Appunti età Augustea

Appunti età Augustea

 

 

Appunti età Augustea

L’ETA’ AUGUSTEA.
Gli anni che vanno dal 31 aC (vittoria nella battaglia navale di Azio di Ottaviano su Marco Antonio) al 14 dC segnano il periodo dell’egemonia politica, culturale di Ottaviano Augusto sulla città e sul mondo di Roma. Caius Iulius Octavianus Agustus (questo è il nome completo) nacque a Roma il 23 settembre del 63 aC, da Azia, figlia di Giulia, sorella di Giulio Cesare. Orfano di padre visse nella casa di Cesare che desiderava una discendenza maschile e ne fu adottato.
Quando Cesare perse la vita per mano di Bruto e Cassio nel 44 aC Ottaviano che si trovava in Illiria e aveva solo 19 anni, si precipitò a Roma e chiese che venisse ufficializzata l’adozione da parte dello zio e ottenutala assunse il nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano. In questo modo avrebbe potuto “concorrere” alla cospicua eredità di Cesare, eredità sia di carattere finanziario che di carattere politico. Il suo rivale era Marco Antonio, luogotenente di Cesare, cinico, brutale e spregiudicato.  Ottaviano, ancora in posizione di inferiorità rispetto al rivale, fu costretto dalle circostanze ad allearsi con lui nella battaglia contro gli assassini dello zio. I conti con i cesaricidi vennero regolati nella battaglia di Filippi nel 42 aC. Da questo momento si aprono nuovi scenari del tutto imprevisti. L’abilità di Ottaviano non si manifestò, però, solamente sul terreno politico, ma si rivelò importante soprattutto nella gestione della propria immagine e di quella del suo avversario. Ottaviano con molta abilità seppe orientare gli umori dell’opinione pubblica, riuscendo a far passare il convincimento che Antonio avesse intrapreso la strada dell’autoritarismo monarchico di tipo orientale, tradendo così i valori della migliore tradizione romana. Seppe costruire di se stesso l’immagine del difensore della romanità, di custode dei valori morali della tradizione, di protettore della libertà del Senato.
All’indomani della battaglia di Azio, quindi Ottaviano divenne il vero e proprio arbitro delle sorti della città di Roma e del suo Impero. Ottaviano era consapevole del fatto che il suo potere non poteva assumere il volto di uno “strapotere” tirannico. Le istituzioni romane avevano secoli di vita, il popolo, anche se sempre più affezionato alle figure “forti”, non avrebbe rinunciato a cuor leggero alle proprie prerogative; chi aveva provato prima di lui a imporsi come capo assoluto non aveva incontrato un destino felice (vedi Giulio Cesare).
Per questo motivo occorreva gestire il potere dando l’impressione che nulla fosse cambiato. Il 13 gennaio del 27 aC  si ebbe una svolta politica che avrebbe cambiato per sempre il volto di Roma.  Era inverno, consoli per quell’anno erano Ottaviano e Agrippa. Nella Curia si respirava un’aria rassegnata e cupa (il Senato aveva già compreso che i tempi dell’autonomia e della libertà stavano per finire). Ottaviano si alza e comincia a parlare. Senza slanci, con molta misura e pacatezza, forte del suo smisurato prestigio, delle sue vittorie e della sua ricchezza, riassume quello che ha fatto, le guerre combattute (non fu mai un grande generale), gli incarichi ricoperti, parla di conti e di ricchezza dello Stato. Alla fine una frase spiazzante che lascia tutti di stucco: “Depongo tutti i miei poteri, e vi rendo le armi, le leggi, i popoli soggetti”. L’emiciclo, prima ammutolito, getta le armi e scoppia in un’ovazione incontenibile e liberatoria. I senatori smarriti hanno trovato un uomo a cui affidare il potere, un “monarca” cui prostrarsi. Ottaviano è portato in trionfo fino a casa sua. Si trattò di una mossa abilissima: ufficialmente, rinunciando a tutti i poteri, aveva ristabilito la repubblica. Sarà il Senato, in preda ad una fobia suicida, a pregarlo di riprenderseli tutti.
Console perpetuo, censore, princeps del Senato, imperator degli eserciti: in pratica dittatore a vita senza averne titolo. Tre giorni dopo (16 gennaio del 27 aC) è il Senato stesso che propone di chiamarlo con l’appellativo di Augusto. Il termine, propriamente un aggettivo, non conferiva ad Ottaviano, nell’assumerlo, uno status giuridico particolare, ma, di fatto, gli attribuiva una collocazione di privilegio, di tipo sacrale anche se non divino, come conferma l’aggettivo greco sebastòs, “venerabile”, con cui il princeps fu chiamato nelle regioni grecofone. Successivamente il titolo di Augustus fu assunto come cognomen da tutti gli imperatori e di “imperatore” esso finì per diventare sinonimo. L’altro termine, princeps, fu mantenuto da Ottaviano anche quando divenne il padrone assoluto della politica romana: esso gli derivava dal fatto di essere considerato il princeps senatus, cioè il più autorevole dei senatori, cioè quello che aveva diritto di parlare per primo nelle sedute del Senato. Così il termine princeps designò l’imperatore, e “principato” fu detto il periodo imperiale romano, fino al secondo secolo dopo Cristo, fino a quando gli imperatori, sul modello augusteo, si posero come garanti della tradizione di ossequio nei confronti dell’ordine senatoriale. L’appellativo di princeps non si ritrova mai nel linguaggio politico ufficiale, ma correntemente era adoperato per evidenziare la fisionomia di un potere che si basava sul consenso. Più tardi, da Settimio Severo a Diocleziano, quando gli imperatori ebbero una connotazione autocratica più netta, furono chiamati col titolo di dominus e il loro potere fu detto appunto, dominatio.
