza e accordo logico-grammaticale tra gli elementi della frase. In questo caso la presenza del “voi” iniziale avrebbe supposto la presenza di un verbo concordato). Il “voi” a cui Petrarca  si rivolge resta dunque sospeso, non ha un verbo che ne esprima l’azione; questo fa sì che la centralità del brano si sposti sull’io del poeta.

Trovar pietà = pietà viene dal latino pietas (= amore e rispetto insieme), quindi potremmo tradurlo con “comprensione accompagnata da affetto”.

Perdono = la richiesta di perdono implica che sia stata commessa una colpa. Dietro a questa richiesta c’è l’idea tipicamente medievale del peccato. Petrarca  chiede di essere reintegrato, riaccolto in un mondo da cui si è allontanato, ma che di fatto non c’è più. Petrarca  vive il trauma dei suoi contemporanei che vedono la fine di un’epoca (crisi del Trecento) e dei suoi valori. Petrarca  ha perduto le certezze dei suoi predecessori (Dante, per esempio) e cerca di riconquistarle sperando di poter ritrovare quel mondo perduto.

A chi chiede perdono e pietà? A tutti coloro che come lui hanno sperimentato nella loro vita le pene d’amore (“ove sia chi per prova intenda amore”). Anche in questo caso Petrarca  cita Dante. Chi scriveva d’amore, infatti, nella poesia cortese e poi nella poesia stilnovista cercava il sostegno e l’aiuto di chi poteva comprendere quel tipo di sofferenza. Dante ripropone questo concetto nella poesia “Donne ch’avete intelletto d’amore…” nella Vita Nova.

Tuttavia, Petrarca, pur recuperando questo modulo stilistico, giunge ad una conclusione opposta: la condivisione del proprio dolore non porta con sé l’elevazione morale del poeta, che soffrendo non diviene migliore. Petrarca  scardina il concetto precedente di amore intervenendo e modificando radicalmente le strutture costitutive della poesia precedente.

 

Canzoniere, CCCX “Zefiro torna e il bel tempo rimena…

(Confronto con Catullo 46 e Orazio I, 4)

 

Elementi di rilievo della poesia:

  • Andamento paratattico;
  • Presenza di contrasti
  • Recupero della mitologia (ovvero del patrimonio dei classici, ritenuti dal Petrarca  patrimonio etico), attraverso la figura retorica della personificazione (Progne, Filomena…)
  • Funzionalità del tempo presente: l’evento viene cristallizzato nell’attimo (funzione eternatrice della poesia).

Petrarca  è stato per molti secoli modello della letteratura italiana e mondiale (cfr. Shakespeare e letteratura barocca). Venne cioè considerato maestro di stile, poiché ha fissato regole sulla composizione della poesia ed ha modificato le forme poetiche già esistenti. Uno degli interventi più riusciti è stata la codificazione della struttura metrica della canzone.

Canzone = componimento che compare presso le corti provenzali. Era un componimento che si avvaleva dell’accompagnamento musicale (da cui “canzone”), ed era riservato alla trattazione della tematica amorosa. In Italia darà vita a forme poetiche diverse (tra cui pare anche il sonetto, probabilmente inventato da Jacopo da Lentini a partire dalla rielaborazione della struttura di una strofa della canzone); come nella lirica provenzale, la canzone in Italia aveva come oggetto la tematica amorosa (viene recuperata dagli stilnovisti, in primis da Guido Guinizzelli – “Al cor gentil rempaira sempre amore…”, manifesto del movimento stilnovista). Per gli Stilnovisti, però, sappiamo che tale tematica viene rielaborata cosicché l’amore ha come fine ultimo l’elevazione morale del poeta, differentemente dalla poesia provenzale, dove amore sensuale e spirituale convivevano. Per Dante, al contrario degli altri esponenti dello Stilnovo, la canzone diventa il metro utilizzato per riflessioni e considerazioni di carattere filosofico-teologico; serviva cioè per dar voce a verità di fede, divenendo ponte tra l’uomo (il poeta) e la divinità. Di conseguenza, anche lo stile di cui Dante si serve è alto (stile tragico, come lo definiva Dante).

