Appunti bovinicoltura

Appunti bovinicoltura

 

 

Appunti bovinicoltura

Lorenzo Sartori
474848 / STN

 

appunti
di
bovinicoltura

 

INDICE

 

03 – razze delle vacche da latte
05 – ciclo estrale di una bovina, calore e tecniche per la sua individuazione
07 – inseminazione artificiale, diagnosi di gravidanza, parametri di efficienza riproduttiva
10 – periodo dell’asciutta, parto e prime cure al vitello
13 – problemi di fertilità
17 – sintesi del latte, curva di lattazione
23 – sistemi di allevamento nella zootecnia della vacca da latte
27 – bovino da carne

 

01 – RAZZE DELLE VACCHE DA LATTE

 

RAZZE SPECIALIZZATE

 

1) Frisona

E’ una razza specializzata da latte che presenta la massima espressione di caratteri genetici per la produzione del latte:

  • grande capacità respiratoria
  • grande capacità di ingestione
  • grande mammella
  • grande apparato circolatorio (si calcola che producendo 1 kg di latte, passano per la mammella 400 litri di sangue)
  • struttura longilinea: muscolo poco sviluppato
  • animale molo leggero e molto fragile: inadatto al pascolo

 

Presenta il mantello pezzato nero con cute e mucose pigmentate.

La Frisona Polacca è diffusa nei Paesi dell’Est. Questa, comunque, è meno specializzata per la produzione del latte.

I maschi sono destinati alla produzione della carne di vitello a carne bianca.

La Frisona Pezzata Rossa presenta la testa non bianca, ma ha la pezzatura rossa: è un modo per distinguerla da una Simmenthal.

L’alta specializzazione produttiva ha portato ad una forte diminuzione della longevità con il conseguente forte innalzamento della quota di rimonta.

Sito Internet: www.anafi.it

 

2) Bruna

E’ un animale di grande mole. Nasce come razza a duplice attitudine: portata negli Stati Uniti d’America è stata in seguito migliorata con animali autoctoni (e venne chiamata Brown Swiss). La Bruna è diventata quindi una razza molto specializzata nella produzione del latte. Ritornata in Europa, si caratterizzò come razza molto specializzata, un animale quindi ben diverso da quello originale europeo. Da notare che, comunque, in media questa razza produce circa 20 quintali di latte in meno rispetto alla Frisona. Sempre rispetto alla Frisona, la Bruna è un animale più tardivo [precocità = velocità con cui un organismo raggiunge uno stadio di sviluppo].

Sito Internet: www.anarb.it

 

 

3) Jersey

È una razza di modeste dimensioni, specializzata per la produzione di latte. Come la Bruna, è una razza di origine europea (danese) che viene trasferita negli Stati Uniti d’America. E’ da circa 12 anni in Italia. Il latte prodotto risulta ricco di proteina che è garanzia di qualità. Tuttavia la linea americana è sbilanciata a favore della produzione, mentre quella danese verso i titoli di proteina e grasso.

È una razza butirrifera: il latte è ricco di proteina e grasso, con colorazione giallognola.

 

RAZZE E DUPLICE ATTITUDINE (non si punta solo sulla produzione del latte, ma anche sulla vendita del vitello).

 

4) Pezzata Rossa Italiana  (Simmenthal)

Presenta la testa bianca e il corpo pezzato rosso. La struttura scheletrica è forte, l’animale è pesante e adatto al pascolo.

È la terza razza nazionale.

Produce quasi tanto latte quanto la Bruna, quando, però, il vitello della Bruna vale molto meno.

Sito Internet: www.anapri.it

 

5) Valdostana

Questa razza presenta 3 tipi genetici: Pezzata rossa, Castana e Pezzata Nera.

La Pezzata rossa è un animale di piccola mole, estremamente rustico, vive a 3000m d’altezza e con poco (e produce di conseguenza poco). È l’unica razza di bovine utilizzata per la produzione del formaggio Fontina. L’allevamento è stagionalizzato.

La Castana è impiegata nei combattimenti (non cruenti) di bovini tipici nelle località valdostane: è importante per il turismo locale.

 

6) Grigio Alpina

Utilizzata in Val Venosta, in Alto Adige. È un animale di piccola mole, adatto al pascolo, abbastanza frugale. Al pascolo non deve superare i 50q di latte per lattazione, altrimenti è palese l’utilizzo di mangimi

 

7) Rendena

Originaria della Val Rendena, nel Trentino, è si è diffusa nelle province di Padova e nell’Alto Vicentino. È la razza più longeva.

Sito Internet: www.anare.it

 

8) Pinzgauer

Animale di piccola mole. Presenta la testa rossa (no ceppo Simmenthal) e macchie bianche lungo il dorso fino alle natiche. Diffuso in Alto Adige.

 

Non c’è una vacca ideale in assoluto: secondo le nostre esigenze siamo noi che scegliamo l’animale giusto nel posto giusto.

 

 

02 – CICLO ESTRALE DI UNA BOVINA, CALORE E TECNICHE PER LA SUA INDIVIDUZIONE

 

Raggiungimento della pubertà (=maturità sessuale): in media 10 mesi (6-14).

La fecondazione non avviene mai a 10 mesi, sarebbe troppo presto: si comprometterebbe lo sviluppo della bovina. Quindi la prima fecondazione avviene a sviluppo somatico adeguato.

 

Durata ciclo estrale: 21 giorni (18-24).

L’attività riproduttiva femminile è ciclica: circa ogni 21 giorni la bovina è sessualmente riproduttiva, e solo per 24h circa essa è disposta a farsi montare dal toro all’interno di questo ciclo.

 

Durata gravidanza: circa 9 mesi e 13 giorni, 283 giorni (278-288).

Questo dato dipende principalmente da età e razza della bovina.

 

La vita produttiva della bovina inizia ben dopo la nascita, infatti come minimo passano 2 anni prima che si possa produrre reddito. In questo periodo la vacca è un costo, che dilata in base al tempo che intercorre alla prima gravidanza. Tanto maggiori sono i problemi di fertilità, tanti maggiori saranno gli animali improduttivi: questi vengono eliminati, però devono essere già pronte le bovine per la rimonta.

 

IL CICLO ESTRALE

È il tempo che intercorre tra 2 estri successivi; è dovuto agli ormoni. Si suddivide in:

1 - proestro (fase follicolare): da 1 a 3 giorni. A livello ovarico si nota la degenerazione del corpo luteo, formato dalla precedente ovulazione e lo sviluppo del follicolo.

L’FSH, prodotto dall’ipofisi e indirizzato al follicolo nell’ovaia, stimola lo sviluppo dello stesso follicolo e la produzione di estrogeni. A sua volta il follicolo produce gli estrogeni, indirizzati al cervello per promuovere la variazioni del comportamento associate al calore; all’ipofisi per aumentare il rilascio di FSH e di LH durante l’estro; agli organi genitali per aumentare l’attività muscolare.

2 - estro o calore (fase luteale): da 8 a 30h. A livello ovarico si nota la maturazione del follicolo. Questo è l’unico periodo di recettività sessuale della bovina. Segue poi l’ovulazione in cui c’è lo scoppio del follicolo maturo con il rilascio dell’ovulo nell’ovidutto. La parete cellulare dell’ovulo in seguito si organizza formando il corpo luteo, produttore di nuovi ormoni.

Il progesterone, prodotto dal corpo luteo e indirizzato all’ipotalamo, blocca la produzione di FSH per evitare la produzione di nuovi follicoli per 15-20 giorni; all’utero per creare un ambiente ottimale per l’eventuale ovulo fecondato. Se non avviene la fecondazione il corpo luteo comincia a regredire: dall’utero partono messaggi ormonali (prostaglandine) che lo fanno regredire con il conseguente abbassamento di progesterone nel sangue: la vacca può partire con un nuovo ciclo. Se, invece, avviene la fecondazione, dall’utero non partono i messaggi ormonali sopra citati, ma messaggi che determinano livelli elevati di progesterone. Se dopo 21 giorni la vacca non ritorna in calore, è possibile che la vacca sia fecondata.

IL CALORE

È utile sincronizzare l’andata in calore di un gruppo di bovine: lo si fa attraverso trattamenti endocrini o prolungando la fase luteale (con progesterone) o sospendendola (con prostaglandine).