Si stava formando una vera e propria diarchia princeps/senatus destinata a rafforzarsi nel tempo, che avrebbe offerto, secondo i desideri di Augusto, l’immagine di uno stato finalmente credibile, dopo anni di sanguinose guerre civili: uno stato a cui il il Princeps aveva donato il privilegio della pace e della ricchezza. Nel 23 aC il senato, asservendosi sempre di più, gli conferì il comando supremo di tutto l’esercito romano, ovunque fosse stanziato e così egli divenne l’arbitro incontrastato di tutta la situazione politica e militare dello Stato romano. Nel 12 aC viene eletto anche pontefice massimo, ossia capo supremo della religione. Rivestito di sacralità, completa così la trasformazione del sistema politico, da res publica a principato.
Il nuovo ordinamento conserva  formalmente le magistrature repubblicane, svuotate però del loro significato originario, giacché è il principe ad esercitare ogni funzione politica. Il riordinamento amministrativo dell’immenso impero nel programma globale di riforma voluto da Augusto stabilisce la divisione delle province in senatorie, le più pacifiche, amministrate dallo stato, e  imperiali, quelle meno sicure, fornite di eserciti stanziali e rette dall’imperator. Le tasse ricavate da queste ultime vanno a formare un tesoro quasi personale di Augusto che vi potrà attingere a suo piacimento. Le nuove esigenze amministrative determinano poi anche la creazione di un efficiente apparato burocratico totalmente prono e debitore nei confronti del princeps. Il rango privilegiato della classe di governo, quello senatorio, diventa ereditario e da esso si traggono i funzionari destinati ai ruoli più impegnativi. Al suo interno si opererà un lento ricambio e un’integrazione per mantenerne inalterato il numero, attingendo alla classe dei cavalieri, la seconda in ordine di importanza, dalla quale si scelgono i procuratori e i prefetti. Esiste anche un Consiglio del Principe, un organo più ristretto, formato da personalità di fiducia che affiancano l’azione del capo dello Stato  negli affari di maggiore importanza.
Mentre il Senato e le magistrature tradizionali si trasformavano in cariche onorifiche o quasi, un vasto apparato burocratico amministrava nei fatti il nuovo Stato imperiale. E in quest’ambito emersero in particolare figure come i prefetti del pretorio, la guardia personale del principe, i prefetti della città, dell’annona (cioè degli approvvigionamenti), e i sovrintendenti delle acque e delle strade. Per realizzare tale metamorfosi Augusto si servì di collaboratori capaci e scaltri. Uno di questi fu Gaio Clinio Mecenate. Di lui si parlerà dopo come organizzatore culturale.  “Così Mecenate precisava i particolari, o piuttosto le linee, della costituzione che lui reputava a Roma e a Cesare insieme. Depurare il Senato, nominare i nuovi senatori, col duplice criterio della nascita e del censo, ma non dalla sola Italia, ma da tutti i confederati e anche dai sudditi; rinnovare l’ordine equestre attingendo alla ricca borghesia di tutto l’impero; largheggiare nel numero dei senatori, e dei cavalieri per avere molti collaboratori; farli partecipi, non solo di ricchezze e onori, ma anche del comando, ma non escludere, la concessione della nazionalità romana (ius civitatis) a tutti gli abitanti dell’impero, che per la loro fedeltà meritavano d’esser resi cittadini dell’unica città, grande come il mondo” (Ferrabino).
Per quanto concerne, invece, la politica estera Augusto fu  molto prudente e non improntata all’espansione dei territori. Rafforzò le frontiere sia in Oriente contro i Parti che a nordest con i Germani, ma subì anche una rotta pesantissima proprio contro i Germani nella selva di Teutoburgo (9 aC) nella quale perse molte legioni comandate dal generale Varo.
LA RESTAURAZIONE DEGLI ANTICHI VALORI.
Senza dubbio quello di accreditarsi come il restitutore della pax fu il primo e più importante sogno di Augusto. Troppe erano state le sofferenze e le lacerazioni dopo anni e anni di guerre civili. Ora occorreva riportare la pace, unica prerogativa per una società che potesse funzionare e risorgere anche dal punto di vista economico. Un numero impressionante di contadini si era trasformato in plebe urbana, trasferendosi a Roma in cerca di un aiuto economico. Riportare la pace significava dare forza a uno dei tanti titoli dei quali Augusto era stato insignito: pater patriae nel 2 aC. Occorreva rinforzare anche il ruolo di Roma come capitale del mondo conosciuto, come cuore di un immenso impero. Augusto credeva fermamente nel ruolo civilizzatore di Roma.  In tal senso risulta importantissimo un passo del VI libro dell’Eneide di Virgilio in cui Anchise nell’Ade afferma:
Excudent alii spirantia mollius aera
(credo equidem), vivos ducent de marmore vultus
orabunt causas melius caelique meatus
describent radio et surgentia sidera dicent:
tu regere imperio populos, Romane, memento
(haec tibi erunt artes) pacisque imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos.