Petrarca, a differenza degli stilnovisti e di Dante, recupera la canzone nella sua originaria valenza di metro destinato alla trattazione di un amore che è sia spirituale che sensuale. La novità è che la materia amorosa è da lui interpretata in maniera drammatica. Petrarca  vive in un’epoca di passaggio tra il Medioevo di Dante e l’età moderna; questa è la ragione per cui Petrarca  interpreta in maniera nuova l’esistenza nelle sue diverse manifestazioni, ponendo al centro le sofferenze del singolo (anticipa l’Umanesimo).

Per ciò che concerne lo stile di Petrarca  esso differisce notevolmente da quello di Dante: scompare lo stile tragico e ricompare uno stile che utilizza termini vaghi, indefiniti, allo scopo di porre in rilievo gli elementi legati al dramma dell’animo umano.

Questo cambiamento di prospettiva (Dante descrive, Petrarca  suggerisce, evoca, ma non indica) induce Petrarca  a modificare anche la struttura strofica della canzone: egli introduce una strofa fissa (schema metrico identico per ogni strofa, come nella poesia provenzale), caratterizzata dall’alternarsi di endecasillabi e settenari, mentre la canzone dantesca era composta di soli endecasillabi; inoltre la rima è libera, al contrario della canzone stilnovista, dove la rima era fissa.

Ogni strofa si compone di due parti; inoltre l’intera strofa si regge su un verso chiave che segna il passaggio dalla prima alla seconda parte.

Tale schema resterà valido fino all’Ottocento, quando Leopardi destrutturerà la canzone petrarchesca, introducendo un sistema strofico libero, eliminando ogni regola così come la regolarità delle rime.

Petrarca  cerca di ricomporre la disarmonia dell’animo umano attraverso la rappresentazione di forme perfette. La forma deve assorbire la disarmonia causata dal dolore e distruggere il dolore stesso.

 

PRIMA STROFA:

v.3: pare= appare, si manifesta, nasce, si disvela, col significato profondo di scoperta, disvelamento. Da non tradurre MAI con “sembra”.

Con sospir mi rimembra = è il presente della poesia (mi rimembra), che però indica un salto nel passato (mi ricordo). Quando Petrarca  scrive e osserva il paesaggio, Laura non c’è, poiché appunto sta ricordando. La struttura della canzone è tale per cui ogni strofa si collega ad una diversa dimensione temporale (presente, passato, futuro). Perciò occorre cogliere di volta in volta il rapporto che il tempo ha con il momento in cui Petrarca  scrive. Sappiamo che per Petrarca  il presente coincide con l’idea della consumazione dell’esistenza, che però viene superata dal farsi stesso della poesia. La poesia, come abbiamo detto altre volte, serve a superare la dimensione temporale dell’esistenza umana. Altra cosa che occorre sottolineare in proposito è che ad ogni articolazione temporale corrisponde uno stato d’animo del poeta e una particolare percezione della realtà. Nel Medioevo il futuro era collegato all’idea della speranza (cioè, nel futuro c’è la salvezza divina, dopo la fine della vita terrena c’è la resurrezione e la vita eterna); così è nella Divina Commedia, dove il futuro è presente nel valore religioso della profezia, che fa presagire il trionfo del bene e della giustizia nell’ambito di un progetto divino che si realizza e che salva l’uomo, liberandolo dalla morte. Il passato invece era inteso come la dimensione del ricordo che, normalmente, era avvertito solo come ricordo doloroso, poiché al passato si associava l’idea del peccato (cioè il passato è il tempo dell’errore, il tempo del peccato originale). Il presente, da ultimo, era inteso come il tempo per migliorarsi, era lo spazio della redenzione dell’uomo.

Petrarca  capovolge questa visione del tempo: egli vede e proietta nel passato ciò che c’è stato di positivo nella vita (personale –cfr. l’amore ormai perduto per Laura -e collettiva – cfr. il valore che per lui hanno gli antichi, i classici nella letteratura-). Al futuro, al contrario, associa qualcosa di negativo, un presagio di sconfitta e non di salvezza, mentre il presente è avvertito come consunzione della materia, come consumazione dell’animo nel dolore. In questa canzone in particolare accade qualcosa di importante: il presente si trasforma in recupero del passato e anticipazione del futuro; la scrittura diventa allora il mezzo privilegiato per fermare il tempo e toccare l’eterno. Non solo, ma se Petrarca  vuole vincere il dolore occorre eliminare il tempo; ciò che annulla il tempo è la poesia, che Petrarca  considera anche strumento che consente di modificare l’esistenza umana. Ad un certo punto vedremo infatti che Petrarca  smette di parlare del suo dolore e del suo amore per parlare unicamente della poesia e della funzione salvifica che essa ha.

