Appunti repubblica di Weimar

Appunti repubblica di Weimar

 

 

Appunti repubblica di Weimar

LA REPUBBLICA DI WEIMAR.
In Germania, finita la prima guerra mondiale, era stato cacciato il kaiser Guglielmo II (novembre 1918) ed era sorta una repubblica nella quale ampi poteri ebbero i consigli degli operai, sul modello dei soviet russi. Ma, come già sappiamo, la rivoluzione socialista in Germania fallì. I padroni di fabbrica già nello stesso mese stipularono accordi con i sindacati (riduzione ore di lavoro a 8 al giorno; aumenti salariali). In cambio i sindacati riconoscevano al padronato il diritto di proprietà privata delle fabbriche. Si affievoliva dunque la prospettiva rivoluzionaria. Nel frattempo si formavano, con la protezione del governo presieduto dal socialdemocratico Ebert, i corpi franchi, organizzazioni armate di estrema destra, ferocemente anticomuniste. Già sappiamo che nel gennaio 1919 i comunisti tedeschi (spartachisti), guidati da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, tentarono di insorgere. Il governo socialdemocratico, sostenuto dall’esercito e dai corpi franchi, sedò l’insurrezione. La Luxemburg e Liebknecht vennero assassinati.

  Negli stessi giorni in cui veniva soffocata l’insurrezione degli spartachisti, i tedeschi elessero a suffragio universale maschile e femminile l’assemblea costituente che si riunì nella città di Weimar e preparò la costituzione della nuova repubblica (detta appunto ‘repubblica di Weimar’). Era il 1919.

  La costituzione stabiliva che la Germania era una repubblica federale in cui i singoli stati, privati dei monarchi, diventavano Länder (regioni) dotate di ampie autonomie in materia di religione, istruzione etc. Il presidente della repubblica, eletto a suffragio universale, esercitava il potere esecutivo assieme al cancelliere (=primo ministro), capo del governo. Il governo centrale si riservò la direzione della politica estera e delle forze armate e delle finanze. La costituzione, poi, dava vita a un parlamento (=il Reichstag) anch’esso eletto a suffragio universale  (con sistema proporzionale) ed esercitante il potere legislativo.

Durante gli anni della rep. di W., la Germania fu per molti aspetti un paese aperto alla libertà. Le donne godettero di piena emancipazione. La cultura si arricchì di figure straordinarie: Kandinsky (russo di nascita) e Klee (svizzero), che lavorarono in Germania e diedero vita alla pittura astratta ed espressionista; Bertolt Brecht, poeta e scrittore di teatro; Walter Gropius, fondatore del BAUHAUS, scuola di architettura e arti decorative; la scuola di Francoforte, nella quale filosofi come Adorno e Horkheimer svilupparono teorie marxiste con l’apporto della psicoanalisi, che veniva sempre più diffondendosi.
Ma questi artisti e intellettuali vissero isolati in una società che non li comprendeva e che continuava a credere negli ideali della patria, della disciplina e del militarismo. Non a caso nel 1925 venne eletto presidente della repubblica quel generale Hindenburg che durante la guerra aveva imposto al paese una specie di dittatura militare.
La repubblica di Weimar fallì nel suo intento fondamentale: quello di fare della Germania un paese pienamente democratico. La repubblica ebbe due nemici irriducibili: i movimenti di estrema destra e i comunisti (KPD: partito comunista tedesco).  La gran parte della borghesia tedesca, grande e piccola,   fu sempre ostile alla repubblica, che per loro si identificava con la sconfitta e con il diktat di Versailles. Giudici, insegnanti, ufficiali etc. odiavano la repubblica che dicevano di servire, e ne desideravano la fine. Per questi gruppi, la rep. di W. era il frutto della sconfitta, la creatura degli anglo-francesi e dei traditori interni, gli ebrei, che avevano cospirato contro il popolo tedesco. Non a caso essi chiamavano la rep. di W. la Judenrepublik (la repubblica degli ebrei, guidata e dominata dagli ebrei, che avevano venduto la Germania agli stranieri). La borghesia tedesca si spontò sempre più a destra e finì per votare i partiti di estrema destra o quei partiti tradizionali che si allearono poi con la estrema destra.
I comunisti vedevano nella rep. di W. il frutto del capitalismo liberale di tipo anglosassone, un frutto amaro, nato dall’assassinio di Rosa Luxemburg.