Forgeranno con più arte spiranti bronzi altri popoli,
io credo, e vivi dal marmo sapranno trarre i volti,
diranno meglio le cause, le strade del cielo
misureranno a sestante, il sorger degli anni sapranno:
tu ricorda, o Romano, di governar le genti:
questa sarà l’arte tua, e dar costumanze di pace,
usar clemenza a chi cede, ma sgominare i superbi.

Uno degli obiettivi da raggiungere per ricostruire un presente e un futuro di pace era costituito sicuramente dalla realizzazione della concordia ordinum, cioè una sorta di pacificazione sociale. Era già stato uno dei rovelli di uomini della generazione appena tramontata, basti pensare alla carriera politica di Cicerone. Tuttavia tale tentativo di Augusto lasciò alcune zone d’ombra: riuscì a catturare il consenso dell’apparato militare, con elargizioni di terre e denari; seppe conquistarsi le simpatie della plebe, a cui offrì panem et circenses; seppe farsi amici gli equites che, anche dopo la soluzione imperiale, mantenevano i tradizionali privilegi economici e il controllo delle maggioria attività finanziarie (ottennero il governo dell’Egitto e il comando dei pretoriani), aiutò la crescita delle aristocrazie provinciali a cui concesse il diritto di cittadinanza facendole entrare nel rango dei cavalieri e nella burocrazia statale. Ma molti ne pagavano le conseguenze: i piccoli contadini italiani erano schiacciati dalla prepotenza dei grandi latifondisti; i contadini delle province erano dissanguati dalle tasse; ai liberti era ancora legato il diritto di voto e l’accesso alle cariche pubbliche; gli schiavi erano il vero motore dell’economia romana, per loro non ci fu alcuna pietà: macchine da lavoro erano e così rimasero. I simpatizzanti del regime repubblicano ormai scomparso, malgrado la millantata clementia, erano ormai ridotti all’impotenza. Un progetto politico che rimaneva a metà strada tra la restaurazione e la rivoluzione.
Lo sguardo di Augusto era proiettato in due direzioni: riforme che gli consegnassero il potere e ritorno al passato per quanto riguarda una vera e propria moralizzazione dei costumi.  Occorreva resuscitare l’antico mos maiorum. Già molti intellettuali a partire da Catone il Vecchio e passando per Sallustio e Cicerone avevano lottato in questo senso. Ora, però, questa battaglia si riempie di contenuti ideologici più forti e si avvale di collaboratori fidati e di intellettuali sinceramente alleati. Il primo passo fu quello di rendere di nuovo centrale il ruolo della famiglia tradizionale: per questo motivo fu osteggiato il celibato, furono resi riconoscimenti e incarichi di prestigio ai senatori con più di tre figli, si tentò di depotenziare l’istituto del divorzio, si resero più pesanti le leggi contro l’adulterio. Anche contro il lusso superfluo Augusto combatté le sue lotte: stabilì un tetto massimo di spesa per gli acquisti quotidiani. E’ chiaro che leggi di questo genere mal si adattavano ad una città cosmopolita, sofisticata e dedita all’esercizio del lusso come era la Roma di quei tempi.
In quest’ottica il princeps tentò di incidere anche sulla sfera religiosa in chiave nazionalistica e romana. Augusto proibì tutti i culti orientali e le superstizioni connesse con i loro riti. Anche per quanto riguarda la celebrazione del suo mito, Augusto fu decisamente parco e misurato. Con un padre adottivo considerato dio, il Divo Giulio, egli brillava quasi di luce riflessa. Poi divenne divus in proprio, ma senza esagerare. Mentre Giulio Cesare era associato a Enea e Venere, Augusto veniva imparentato, da Virgilio nell’Eneide e da Ovidio nei Fasti, con altre divinità esportate dai troiani: Vesta, dea protettrice del focolare domestico, e altri dèi equivalenti ai penati, protettori di Roma e del popolo romano. Il suo tempio d’elezione era dedicato a Vesta: un luogo in cui i culti privati della sua famiglia trascoloravano in riti pubblici. Il fatto poi che nel 2 aC Augusto venne proclamato pater patriae non fece che alimentare il suo culto. A Cuma (in Campania) ogni anno una vittima nel giorno del suo compleanno. In varie località si celebrava il giorno in cui aveva assunto la toga virile o la data del 16 gennaio in cui gli era stato conferito il titolo di Augusto oppure venivano celebrate altre date della sua carriera. Ogni giorno poi in colonie e municipi si ricordava il giuramento di fedeltà con cui aveva trascinato le popolazioni italiche alla guerra contro Marco Antonio e l’Egitto. Egli stesso, infine, introdusse, nell’8 aC, il Ferragosto cioè le feriae Augusti, il riposo di Augusto. Per rafforzare il protagonismo e la centralità della sua persona, Augusto istituì il culto dell’imperatore, che comprendeva l’adorazione divina del principe vivente e l’apoteosi di quelli defunti. Tuttavia il princeps, proprio perché dotato di equilibrio, proibì che in Italia i cittadini rendessero all’imperatore ancora in vita i riti dedicati agli dèi, mentre li impose nelle province. Egli sapeva bene che divinizzare un uomo vivo a Roma era decisamente estraneo rispetto alla tradizione che rifuggiva da qualsiasi forma di personalismo, tipico del mondo orientale.