La durata del calore è di circa 12-24 ore. La bovina presenta diversi sintomi:

  • essa è inquieta, aumenta l’attività motoria, ha muggiti frequenti così come le minzioni sono frequenti;
  • la vacca monta le altre bovine, compagne di gioco, per simulare il toro (fase attiva).
  • la vacca si fa montare dalle congeneri (fase passiva): è qui, quando cioè l’animale si fa montare e sposta la coda, che la vacca è in calore ed è sessualmente attiva;
  • a seguito di pressioni sulla coscia, la bovina (che è nella fase passiva) tende ad innalzare la coda ed ad inarcare il dorso;
  • a livello vaginale , presenza di uno scolo mucoso vitreo (color bianco dell’uovo) che fuoriesce dalla apertura della cervice: esso è il tappo mucoso della cervice, che serve ad evitare l’intrusione di patogeni (nei restanti 20 giorni); se esso è sanguinolento è indice di infezioni;
  • epitelio vaginale (quello visibile) turgido ed arrossato;
  • possibile riduzione di ingestione alimentare e di produzione di latte.

 

INDIVIDUAZIONE DEL CALORE

Le ore in cui gli animali manifestano il calore sono la tarda sera e il mattino presto: per individuare il calore bisogna controllare sempre le bovine, ma in modo particolare dalle 20,00 alle 6.00.

Diversi sono i fattori che limitano l’individuazione del calore:

  • il fatto che la vacca sia gravida (quindi è una distrazione dell’operatore);
  • se la vacca ha partorito da poco;
  • se la vacca è in anestro (non cicla) perché è denutrita, ci sono infezioni vaginali, metriti, cisti ovariche o comunque situazioni che interferiscono con la normale attività endocrina;
  • complicazioni del precedente parto;
  • calori silenti: la vacca ovula, ma non manifesta sintomi;
  • l’operatore non riconosce i sintomi del calore.

 

I sistemi di individuazione del calore moderni sono attualmente due: i pedometri e l’Heat Watch™(che non è usato in Italia perché non è stata concessa una frequenza di onde su cui operare).

I pedometri misurano l’attività motoria di una bovina. Sono dei contapassi che registrano i Km percorsi, quando l’animale si reca in sala di mungitura (quindi 2 volte al giorno) e non appena notano un incremento notevole rispetto al normale lo segnalano: qui entra in gioco l’operatore che deve controllare se quel determinato animale segnalato sia veramente in calore (o non, per esempio, in fase attiva). L’aspetto negativo di questo sistema è che si hanno i dati solo 2 volte al giorno, quando le vacche vanno in sala di mungitura (quindi non valgono per le manze) e quindi si ha una risposta tardiva: il sistema non indica quando il calore è iniziato.

L’Heat Watch™, utilizzato negli Stati Uniti d’America, registra il momento in cui la vacca si fa montare: rileva l’inizio della fase passiva. Conoscere questo dato è utile perché il momento ottimale per procedere con l’inseminazione artificiale è circa 8 ore dopo l’inizio della fase passiva. Si è visto che questo sistema può individuare il 99% dei calori, mentre la semplice rilevazione dell’operatore individua in media solo il 25% dei calori.

 

03 – INSEMINAZIONE ARTIFICIALE, DIAGNOSI DI GRAVIDANZA, PARAMETRI DI EFFICIENZA RIPRODUTTIVA

 

VANTAGGI:

  • possibilità di scelta del toro ideale da accoppiare con una bovina: incremento del miglioramento genetico;
  • non è necessario che il toro resti in azienda: minori problemi di sicurezza;
  • riduzione del grado di parentela delle bovine;
  • minor rischio di trovare nella prole caratteri indesiderati;
  • seme “garantito” dal progeny test: valutazione del toro prima della messa in commercio del suo seme;
  • assenza di malattie sessuali

 

La buona riuscita dell’inseminazione è chiaramente legata alla corretta realizzazione del procedimento da parte dell’operatore.

In particolare egli deve:

  • identificare la vacca in calore;
  • isolarla
  • preparare il seme: esso è stoccato in azoto liquido, quindi egli deve scongelarlo gradualmente immergendo la paiette che lo contiene in acqua tiepida, fino al raggiungimento della temperatura fisiologica della vacca; questa temperatura deve poi essere mantenuta;
  • con un quanto ginecologico si entra nel retto e si va a palpare la base per sentire dove si trova la cervice;
  • la pistolette, inserita dalla vagina,  deve essere diretta dalla mano inserita nel retto; la pistolette passare oltre l’utero e lì rilasciare il seme.

 

PERIODO DELLA INSEMINAZIONE

La più elevata percentuale di fertilità è ottenuta in un intervallo di tempo che va dalle 8 alle 12 ore dall’inizio del calore passivo. In pratica, se l’operatore vede che la bovina è in calore nel tardo pomeriggio o sera, egli effettuerà l’inseminazione nel primo mattino del giorno seguente e viceversa e per maggiore sicurezza può anche ripetere l’operazione. Il rischio che non deve correre è comunque quello aspettare troppo.

Eseguito l’intervento, l’operatore deve aspettare 21 giorni: se la vacca ritorna in calore, l’inseminazione non è avvenuta (se è avvenuta realmente il corpo luteo diventa gravidico e aumenta il livello di progesterone, da parte del corpo luteo e della placenta).

 

DIAGNOSI DI GRAVIDANZA

  • assenza di calori: metodo non attendibile in bovine con attività ciclica irregolare o con manifestazioni estrali poco evidenti;
  • dosaggio del progesterone: attraverso il prelievo di latte o di sangue: metodo caratterizzato da attendibilità elevata; però costoso;
  • ecografia dell’utero: a 30-40 giorni; metodo costoso;
  • visita ginecologica: a 40 giorni; attraverso la palpazione rettale si sente la presenza dell’embrione.

 

In termini di fabbisogni, essi sono da considerare dal 7°mese in poi: prima sono irrisori.

 

 

PARAMETRI DI EFFICIENZA RIPRODUTTIVA

Essi sono:

  • età primo parto: (24-26 mesi); tuttavia gli allevatori preferiscono posticipare questo dato; il valore dipende sia dall’allevatore che dalla manza (precocità);
  • interparto: periodo che va da un parto al successivo; (ottimale: 12 mesi; normale: 13-14 mesi);
  • intervallo parto - prima inseminazione: è l’età della manza alla prima inseminazione; (ottimale 60-90 giorni);
  • intervallo parto – concepimento: è l’età della manza al primo concepimento; (deve essere circa di 100 giorni);
  • n° di inseminazioni per gravidanza: (1.5-1.7); sono maggiori se l’intervallo parto-concepimento si allunga;
  • bovine eliminate per ipofertilità: < 10%
  • quota di sostituzione: è la percentuale di bovine che devono essere sostituite annualmente perché sono a fine carriera o perché “incidentate”.

 

CALCOLO DEL N° DI INSEMINAZIONI PER GRAVIDANZA

Prendiamo come esempio l’ottenimento della quota di rimonta di una mandria di bovine. In questa mandria, una parte, es. il 25%, deve essere eliminata perché rappresenta vacche o che sono a fine carriera o che presentano dei problemi. Quindi bisogna rimpiazzarle con manze gravide uguali per numero (25% del totale) e per razza. Non è possibile, però, pensare di fecondare solo il 25% delle vacche della mandria perché potrebbero nascere vitelli (cioè maschi), e, delle femmine nate, non tutte arriverebbero (statisticamente) alla fase in cui possono essere fecondate oppure potrebbero nascere manze che non restano gravide.

In sintesi:

  • 100 = bovine della mandria;
  •   25 = bovine da eliminare = bovine da inserire nel ciclo produttivo;

 

… per ottenere almeno 25 manze bisogna fecondare un numero di vacche maggiore di 25:

  • sapendo che il 15% dei nati non raggiungerà la fase adulta, si aggiunge il 15% al numero di manze che si vuole ottenere, cioè 25.  ( 0.15 X 25 + 25 = 29 );
  • potrebbero nascere dei vitelli: si ha il 50% delle possibilità che nasca una manza. Si deve quindi raddoppiare il numero di vacche fecondate. ( 29 X 2 = 58 );
  • alcuni nati muoiono, in media il 10%.   ( 0.1 X 58 + 58 = 64)

 

Quindi, statisticamente, per ottenere 25 manze da una mandria di 100 vacche, non bastano semplicemente 25 fecondazioni, bensì 64.

Queste 64 vacche saranno fecondate dal seme di un toro della stessa razza. Queste vacche sono scelte perché sono molto produttive, per il loro comportamento e per la loro morfologia. Le altre 36 vacche, invece, se non hanno un grande valore commerciale, vengono fecondate da un toro di diversa razza. È noto che il vitello di una vacca da latte vale molto poco: viene venduto molto giovane per la produzione del vitello a carne bianca. Il suo valore è quindi legato alla sua attitudine alla produzione di carne. Quindi le 36 vacche dovranno essere fecondate con un toro con una buona attitudine alla produzione della carne. Non tutti i tori che presentano questa caratteristica vanno però bene: i loro vitelli possono raggiungere, alla nascita, anche 60kg di peso, il che provocherebbe, per via dell’esile corporatura di una vacca da latte, delle complicazioni di parto tali da giustificare la presenza di un veterinario.