             I partiti che sostennero la Repubblica di Weimar furono il partito socialdemocratico (SPD), il partito cattolico del CENTRO, i piccolo partico democratico (formato da pochi liberali progressisti). Questi tre partiti credettero sinceramente nella repubblica. Il Partito Tedesco Popolare, il partito di destra liberal-conservatrice (la destra moderata), non rifiutava apertamente la repubblica, ed era disposto a concederle un periodo di prova.
Le forze di estrema destra  erano animate da un forte rancore nei confronti dei ‘traditori’ della Germania, dei comunisti e degli ebrei. L’estrema destra si ispirava agli scritti di autori di notevole valore letterario: Ernst Jünger,  Ernst von Salomon, A. Moeller van del Bruck, sostenitori del culto della ‘comunità di sangue’,  del Volk tedesco, dei culti pagani germanici. L’estrema destra era costituita dalle forze dell’esercito, dallo STAHLHELM (‘elmo d’acciaio’, il maggiore tra i ‘corpi franchi’) e dal piccolo (allora) Partito nazionalsocialista.
La storia della repubblica di W. si può dividere in una serie di periodi.

  1. La prima fase fu caratterizzata dai tentativi di insurrezione dei comunisti e dai tentativi di colpo di Stato da parte delle estreme destre, e da una fortissima inflazione. Già nel 1920 si ebbe il Putsch (tentativo di colpo di Stato) di Kapp e dei corpi franchi. Tentativo fallito. L’inflazione impoverì i ceti medi e gli operai. Nel 1923 la Germania, stremata, sospese i pagamenti dei debiti di guerra, e la Francia, per ritorsione, occupò il territorio della Ruhr. L’inflazione giunse all’apice, annullando il valore del marco: il pane, come abbiamo già detto, giunse a costare centinaia di miliardi di marchi al kg. In quell’anno di ebbe il Putsch di Monaco (il tentativo di colpo di stato a Monaco), capeggiato da Hitler. Anche questo tentativo fallì, e Hitler finì in galera.
  1.  Seconda fase: 1923-1929.   Sempre nel 1923, Gustav Stresemann, del Partito tedesco popolare, un intelligente conservatore, divenne cancelliere.  Stresemann dominò la vita politica tedesca fino al 1929, prima come cancelliere, poi, dal 1926, come ministro degli esteri. Con Stresemann la situazione economica e politica tedesca cominciò a migliorare. Vennero ripresi i pagamenti dei debiti. Iniziarono ad arrivare consistenti investimenti economici statunitensi. L’economia si riprese. La Germania fu ammessa nella Società delle Nazioni e i rapporti con la Francia migliorarono. Iniziò una fase di distensione internazionale che culminò con il TRATTATO DI LOCARNO, firmato da Aristide Briand (ministro degli esteri francese) e Stresemann. Era il 1925. Il trattato impegnava Francia, Belgio e Germania a non violare le comuni frontiere. Mussolini si faceva garante, con l’Inghilterra, del trattato. Nasceva lo ‘spirito di Locarno’, un atteggiamento di distensione internazionale che alimentò le illusioni di una lunga pace in Europa; illusioni confermate nel 1928 dal patto Briand-Kellog (Kellog era il ‘segretario di Stato’ degli Usa, cioè il ministro degli esteri USA) che condannava il ricorso alla guerra per risolvere le controversie internazionali. Nel 1929 venne formulato il piano Young per ridurre le riparazioni di guerra a carico dei tedeschi. Fu proposta una rateazione dei debiti, in base alla quale la Germania avrebbe pagato aliquote dilazionate fino al 1988.