Augusto volle anche valorizzare la diffusione della cultura. Per questo istituì nuove biblioteche pubbliche: la prima si trovava nel tempio di Apollo Palatino, la seconda invece, era situata nel portico di Ottavia. A capo delle due biblioteche vennero posti due liberti Igino e Caio Melisso: ciò non è senza un significato, perché mette in evidenza la linea innovatrice della politica augustea. Di fronte a compiti di grande importanza non contava l’estrazione sociale, ma la competenza. Si va nella direzione  di creare un apparato fedele e competente che dipende solamente dalle decisioni di Augusto.
Per quanto riguarda l’esercito Augusto operò con lungimiranza. Mezzo secolo di guerre civili aveva portato al proliferare di legioni composte spesso da gentaglia, per un numero che si aggirava al numero totale di 50 o 60. Augusto, ideatore dell’esercito professionale imperiale, le ridusse a 28. Dopo il disastro di Teutoburgo, divennero 25, per un totale di 145.000 uomini. I legionari ebbero finalmente una paga regolare, donativi straordinari, una ferma di durata certa (20 anni per i legionari, 25 per gli ausiliari e 16 per i pretoriani). E un premio al congedo, chiamato honesta missio, di solito un appezzamento di terra. Augusto istituzionalizzò anche i contingenti alleati, oltre a quelli ausiliari, fanteria leggera e cavalleria, fondando unità speciali come le cohortes equitatae. Nell’Urbe istituì anche il corpo dei vigiles e quello delle coorti urbane, mentre affidò la propria sicurezza a pretoriani e a guardie del corpo, i germani corporis custodes. Sommando tutti gli effettivi ora l’esercito poteva contare su circa 250.000. Una forza che doveva proteggere i confini imperiali dall’Atlantico all’Eufrate, dall’Egitto all’Olanda.
IL BRACCIO DESTRO DI AUGUSTO.
Augusto non era un grande generale, pianificò campagne di conquista, ma non ne portò a termine una. Era di salute cagionevole e di corporatura fragile. Si poté avvalere però di grandi generali. Il più importante e fidato fu Marco Vipsanio Agrippa. Si trattava di un plebeo suo amico fin dall’infanzia. Non ha raggiunto presso i posteri la fama militare di un Gaio Mario solo perché agì sempre al servizio di Augusto. Era la sua ombra e non voleva oscurare la fama del suo capo. Si accontentò sempre del ruolo di spalla. Fu il generale del princeps che ottenne più trionfi (ben tre) senza celebrarne nemmeno uno. Nato ad Arpino vicino a Frosinone, come Cicerone e Gaio Mario,  nel 63 aC al contrario dell’amico aveva un fisico robusto e grande coraggio. Agrippa morì a soli 52 anni, quando era già genero dell’Imperatore e padre dei figli che l’amico avrebbe adottato per la successione (aveva sposato la figlia del principe Giulia), mentre Augusto morì a 77 anni. Agrippa debuttò come comandante a Perugia, aiutando Ottaviano a espugnare la città nella guerra civile contro Lucio Antonio. Da allora fu una serie ininterrotta di successi. Proconsole in Gallia negli anni 39-38 aC, soffocò la ribellione degli Aquitani, poi varcò il Reno (fu il secondo a farlo dopo Cesare). Tornò quindi in Italia per aiutare Ottaviano contro Sesto Pompeo. Poi lo troviamo in Illiria e poi ad Azio (Grecia), dove ideò la tattica che avrebbe consentito ad Ottaviano di prevalere. Più volte proconsole in varie parti dell’impero, accumulò secondo le fonti antiche un potere enorme, secondo solo a quello di Augusto. A interrompere la sua carriera fu solo la morte, avvenuta in Campania nel 12 aC. L’amico princeps organizzò per lui il funerale che avrebbe voluto per se stesso.
Ottaviano Augusto ci ha lasciato un’iscrizione, il cosiddetto Monumentum Ancyranum o Res Gestae, nella quale elenca le gesta delle quali è stato protagonista e descrive la situazione dell’impero. Questo nome si deve al fatto che l’iscrizione è stata rinvenuta in Turchia, ad Ankara (Ancyra) nel pronao di un tempio a lui  dedicato. Del testo abbiamo due redazioni: una in latino e una in greco.