Bisogna quindi selezionare razze da carne che non hanno vitelli pesanti (es. limousine) per diminuire le complicazioni durante il parto delle vacche da latte.

 

 

 

04 – PERIODO DELL’ASCIUTTA, PARTO E PRIME CURE AL VITELLO

Dopo aver accertato (o con l’analisi del progesterone o con l’ausilio del veterinario) che la bovina è gravida, bisogna calcolare la data presunta di parto sommando 283 giorni alla data di inseminazione. Sapere in maniera approssimativa quando la vacca partorirà è molto importante per un allevatore per sapere quando iniziare con il periodo dell’asciutta.

 

L’ASCIUTTA

È il periodo che precede di 45 – 60 giorni il parto. È una fase improduttiva della vacca, ed è l’allevatore che la attua. Si potrebbe dire che egli, non mungendo la vacca,  rinuncia a dei soldi per poterne guadagnare di più durante la nuova lattazione.

Si attua attraverso una consistente diminuzione della concentrazione energetica della razione: la dieta è ricca di fibra lunga (paglia). L’animale, che ha fame, in 2 giorni dimezza la produzione di latte.

Motivazioni: 

  • fornire alla mammella, dopo 10 mesi di attività intensa, un periodo di riposo, necessario per ricostituire il tessuto secernente in vista della successiva lattazione; così come il rumine;
  • garantire alla bovina un periodo di limitato stress nutrizionale e produttivo;
  • favorire, attraverso la tacitazione della mammella, un maggiore invio di nutritivi verso il feto che affronta in questa fase il maggiore sviluppo con un incremento dei fabbisogni. (La bovina spende l’energia per il mantenimento, la lattazione e la gravidanza: se si tacita una delle voci di spesa, il feto ha più energia in questa fase dove i fabbisogni di energia crescono in maniera esponenziale).

 

Tanto minore è la durata dell’asciutta, tanto maggiore è la perdita di latte nella successiva lattazione.

 

MOMENTI CRITICI DELL’ASCIUTTA

  • Nelle prime 2 settimane: a causa dello stress nutrizionale (fame) c’è un calo delle difese immunitarie. Se l’allevatore non inietta nella mammella un antibiotico dopo l’ultima mungitura, e se egli non controlla in questo periodo le mammelle, c’è il rischio dello sviluppo di mastiti.

 

  • Ultime 3 settimane prima della data presunta del parto: c’è un notevole aumento dei fabbisogni energetici della bovina dovuti alla crescita fetale e allo sviluppo del tessuto mammario (la manza rispetto alla vacca deve soddisfare i fabbisogni di accrescimento, che si aggiungono a quelli di mantenimento). Tuttavia si riscontra parallelamente un altro fenomeno: la riduzione di ingestione, dovuta alla limitata capacità di ingestione causata dall’ingombro fetale e dal quadro endocrino (il calo è del 30%). Bisogna quindi aumentare la densità energetica della razione, fornire più energia con meno volume. Il calo di ingestione è maggiore nella vacche grasse. In ogni modo, la bovina si trova in deficit nutrizionale. Ciò comporta la mobilizzazione delle riserve adipose (grasso): si accumulano nel fegato trigliceridi e si liberano acidi grassi non esterificati con la conseguente messa in circolo di NEFA nel sangue. Però l’organismo per poterne ricavare energia ha bisogno di glucosio di cui è carente a causa della denutrizione: l’incompleta ossidazione dei NEFA causa la formazione di corpi chetonici nel sangue con la conseguente intossicazione della bovina: è la chetosi. Se non viene curata, la chetosi provoca la steatosi, che può provocare la cirrosi epatica e la morte dell’animale. [Anche l’uomo può essere colpito dalla chetosi (acetone): è una dismetabolia nei bambini associata allo stato influenzale. Infatti il bambino non ha fame e smette di mangiare: l’organismo mobilizza i depositi di grassi, ma non riesce ad ossidarli a causa del basso tenore glicemico e si ha così l’aumento di corpi chetonici. L’alito del bambino puzza di aceto. È un circolo vizioso, che può essere velocemente spezzato con l’assunzione di zuccheri]. Nelle bovine si può intervenire prevenendo la chetosi: si fornisce all’animale dei precursori del glucosio (non si può somministrare direttamente lo zucchero perché esso viene subito utilizzato dai batteri ruminali). Questi precursori sono l’acido propionico o il glicole di propandiolo (quest’ultimo presenta una discreta resistenza all’attacco dei microrganismi ruminali e un buon assorbimento, soprattutto se somministrato assieme all’acqua di bevanda). La terapia consiste nell’iniettare, via endovena, il glucosio.

In questo periodo di 3 settimane prima del parto, che si chiama “steaming up”, si deve aumentare la concentrazione energetica della dieta modificando la dieta di asciutta aumentando il mais e il silomais, per fornire più energia alla bovina. Molti allevatori in pratica sostituiscono parte della dieta di asciutta con dell’unifeed della fase di lattazione (il che va bene, però insorgono problemi di minerali, soprattutto per il potassio).

Un animale che si presenta bene al parto, nelle successive settimane di lattazione sarà meno stressato: le produzioni saranno elevate.

 

IL PARTO

Nelle 24 ore antecedenti il parto si nota un aumento del volume della mammella e dalla vulva, che si presenta edematosa, si vede pendere uno scolo mucoso e vitreo: la cervice è aperta, come nel caso del calore, e permette il passaggio del vitello.

Alla base di queste modificazioni c’è l’intervento endocrino:

        dalla placenta partono (1) le prostaglandine: esse inattivano il corpo luteo gravidico, il che diminuisce il progesterone e riattiva l’asse ipotalamo-apofisarico con la produzione dell’ossitocina (che favorisce le contrazioni muscolari).

Ora la bovina tende ad isolarsi: essa deve essere portata in sala parto, in un box separato, dove è importante che la lettiera sia pulita e che non ci siano rumori che potrebbero risultare fastidiosi all’animale.

Bisogna poi valutare la posizione del vitello: lo si fa inserendo la mano direttamente nella cervice, facendo attenzione alle condizioni igieniche (guanti ginecologici).

Fasi del parto:

  • 1) comparsa delle prime acque
  • 2) espulsione del feto: il vitello comincia dapprima ad impegnare il canale del parto (risultano ora visibili le estremità distali degli arti). Se il vitello è messo in una posizione scorretta si deve aiutare la vacca; ma se ciò non è purtroppo possibile, e quindi la vacca e il vitello sono in pericolo di vita,  il veterinario deve praticare il cesareo. [Esso viene fatto lateralmente: si arriva alla parete dell’utero raggiungendo il vitello e lo si estrae, poi si sutura la ferita].
  • Secondamento: operazione di espulsione, entro 12 ore, da parte della bovina della placenta, (altrimenti c’è il pericolo di formazione di infezioni e metriti).

 

 

L’operatore, una volta nato il vitello, deve in particolare:

  • prendere il neonato per le gambe posteriori e scuoterlo: questo sia per far espellere dalla bocca eventuali residui, ma anche per stimolare la respirazione;
  • asciugare il vitello;
  • separare subito il vitello dalla madre (vacche da latte): questo per non far assumere al vitello il colostro, altrimenti la mammella si abituerebbe ad un tipo di stimolazione della mungitura che non è possibile ricreare negli impianti di mungitura.

 

IL COLOSTRO

Il vitello, contrariamente ad altri mammiferi compreso l’uomo, nasce privo dell’immunità passiva, cioè quella ereditata dalla madre. È il tipo di placenta che interviene in questo meccanismo di trasmissione: quella della bovina presenta una organizzazione complessa, molto ispessita. Il vitello, alla nascita, è quindi molto esposto all’attacco dei patogeni: è necessario che esso assuma al più presto il colostro, per poter sopravvivere.

Il colostro non è latte: esso è il primo secreto della ghiandola mammaria immediatamente dopo il parto; comparandolo con i componenti nutritivi del latte si nota che:

  • le proteine sono molto più numerose e di diverso tipo (immunoglobuline);
  • i lipidi sono presenti in quantità maggiore: essi sono la frazione energetica, componente essenziale al primo alimento assunto dal vitello; il lattosio è meno presente;
  • elevato contenuto vitaminico e di sali (magnesio).

 

Colostro

Latte

ACQUA

76.1%

85%

PROTEINE

14%

3%

LIPIDI

6.7%

3.5%

LATTOSIO

2.7%

5%

CENERI

1.1%

0.7%

 

Funzioni del colostro:

1 – Funzione immunitaria: perché il colostro apporti le immunoglobuline, vitali per il vitello, bisogna che si verifichino contemporaneamente due fenomeni:

  • le immunoglobuline non vengano attaccate da nessun enzima: normalmente gli organismi superiori non assorbono direttamente proteine perché esse vengono prima scomposte in amminoacidi per opera delle proteasi. Però, e questo purtroppo solo per qualche ora, le protesi vengono inattivate;
  • le immunoglobuline, arrivate direttamente nell’abomaso (il vitello nasce infatti monogastrico), vengano assorbite come tali nella mucosa intestinale.