 

  1. Tuttavia, con l’arrivo della grande crisi del 1929 in Europa, lo ‘spirito di Locarno’, lo spirito della pace, andò rapidamente dissolvendosi. Tornarono ad aumentare le difficoltà economiche e politiche all’interno della Germania (e non solo della Germania); i rapporti internazionali tornarono a farsi tesi. Mentre all’interno della Germania le divergenze e le liti tra i partiti rendevano praticamente impossibile la formazione di solide maggioranze parlamentari e di governi stabili, la Francia dava inizio alla costruzione della LINEA MAGINOT, una serie di fortini militari sui confini del mondo tedesco. Era il segno che un’epoca si stava chiudendo. Iniziavano gli anni trenta; iniziava la folle corsa del mondo verso una nuova catastrofe: la seconda guerra mondiale.

IL NAZISMO.
LA FINE DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR: 1929-1932.
Si è già visto che la crisi del 29 aveva rafforzato le critiche alle democrazie parlamentari; peraltro già negli anni Venti si era instaurata la dittatura fascista in Italia. Ora negli anni Trenta si impose un altro regime totalitario, il nazismo
(e, con un fondamento ideologico opposto, lo stalinismo, che non è però collegabile alla crisi economica del 1929).

  Come sappiamo, la Germania (la repubblica di Weimar) aveva riacquistato verso la metà degli anni Venti un ruolo di grande  potenza grazie alla politica di Stresemann e agli aiuti della finanza statunitense. La grande crisi del 1929 e i dissesti economici seguiti al ritiro dei capitali stranieri rimisero in ginocchio l’economia tedesca, e il popolo alla fame. Nel 1932 la produzione industriale toccò il livello più basso, con milioni di disoccupati.
Fu in questa situazione che, mentre si susseguivano governi deboli e incapaci di fronteggiare la crisi, si radicalizzò la lotta politica, che lasciò spazio ai comunisti e ai nazionalsocialisti di Hitler.
Dal 1929 al 1932 le divergenze tra i tanti partiti resero impossibile qualunque solida maggioranza parlamentare. La repubblica di Weimar stava entrando in agonia. Da ricordare il governo di Heinrich Brüning, cattolico, che visse ‘alla giornata’. Brüning tentò di tagliare la spesa pubblica e di attuare una riforma agraria per spezzettare i latifondi della nobiltà, Ma nel 1932 il suo governo fu costretto a dimettersi per l’opposizione dei conservatori junker. Intanto, comunisti e socialdemocratici litigavano tra di loro e si indebolivano a vicenda. La conquista nazista del potere era ormai vicina.

I PRINCIPI DELL’IDEOLOGIA NAZISTA.
Hitler, di origine austriaca, pittore fallito in gioventù (Brecht lo avrebbe definito l’imbianchino) si era arruolato volontario durante la Grande Guerra nell’esercito tedesco. Nel 1920 organizzò il PARTITO NAZIONALSOCIALISTA DEI LAVORATORI TEDESCHI (NSDAP), che ben presto si dotò di formazioni paramilitari: le SA (‘squadre d’assalto’) nel 1921, e le più note SS (Squadre di protezione) nel 1925.  Nel 1923, nel pieno della crisi economica, la destra radicale (nazisti e ex-combattenti), guidata dal generale Ludendorff e da Hitler, tentò di attuare un colpo di stato (=putsch) a Monaco di Baviera. Il tentativo fallì. 16 nazisti furono uccisi dalla polizia. Hitler rimase 9 mesi in carcere e lì iniziò a scrivere il MEIN KAMPF (“La mia battaglia”), la ‘bibbia’ del nazismo.
Nel programma del partito e nel Mein Kampf si trovano espresse le idee basilari di Hitler. Da ricordare che l’ideologia nazista fu, dall’inizio,  l’ideologia dei ceti medi (Mittelstand) in crisi, proprio come avvenne in Italia con il fascismo. Le idee fondamentali erano:

  1. bisognava lavare l’onta di Versailles, da cui era nata la repubblica di Weimar, la repubblica dei ‘traditori’ del popolo tedesco; si doveva ricostruire una Grande Germania, con l’unione di tutti i tedeschi etnici, anche di quelli che, a seguito della pace imposta a Versailles, vivevano al di fuori dei confini dello Stato (come ad esempio i tedeschi dei Sudeti, regione inglobata nella Cecosclovacchia);
  2. bisognava procurare al popolo tedesco lo “spazio vitale” (il Lebensraum) verso Oriente, cioè verso il territorio occupato dagli slavi (polacchi e russi), popoli biologicamente inferiori. Qui pangermanesimo ed espansionismo imperialista si univano in un tutt’uno;
  3. l’imperialismo tedesco doveva avere una funzione antisovietica, antibolscevica, anticomunista.  Il ‘socialismo’ predicato da Hitler sosteneva la necessità della protezione e unione di tutti i lavoratori tedeschi (operai e padroni), indipendentemente dal censo sociale e al di sopra delle divisioni di classe, in nome del comune sangue e della Volksgemeinschaft biologica di appartenenza. Era, insomma, un socialismo nazionalista, ‘tribale, che rifiutava il tema marxista-comunista della fratellanza internazionale degli operai, degli oppressi;
  4. al tempo stesso si doveva lottare contro il ‘capitalismo’ (cioè contro il sistema dell’egoismo e dell’individualismo liberale e liberista): da qui la denominazione “socialista” del partito. Si trattava di un anti-capitalismo reazionario, feudale e piccolo-borghese, romantico (cioè un anticapitalismo che recuperava quel culto della natura e del mondo agricolo proprio di tanto Romanticismo tedesco e non solo). Insomma, anche il nazismo cercava una terza via oltre l’egoismo borghese capitalista e oltre l’internazionalismo e l’odio di classe predicato dal comunismo. E tutto in nome del principio dell’unità razziale;
  5. la stirpe tedesca era una stirpe eletta, in quanto erede della razza ariana, la razza per eccellenza. I tedeschi erano un HERRENVOLK (=popolo di signori), depositari di un’etica superiore (onestà, laboriosità, creatività, dignità etc.), destinati, con poche altre nazioni privilegiate, a dominare il mondo, schiacciando le razze inferiori, soprattutto gli ebrei. Ecco il razzismo e l’antisemitismo razzista dei nazisti;
  6. ma per conseguire simili obiettivi era necessaria l’assoluta obbedienza ‘cadaverica’ al Führer (il capo, la guida della nazione-razza), le cui decisioni dovevano sostituire quelle del parlamento, inutile e corrotto. Era il cosiddetto Führerprinzip (principio del capo). Solo così, solo obbedendo al capo infallibile, il Volk biologico tedesco si sarebbe potuto imporre sugli UNTERMENSCHEN (i ‘sotto-uomini’, i sub-umani slavi, negri, ebrei).

Confluivano in queste posizioni il nazionalismo più esasperato; idee male assimilate tratte da Fichte, Hegel e Nietzsche; il delirio razzista basato su una distorta interpretazione della biologia di Darwin e sugli scritti demenziali del pangermanista antisemita Houston Stewart Chamberlain. Nasceva la concezione razzista, biologistica della nazione.

 

