Appunti su Giovanni Pascoli

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Appunti su Giovanni Pascoli

Giovanni  Pascoli

Giovanni Pascoli è stato uno dei maggiori poeti italiani di fine ottocento. Nonostante la classicità della forma esterna, Pascoli ha saputo rinnovare la poesia nei suoi contenuti, toccando temi fino ad allora trascurati dai grandi poeti, capace di far capire nella sua prosa il piacere delle cose più semplici viste con la sensibilità infantile che ogni uomo porta dentro di sé. E’ sempre stato nella vita un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società, convinto che la società che predominava in quel periodo fosse troppo forte per essere vinta. Nonostante ciò seppe conservare un senso profondo di umanità e di fratellanza.
Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna (provincia di Forlì), quarto di dieci fratelli.   Il padre Ruggero era amministratore della tenuta La Torre dei principi di Torlonia. L'ambiente famigliare, di tipo patriarcale e tradizionalmente legato ai valori della cultura agreste, gli garantì fino all'età di dodici anni serenità e sicurezza: poté così frequentare il liceo Raffaello di Urbino, assai rinomato negli stati pontifici e nella vicina Romagna, regione di antiche tradizioni umanistiche.
La morte del padre Il 10 agosto del 1867 il padre Ruggero venne assassinato con una fucilata mentre tornava a casa da Cesena. Le ragioni e gli autori del delitto rimasero per sempre oscuri, almeno ufficialmente. Ma il trauma lasciò segni profondi nella vita di Giovanni. La famiglia cominciò dapprima a perdere il proprio status economico e poi a subire una serie impressionante di altri lutti, disgregandosi: costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la madre e la sorella Margherita, nel '71 il fratello Luigi e nel '76 il fratello maggiore Giacomo, che aveva tentato di ricostituire il nucleo famigliare. Pascoli dovette lasciare il liceo di Urbino, ma poté continuare gli studi a Firenze grazie all'interessamento di un suo professore.
Al periodo degli studi liceali risalgono alcuni componimenti d'occasione, in versi, che vanno visti alla luce delle esercitazioni retoriche in uso a quel tempo negli istituti religiosi. Ma sicuramente la fantasia di Pascoli cominciava già a elaborare, a livelli profondi, tutte quelle impressioni sentimentali e ambientali che le tragedie famigliari avevano scaricato su di lui.
Comunque per alcuni anni restò un ragazzo vivace, volitivo e tenace nell'impegno a terminare il liceo e a cercare i mezzi per gli studi universitari, nonché nel puntiglio, sempre frustrato, nel ricercare e perseguire l'assassino del padre. Il punto di rottura avvenne con la detenzione nel carcere di Bologna, in seguito a una retata della polizia tra i socialisti che avevano organizzato una manifestazione contro il governo a cui il giovane Pascoli aveva aderito più per curiosità che per convinzione politica. L'isolamento forzato - dopo la goliardica esperienza dell'università e dell'impegno politico nei movimenti della sinistra - lo costrinse forse a riflettere su di sé. È da qui che cominciò quella che la critica storica ha registrato come la regressione infantile di Pascoli.