 

Bisogna mungere subito il colostro perché il meccanismo appena descritto dura solo qualche ora, fino ad annullarsi dopo le 24 ore dal parto.

Se non c’è disponibilità di colostro materno, si può somministrare quello di un’altra vacca, o quello stoccato, o quello artificiale, al limite si può crearlo con latte, zucchero, tuorlo d’uovo.

2 – Funzione lassativa: per favorire la pulizia del digerente da residui fetali. Ciò grazie al magnesio e alla scarsità di potassio.

3 – Funzione nutrizionale: grazie all’elevato contenuto energetico.

 

05 – PROBLEMI DI FERTILITA’

L’ipofertilità è la prima causa di eliminazione delle vacche da latte. Un miglioramento dell’efficienza riproduttiva nell’allevamento significa aumento della produzione di latte, aumento del numero dei vitelli per vacca, diminuzione costi dovuti a: problemi al parto, interventi veterinari, n° vacche eliminate, allevamento della rimonta.

Nell’azienda di vacche da latte quasi sempre, infatti, non ci sono solamente le vacche in produzione, ma anche la rimonta: animali improduttivi che quindi sono solo un costo senza un ritorno di denaro immediato. La rimonta è tanto consistente quante sono le vacche da sostituire. Un buon tasso annuale di sostituzione in un’azienda di vacche da latte è il 20% dell’intera mandria. Tanto minore è l’età media ai parti, tanto maggiore è la quota di sostituzione e tanto maggiore è la quota di rimonta.

 

Equazione dell’efficienza riproduttiva

La % delle gravidanze è data da 4 fattori:

  • % fertilità vacche
  • % fertilità seme
  • % identificazioni estri
  • % efficienza inseminazioni

esempio:

 

azienda 1

azienda 2

% fertilità vacche

95

70

% fertilità seme

95

95

% identificazione estri

95

95

% efficienza inseminazioni

95

95

% GRAVIDANZE

81.5

60

Si vede subito che basta che un solo fattore si abbassi (e di poco) per ridurre di molto la percentuale di vacche gravide (ottenuta moltiplicando le % di tutti i 4 fattori).

 

Negli ultimi 10 anni, la produzione di latte è aumentata del 18%, ma l’ingestione alimentare solo del 6%, (non del 18%, come teoricamente impone la II legge della termodinamica secondo cui nulla si crea, nulla si distrugge: le vacche mangiano di meno perché il digerente è sempre più limitato dalla crescente grandezza della mammella).
Tale incremento della produzione è stato reso possibile in particolare attraverso la selezione e aumentando nelle vacche gli ormoni che sostengono la lattazione (bST,prolattina) e diminuendo l’insulina, che si oppone alla produzione di latte.

Se le vacche producono di più esse i nutritivi sono veicolati soprattutto verso la mammella, più che per favorire la fertilità e la gestazione. Quindi all’aumentare della produzione, la ripresa dell’attività sessuale della vacca risulta più allungata: intervallo parto -concepimento: +22%; età media ai parti – 8%; n° lattazioni – 11%.

 

L’aumento della produttività porta quindi all’aumento dell’ipofertilità che porta all’eliminazione della vacca: la vita media produttiva, quindi, all’aumentare della produttività, si riduce; inoltre aumentando l’intervallo parto – prima inseminazione, la percentuale di concepimenti alla prima inseminazione (primo tentativo) si riduce.

Ricadute economiche e gestionali:

  • perdita di produzione totale di latte nel corso dell’intera carriera produttiva della bovine non fertili;
  • aumento delle spese per trattamenti veterinari (per poter sperare che la vacca resti gravida);
  • aumento della rimonta aziendale;
  • rallentamento del progresso genetico aziendale (perché la vacca più produttiva non resta gravida e viceversa);

 

PRINCIPALI RELAZIONI TRA ALIMENTAZIONE E FERTILITA’

1 - Deficit energetico in apertura di lattazione: la bovina, avvicinandosi al parto, tende a ridurre il consumo alimentare ma intanto i fabbisogni crescono. La vacca quindi entra in un bilancio energetico negativo: il secondo principio della termodinamica insegna che nulla si crea, tutto si trasforma, infatti la vacca ora comincia a mobilizzare le riserve adipose corporee.

Il BCS (Body Condition Score) è il punteggio di conformazione corporea, valuta cioè l’entità delle riserve energetiche della bovina in particolari regioni del corpo attraverso un rilievo visivo e/o tattile del grasso sottocutaneo. La scala varia da 1 (vacca magrissima) a 5 punti (vacca obesa).

Il BCS ideale di una bovina al parto varia da 3.25 a 3.75. Dopo il parto è fisiologica una perdita di punteggio del BCS, ma comunque non deve superare l’unità al picco di lattazione. Dopo il picco di lattazione, rimane ancora il deficit, poiché il picco di ingestione si verifica solo circa 30 giorni il picco di lattazione. In seguito la vacca diminuisce gradualmente la lattazione recuperando peso corporeo, ritornando infine in asciutta sempre a BCS di 3.25-3.75.

In questa fase di apertura di lattazione la vacca non può ciclare perché è in grande deficit energetico; tanto più marcato è questo deficit, tanto più lungo sarà questo periodo di non fertilità.

Se il BCS > 3.75: vacca troppo grassa; tanto più tanto più la vacca ha depositato grasso, tanto meno essa tende a mobilizzare i lipidi: probabile insorgenza della chetosi. Inoltre l’animale grasso ha difficoltà nel parto e presenta il problema della ritenzione della placenta con conseguenti infezioni. L’obesità è legata all’ipofertilità: tanto più tardivamente la bovina rimane gravida, tanto più grassa sarà. Infatti, rispetto ad una vacca con attività sessuale regolare, il periodo di interparto aumenta, così come i giorni per ingrassare, infatti il tempo per recuperare peso si dilata.

La perdita di peso corporea non deve essere veloce e marcata, altrimenti si prolunga la fase di anestro post partum riducendo l’efficienza riproduttiva della bovina:
- l’animale riprende l’ovulazione in ritardo;
- l’intervallo parto-primo calore aumenta;
- l’intervallo parto-prima inseminazione aumenta;
- concepimento al primo servizio: 1/5 anziché 1/2;

Bisognerebbe fornire all’animale come fonte energetica cereali più che lipidi, che sono poco appetibili.

Ecco che la vacca con deficit nutrizionale entra in chetosi.

 

Equazione del rumine:

 

C6H12O6 + NH3 à MO + AGV + CH4 + CO2

 

C6H12O6 + NH3 : glucosio (carboidrati fermentescibili);
NH3 : azoto ammoniacale;
MO : microrganismi: fermentano e crescono e danno prodotti di trasformazione (AGV, CH4, CO2);
AGV : acidi grassi volatili (Acetico, C2; Propionico, C3; Butirrico, C4);
CH4 : metano;
CO2 : anidride carbonica.

I due reagenti provengono sostanzialmente dall’alimento. La velocità con cui i microrganismi attaccano i carboidrati dipende dal tipo di carboidrati (amido o fibra).

L’amido è il substrato che i batteri amminolitici fermentano più velocemente. Tra gli AGV prevale l’acido propionico (C3) che viene subito convertito in acido lattico. Questo non è volatile ed è corrosivo: abbassa il pH ruminale. Ecco quindi che la vacca va in acidosi, per l’eccesso di acido lattico, perché si fornisce al ruminante troppi concentrati e non una dose adeguata di fibra: esse infatti favorisce la ruminazione, cioè il rigurgito di un bolo alimentare per la rimasticazione. La ruminazione non avviene sempre, è favorita dalla fibra strutturata: se questa manca, inevitabilmente il pH ruminale precipita.

Giocando sul rapporto amido-fibra, si modifica il tipo di AGV: se prevale la fibra (NDF), si produrrà acido acetico; se prevalgono i concentrati (NSC), si produrrà acido propionico.

Per limitare il deficit nutrizionale all’inizio della lattazione bisogna stimolare la massima ingestione alimentare prima e dopo il parto, attraverso:

  • una corretta formulazione e distribuzione della razione;
  • la prevenzione della chetosi (utilizzando ad esempio precursori del glucosio per prevenire la formazione dei corpi che tonici);
  • la riduzione dello stress per l’animale (bisogna eliminare le cause di stress: sovraffollamento che aumenta la competizione fra gli animali; pavimentazione scorretta che induce l’animale a evitare di spostarsi e di andare in mangiatoia).