“Essendo la razza l’elemento essenziale della storia e della società, lo Stato veniva considerato da Hitler non come un fine ma come un mezzo, la condizione preliminare per creare una superiore civiltà umana” (Massimo Salvadori): era l’idea della Stato Razziale nazista, guidato dal Führer, il capo carismatico, infallibile, il salvatore del Volk; era l’idea dello Stato come strumento della nazione biologica, strumento della conservazione della ‘sostanza razziale’, non più strumento del diritto (eguale per tutti).
Hitler si considerava un rivoluzionario. Egli riprendeva dagli scritti di Moeller van den Bruck (IL TERZO REICH, 1922) l’idea della necessità di una ‘rivoluzione conservatrice’ tedesca, alternativa al capitalismo e al comunismo (la ‘terza via’), e la precisava come ‘rivoluzione razziale’: i nazisti dovevano cambiare tutto per conservare la razza ariana nei suoi valori e nella sua purezza, difendendola dagli attacchi degli ebrei, che congiuravano per conquistare il dominio sul mondo, servendosi del comunismo e del capitalismo (e di qualunque altra idea utile a minare la resistenza razziale dei tedeschi). Nasceva così la folle certezza di Hitler (e dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg) che esistesse una congiura, una cospirazione giudaico-comunista-capitalista, una idea che traeva alimento da falsi famosi come i DOCUMENTI DEI SAVI ANZIANI DI SION.
 Gli ebrei, i senza patria, il ‘nemico interno’, erano responsabili di fenomeni internazionali quali capitalismo e bolscevismo, gli strumenti di cui essi si servono per dividere il popolo tedesco (predicando la lotta di classe) e indebolirlo biologicamente (con i fumi di scarico delle grandi città industriali etc.). Secondo i nazisti la storia non è determinata dalla lotta di classe, ma dalla lotta tra le razze. Costante è in Hitler il timore per i subdoli ebrei e per la minaccia costituita dai popoli asiatici e africani, che circondano l’Europa e rischiano di sommergerla “La Francia si sta negrizzando” –tuona Hitler nei Mein Kampf. Solo i tedeschi, gli ariani, avrebbero potuto salvare l’Europa dai popoli inferiori, privi di spiritualità, onore, cultura, senso del lavoro etc.
Secondo J. Fest, il nazismo elaborò una utopia razziale-medievale.  “Il nazismo è stato una singolare mescolanza di medioevo e modernità” (IL SOGNO DISTRUTTO, 1991); è stato un tentativo impossibile di negare il tempo e la storia, di conquistare con la moderna tecnologia (cannoni e divisioni corazzate) le pianure dell’Est (Polonia, Russia etc.) e qui realizzare una società di sani contadini-guerrieri ariani. I sottouomini slavi avrebbero lavorato sotto il controllo dei signori ariani, in campagna, e avrebbero anche sostituito i lavoratori tedeschi nelle fabbriche. Utopia folle e impossibile, venata di ruralismo e anticapitalismo reazionario e razzista, che però spiega l’interesse che anche il nazismo mostrò verso le campagne, e il suo tentativo di frenare l’esodo verso le città e difendere il mondo degli junker (a cui fu addirittura riconosciuto il diritto di distribuire castighi corporali ai dipendenti).

LA STRATEGIA DI HITLER.

  1. Attraverso la propaganda antisemita (che del resto cadeva su un terreno fertile: il popolo tedesco era profondamente imbevuto di antisemitismo) Hitler riusciva a scaricare su un capro espiatorio (gli ebrei, appunto) le umiliazioni, le paure e il dissesto economico provocati dalla sconfitta e dalla grande crisi.
  2. Nonostante le conclamate posizioni anticapitaliste, Hitler (esattamente come Mussolini) cercò anche il consenso della grande borghesia, alla quale (seguendo la tattica di Mussolini) si presentò come il restauratore dell’ordine e il nemico giurato del comunismo. Hitler aveva compreso che senza l’appoggio della casta militare, della polizia e del grande capitale non poteva arrivare al potere. Ma Hitler  -a differenza di Mussolini- credeva nella sua ideologia, e (secondo Fest e Hildebrand e altri illustri storici) la sua alleanza con il grande capitale doveva essere puramente tattica e momentanea. L’appoggio degli industriali era necessario, ma forse un giorno… Secondo Fest, nella sua biografia su HITLER, il führer non era disposto a scendere a compromessi sui suoi fini politici ultimi, e la sua connivenza con il mondo industriale era frutto di un opportunismo puramente tattico.

        In ogni caso, è certo che molti grandi gruppi industriali  (Thyssen, Krupp, il gruppo chimico della I. G. Farben etc.) “rimasero fedeli a Hitler” (Carocci), anche perché –come vedremo- il nazismo abolì gli scioperi e i sindacati operai della sinistra, mantenne bassi i salari, sostenne la produzione industriale con il sistema delle commesse pubbliche.  In questo senso si può tranquillamente continuare a dire che il nazismo ha creato un regime totalitario di destra, sostenuto dal grande capitale, anche se autonomo nella sua formazione e nella sua ideologia.