Nella vita dei letterati italiani degli ultimi due secoli ricorre pressoché costantemente la contrapposizione problematica tra mondo cittadino e mondo agreste, intesi come portatori di valori opposti; mentre la campagna appare sempre più come il "paradiso perduto" dei valori morali e culturali, la città diviene simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente materiale.
Questa contrapposizione può essere interpretata sia alla luce dell'arretratezza economica e culturale di gran parte dell'Italia rispetto all'evoluzione industriale delle grandi nazioni europee, sia come conseguenza della divisione politica e della mancanza di una grande metropoli unificante come Parigi per la Francia e Londra per l'Inghilterra.I "luoghi" poetici della "terra", del "borgo", dell'"umile popolo" che ricorrono fino agli anni del secondo dopoguerra non fanno che ripetere il sogno di una piccola patria lontana, che l'ideale unitario vagheggiato o realizzato non spegne mai del tutto. Decisivo nella continuazione di questa tradizione fu proprio Pascoli, anche se i suoi motivi non furono quelli tipicamente ideologici degli altri scrittori, ma nacquero da radici più intimistiche e soggettive.
Costretto dalla sua professione di docente universitario a lavorare in città, anche se non proprio in metropoli tentacolari (Bologna, Firenze e Messina, ad esempio), egli non si radicò mai in esse, preoccupandosi sempre di garantirsi una "via di fuga" verso il proprio mondo di origine, quello agreste. Addirittura si può dire che la vita moderna della città non entrò mai, neppure come antitesi, come contrapposizione polemica, nella poesia pascoliana: egli, in un certo senso, non uscì mai dal suo mondo, che costituì in tutta la sua produzione letteraria l'unico grande tema, una specie di microcosmo chiuso su se stesso, come se il poeta avesse bisogno di difenderlo da un minaccioso disordine esterno che però rimase innominato e oscuro, privo di riferimenti e di identità, come lo era stato l'assassino di suo padre. Sull'ambiguo e tormentato rapporto con le sorelle - il "nido" famigliare che ben presto divenne "tutto il mondo" della poesia di Pascoli - ha scritto parole di estrema chiarezza il poeta Mario Luzi: «Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto.
Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli.
In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì, in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può oltre tutto mimetizzarsi con la natura.» [M. Luzi, Giovanni Pascoli].

La formazione letteraria. La fase cruciale della formazione letteraria di Pascoli va fatta risalire ai nove anni trascorsi a Bologna come studente alla Facoltà di Lettere (1873 - 1882). Allievo di Carducci, Pascoli visse nella cerchia ristretta dell'ambiente creatosi attorno al grande poeta gli anni più movimentati della sua vita. Qui, protetto comunque dalla naturale dipendenza tra maestro e allievo, Pascoli non ebbe bisogno di alzare barriere nei confronti della realtà, dovendo limitarsi a seguire gli indirizzi e i modelli del suo corso di studi: i classici, la filologia, la letteratura italiana.
Nel '75 perse la borsa di studio e con essa l'unico mezzo di sostentamento su cui poteva contare. La frustrazione e i disagi materiali lo spinsero verso il movimento socialista in quella che fu l'unica breve parentesi politica della sua vita. Come già menzionato, nel 1879 venne arrestato e assolto dopo tre mesi di carcere; l'ulteriore senso di ingiustizia e la delusione lo riportarono nell'alveo d'ordine del maestro Carducci e al compimento degli studi con una tesi in Poesia greca sul poeta Alceo.
Ai margini degli studi veri e propri, egli comunque condusse una vasta esplorazione del mondo letterario e anche scientifico straniero, attraverso le riviste francesi specializzate come la «Revue des deux Mondes», che lo misero in contatto con l'avanguardia simbolista, e la lettura dei testi scientifico-naturalistici. Tali testi utilizzavano la descrizione naturalistica - la vita degli insetti soprattutto, per quell'attrazione per il microcosmo così caratteristica del romanticismo decadente di fine Ottocento - in chiave poetica; l'osservazione era aggiornata sulle più recenti acquisizioni scientifiche dovute al perfezionamento del microscopio e della sperimentazione di laboratorio, ma poi veniva filtrata letterariamente attraverso uno stile lirico in cui dominava il senso della meraviglia e della fantasia.Era un atteggiamento positivista "romanticheggiante" che tendeva a vedere nella natura l'aspetto pre-cosciente del mondo umano.
Coerentemente con questi interessi, vi fu anche quello per la cosiddetta "filosofia dell'inconscio" del tedesco Eduard von Hartmann, l'opera che aprì quella linea di interpretazione della psicologia in senso anti-meccanicistico che sfociò nella psicanalisi freudiana È evidente in queste letture - come in quella successiva dell'opera dell'inglese James Sully sulla "psicologia dei bambini" - un'attrazione di Pascoli verso il "mondo piccolo" dei fenomeni naturali e psicologicamente elementari che tanto fortemente caratterizzò tutta la sua poesia. E non solo la sua.
Per tutto l'Ottocento la cultura europea aveva coltivato un particolare culto per il mondo dell'infanzia, dapprima in un senso pedagogico e culturale più generico, poi, verso la fine del secolo, con un più accentuato intendimento psicologico. I Romantici avevano paragonato, sulla scia di Vico e di Rousseau, l'infanzia allo stato primordiale "di natura" dell'umanità, inteso come una sorta di età dell'oro. Verso gli anni '80 si cominciò invece ad analizzare in modo più realistico e scientifico la psicologia dell'infanzia, portando l'attenzione sul bambino come individuo in sé, caratterizzato da una propria realtà di riferimento. La letteratura per l'infanzia aveva prodotto in meno di un secolo una quantità considerevole di libri che costituirono la vera letteratura di massa fino alla fine dell'Ottocento. Libri per i bambini, come le innumerevoli raccolte di fiabe dei fratelli Grimm (1822), di H.C. Andersen (1872), di Ruskin (1851), Oscar Wilde(1888), o come i capolavori di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie (1865). Libri di avventura adatti anche all'infanzia, come i romanzi di Jiules Verne, Kipling, Twain, Salgari,o libri sull'infanzia, dall'intento moralistico ed educativo, come “Senza famiglia” di Malot (1878), “Il piccolo Lord Faunthleroy” di F.H. Burnett (1886), “Piccole donne” di Alcott (1869) e i celeberrimi “Cuore” di De Amicis (1886) e “Pinocchio” di Carlo Collodi.
La poetica del fanciullino. Tutto questo ci serve a ricondurre, naturalmente, la teoria pascoliana della poesia come intuizione pura e ingenua, espressa nella poetica del "Fanciullino",ai riflessi di un vasto ambiente culturale europeo che era assolutamente maturo per accogliere la sua proposta. In questo senso non si può parlare di una vera novità, quanto piuttosto della sensibilità con cui egli seppe cogliere un gusto diffuso e un interesse già educato, traducendoli in quella grande poesia che all'Italia mancava dall'epoca di Leopardi. La poesia come "mondo" che protegge dal mondo.