Se si riesce a stimolare una maggiore ingestione in apertura di lattazione, si nota che:

  • l’animale produce più latte;
  • l’animale perde meno peso (minore mobilizzazione depositi adiposi e maggiore imput alimentare)
  • statisticamente ci sono maggiori possibilità che al primo servizio la bovina resti gravida.

 

2 – Contenuto proteico della razione: all’aumentare della proteina ingerita, aumenta l’urea nel sangue. L’urea è la forma con cui gli organismi superiori si liberano dell’azoto presente negli aminoacidi. Perché il rumine lavori correttamente, il rapporto tra carboidrati fermentescibili (zuccheri, amidi, NDF) e azoto non proteico e proteina microbica ( prot. solubile, prot. velocemente degradabile, prot. lentamente degradabile) deve essere 3 : 1.

Se, però, c’è troppo azoto non proteico, il rumine libera ammoniaca, che arriva al fegato dove, per mezzo del ciclo dell’ornitina, essa viene trasformata in urea (al contrario dei pesci che eliminano dall’organismo direttamente ammoniaca) a causa dell’elevata tossicità dell’ammoniaca. L’urea è molto solubile e passa quindi in tutti i fluidi corporei. Nell’organismo si verifica perciò un sensibile aumento dell’ammoniaca e dell’urea.

Ci può essere un accumulo di urea anche per un altro fenomeno. Per sintetizzare una proteina, l’organismo ha bisogno di una serie di amminoacidi. Ma se uno e solo uno di essi manca, la sintesi non viene eseguita: gli amminoacidi in eccesso vanno a finire nel fegato dove il gruppo amminico (NH2) viene rotto, con la conseguente formazione di ammoniaca. Quindi se anche non si avesse una eccesso di proteina nella dieta, ma in un determinato organo mancasse un aminoacido essenziale per la produzione di una proteina, si verificherà lo stesso un accumulo di ammoniaca.

In sintesi, l’ammoniaca può essere prodotta da un eccesso di proteina degradabile nella dieta o da uno sbilanciamento degli amminoacidi presenti nell’organismo per la sintesi di una proteina.

L’aumento dell’ammoniaca e dell’urea (molecola basica)  nel sangue, provoca:

  • diminuzione di LH e progesterone che porta ad un ridotto sviluppo dei follicoli e ad una limitata ovulazione, difficoltà di passaggio dell’uovo fecondato attraverso l’ovidotto, ridotto attecchimento a livello uterino;
  • tossicità su gameti ed embrioni, poiché aumenta l’urea nel muco vaginale, il pH uterino si modifica per l’aumento della basicità;
  • diminuzione dei linfociti e maggiore ipofertilità: infatti le difese immunitarie si indeboliscono, aumentano i problemi riproduttivi (cisti ovariche, metriti, ritenzioni di placenta) e aumenta pure il periodo parto-prima ovulazione.

 

Nelle diete di inizio lattazione, la percentuale di proteina degradabile deve essere del 60%.

 

3 – Tossicità da nitrati: i nitrati si trovano nei foraggi. Essi rappresentano la prima forma di azoto che la pianta assume dal terreno. Nella pianta, poi, avviene la trasformazione da azoto inorganico ad organico.

L’accumulo dipende da un’eccessiva fertilizzazione e da scarse precipitazioni.

I nitrati assunti dall’animale arrivano nel rumine: una parte viene utilizzata come proteina degradabile, il resto si accumula: vengono quindi trasformati in nitriti, che risultano in eccesso. Essi si legano all’emoglobina formando metaemoglobina, che provoca la carenza di ossigeno a livello periferico quindi l’anossia dei tessuti periferici. Ciò fa diminuire la produzione di progesterone che provoca riassorbimenti embrionali ed aborti precoci.
Se i foraggi sono inquinati bisogna diluirli, oppure, al momento del taglio, subito procedere con l’insilamento (perché le fermentazioni dovute alla crescita microbica utilizzano i nitrati e quindi ne diminuiscono il tenore. Bisognerebbe inoltre insilare con taglio alto, poiché i nitrati si accumulano sulla base delle piante.

 

06 – SINTESI DEL LATTE E CURVA DI LATTAZIONE

 

Il latte è il secreto della ghiandola mammaria dei mammiferi. Non è il primo secreto (bensì è il colostro) e compare da circa il quinto giorno di lattazione.

Esso è un alimento completo, cioè possiede tutti i principi nutritivi necessari per il metabolismo dell’animale (ma non nella quantità necessaria per coprire i fabbisogni).

Composizione:


acqua

87.2%

proteine

3.1%

grasso

3.5%

lattosio

5.0%

ceneri

0.7%

energia

69Kcal/100g

densità

1031g/l

Note:

  • la percentuale di grasso del 3.5% può essere da 2.5 a 6% superiore o inferiore: dipende dalla razza della bovina e dall’alimentazione;
  • la concentrazione del lattosio influenza la sintesi del latte;

 

 

SINTESI DEL GRASSO

I grassi del latte sono trigliceridi, molecole ottenute dall’unione di una molecola di glicerolo con 3 acidi grassi.

Il glicerolo deriva nella maggior parte dal glucosio e in minima parte dai trigliceridi assorbiti dal sangue.

 

ACIDI GRASSI

1) A CATENA CORTA (da C4 a C14)

La sintesi avviene nella mammella a partire da acetato e b–idrossibutirrato, che derivano dalle fermentazioni ruminali.

Nel rumine:                    C6H12O6 + NH3   →    MO + AGV + CH4 + CO2

IL SUBSTRATO GLUCOSIO + AZOTO E’ ATTACCATO DAI MICR. RUM. CON PRODUZIONE PROTEINA  MICROB. + AC. ACETICO, PROPIONICO, BUTIRRICO + GAS FERM.

Nota: è dalla fermentazione della fibra che si formano i precursori dell’acido acetico e butirrico, i quali attraversano il rumine, arrivano al fegato e passano nel torrente circolatorio e arrivano alla mammella, dove vengono utilizzati per la sintesi, de novo, degli acidi grassi a catena corta.

2) A CATENA LUNGA (da C16)

Questi acidi grassi non vengo sintetizzati nella mammella, ma derivano dall’alimentazione animale o dalla mobilizzazione delle riserve corporee.

 

Il latte dei ruminanti, rispetto ai monogastrici presenta alcune peculiarità:

  • la quantità di acidi grassi a catena corta rappresenta una percentuale elevata (50%)
  • nella componente a catena lunga, gli acidi grassi non sono insaturi, ma saturi: non possiedono doppi legami, non sono liquidi a temperatura ambiente, risultano più dannosi rispetto agli insaturi.

 

Quindi queste due caratteristiche permettono di capire se il latte è di ruminante.

Nei ruminanti gli acidi grassi a catena corta sono in quantità elevata perché nel rumine la carica batterica, attaccando il substrato (glucosio + azoto), produce (oltre che gas di fermentazione) gli AGV. Se vi è un adeguato apporto di fibra, vengono prodotti soprattutto acetico e butirrico, anziché propionico. Gli acidi acetico e butirrico intervengono nella sintesi degli acidi grassi a catena corta. Ecco che un organismo che possiede il rumine produrrà una quantità maggiore di questi grassi rispetto a un organismo monogastrico.

Inoltre, sempre nel rumine, i batteri idrogenizzano i grassi, che quindi vengono saturati (la vacca ingerisce in prevalenza acidi grassi insaturi).  Ecco il motivo del maggior grado di saturazione dei grassi del latte di un ruminante rispetto a quello di un monogastrico.

Nel latte, i lipidi sono allo stato di emulsione (globuli), non in soluzione (e sarebbe impossibile). Se si lascia “riposare” il latte, si osserva che il latte tende ad affiorare e galleggiare. Questo fenomeno è utilizzato per la scrematura del latte.

La produzione di acido acetico e acido butirrico avviene nel rumine. Il precursore è la fibra della dieta, si può quindi modulare il grasso del latte modificando la dieta. Se si aumenta la fibra, aumenta il grasso del latte; se viene diminuita in favore dei concentrati, diminuiscono gli acidi acetico e butirrico e aumenta il propionico. Mancando i precursori del grasso , inevitabilmente questo calerà. E si può correre il rischio dell’insorgenza dell’acidosi, per la grande produzione di acido propionico e l’eccessiva presenza di carboidrati non strutturali. Se c’è un’eccessiva produzione di acido lattico, il precursore dell’acido propionico, il pH ruminale scende. Inoltre se la bovina rumina meno perché la fibra non è sufficiente, non c’è nemmeno l’azione tampone della saliva che garantirebbe un pH adeguato.

 

SINTESI DELLE PROTEINE

Le proteine sono una componente del latte molto importante, in Italia, dove il mercato si basa sulla produzione del formaggio.

Esse sono catene di aminoacidi; per la loro sintesi sono necessari: aminoacidi e energia, che è fornita dal glucosio.