HITLER CANCELLIERE.

  1. Alle elezioni del 1928 i nazisti ebbero appena 800.000 voti (il 2.3% dell’elettorato). Erano ancora un partito insignificante. Poi scoppiò la grande crisi del 1929, ed ecco cosa accadde: già alle elezioni del 1930 ebbero più di 6 milioni di voti (il 18,3%). Anche i comunisti avevano accresciuto la loro forza. Perdevano i partiti che sostenevano la Repubblica di Weimar.
  2. Nel 1932 fu rieletto presidente il vecchio maresciallo Hindenburg. Moriva il governo Brüning. In due successive elezioni, nello stesso anno, i nazisti stravinsero: 14 milioni di voti (40%)! Divennero il partito di maggioranza relativa.
  3. A questo punto i gruppi conservatori (le vecchie e tradizionali destre moderate, guidate da Hugenberg) e cattolici di von Papen, compirono lo stesso errore in cui erano caduti dieci anni prima Giolitti e i liberali: pensarono di ‘utilizzare’ i nazisti contro le sinistre, di costituzionalizarli e di controllarli, affidando loro incarichi secondari di governo. MA SI SBAGLIARONO. Nel gennaio del 1933 Hindenburg chiamò Hitler a formare un nuovo governo (proprio come il re aveva chiamato Mussolini). Hitler divenne cancelliere, alla guida di un governo di coalizione formato da nazisti, conservatori e cattolici (altra analogia con il fascismo).

DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA E PARLAMENTARE, DUNQUE, NASCEVA UN REGIME CHE BEN PRESTO AVREBBE MOSTRATO UN VOLTO TOTALITARIO, DITTATORIALE, ANTILIBERALE , ANTIDEMOCRATICO, DEMAGOGICO E PLEBISCITARIO (MA NON CERTO DEMOCRATICO).

LA NASCITA DEL TOTALITARISMO NAZISTA. IL TERZO REICH.
Un fatto ancora oscuro –l’incendio del Reichstag, il parlamento tedesco nel febbraio 1933, quasi certamente opera di nazisti ma attribuito ai comunisti- diede al governo del neo-cancelliere Hitler l’occasione per mettere fuori legge il partito comunista e limitare le libertà civili. Nelle successive elezioni del marzo 1933, avvenute in un clima di intimidazioni e violenze, i nazisti ottennero il 43,9 % dei voti. Ciò consentì a Hitler di instaurare la sua dittatura: chiese al parlamento di conferire al governo pieni poteri, compresi il potere legislativo e il potere di modificare la costituzione. Il parlamento approvò la legge ‘suicida’: contrari solo i socialdemocratici. Ma il partito socialdemocratico  (fino a poco prima il più forte partito operaio d’Europa) fu sciolto d’autorità in giugno, e il partito del Centro cattolico preferì autosciogliersi. Nel luglio del 1933 il governo emise una legge che riconosceva come legale il solo partito nazista, il passo decisivo in vista della nascita del regime totalitario (a partito unico). Nel frattempo venne creata la potente Gestapo (la polizia politica segreta, la Geheime Staatspolizei) e introdotta la pena di morte per reati politici. Sempre nel 1933 venne aperto il primo campo di concentramento: Dachau, che raccoglieva oppositori politici interni e criminali comuni (non ancora ebrei, se non per reati politici o comuni).
Nell’arco di pochi mesi, Hitler aveva dunque instaurato quel regime dittatoriale che Mussolini aveva edificato solo in circa quattro anni, tra il 1922 e il 1925-6.
Continuava tuttavia ad essere necessario a Hitler l’appoggio della casta militare e degli industriali: questi reclamavano la liquidazione dell’ala sinistra del partito nazista, che aveva numerosi sostenitori nelle SA ed era guidata da Röhm e dai fratelli Strasser. La sinistra nazista progettava una ‘seconda rivoluzione’ decisamente anticapitalista (a testimonianza che l’anticapitalismo del nazismo delle origini non era solo uno scherzo o uno slogan propagandistico): Röhm e compari volevano la nazionalizzazione delle fabbriche e la sottomissione dell’esercito regolare alle SA. Ma Hitler non poteva accontentare il loro radicalismo politico (almeno per il momento). Fu così che nel giugno del 1934 si ebbe la cosiddetta notte dei lunghi coltelli: Hitler fece massacrare dalle SS comandate dal fidato Himmler i capi della sinistra nazista (alcune centinaia di persone, compreso Röhm). In tal modo Adolfo vide confermato l’appoggio di industriali e capi dell’esercito.
Alla morte di Hindenburg, nell’agosto 1934, Hitler aggiunse alla carica di cancelliere anche quella di capo dello Stato e in seguito di capo supremo delle forze armate. La repubblica di Weimar era morta, e lasciava il posto al TERZO REICH (il primo era stato il Sacro romano impero germanico, fondato da Ottone I nel 962 d.C.; il secondo era stato quello formatosi nel 1871 grazie a Bismarck e a Guglielmo I), il ‘Reich millenario’: “Per i prossimi mille anni –dichiarò il führer- la forma della vita tedesca è ormai definitivamente fissata”. In realtà il Terzo Reich non durò mille anni, bensì poco più di dieci, fino al 1945, ma bastò a scatenare la più spaventosa guerra che l’umanità abbia vissuto.