In consulatu sexto et septimo, postquam bella civilia exstinseram, per consensum unniversorum potitus rerum omnium, rem publicam ex mea potestate in senatus populique Romani arbitrium transtuli. Quo pro merito meo senatus consulto Augustus appellatus sum et laureis postes aedium mearum vestiti publice coronaque civica super ianuam meam fixa est et clupeus aureus in curia Iulia positus, quem mihi senatum populumque Romanum dare virtutis clementiaeque et iustitiae et pietatis causa testatum est per eius clupei inscriptionem. Post id tempus auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihilo amplius habui quam ceteri qui mihi quoque in magistratu conlegae fuerunt”.
Nel corso del sesto e del settimo consolato, dopo che avevo sedato le guerre civili, essendomi impadronito del potere assoluto con il consenso di tutti, ho trasferito la repubblica dal mio potere a quello del senato e  del popolo romano. Pertanto in considerazione dei miei meriti per decreto senatoriale sono stato chiamato Augusto. E i battenti della mia casa sono stati adornati pubblicamente con rami d’alloro e una corona civica è stata posta sopra la mia porta e nella curia Giulia è stato collocato uno scudo d’oro che, come è attestato dalla sua iscrizione, mi è stato offerto dal senato e dal popolo romano in considerazione della mia clemenza, del mio senso della giustizia e della mia pietas. Da quel momento in poi ho superato  quanti per autorevolezza, mentre invece per quanto riguarda il potere, non ne ho avuto per niente di più di quanto ne hanno avuto gli altri miei colleghi nelle magistrature che ho ricoperto.
AUGUSTO E GLI INTELLETTUALI.
L’ALTRO BRACCIO DESTRO (NON FATE CALCOLI SUL NUMERO DELLE BRACCIA)
Gaio Clinio Mecenate nato forse nel 69 aC ad Arezzo apparteneva ad una famiglia equestre di origine etrusca. Non volle mai ricoprire una carica pubblica, ma il suo potere nell’età augustea fu enorme. Fu vicino ad Ottaviano già dalla battaglia di Filippi (42 aC) e cercò di mediare i forti contrasti sopraggiunti ai tempi del secondo triumvirato tra Lepido, Antonio e lo stesso Ottaviano. Dopo la battaglia di Azio, Mecenate fu sempre vicino al suo “capo”. La personalità di questo vero e proprio ministro “ombra” fu la più potente tra gli equites del suo tempo: nella vita pubblica mostrò sempre di aderire ai programmi del princeps, e spesso ne orientò le decisioni; nella vita privata, invece, fu amante del lusso e dello sfarzo, non disdegnò comportamenti dissoluti e atteggiamenti stravaganti. Per questo meritò un giudizio impietoso da parte di Seneca. Verso la cultura e l’arte ebbe grande sensibilità, cui associò un forte spirito organizzativo. Virgilio gli dedicò le Georgiche e Orazio il primo libro delle Satire, i primi tre delle Odi e il primo delle Epistole. Mecenate amava riunire nella sua casa nell’Esquilino o nelle sue tenute in Campania e in Sicilia, i migliori poeti del tempo. Come una specie di ministro della Cultura con un proprio portafoglio molto ben fornito, Mecenate creò  la migliore generazione di poeti dell’epoca: oltre a Virgilio, aprì le porte del suo circolo anche allo storico Tito Livio, ai poeti Orazio, Properzio e Ovidio e ad alcuni autori minori come Cornelio Gallo, Aristio Fusco, Domizio Marso, Emilio Macro. La mensa di Mecenate offriva cibi raffinati ma anche l’appoggio spirituale e il suo sostegno, tanto che per molti di loro il rapporto patrono-cliente si trasformò in sincera amicizia. Più di ogni altra cosa, Mecenate li stimolava a scrivere. Che cosa? Ciò che volevano. Perché, nonostante fosse legato ad Ottaviano, non obbligò mai i suoi protetti a esaltarne la figura e le opere. Non siamo di fronte ad una corte prezzolata formata da poeti proni, tutto ciò lo avremo in epoca successiva. Durante il regno di Augusto ciò non avvenne. I poeti di questo periodo avevano invece un notevole margine di libertà e si sentivano estremamente autonomi. Il segreto stava nella cooperazione. La sensazione è che Virgilio e gli altri poeti abbiano collaborato a creare l’ideologia augustea. Tutti percepivano, come unica soluzione per uscire dalla crisi della guerra civile, la necessità che un solo uomo, un sovrano di tipo ellenistico, prendesse in mano la situazione. Seguendo, però, il modello, la morale e i principi degli avi dell’antica Roma repubblicana. Ottaviano non diceva ciò che si poteva o non si poteva scrivere, più semplicemente tutti lavoravano a quella che diventò l’ideologia augustea. Facciamo un esempio pratico: basti pensare al germoglio di Giove . Nelle Bucoliche Virgilio non lo identifica con Augusto, ma con un futuro, più o meno generico sovrano. Ottaviano, però, recepì il messaggio e lo fece suo: il germoglio di Giove era lui.
Mecenate stesso si dedicò all’attività letteraria, componendo poesie di ispirazione neoterica, un dialogo di intonazione epicurea e alcune opere autocelebrative in prosa. Dei suoi scritti ci rimangono pochi frammenti.
L’ALTRO MECENATE: MESSALLA CORVINO.