Le fonti sono:

  • batteri ruminali (60-70%): è la proteina batterica;
  • proteina by-pass, che passa indegradata il rumine;
  • riserve corporee.

 

CASEINE: sono sintetizzate direttamente nella mammella a partire da aminoacidi e glucosio forniti dal sangue.

SIEROPROTEINE: sono sintetizzate nel fegato e derivano dalle sieroproteine presenti nel plasma del sangue.

 

SINTESI DEL LATTOSIO

Il lattosio è lo zucchero del latte. È un disaccaride, un isomero del glucosio, (formato da glucosio proveniente dal  torrente circolatorio + galattosio), ed è sintetizzato nel tessuto secernente mammario: il lattosio non deriva dal torrente circolatorio.

Il contenuto è circa 5%, principale componente del Residuo Secco Magro. Se la concentrazione cala, può essere che l’animale sia sottoalimentato. Anche la cattiva conservazione del latte (cioè ad una elevata temperatura) determina un abbassamento del livello di lattosio perché si producono fermentazioni: i batteri utilizzano il lattosio per produrre l’acido lattico con un abbassamento del pH.

Comunque non tutto il glucosio che arriva nella mammella serve alla sintesi del lattosio: il 50% serve a dare energia, alla sintesi dei lipidi delle proteine.

Se la mammella è sana, viene prodotto solo latte sterile: la carica batterica, che deve essere la minore possibile, è dovuta alla successiva crescita dei microrganismi. Questa crescita deve essere limitata per mezzo della refrigerazione del latte, nella vasca di refrigerazione, che abbassa il latte ad una temperatura di 2-6°C.

Il punto di refrigerazione indica a quale temperatura il latte congela. Questo non è un valore assoluto, dipende dalla quantità di acqua nel latte: tanto maggiore essa è, tanto più la temperatura di congelamento si avvicina allo zero. In condizioni ottimali è -0.54°C. comunque la legge accetta l’”annaffiamento tecnologico” dovuto ai processi produttivi, e il limite è un po’ più vicino allo zero. Comunque queste sono truffe del passato: ora il latte viene pagato in base alla qualità.

 

CURVA DI LATTAZIONE (=curva fabbisogni)

La vita produttiva inizia solo dopo il primo parto e solo da qui inizia la produzione del latte. L’animale diverrà “reddito” solo dopo aver “ripagato” la propria vita improduttiva.

La produzione di latte ha un andamento curvilineo

(INSERIRE GRAFICO LATTAZIONE + COMMENTO)

La produzione di latte dipende da:

  • n° di parto: la curva di lattazione di una primipara è sempre inferiore perché la manza non ha ancora raggiunto il massimo sviluppo, cosi come il tessuto secernente deve ancora svilupparsi;
  • razza;
  • stagione di produzione: il caldo fa diminuire la produzione perché aumenta lo stress metabolico dell’animale.

 

Si nota che la concentrazione di grasso, proteina e lattosio è inversamente proporzionale alla curva di lattazione; quindi in apertura di lattazione si ha la produzione di latte di migliore qualità.

 

07 – MUNGITURA E MASTITE

 

La mungitura è il processo che permette la eluizione del latte dai capezzoli bella bovina. Deve essere svolta correttamente, per ottenere tutto il latte possibile e per evitare l’insorgenza di mastiti.

(Inserire disegno anatomia mammella)

L’eluizione avviene grazie ad uno stimolo neuromuscolare: è uno stimolo, che può essere di diversa natura, che fa rilasciare l’ossitocina, ormone responsabile della contrazione dei capezzoli.

Lo stimolo può essere di tipo:

  • fisico – meccanica, dovuta all’attività dell’allevatore per la pulizia dei capezzoli;
  • visiva, dovuta alla visione del vitello da parte della bovina;
  • sonora, dovuta al suono ritmico dell’impianto di mungitura.

 

Questi stimoli provocano il rilascio dell’ossitocina che, provocando la contrazione degli alveoli, fa arrivare il latte ai capezzoli dopo circa 40 secondi. È importante, quindi, non attaccare prima il gruppo mungitore ai capezzoli.

La mungitura non corretta, dovuta all’inibizione dei riflesso mioepiteliale, può essere dovuta a:

  • preparazione inadeguata della mammella;
  • dolore, paura, (provocati da schiamazzi, bastonate, pavimento scivoloso …) che provocano rilascio dell’adrenalina che è un vasocostrittore che rallenta il flusso di ossitocina: il latta, quindi, rimane al livello alveolare.

 

Procedura:
innanzitutto  è meglio effettuare 2 mungiture equidistanti, ogni 12 ore; questo per dare alla mammella tempi ben definiti .

  • la vacca deve entrare in sala mungitura tranquilla. La sala deve essere molto luminosa, perché motiva l’entrata;
  • l’operatore deve valutare la qualità del primo latte (se ci sono piccoli coaguli probabilmente c’è un’infiammazione);
  • l’operatore deve procedere con la pulizia dei capezzoli, con delle salviette monouso, poi deve asciugare adeguatamente;
  • entro un minuto deve attaccare il gruppo portacapezzoli (che crea il vuoto). Il vuoto deve essere ben controllato: c’è il pericolo che danneggi la mammella;
  • l’operatore deve osservare, nei tubi trasparenti, il corretto passaggio del latte: il gruppo, che normalmente è perpendicolare al terreno, può far occludere il passaggio di latte di un capezzolo per natura non perfettamente verticale);
  • l’operatore deve controllare che il distacco automatico deve essere tarato perfettamente per quella determinata vacca;
  • l’operatore deve pulire il capezzolo a mungitura compiuta: lo sfintere tappa il capezzolo solo dopo circa un’ora e in questo tempo è sottoposto ad un’aggressione microbica. Si procede con una soluzione antibiotica liquida;
  • l’operatore deve fare in modo che la vacca rimanga in piedi: la lettiera è piena di microbi. Egli deve, quindi, fare in modo che la vacca (che comunque dopo la mungitura ha fame) abbia disponibilità di alimento.

 

 

LA MASTITE

 

La mastite è l’infezione microbica di 1 o più ghiandola mammaria.

Fattori a rischio:

  • componente genetica;
  • componente ambientale: bisogna tenere pulita la mammella così come l’ambiente (es. rimozione feci, pulizia box);
  • scorretto utilizzo dell’impianto di mungitura;
  • scorretta mungitura.

 

La mammella si difende così:

  • tappo di cheratina;
  • sfintere (è un muscolo circolare);
  • epitelio resistente;
  • cellule somatiche leucocitarie.

 

I batteri che hanno eluso la prima barriera (il tappo di cheratina) risalgono il capezzolo raggiungendo gli alveoli mammari e, trovato il latte, si moltiplicano provocando l’infezione. Allora i leucociti, provenienti dal circolo sanguineo, fagocitano i batteri. Il risultato è una gran quantità di cellule morte nel latte (le cellule somatiche) e la perdita di capacità secernente del capezzolo. È in base alla tempestività d’intervento che si può recuperare il capezzolo. L’indicatore principale è la conta delle cellule somatiche (leucociti) del latte. Se queste sono più di 400.000 c’è la possibilità di mastiti. La conta cellulare è eseguita sul latte di massa, non in quello della singola bovina: se le cellule sono in numero tra 200.000 e 500.000, 1 vacca su 6 potrebbe avere una mastite.

 

… in questo caso, bisogna:

  • identificare la vacca (o le vacche) infetta;
  • eseguire l’antibiogramma, per effettuare una terapia mirata;
  • identificare la causa della mastite (se le procedure di mungitura sono corrette, se è un problema di macchine…).

 

L’alimentazione è una concausa, non una causa prima. Infatti una alimentazione scorretta provoca un calo delle difese immunitarie.

Importante è la pulizia dell’impianto di mungitura, da compiersi tramite programmi di lavaggio automatici dopo ogni mungitura. Bisogna, comunque, che i detergenti e gli antibiotici usati siano cambiati per evitare fenomeni di farmacoresistenza.

 

 

08 – SISTEMI DI ALLEVAMENTO NELLA ZOOTECNIA DELLA VACCA DA LATTE

 

Col passare degli anni si è passato dall’agricoltura di sussistenza, caratterizzata da sistemi di coltura e di allevamenti di tipo estensivo, ad un’agricoltura “tecnologica”, che si basa su sistemi intensivi  e specializzati, fino ad arrivare, oggi, ad un’agricoltura biologica. Bisogna comunque considerare che attualmente l’agricoltura rappresenta solo il 3% del P.I.L. italiano: la tendenza è quella, quindi, di avvantaggiare altri settori economici.

Rispetto  al sistema di allevamento estensivo, quello intensivo si caratterizza per:

  • un maggior carico animale (= n°animali/superficie);
  • una maggiore efficienza produttiva;
  • un maggiore impatto ambientale;
  • un minore costo di produzione.