Dopo la laurea conseguita a Bologna nel 1882 ebbe inizio la sua carriera di professore di latino e greco nei licei di Matera e di Massa. Qui volle vicino a sé le due sorelle minori Ida e Maria, con le quali tentò di ricostituire il primitivo nucleo famigliare. Dal '87 al '95 insegnò a Livorno.
Intanto iniziava la collaborazione con la rivista «Vita nuova», su cui uscirono le prime poesie di Myricae (la raccolta continuò a rinnovarsi in cinque edizioni fino al 1900).
Vinse inoltre per ben tredici volte di seguito la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam, col poemetto Veianus e coi successivi Carmina. Nel '94 fu chiamato a Roma per collaborare col Ministero della pubblica istruzione; nella capitale pubblicò la prima versione dei Poemi conviviali.
Nel 1895 si trasferì con la sorella Maria nella casa di Castelvecchio, che divenne la sua residenza stabile.
Le trasformazioni politiche e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe bellica europea e all'avvento del Fascismo gettarono progressivamente Pascoli, già emotivamente provato dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione famigliare, in una condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati. Nel '99 scrisse al pittore De Witt: «C'è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino».
In questa contrapposizione tra l'esteriorità della vita sociale (e cittadina) e l'interiorità dell'esistenza famigliare (e agreste) si racchiude l'idea dominante - accanto a quella della morte - della poesia pascoliana.
Dalla casa di Castelvecchio, dolcemente protetta dai boschi della Garfagnana vicino al borgo medievale di Barga, Pascoli non "uscì" più (psicologicamente parlando) fino alla morte.
Pur continuando in un intenso lavoro di pubblicazioni poetiche e saggistiche, e accettando nel 1905 di succedere a Carducci sulla cattedra dell'Università di Bologna, egli ci ha lasciato del mondo una visione univocamente ristretta attorno ad un "centro", rappresentato dal mistero della natura e dal rapporto tra amore e morte.
Fu come se, sopraffatto da un'angoscia impossibile a dominarsi, il poeta avesse trovato nello strumento intellettuale del componimento poetico l'unico mezzo per costringere le paure e i fantasmi dell'esistenza in un recinto ben delimitato, al di fuori del quale egli potesse continuare una vita di normali relazioni umane. A questo "recinto" poetico egli lavorò con straordinario impegno creativo, costruendo una raccolta di versi e di forme che la letteratura italiana non vedeva, per complessità e varietà, da tempo.
Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è ricca di tematiche socio-politiche (Odi e inni del 1911, i Poemi italici e i Poemi del Risorgimento, postumi; nonché il celebre discorso “La grande Proletaria si è mossa" tenuto nel 1911 in occasione di una manifestazione a favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio che la sua opera più significativa è rappresentata dai volumi poetici che comprendono le raccolte di Myricae e dei Canti di Castelvecchio (1903). Il "mondo" di Pascoli è tutto lì: la natura come luogo dell'anima dal quale contemplare la morte come ricordo dei lutti privati.
Uno dei tratti salienti per i quali Pascoli è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta poetica del fanciullino, da egli stesso così bene esplicitata appunto nello scritto omonimo apparso sulla rivista " Il Marzocco " nel 1897.  In tale scritto, Pascoli dà una definizione assolutamente compiuta - almeno secondo il suo punto di vista - della poesia, vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. Poesia quindi non come ragione o, peggio, come semplice logos, ma come possibilità di attribuire significati alle cose che ci circondano, viste da un punto di vista assolutamente soggettivo.
Per il Pascoli il fanciullino diviene simbolo della purezza e del candore, che sopravvivono nell'uomo adulto; il fanciullino ha le seguenti caratteristiche:

  • "Rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella".
  • "Piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri sensi ed alla nostra ragione".
  • Guarda tutte le cose con stupore e con meraviglia, non coglie i rapporti logici di causa- effetto, ma INTUISCE.
  • "Scopre nelle cose le relazioni più ingegnose".
  • Riempie ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.

Il poeta allora mantiene una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica, ma:

  • Possiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni;
  • Comunica verità latenti agli uomini: è "Adamo", che mette nome a tutto ciò che vede e sente (secondo il proprio personale modo di sentire, che tuttavia ha portata universale).
  • Deve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere), con quello della vecchiaia (saper dire);
  • Coglie l'essenza delle cose e non la loro apparenza fenomenica.

La poesia, quindi, è tale solo quando riesce a parlare con la voce del fanciullo ed è vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. È una realtà ontologica (che riguarda la natura e la conoscenza dell’essere come oggetto in sé). Ha scarso rilievo per Pascoli la dimensione storica (egli trova suoi interlocutori in Omero, Virgilio, come se non vi fossero secoli e secoli di mezzo): la poesia vive fuori dal tempo ed esiste in quanto tale, ma per essere poeta è necessario confondersi con la realtà circostante senza che il proprio punto di vista personale e preciso interferisca: il poeta si impone la rinuncia a parlare di se stesso. È vero che la vicenda autobiografica dell'autore caratterizza la sua poesia, ma con connotazioni di portata universale;
Pascoli fu anche commentatore e critico dell'opera di Dante e diresse inoltre la collana editoriale "Biblioteca dei popoli". Nel 1912 morì a Bologna, nel cui Ateneo insegnava da sette anni succedendo al Carducci, e venne tumulato nel cimitero di Castelvecchio di Barga, dove verrà sepolta anche l’amata sorella Maria.