 

 

Canzoniere CXXVI, “Chiare, fresche, dolci acque…”

 

PRIMA STROFA: inizia con un’invocazione alla natura (chiare fresche dolci acque…erba…), che Petrarca  ci presenta come personificata nei suoi vari elementi (acqua, erba…). C’è in questa strofa l’uso del presente che si volge al passato.

Sospiri = parola frequente in Petrarca; rappresenta uno stato d’animo, ma è anche simbolo che rimanda alla poesia stessa: i ricordi hanno provocato i sospiri, i quali poi hanno dato vita alla poesia.

Perché Petrarca  invoca l’acqua, l’aria, il ramo, l’erba? Perché hanno visto la presenza della sua donna; la presenza di Laura trasforma la natura in luogo straordinario, perché Laura rende straordinario tutto ciò che incontra e che le sta intorno.

Come viene descritta Laura?

  • Belle membra = ricompare nella poesia italiana dopo l’esperienza dello Stilnovo l’immagine del corpo femminile, che viene valutato nella sua valenza estetica.
  • Bel fianco = altra valutazione fisica
  • Angelico seno = perché Petrarca  usa l’aggettivo “angelico”? Perché fa riferimento all’iconografia tipica della poesia del ‘200/’300, che immaginava e rappresentava la donna come figura quasi asessuata (caratteristica appunto degli angeli). Petrarca  cita lo Stilnovo per capovolgere il senso della parola: la donna descritta qui dal Petrarca  è tutt’altro che asessuata, è anzi descritta realisticamente, anche nei suoi aspetti più fisici. Da notare allora il contrasto tra Dante e Petrarca  = per Petrarca  il corpo e la fisicità della donna in genere non rinviano più all’idea del peccato, come accadeva in Dante.

 

TEMPO DELLA PRIMA STROFA: PRESENTE- (che recupera il PASSATO). Forma particolare di ipotassi (uso di “ove”).

 

 

 

Canzoniere, XC “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi…”

 

Il sonetto si divide in due grossi nuclei tematici:

  • la prima parte (2 quartine) è descrittiva,
  • la seconda (ultime 2 terzine) è riflessiva.

 

Ci sono situazioni che ricordano lo Stilnovo: la virtù della donna, l’immagine della donna angelo (spirito celeste) (cfr.“Tanto gentile e tanto onesta pare”).

C’è una ripresa dei temi della poesia precedente; rispetto alla tradizione però Petrarca  attua uno scarto sensibile, introducendo elementi radicalmente nuovi.

  • Prima novità: la descrizione della donna (come del resto in altre poesie). Mentre Dante e Guinizzelli parlano della donna in termini metafisici, in Petrarca  si assiste alla ricomparsa del corpo femminile. Petrarca  infatti recupera alcune tematiche dello Stilnovo, ma le modifica attraverso la ricchezza di dettagli fisici della poesia provenzale. Questo recupero della fisicità permette a Petrarca  di lasciarsi alle spalle l’esperienza stilnovista. Questa è la differenza più evidente; ma ce n’è un’altra più importante, che diverrà modello per gli autori successivi.
  • Seconda novità: c’è un elemento tipico della poesia petrarchesca che occorre tener presente: la poesia del dissidio (contrasto tra desiderio e peccato), che si manifesta attraverso un’innovazione di tipo formale, tecnica, non contenutistica, come del resto di tipo tecnico sono gli aspetti più significativi della grandi opere d’arte (letterarie, figurative etc.). In Petrarca  la scrittura è radicalmente nuova.

Vediamo quali sono gli aspetti nuovi nel sonetto, che posso cogliere già a partire dalla parafrasi.