Durante il principato di Augusto, Mecenate non fu l’unico patrono della letteratura. Un altro circolo piuttosto conosciuto a Roma fu quello di Valerio Messalla Corvino. Aristocratico romano, Messalla aveva avuto una vita politica un po’ movimentata: combatté dalla parte dei cesaricidi, dopo Filippi si schierò con Marco Antonio, infine, eletto console con Ottaviano, partecipò al suo fianco alla battaglia di Azio. Poi nel 27 aC rinunciò alla carriera politica. Più frivolo. Come patrono della cultura, col suo circolo occupò lo spazio lasciato vuoto da Mecenate: raccolse infatti attorno a sé poeti di ispirazione bucolica, che trattavano temi idilliaci, di svago, più leggeri di quelli civili, politici, impegnati preferiti dalla maggior parte dei protetti dal patron etrusco. Del circolo di Messalla facevano parte, tra gli altri, il giovane Ovidio, la poetessa Sulpicia, e il più importante, il poeta Tibullo.

AUGUSTO E GLI INTELLETTUALI.
Attraverso la mediazione di Mecenate, Augusto cercò di catturare il consenso degli intellettuali dell’epoca, sapendo che si trattava di una battaglia vitale. Il princeps capiva che avere gli intellettuali dalla sua parte significava avrebbe offerto un alleato forte nella creazione di un vero e proprio regime. Non stiamo parlando della propaganda scientifica tipica dei regimi totalitari del ‘900: ad Augusto mancavano i potenti mezzi di informazione moderni. Il mezzo di diffusione di un’idea, al tempo, chiaramente non poteva essere né la radio né la televisione. Al tempo il megafono del potere era costituito dalle opere d’arte, dalla voce dei poeti e dal racconto degli storici. Poterli indirizzare significava molto. Ma come controllarli e indirizzarli? Non certo con la frusta. Occorrevano dei mediatori. Il mediatore per eccellenza fu Mecenate. Egli senza diktat, senza eliminare lo spazio d’autonomia che per gli intellettuali è imprescindibile, riuscì a “spostare” le coscienze di quasi tutti i più grandi dell’epoca. L’operazione riuscì alla perfezione: grandi opere, grandi personaggi. Il tutto senza che il pubblico avesse sentore di servilismo e di adulazione. Il tutto senza che i letterati si sentissero forzati. Se prendiamo il personaggio di Enea, Virgilio ha voluto creare un protagonista in cui il rapporto col destino fosse nuovo rispetto all’epica omerica e rispetto alla tragedia; non la lotta vana contro un destino oscuro e giusto, in ogni caso ineluttabile, o semplice riconoscimento di esso, ma un prendere su di sé il destino come missione provvidenziale; il prendere su di sé implica sacrificio e profonda amarezza; né il destino si chiarisce  se non attraverso una faticosa ricerca; perciò il frequente atteggiamento di dubbio, di pensosa tristezza, di gravitas e malinconia del personaggio. (A. La Penna) E come non vedere in questo personaggio la figura del principe trasformato in eroe epico, che si assume un compito gravoso, una missione di civilizzazione per il bene di tutti?
Non tutto il panorama culturale dell’epoca era orientato in senso filoaugusteo, non mancarono gruppi, come quello di Messalla Corvino, che si posero in una posizione di velato disimpegno. Anche all’interno del circolo di Mecenate le posizioni erano molto variegate.
Uno dei punti forti della propaganda augustea fu rappresentato dalla celebrazione della grandezza di Roma: l’Urbe, in altri termini, secondo l’ideologia del princeps, stava conoscendo un periodo di grande splendore, che si ricollegava alla sua storia più antica, dopo anni nei quali le guerre civili ne avevano distrutto la forza politica e i valori morali. Virgilio come altri poeti del suo tempo, si fa portavoce di questo tema, che occupa molte pagine del suo poema epico. Ad esempio l’episodio dello scudo di Enea o quando il protagonista, nel VI libro, scende nell’Ade ed incontra il padre Anchise, che gli predice il grande destino che attende la sua stirpe e quindi anche Ottaviano Augusto, il quale essendo stato adottato da Cesare, apparteneva alla gens Iulia e quindi poteva vantare la discendenza da Enea. Come si può ben vedere, i grandi poeti non hanno bisogno di mettere in evidenza in modo smaccato una simpatia per un personaggio: Virgilio non nomina mai Augusto, ma è lo stesso principe che si autoriconosce nel grande eroe virgiliano.
La filosofia.
In quest’epoca in cui il volere del principe e i valori che lui propaganda (ritorno al passato, alla religiosità e alla laboriosità di Roma arcaica) si riverberano nelle opere dei maggiori poeti è evidente che la parte del leone dal punto di vista delle correnti filosofiche la faccia lo stoicismo. Questa corrente filosofica s’imporrà almeno per i primi due secoli dell’impero. Il prevalere dello stoicismo si spiega per molti motivi: il primo è rintracciabile nei fondamenti di questa dottrina. Essa, da un lato, non ostacolava la partecipazione  alla vita politica, molto incoraggiata da Augusto (con tutte le riserve che si sanno) per chi abbracciasse appieno i suoi programmi; da un altro lo Stoicismo veniva ad accentuare quasi il suo interesse esclusivo sul problema morale. Anche questo orientamento corrispondeva con i programmi di Augusto, che nella sua propaganda esaltava valori come la religione, la famiglia e il culto degli antichi. La seconda ragione va ricercata in quel rapporto ambiguo che si instaura sotto Augusto tra la sfera del pubblico e quella del privato. Per un verso, lo Stoicismo trovò, in quegli anni, il terreno fertile su cui attecchire, ma per un altro verso offrì esso stesso alle intenzioni del princeps e alle elaborazioni degli scrittori la materia ideale, perché questi potessero esprimersi in modo coincidente con le direttive di Augusto e, contemporaneamente, nel rispetto delle loro convinzioni e delle scelte personali.