 

Il carico animale si esprime in UBA/ha [unità bovine adulte/ettaro]. Esso dipende da:

  • specie animale (1 UBA=7-8 pecore);
  • categoria e razza;
  • disponibilità alimentari;
  • localizzazione allevamenti;
  • tipologia costruttiva degli allevamenti;
  • specifiche norme di legge (reflui zootecnici).

 

L’impatto ambientale nel sistema di allevamento di tipo intensivo è maggiore perché in uno spazio minore si concentrano molti animali.

 

PREZZO DEL LATTE

  • Allevamenti intensivi: prezzo latte aumenta è maggior guadagno è maggior investimento per migliorare la qualità;
  • Allevamenti estensivi: prezzo latte aumenta è progressivo abbandono del pascolo (per produrre di più).

L’Italia è caratterizzata dal sistema intensivo, con prezzo del latte elevato. Praticamente il contrario di Olanda, Francia, Regno Unito, Germania, nazioni che in sede Comunitaria fanno i loro interessi favorendo il sistema estensivo.

 

SISTEMI INTENSIVI DI ALLEVAMENTO

Come già visto, questo sistema si caratterizza per un carico animale elevato (molti animali per unità di superficie).

Stabulazione libera: i vantaggi sono la possibilità di locomozione dell’animale e lo sviluppo del comportamento sociale gregario. Possibile fonte di problemi sono il manifestarsi della gerarchia, fonte di stress, il tipo di stabulazione, il tipo di pavimentazione, le condizioni climatiche, le tecniche di alimentazione.

La gerarchia è determinata dall’animale (mole, età), dallo spazio/capo (numero di cuccette), numerosità del gruppo (se>30 capi: c’è il continuo ristabilirsi delle gerarchie, perché gli animali non si conoscono bene e quindi non c’è una gerarchia stabile.

Il tipo di stabulazione può essere a cuccette o a lettiera permanente. La lettiera permanente deve essere almeno il doppio dello spazio riservato ad un animale in cuccetta. La lettiera è comunque igienicamente meno salubre rispetto alle cuccette: infatti l’animale defeca dappertutto (vs cuccette). La lettiera, quindi, va sostituita completamente ogni mese.

Se il tipo di pavimentazione è scivoloso ci sarà una maggiore incidenza di problemi agli arti, con un conseguente aumento di macellazioni d’urgenza. La paglia è da preferirsi al grigliato, in generale.

Col caldo si nota che le cellule somatiche nel latte aumentano, poiché c’è un calo delle difese immunitarie e la conseguente insorgenza di mastiti. Bisogna quindi cercare di creare condizioni climatiche ideali [attenzione alla refrigerazione tramite docce di nebulizzazione: l’acqua deve evaporare una volta giunta sul corpo dell’animale, non nell’aria, altrimenti aumenta l’afa e peggiorano, così, le condizioni ambientali].

Tecniche di alimentazione
L’animale non mangia 24 ore su 24, ma verso le 12.00-13.00 e di sera dopo le 19.00: non tanto nelle ore calde del pomeriggio. In estate si nota un calo dell’ingestione alimentare. Negli ultimi 10 anni, se la produzione lattea è aumentata del 19%, l’ingestione solo del 6%: sono infatti diminuiti i foraggi e sono aumentati i concentrati, riducendo così la ruminazione dell’animale. L’azione tampone della saliva si riduce, il pH ruminale scende (*)  favorendo, così, la comparsa dell’acidosi. Bisogna, allora, mantenere un buon ambiente ruminale. In particolare bisogna equilibrare i fattori che abbassano il pH (alti contenuti di concentrati, elevate degradazioni ruminale, pasti abbondanti) e quelli che fanno aumentare il pH (alte % di fibra strutturata, pasti piccoli e frequenti, masticazione).

(*: il pH scende perché con troppi amidi si produce acido lattico in eccesso e il pH cade; contemporaneamente l’insufficienza di fibra strutturata riduce la capacità di ruminazione con il conseguente calo di produzione di saliva, che mantiene il pH a livelli adeguati).

Somministrazione tradizionale: i foraggi (fieni ed insilati) sono sempre presenti in mangiatoia, mentre i concentrati vengono distribuiti in quantità limitata. Si nota che il pH ruminale è altalenante durante la giornata: esso si abbassa in modo accentuato quando la vacca assume i concentrati, per poi risalire quando assume la fibra.

Con gli autoalimentatori si personalizza la distribuzione di concentrati ad ogni animale, tuttavia è un sistema molto costoso.

Unifeed: è il “piatto unico”.  In esso c’è la totale miscelazione dei componenti alimentari della dieta: ad ogni morso la vacca assume un campione rappresentativo della dieta. Non c’è, quindi, un andamento a picchi del pH ruminale. In teoria, quindi, si previene l’acidosi, ottimizzando l’ambiente ruminale. L’unifeed si prepara con un carro trinciamiscelatore.

 

 

Vantaggi:

  • miglioramento dell’efficienza di utilizzo degli alimenti, corretto rapporto di energia e azoto per ottimizzare le fermentazioni ruminali;
  • minori problemi di tipo digestivo;
  • maggiore utilizzo di alimenti concentrati con minori problemi digestivi, perché minore rischio di acidosi: è ideale per vacche con elevati fabbisogni;
  • permette l’utilizzo di alimenti aziendali;
  • prodotti poco appetibili, comunque di qualità, possono essere più facilmente inseriti nella dieta, con la conseguente riduzione dei costi;

 

Svantaggi:

  • costo del cantiere di preparazione della razione;
  • la dieta viene formulata per gruppi di vacche e non per la singola bovina (gruppo bovine in lattazione, gruppo bovine in asciutta, gruppo manze). L’alimentazione a gruppi presenta svantaggi: richiede mandrie di numerosità elevata, un forte impiego di manodopera, spesso richiede modifiche strutturali e delle attrezzature dell’azienda. L’ alternativa ai gruppi è l’unifeed parziale, composto dall’unifeed di base, uguale per tutte le bovine, più mangime distribuito da autoalimentatori alle bovine più produttive in relazione ai fabbisogni.

 

Visti i costi, gli allevatori che hanno meno di 30 vacche non devono effettuare questo investimento.

L’operatore deve sempre effettuare un’analisi puntuale della forma fisica della miscelata:

  • se miscelazione insufficiente: selezione dei concentrati da parte della bovina: possibilità di acidosi;
  • se miscelazione eccessiva: perdita della fibra effettiva, con la conseguente riduzione della ruminazione e quindi della produzione della saliva: possibilità di acidosi.

 

In particolare, l’operatore deve garantire nella miscelata una adeguata presenza di fibra effettiva (strutturata, lunga) in grado di stimolare una corretta attività di masticazione della bovina. La saliva è il più efficace strumento per controllare il pH ruminale.

Si è visto, quindi, che tanto maggiore è il contenuto di concentrati, tanto maggiore deve essere il contenuto di NDF effettiva, ma, così facendo, aumenta la possibilità di selezione da parte dell’animale.

La valutazione fisica dell’unifeed è attuata tramite setacciatori.

 

SISTEMI ESTENSIVI DI ALLEVAMENTO

In Italia è la montagna la sede del sistema estensivo. L’azienda dovrebbe plasmarsi su quello che il territorio offre: i foraggi, cioè, dovrebbero essere prodotti localmente. Quindi l’azienda che sviluppa questo sistema dovrebbe avere pochi animali (altrimenti deve comprare l’alimento);avere pochi animali significa poco inquinamento.

Pochi animali + alimentazione fibrosa = scarsa produzione.
La perdita sarà maggiore se gli animali in stalla producevano molto. Inoltre sarà tanto maggiore se la qualità dei foraggi risulta essere scarsa.

Cause della diminuzione produzione lattea al pascolo:

  • aumento del fabbisogno di mantenimento (fino al 20%) a causa dell’attività motoria aumentata (perché la vacca deve andare a cercarsi l’alimento);
  • al pascolo l’animale alimenti fibrosi: ha disponibile quindi poca energia. Gli alimenti fibrosi inoltre ingombrano il digerente.

 

L’ingestione è regolata da 2 meccanismi complementari:

  • ingombro dell’alimento nel digerente: si sospende il pasto quando “si è pieni”, ma non si è sazi (=aver colmato il fabbisogno); al pascolo con i foraggi le vacche “sono piene”.
  • Controllo chemiostatico: l’acido propionico nel sangue attiva il centro della sazietà.

 

(inserire tabella)

Integrazione energetica per bovine da latte
Serve per limitare il deficit energetico dovuto all’assunzione di erba. Comunque si è visto che gli incrementi di produzione/kg concentrato sono modesti. Al pascolo una vacca mangia erba finché è piena. Se è piena non può assumere il concentrato, deve rinunciare ad un po’ d’erba per mangiare il concentrato. Al pascolo, in presenza di massima ingestione, dando concentrato si effettua una sostituzione dell’erba con il concentrato. La vacca, quindi non fa A+B (integrazione), ma riduce l’assunzione di erba.