 

Analisi:

Erano i capei d’oro a l’aura = senhal (=significato nascosto: l’aura rimanda al nome Laura), tipico della poesia provenzale. Petrarca  parIa in codice. Il testo è comprensibile solo a Laura, ma il “segnale” non aveva l’intenzione di giungere a Laura. Petrarca  rivolge il senhal, in realtà, solo a sé stesso, rompendo un circuito comunicativo che apparteneva alla poesia precedente, poiché in passato l’opera poetica era indirizzata ad un pubblico. Questo rappresenta un elemento di rottura. Petrarca  non prevede nelle sue poesie la presenza di un lettore a cui si indirizzano i suoi messaggi; Petrarca  non pensa ad un pubblico, pensa invece che la scrittura è il mezzo privilegiato per risolvere il dissidio interiore. Laura è uno sdoppiamento di sé e la scrittura poetica serve a riappacificare il dissidio. La figura di Laura, perciò, va arricchita di significati ulteriori senza i quali non si può comprendere fino in fondo il Canzoniere.

Anche in questa poesia, come nella poesia stilnovista, la donna viene introdotta secondo i canoni della poesia precedente: Laura appare al poeta come donna angelicata, che si manifesta al mondo e lo illumina della sua luce celeste. Diversamente dallo Stilnovo, come già abbiamo visto, egli arricchisce l’immagine della donna attraverso la rappresentazione fisica.

Tuttavia, mentre nella poesia stilnovista nell’apparizione della donna il poeta ha un ruolo statico, di puro spettatore, che è abbagliato dalla bellezza della donna e dalle sue virtù, e si assiste ad una sospensione del tempo presente (resa in “Tanto gentile…” col verbo “sospira”), che si dilata all’infinito, qui invece l’apparizione della donna avviene attraverso il recupero del momento in cui Laura è apparsa. Nello Stilnovo ci sono due persone che interagiscono tra loro, il poeta stilnovista e la donna che appare; qui, al contrario, non c’è più Laura, ma c’è il ricordo che sostituisce l’oggetto. Tutto il sonetto gioca sul rivagheggiamento del passato, dove l’amore viene rivissuto al presente con il rimpianto del ciò che è stato. Ad imporsi allora è l’io stesso del poeta: l’azione di Laura si colloca nel passato, ricordandoci che Petrarca  al presente sta rivivendo una situazione ormai conclusa; nello Stilnovo, invece, l’amore era presente, la donna appariva, si manifestava.

La novità consiste nel fatto che la rievocazione della donna, pur raffigurata come la donna angelo degli stilnovisti, lascia però il poeta nella sua condizione di accidia, non lo salva, non modifica la realtà, non gli garantisce una visione nuova e salvifica del presente.

Questa è la grande novità: il gioco tra la memoria, la speranza e il presente.

 

Nei primi 5 versi troviamo espressioni tipiche della poesia di Petrarca: associazione di aggettivi vaghi e indefiniti a nomi (dolci, vago). Es. “Mille dolci nodi” = fa di Petrarca  il modello della poesia amorosa per secoli. L’indefinito viene dato dall’accostare il numero mille (determinato) a dolce (indeterminato): questa è una caratteristica fondamentale di Petrarca  Ma perché Petrarca  definisce i capelli di Laura “mille dolci nodi”? Nodo ha una duplice valenza, letterale e metaforica. In senso proprio fa riferimento ai nodi che il vento intreccia tra i capelli di Laura (descrizione realistica); in senso metaforico, invece, “nodi” allude al dolore che Petrarca  prova e che è l’effetto dell’amore per Laura, (sono i nodi d’amore in cui è rimasto intrappolato Petrarca), mentre dolce allude al sentimento d’amore per Laura. Accanto alla lettura letterale occorre dunque giungere ad un significato altro. “Nodo” si contrappone a “dolce” e in questa espressione troviamo congiunti i due elementi che caratterizzano l’anima di Petrarca  e ne rappresentano anche visivamente il dissidio (nodo = sofferenza, accidia; dolce = amore, desiderio, illusione, speranza).

Un’altra caratteristica di Petrarca  la troviamo al verso 3 (“vago lume”): si tratta di un’espressione tipicamente petrarchesca. Perché? Perché Petrarca  si oppone alla descrizione realistica (Leopardi sostiene che la vaghezza permette di sospendere il tempo e di dare alla poesia un elemento in più; non è un caso che utilizzerà spessissimo il termine “vago”). Leopardi è il poeta che più di tutti ha compreso la dimensione esistenziale della poesia petrarchesca. L. ragiona sull’esistenza umana ed arriva ad elaborare una teoria (teoria del piacere), che affonda le proprie origini nell’Illuminismo del ‘700. Per L. l’uomo tende naturalmente al piacere, al desiderio; tale meccanismo porta L. ad intuire che il tempo è il limite del piacere e che l’infelicità umana dipende dal desiderio infinito che l’uomo si porta dentro e che non può essere saziato. Questo elemento porta L. a capire che l’infelicità dell’uomo nasce nel momento in cui comprende di non potere soddisfare nella propria vita tutti i desideri, proprio perché l’uomo è finito e il desiderio invece è infinito.