Il ruolo dei mediatori.
Quando nel 27 aC, Ottaviano fu proclamato Augustus e instaurò il governo di uno solo, fra gli altri problemi dovette affrontare anche il rapporto con gli intellettuali e con la cultura. Infatti il principe si richiamava al passato glorioso di Roma e nel contempo reggeva il suo potere sulle rovine di quel passato glorioso. Di fronte a tale contraddizione era da considerarsi un pericolo il fatto che gli intellettuali scegliessero di isolarsi dallo Stato e dalla vita pubblica, esattamente come già aveva fatto Catullo al tempo delle guerre civili ai tempi di Cesare. Per allontanare questo pericolo, Augusto decise di coinvolgere il più possibile, nella vita dello Stato e nel sostegno delle sue scelte, gli uomini della cultura del suo tempo. A questi il principe chiese di collaborare o direttamente o tramite i suoi intermediari non per celebrare la sua persona, quanto di collaborare alla realizzazione dei princìpi di fondo del suo programma, veicolando attraverso le loro opere valori profondi e messaggi che fossero in sintonia con il progetto del princeps. Stiamo parlando principalmente di Gaio Clinio Mecenate e del suo “circolo”. Ad esso aderirono numerosi intellettuali dell’epoca, i più importanti: Virgilio, Orazio, Properzio, tra tutti. Mecenate allettò questi personaggi avvicinandoli al principe, proteggendoli, sostenendoli anche finanziariamente orientandoli attraverso l’amicizia verso l’ideologia di Augusto. Il compito di Mecenate non fu facile, se si pensa che molti degli intellettuali che egli avvicinò si erano formati culturalmente, e per gran parte erano stati affascinati dalle idee individualistiche e dal gusto dettati dal neoterismo. Essi, quindi, erano più inclini all’individualismo, al disimpegno dalla vita politica. Molti poi erano inclini al richiamo dell’Epicureismo (come Virgilio e Orazio) e Mecenate dovette faticare non poco per attirarli nell’orbita del capo.
Oltre Mecenate, anche altri personaggi importanti contribuirono a dipingere un quadro variegato dell’organizzazione culturale ai tempi di Augusto. Uno di questi e Valerio Messalla Corvino. Esponente dell’aristocrazia senatoria e nemico di Cesare, cambiò poi casacca e passò dalla parte politica di Augusto. Quando Augusto diventò principe, Messalla Corvino abbandonò prudentemente la vita politica e si dedicò all’attività letteraria. A Roma organizzò un cenacolo letterario sul modello di quello di Mecenate al quale aderirono importanti poeti: Tibullo e un Ovidio ancora giovane. Le preferenze letterarie di Messalla Corvino erano orientate verso la poesia elegiaca, mentre le sue simpatie filosofiche si rivolsero verso l’Epicureismo. Messalla si oppose apertamente ad Augusto? Pare di no se si pensa che fu proprio lui a proporre per Augusto il titolo di “padre della patria”. Egli si limitò probabilmente ad assumere un atteggiamento prudente e appartato: si trattava di disimpegno e di riserbo; ciò è confermato dal suo gusto per l’otium letterario e per il mito della campagna, come fuga da una realtà dalla quale si sentiva escluso.
Un altro organizzatore di cultura fu Gaio Asinio Pollione: egli invece fu partigiano di Cesare e dopo le guerre civili organizzò a Roma la prima biblioteca pubblica. Dopo l’avvento di Augusto, anche Asinio Pollione si ritirò a vita privata e si dedicò all’otium letterario. Era un uomo senza peli sulla lingua, abituato a criticare i potenti e i letterati: non mancò di esprimere giudizi negativi nei confronti di scrittori come Cesare, Sallustio, Cicerone, Livio e Virgilio. Introdusse poi a Roma l’uso delle recitationes: nelle sale chiuse, gli auditoria, i poeti leggevano le loro opere davanti ad un pubblico selezionato e competente. Questa abitudine prova come alcuni settori della cultura del tempo preferissero l’isolamento all’incontro col vasto pubblico e alle occasioni ufficiali in cui poeti e scrittori realizzavano le loro performance.
Il pubblico.