Se il pascolo offre poca erba e la vacca assume + erba che può, ma non riesce a riempire completamente il digerente, l’operatore aggiunge concentrati e ottiene un aumento notevole della produzione: egli ha fatto una integrazione.

Se il pascolo invece offre molta erba, la vacca mangia finché è piena: nel suo digerente non c’è spazio per il concentrato: se l’operatore fornisce concentrato, la vacca rinuncia a dell’erba per poter mangiare tutto il concentrato, che è più appetibile. Ecco che quindi si è fatta una sostituzione, e l’incremento della produzione è alquanto modesto.

Linee guida per una corretta forma di allevamento estensivo in montagna

  • scelta dei tipi genetici: non frisone, ma, per esempio, rendene. Le frisone, infatti, in montagna si alimentano come in pianura: ecco che quindi si rinuncia alla montagna come fornitrice di alimento. Questo è pericoloso per la montagna, perché le superfici agricole si riducono notevolmente, perché se non si utilizzano gli alimenti locali, ma quelli importati dalla pianura, in pratica si utilizza la montagna solo per “scaricare” deiezioni. In montagna stanno nascendo allevamenti intensivi di frisone, alimentate da concentrati. Solo in Val d’Aosta non è così: là si produce la Fontina, formaggio fatto esclusivamente con latte di vacche valdostane, quindi la frisona non ha ragione d’esserci;
  • gestione mandria: i parti devono essere stagionalizzati, tutti concentrati nel periodo tra ottobre e gennaio; nel successivo periodo fino a maggio si effettuano le inseminazioni (si è in media lattazione); tra giugno e agosto le vacche, in gravidanza, sono portate a pascolare; tra settembre e ottobre si effettua l’asciutta.

Se i parti non sono stagionalizzati significa che il sistema è intensivo.

Specifiche politiche di sostegno
Riconoscere in modo tangibile dal punto di vista economico il ruolo di stabilizzatore ambientale e di salvaguardia del paesaggio a compensazione dello svantaggio produttivo rispetto a sistemi intensivi di allevamento.

Bisogna sostenere:

  • razze a duplice attitudine;
  • stagionalizzazione dei parti;
  • limitazione dei concentrati;
  • pascolamento e alpeggio.

 

09 – IL BOVINO DA CARNE

 

L’Italia non è un Paese autosufficiente nella produzione della carne bovina, in quanto la produzione nazionale copre solo i 3/4 del consumo. Inoltre la maggior parte degli animali allevati è nata all’estero.

I consumi stanno calando, e per questo progressivamente l’auto-approvvigionamento aumenta: in realtà la produzione non è aumentata.

Resa al macello: (peso carcassa - 2%) / (peso macellazione – 2%)

Carcassa: è l’animale dissanguato ed eviscerato (senza esofago, rumine, reni, pelle, testa, prossimità distali degli arti, organi cavitali, apparato genitale). La carcassa è divisa in due mezzane.
Le femmine hanno rese minori rispetto ai maschi: gli organi genitali hanno maggior peso. Il vitello a carne bianca ha, viceversa, la resa più alta in quanto non ha ancora sviluppato i prestomaci.

 

Accrescimento

Si sviluppa attraverso:

  • a) moltiplicazione cellulare (iperplasia): caratterizza la fase di sviluppo embrionale e fetale, si estingue con la pubertà;
  • b) incremento dimensionale delle cellule (ipertrofia): si distingue in accrescimento ponderale e dimensionale (crescita: aumento in peso e nelle dimensioni) e in accrescimento morfogenetico (sviluppo: differenziazione morfologica di organi e tessuti).

 

 

Curva teorica di crescita:

 


Andamento dell’accrescimento giornaliero:

 

 

 

 

 

 

 

 


Crescendo, un organismo superiore modifica la propria conformazione tissutale: da giovane la quantità di acqua è 70% (elevata), della proteina è 19%, grasso 9%; dopo la pubertà l’acqua è 62%, la proteina 18%, grasso 16%.

Onde di crescita: nella fase prenatale l’accrescimento è prevalentemente del tessuto nervoso, dopo la nascita si sviluppa dapprima il tessuto osseo, poi il tessuto muscolare e infine, in età adulta, il tessuto adiposo. A regolare il processo sono gli ormoni ( l’ormone regolatore durante l’età giovane è il GH, mentre dopo la pubertà sono il GH, gli steroidi sessuali, i tiroidei, i surrenali).

Precocità: è la velocità con cui un organismo raggiunge un determinato stadio dello sviluppo. Tanto più una razza è precoce, tanto prima tenderà a deporre grasso. Ne consegue che si macellano le varie razze a diverse età, in base alla precocità. Le femmine sono più precoci dei maschi, quindi sono macellate prima.
(inserire grafico precocità)

Parametri di valutazione dell’accrescimento

- incremento ponderale giornaliero: (unità accrescimento) / (unità tempo)   [g/d];
- indice di conversione: (ingestione) / (unità accrescimento)   [kg alimento/kg accrescimento]

In un animale giovane, basta poca energia per aumentare di un kg, perché in quel kg è prevalente l’acqua: l’indice di conversione è basso. Viceversa, in un organismo adulto, in cui la percentuale di grasso è più elevata, l’energia richiesta per kg di accrescimento è maggiore. Ne consegue che l’indice di conversione aumenta con l’età.

- efficienza alimentare: (unità di accrescimento) / (ingestione)   [kg alimento / g accrescimento]

 

Razionamento
Gli obiettivi del razionamento sono quelli di massimizzare la capacità di sviluppo muscolare (carne) e ottimizzare l’efficienza di conversione alimentare così da ridurre i costi da sostenere per l’alimentazione.

 

Classificazione delle razze bovine in funzione della precocità

PRECOCI: frisone, brune (figli di vacche da latte);

MEDIE: pezzate rosse e altre razze a duplice attitudine, incroci commerciali, tardivoXprecoce

TARDIVE: charolaise, limousine, piemontese, marchigiana, romagnola, chianina.

 

ALIMENTAZIONE DEL BOVINO DA CARNE

Più un animale è precoce, più velocemente si caratterizzerà per un accrescimento che via via diverrà sempre più costoso (l’unità di accrescimento è il grasso).

(inserire grafico)

(inserire grafico I.C.)

A parità di peso, i fabbisogni sono maggiori per i precoci (perché depongono più grassi) per realizzare un accrescimento di 1 kg/capo/giorno. È comunque evidente che a tutti e tre i tipi genetici si deve sempre fornire un apporto di energia crescente all’aumentare del peso vivo.

La fibra deve essere minima, per far sì che il bovino non vada in acidosi.

 

Livello nutritivo

Una dieta che ha LN = 1 non fa calare o aumentare di peso all’animale. Se LN = 0.5: l’animale cala di peso; se LN = 2: l’animale aumenta di peso.

Se LN > 1: l’animale aumenta di peso deponendo tessuti. Fino ad un certo punto esso depone proteina, dopo depone grassi. Bisogna evidentemente evitare la deposizione lipidica e massimizzare quella proteica.

 

Ritenzione energetica proteica

Un precoce possiede capacità di deposizione proteica inferiore rispetto ad un medio o ad un tardivo. Se si dà ad un precoce una dieta troppo concentrata c’è il rischio di deposizione lipidica; viceversa, nei tardivi la sintesi proteica è massima.

Passando ad un tardivo, il fabbisogno proteico aumenta: la tendenza a produrre grasso aumenta.

Anche con l’aumento di peso di un animale, il fabbisogno proteico aumenta.

La precocità aumenta la capacità di ingestione (infatti i bovini da latte hanno sviluppato al massimo il digerente, al contrario dei bovini da carne, che hanno il minimo sviluppo del digerente, per minimizzare la tara).

La capacità di ingestione cresce in maniera inversamente proporzionale all’aumentare del peso vivo.

 

Concentrazione energetica della dieta

A parità di peso vivo, la dieta per precoci ha meno energia rispetto ai medi o tardivi, perché i precoci mangiano di più, quindi ingrassano prima se la loro dieta è ricca di energia.

A peso vivo crescente, i fabbisogni nutritivi dei precoci calano: aumenta la digestione e a parità di dieta ingrasserebbero; viceversa, nei tardivi i fabbisogni aumentano perché devono sintetizzare ancora proteina.

 

[come si raziona dieta dei bovini da carne?  Considerando l’interazione tra tipo genetico e livello nutritivo]

 

 

Attenzione: il testo di questa versione non è stato controllato.

 

Fonte: http://www.losart.altervista.org/universitas/Appunti_bovini.doc

Sito web da visitare: http://www.losart.altervista.org/

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