Constatando l’infelicità umana, L. sviluppa una nuova concezione della poesia. L’uomo ha la possibilità di costruire mondi differenti, di salvarsi da una situazione apparentemente senza via d’uscita. Ciò che consente a L. di giungere all’appagamento del desiderio è la poesia (il naufragar m’è dolce in questo mare = la poesia).

La stessa riflessione porta Petrarca  e L., l’uno cattolico e l’altro ateo, a concepire la scrittura come l’elemento che consente di riappropriarsi della dignità e dell’essenza umana.

 

Nel sonetto occorre guardare il gioco dei verbi (passato –imperfetto; presente- che irrompe-; passato remoto –tempo della disillusione). C’è un imperfetto usato come tempo soggettivo, della memoria; il presente rappresenta invece l’altro elemento della sua dimensione interiore (il dolore); il passato remoto è il segno della fine delle illusioni.

 

Verso 6: “non so se vero o falso” : qui sta la modernità della poesia petrarchesca: il presente mette in dubbio ciò che aveva visto in passato (la visione di Laura). Tale dubbio si riferisce sia ai “pietosi color” del viso di Laura sia alla situazione che sta raccontando (indeterminatezza creata dagli equivoci). Se si riferisce al volto di Laura vuol dire che se esso allora rimandava alla salvezza, ora invece non sa bene se quel viso fosse angelico o meno (indeterminatezza della poesia petrarchesca). Petrarca  non sa se quel volto era reale o solo desiderato. Non solo, ma il vero o falso può riferirsi a tutti i versi precedenti, mettendo in discussione l’intera veridicità della situazione.

“i’ che l’esca amorosa nel petto avea…”: ci troviamo di fronte all’approccio soggettivo all’amore da parte di Petrarca, contrario agli stilnovisti. Qui Petrarca  mette in primo piano l’io dicendo che quella donna è bella solo per lui e l’amore che ha provato lo ha interessato individualmente. L’esperienza d’amore è individuale e soggettiva, recuperata nella scrittura, laddove l’esperienza d’amore tipica dello Stilnovo riguardava tutti coloro a cui la donna si manifestava (cfr. “Tanto gentile…”: “ch’ogne lingua divien tremando muta…”).

 

La poesia contiene una delle poche descrizioni presenti in Petrarca, anche se il realismo si gioca sul discorso della memoria e sulla capacità di recuperare la realtà attraverso la scrittura. Quindi la scrittura riproduce il ricordo (il passato) e non la realtà (il presente), poiché ne propone una lettura soggettiva e non realistica.

 

Nella seconda parte della poesia viene espresso un concetto che Petrarca  riprende dalla poesia classica legato alla consumazione della bellezza: il tempo inghiotte ogni cosa e lascia il dolore.

Il dolore che Petrarca  prova non deriva solo dall’impossibilità di avere Laura (che però per lui rappresenta il desiderio in generale), ma dal fatto che il tempo consuma l’esistenza umana e il dolore è tutto ciò che resta. Laura diventa allora anche il simbolo della poesia e della funzione che essa dovrebbe avere: tentare di superare il vincolo del tempo per eliminare il dolore.

Petrarca  riflette sulla visione di Laura, dicendo che il suo incedere non appartiene all’essere mortale, ma ad un angelo (Laura era un angelo venuto dal cielo) e le sue parole risuonavano come voce divina. Petrarca  descrive qui una donna simile a quella dello Stilnovo. Tuttavia l’immagine di lei è legata al passato. Il verbo che usa è fondamentale per capire lo stacco che esiste dallo Stilnovo: mentre “Tanto gentile” si chiude con “sospira”, qui Petrarca  dice chiaramente che ciò che ha visto al presente non c’è più (usa il passato remoto, “vidi”). Petrarca  cerca di svegliare dal sogno (l’apparizione meravigliosa della donna) tutti gli uditori. Il valore del “vidi” (passato remoto che interrompe la visione) serve ad interrompere il tempo della memoria (l’indeterminatezza dell’immagine espressa con l’imperfetto = azione continuativa).