MYRICAE
Il titolo della prima raccolta poetica di Giovanni Pascoli, Myricae, riprende un verso che l'autore pone come epigrafe all’inizio della raccolta: «Arbusta iuvant, humilesque myricae» (Virgilio Egloga IV, 2). Lo stesso Pascoli illustra il significato di questo titolo: « Myricae [tamerici, piccoli arbusti comuni sulle spiagge] è la parola che Virgilio usa per indicare i suoi carmi bucolici: poesia che si eleva poca da terra – humilis».  Myricae apparve per la prima volta il 10 agosto 1890, come raccolta di 9 poesie, tuttavia la prima edizione ufficiale è del luglio 1891 e comprende 22 liriche. Le successive edizioni apparvero nel gennaio 1892 (72 liriche); marzo 1894 (116); febbraio 1897 (152); nel 1900 (156). Un'importate Prefazione dell'autore, in occasione della terza edizione del 1894, favorisce l'interpretazione autentica dell'opera, dedicata alla memoria del padre («A Ruggiero Pascoli, mio padre»):
«Ma l’uomo che da quel nero ha oscurata la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario danno a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti. Oh! Lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene.» Livorno, marzo 1894.
I temi principali che caratterizzano la raccolta poetica sono:

  • La rievocazione dei famigliari scomparsi
  • il mistero che avvolge il mondo
  • l’incapacità del sapiente di scoprire e rivelare il mistero dell’universo
  • la vanità della vita
  • la rievocazione della morte del padre (X Agosto, dove prevale tutto il dolore, il pessimismo e l'impotenza di fronte al male del mondo)
  • la rappresentazione della natura vista nei suoi momenti più inquietanti e sinistri (L’Assiuolo), ma la natura è vista anche in altri particolari momenti della vita quotidiana (come Temporale, Novembre, Il lampo, Il Tuono, ecc…);
  • l’attività del poeta, che cerca di creare sensazioni gradevoli, ma non si sente abbastanza apprezzato dalla gente;
  • il disamore per la vita ricevuta dalla madre scomparsa
  • il sogno
  • Questi temi si intrecciano con il dolore per i bambini sottratti alla vita e altri temi ancora, solo accennati, suggeriti, sparsi tra le immagini e le scene della campagna e della natura. Sono versi isolati in mezzo a visioni campestri e astrali e a immagini simboliche che esprimono i sentimenti inquieti e malinconici del poeta.