Augusto fu costretto a dibattersi all’interno di una contraddizione che sembrava irrisolvibile: restaurare Roma antica e nello stesso istante rivoluzionare i pilastri che avevano retto tutto fino a quel momento. Serviva un progetto culturale ad hoc, ma anche un pubblico che gradisse le tematiche proposte. Occorreva allargare il pubblico, un pubblico più vasto avrebbe garantito un maggiore controllo. Occorre ricordare che la cultura si rivolgeva ancora ad un pubblico troppo ristretto, che era sì esperto e qualificato, ma i messaggi culturali non raggiungevano il vasto pubblico, e di ciò aveva bisogno Augusto. In secondo luogo la nobilitas, era stata decimata nelle guerre, oppure si era ritirata a vita privata. Ora non mostrava più quella forza che in passato era stata a sostegno degli intellettuali: basti pensare alla famiglia degli Scipioni. In queste condizioni, la nobilitas era poco motivata e troppo fiacca per poter svolgere un’attività di fiancheggiamento alla politica culturale di Augusto e di sostegno agli intellettuali. Come abbiamo visto, oltre al caso di Mecenate, gli altri circoli preferivano una politica culturale che guardava al passato e al disimpegno politico. Poi, i valori propagandati dal princeps e divulgati dai suoi operatori, erano valori più adatti alle masse che alle elites: la pax, la concordia ordinum, la religione tradizionale, la famiglia, la morale erano indirizzati a tutti i Romani e non certo a gruppi staccati di aristocratici snob che li giudicavano poco allettanti. Occorreva quindi tentare di allargare il pubblico coltivando le sue speranze e le sue aspettative. In questo caso i desideri di Augusto e le speranze della gente trovarono un giusto equilibrio. Servivano grandi personaggi, nuovi scrittori che sarebbero stati i nuovi eroi. Gli scrittori si dimostrarono propensi a seguire Augusto su questa strada. Essi fecero propri alcuni messaggi della propaganda: l’orgoglio di essere romani, il ruolo civilizzatore di Roma nel mondo, l’orgoglio di essere coloro che vivevano un periodo di pace dopo decenni di guerre civili., l’idea di essere parte di un mondo nuovo che si reggeva sulle spalle degli antichi. In questo senso i letterati furono spesso il veicolo più potente delle idee del principe, e lo fecero con entusiasmo genuino. Augusto lo voleva, il grande pubblico desiderava pace e ricchezza e gli intellettuali gliele  regalarono con le loro opere.
Se si fosse trattato solamente di un’operazione di facciata, il pubblico lo avrebbe colto e l’esperimento di Augusto sarebbe fallito. Il progetto ebbe grande successo perché i grandi scrittori aderirono all’ideologia di Augusto senza rinunciare alla propria autonomia. Altrimenti sarebbero stati solo dei servi. Il tratto di maggiore originalità sta nella libertà di esprimersi, purché essa non urti frontalmente con i piani del capo. I poeti non solo aderirono alle idee di Augusto, le fecero proprie, ma le superarono. Scrissero opere che non si rivolgevano solamente all’uomo romano o al principe, ma si rivolgevano all’uomo di ogni tempo. Questo tenendo presenti i temi e le forme poetiche.
La trasformazione dei generi letterari.
La letteratura dell’età augustea è importante non solo per le opere che ha licenziato, ma anche per la sostanziale trasformazione e riorganizzazione dei generi che giungono dalle età precedenti. I grandi intellettuali si rendono conto del fatto che i tempi sono cambiati e anche i generi si devono adeguare. Così la satira di Orazio, mantiene sempre un tono moralistico, ma perde il rigore e la severità degli autori più antichi per acquistare un tono più bonario proprio di chi vuol condannare senza astio e rancore i vizi degli uomini. L’epica di Virgilio, evitando la fuga nel mito e accogliendo al suo interno non pochi motivi derivati dalla storia, anche contemporanea, con essa si misura. Mentre proprio la Storia, ad opera di Tito Livio, si apre a suggestioni e a caratteri propri dell’epica, diventando una sorta di epopea in prosa. L’elegia, nelle poesie di Tibullo, Properzio e Ovidio, opera una commistione di generi diversi:, la poesia bucolica, l’epigramma si fondono nelle raccolte degli elegiaci romani, che acquistano un carattere fortemente innovativo e un ‘originalità propria.
Augusto padre del fascismo?
Per rinverdire i fasti romani, Mussolini saccheggiò a piene mani il repertorio autocelebrativo di Augusto. Il princeps aveva trasportato a Roma un obelisco sottratto a Eliopoli? Il duce fascista ne fece erigere uno sui Fori. L’imperatore aveva voluto il Pantheon e l’Ara Pacis, restaurato 82 templi arcaici, sistemato la Via Flaminia? Mussolini s’impiegò nell’ammodernare il volto dell’Urbe: dai Fori, all’Eur a Cinecitta. Il modello augusteo fu clonato soprattutto nel settore dell’educazione. Le adunate dei balilla si richiamavano direttamente ai collegia iuvenum e ai “campi augusti”, in cui giovani tra i 9 e i 17 anni venivano temprati alla vita militare. I Littoriali della cultura e dello sport riecheggiavano invece lo spirito dei Ludus Troiae, le parate con cui giovani aristocratici raggiungevano il Circo per esibirsi in prove di forza. Le esercitazioni ginnico-militari erano, ha detto lo storico Antonio Spinoza “uno dei capisaldi della politica augustea in difesa della razza romana”. Idem per il dittatore fascista.

 

 

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