Il “vidi” si associa poi all’espressione “se non fosse tale…”: il fatto che la bellezza sia sfiorita non produce su di lui un cambiamento (= io sto ancora male al presente).

 Il dolore presente deriva da una perdita: il poeta ha perso tutto ciò che desiderava e che lo aveva illuso.

 

 

 Canzoniere XXXV, “Solo et pensoso i più deserti campi…”

PARAFRASI:

Solo e pensieroso cammino (= vado misurando) con passi stanchi e lenti, e rivolgo gli occhi attenti (= guardo stando attento) ad evitare quei luoghi in cui un’impronta umana lasci un segno sulla sabbia. / Non so trovare nessun altro riparo che mi permetta di evitare che la gente si accorga chiaramente della mia condizione (parafrasi di “dal manifesto accorger delle genti”), perché negli atteggiamenti privi di gioia, dall’esterno si legge come io dentro di me arda (d’amore): /così che io credo ormai che monti e pianure e fiumi e boschi sappiano di che genere sia la mia vita, che è nascosta agli altri (che gli altri non vedono). / Eppure non so trovare luoghi così inospitali e selvaggi che Amore non mi accompagni sempre parlando con me ed io con lui.

RIASSUNTO:

Petrarca  cerca di evitare i luoghi più frequentati dagli uomini, perché teme che la gente, riconoscendo la sua malinconia e tristezza, capisca quale tormento si celi nel suo animo. Al poeta sembra dunque che la natura conosca più a fondo il suo animo, perché solo nei luoghi più remoti e inaccessibili egli riesce ad essere se stesso, senza il timore del giudizio altrui.

Tuttavia, anche nella solitudine che il paesaggio gli offre egli non riesce ad alleviare il suo tormento: le pene d’amore non lo abbandonano mai.

 

TEMATICHE:

  • SOSPENSIONE DEL TEMPO: l’intera poesia è incentrata sulla figura del poeta, sul suo stato d’animo, mentre tutto il resto è lasciato nel vago:
    • il paesaggio è suggerito, ma non descritto e non possiamo identificarlo con un luogo preciso;
    • non sappiamo quale sia la ragione dell’inquietudine del poeta, che ne provoca lo stato di sofferenza e malinconia (possiamo pensare che abbia a che fare con Laura, ma la donna non compare mai nel componimento);
    • non ci viene detto “di che tempre sia la sua vita” né di quale amore si parli. La vaghezza, l’indeterminatezza del testo fanno sì che il contenuto sia svincolato dai legami temporali: ciò che Petrarca  racconta di sé potrebbe essere avvenuto in qualsiasi momento. Tale vaghezza garantisce cioè validità eterna alla poesia stessa.

 

  • DISSIDIO INTERIORE: l’intera poesia è incentrata su un unico concetto: cerco pace nella solitudine della natura, ma, per quanto mi sforzi, non posso liberarmi dal mio tormento. Questa condizione di profondo dissidio del poeta si esprime nel testo con espressioni come “vagare”, “fuggire”, con la tristezza che traspare dalla sua persona, ma anche attraverso una serie di opposizioni che rimandano alla conflittualità interiore:
    • Volge gli occhi per cercare impronte umane, ma per evitarle, per fuggire gli uomini;
    • La qualità della sua vita è celata agli altri, ma perfettamente nota alla natura;
    • Le vie sono aspre e selvagge, ma Amore lo trova comunque
    • I suoi atti sono “d’allegrezza spenti”: è un’opposizione (= antitesi); inoltre “spenti” si contrappone a “avampi” e “fuori” si contrappone a “dentro” (in struttura chiastica).
    • La poesia si apre con un’immagine di assoluta solitudine e si chiude con l’immagine antitetica del colloquio del poeta con Amore.

In conclusione la solitudine si risolve nell’esser soli, ma sempre col proprio tormento accanto; il pensare fra sé e sé si trasforma in colloquio.

 

Fonte: http://www.diversamentesocial.it/pluginfile.php/158/mod_folder/content/0/PETRARCA%20%281%29.doc?forcedownload=1

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