«La raccolta si compone di brevi frammenti lirici e bozzetti che descrivono, a rapidi tocchi, fenomeni naturali, proiezioni di memorie, inquietudini e suggestioni simboliche» (Beatrice Panebianco).
Myricae è un’opera eterogenea in cui prevale l’oscurità del significato della vita e l'inconoscibilità del mistero dell’universo. In sintesi, è una rievocazione dei familiari scomparsi del poeta, il che giustifica il tono triste all’intera opera. I defunti lo invocano per non essere dimenticati, per ricevere quella giustizia che fu loro negata in vita. La tesi principale che emerge da Myricae riguarda certamente la vanità della vita e della felicità degli esseri umani, (La felicità, Paese notturno, Rammarico, Il nido). Tuttavia la presenza di piante e fiori serve a ristabilire intorno al poeta un mondo naturale e simbolico a lui familiare.
Il contesto storico si estende per più di un ventennio dal 1891 al 1903, ma la raccolta non fa alcun riferimento a fatti politici e storici accaduti in questo periodo. Ad eccezione delle poesie dedicate alla morte del padre, tutte le altre esulano dalla contemporaneità del poeta. Il contesto sociale è quello del contadino che guarda con apprensione alla natura, spaventato dal convulso e disordinato progredire della società. Pascoli si sente soprattutto contadino, a suo agio nella campagna ed estraneo al mondo caotico e rumoroso delle città. Nell’Europa di fine secolo, procedono da un lato il progresso industriale, dall'altro l'organizzazione del movimento socialista. La nuova cultura attinge sia dal socialismo, sia dal decadentismo europeo, che attraversa in tutta Europa un momento di grande popolarità. Positivismo e decadentismo. Come scrive Beatrice Panebianco: «La visione pessimistica del Pascoli prende avvio dal rifiuto della scienza, che non ha saputo dare la felicità all’uomo e arriva ad indagare proprio quella realtà – negata dal Positivismo – che si trova al di là di ciò che appare. Il suo Decadentismo si esprime nella concezione della poesia come rivelazione dell’ignoto, nella tendenza a cogliere nelle cose il senso del mistero, il simbolo che si cela dietro l’apparenza». Il contesto letterario è così caratterizzato dagli influssi del Simbolismo francese, del decadentismo europeo, del verismo e della tradizione umanistica italiana. Myricae è senza dubbio una opera poetica simbolista anche per la presenza di forme metriche e retoriche fonosimboliche, parole fono-espressive, per le moltissime onomatopee. Ma la raccolta è anche ricca di riferimenti al mondo classico, di cui il Pascoli era un profondo conoscitore.  Lo sviluppo dell'opera in senso simbolista tuttavia progressivo. Se le prime poesie della raccolta sono espressioni del verismo del secondo Ottocento, successivamente – dopo che il Pascoli chiarì la sua poetica nello scritto in prosa Il Fanciullino – le liriche prendono una piega prima impressionista e poi simbolista. Nella sua totalità, l’opera è una sintesi, o meglio un raffinato intrecciarsi di poesie naturalistiche, impressioniste e simboliste. Per questo motivo Myricae è considerata la raccolta che ha dato vita alla poesia moderna del primo Novecento. Ecco cosa scrive Marisa Carlà sull’evoluzione dell’opera:
«Le fasi di elaborazione di Myricae corrispondono all’evoluzione e alla definizione della poetica dell’autore, che procede da una scrittura di tipo descrittivo ad una di tipo simbolico, da un linguaggio preciso ed esplicativo ad un indeterminato e allusivo […] Subentrano a partire dall’edizione del 1894 tematiche più intime, legate ai ricordi, alla famiglia, al nido distrutto, allo stretto rapporto che lega i vivi e i morti; in queste liriche il linguaggio e le immagini assumono valenze simboliche sempre più profonde».
Myricae propone una grande varietà di forme metriche. Questa varietà metrica rompe con la tradizione poetica italiana, tanto che qualcuno è stato tentato di accennare a uno sperimentalismo del Pascoli. Come scrive Cannella: «Tale ricchezza di sperimentazione linguistica e metrica induce a considerare Myricae un’opera autonoma e ben individuata, la più originale, insieme ai Poemetti, della produzione pascoliana».
Sulla metrica ecco cosa scrive Marisa Carlà: «Rilevante anche il rinnovamento che Pascoli attua sul piano metrico. Infatti senza tralasciare i versi della tradizione, innesta forme e metri nuovi adatti ad esprimere assonanze ed allusioni. Il verso frantumato al suo interno mediante l’uso frequente della punteggiatura, l’uso frequente degli enjambements che spezzano sintagmi uniti, quali soggetto-verbo, aggettivo-sostantivo. Molti richiami fonici sono creati con la ripresa delle parole chiave, con le assenze, le allitterazioni e le rime interne che riducono l’importanza della rima a fine di verso.» Le figure retoriche sono numerose e di grande importanza: dalla analogia alla sinestesia, dalle onomatopee al fonosimbolismo, dall’ellissi(omissione) del verbo alla costruzione per asindeto (senza congiunzioni).
Il tono emotivo preminente dell’intera opera è portatore di due grandi sentimenti: al dolore per la morte del padre e della madre, che apre la raccolta, si sovrappone il senso di quiete e di rasserenamento che fornisce la natura. A questi due grandi moti dell'anima si assommano sentimenti più specifici del poeta: nostalgia, malinconia, angoscia, smarrimento.  Come il mondo paesano dei pescatori d’Abruzzo – apparentemente simile al suo equivalente verghiano – era cantato dal D’Annunzio, con quel gusto tipicamente decadente della rappresentazione di violenza, di barbarie e di sangue, così questo mondo campestre di Myricae non rappresentava per Pascoli la scoperta veristica, l’epopea del quotidiano, ma era lo scenario su cui proiettare inquietudini, smarrimenti e un senso del vivere fatto di ansiose perplessità. E allora quei dati realistici – i paesaggi, l’aratro dimenticato in mezzo al campo, quel secco ramo di biancospino – si caricano di significati e di simboli.
Il linguaggio della poesia pascoliana assomiglia molto all’italiano moderno ed implica un conscio allontanamento del Pascoli sia dal linguaggio aulico del Carducci, sia dal linguaggio alto del Leopardi.  L'autore propende per il linguaggio dei Simbolisti francesi, immettendovi l’analogia, la sinestesia, e le onomatopee. Il linguaggio preciso dei fiori e degli uccelli, in molte poesie Simboliste si intreccia con un linguaggio allusivo, evocativo, simbolico, fonosimbolico, così da creare un linguaggio nuovo e più moderno rispetto al linguaggio poetico tradizionale. Beatrice Panebianco scrive: «Da un punto di vista lessicale, il poeta accosta termini dotti e comuni; è sempre particolarmente preciso nel citare piante (tamerici, pruno, gelsomini) o uccelli (pettirossi, assiuoli, allodole), innovando una tradizione poetica, per cui tutti i fiori erano rose e tutti gli uccelli erano usignoli. La parola poetica è ricca di analogie e di allusioni, acquista valore evocativo e fonosimbolico, il cui suono, cioè, rinvia a un significato simbolico tale da creare emozioni e stati d’animo.».
Un testo magistrale sul linguaggio pascoliano è quello di Gianfranco Contini. In questo saggio del 1955, Contini afferma che Pascoli ha usato tre tipi di linguaggio diversi: un linguaggio pre-grammaticale composto dalla fitta presenza di onomatopee, di interiezioni proprio degli animali e delle cose, e non degli uomini. Un altro tipo è costituito dal linguaggio grammaticale, derivato dall’uso poetico comune. C’è infine un terzo livello, quello del linguaggio post-grammaticale, formato dai gerghi o da lingue speciali come l’italo-americano. Secondo Contini nell’ambito del linguaggio pre-grammaticale Pascoli è un grande innovatore, e come scrive Baldacci:
«Il Pascoli non inventa, ma accoglie l’interpretazione (fonosimbolica) che prima di lui, da sempre è stata data dal canto degli uccelli. Insomma se questa lingua del Pascoli non è registrata in nessun vocabolario, la sua radice è tuttavia in una continuata tradizione d’uso popolare. Il suo azzardo non fu di carattere inventivo, bensì traspositivo (il che non diminuisce nulla al suo merito): trasportare nel dominio della poesia scritta ciò che era appartenuto finora al dominio dell’intuizione linguistica al suo livello primo e nascente: cioè al livello della mimesi fonica».
A completare la presentazione del Pascoli,presentiamo una pagina del critico letterario Momigliano:

Il modo di concepire del Pascoli si stacca da tutta la tradizione della nostra poesia: e perciò è importante anche per i suoi riflessi nella storia della nostra lirica. Il Pascoli è l'iniziatore della poesia frammentaria che ha dominato dai suoi tempi sino ad oggi, cioè sino alla «poesia pura ». Fino a Carducci la nostra lirica ha uno scheletro, uno sviluppo lineare, un prima e un poi voluti dalla logica, un nucleo e una sintassi subordinativa: le liriche del Pascoli non hanno un filo né narrativo né logico; e quando egli lo cerca, forza la propria natura. La sua poesia è una vibrazione che si ripete ora più bassa ora più alta, è senza dimensioni e senza linee; è tutta atmosfera e stato d'animo. Il suo endecasillabo  è un fiotto di onde musicali distribuite senza una legge visibile; il suo periodare è grammaticalmente slegato. Lo stato d'animo dà a questi suoni vaganti un'unità poetica insolita e affascinante. La poesia riuscita del Pascoli è tutta di questo genere.
L'apparente oblìo di sé nella campagna velata e silenziosa e nell'elegia di un'età lontana, diede al Pascoli i momenti della sua vera e nuova poesia.

 

Fonte: http://www.istitutomontani.it/appunti/8/PASCOLI.doc

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