IL REGIME NAZISTA.
  Il regime nazista fu caratterizzato dal controllo nazista di tutti gli apparati dello Stato, dalla propaganda martellante (che peraltro incontrava facile ascolto presso larga parte di un popolo ben disposto ad affidarsi a un capo carismatico), dalla lotta spietata contro gli oppositori e dalla persecuzione degli ebrei.
Il terrore nazista, indubbiamente più feroce di quello fascista, si servì della Gestapo e delle SS di Himmler. Si arrivò all’internamento nei campi di concentramento (i lager) di quasi un milione di tedeschi, e alla eliminazione fisica di molti oppositori.
1) la Shoà (o SHOAH)
Si avviarono le persecuzioni contro gli ebrei, il ‘nemico interno’. Cominciate nel 1933 e aggravate dalle  leggi di Norimberga (1935) che “per la protezione del sangue e dell’onore tedesco” giunsero ad impedire i matrimoni tra ebrei e “cittadini di sangue tedesco”, a dichiarare nulli quelli già contratti, a vietare l’assunzione da parte di ebrei di personale femminile tedesco con meno di 45 anni, a dichiarare punibili per legge le relazioni sessuali tra ariani ed ebrei,  le persecuzioni giunsero infine alle violenze aperte. Il punto di svolta fu costituito dalla notte dei cristalli (novembre 1938), in cui  gli ebrei furono linciati a dozzine per le strade, e i loro uffici e le loro sinagoghe incendiate. Le devastazioni erano state organizzate dal dottor Goebbels e dal famigerato SS Heydrich.
Eppure, come scrive Leon Poliakov, “il giudaismo tedesco impiegò un certo tempo … per capire che l’espatrio era l’unica soluzione rimastagli. Nei primi anni del regime hitleriano l’emigrazione degli ebrei tedeschi fu irrilevante…questa indecisione generale [a partire] era in parte dovuta all’attaccamento alla madrepatria, in parte alle enormi difficoltà legate alla emigrazione”, in parte legate alla convinzione che la patria di Goethe, Beethoven e Kant non avrebbe mai acconsentito a che si giungesse a violenze sistematiche e generalizzate. Semplicemente, molti ebrei restarono (quando era ancora possibile fuggire) perché non credevano possibile che si arrivasse al peggio. Ricorda Poliakov che dei 525.000 ebrei tedeschi solo 175/200.000 se ne andarono prima dello scoppio della guerra e del loro successivo sterminio (dati presentati in IL NAZISMO E LO STERMINIO DEGLI EBREI, Poliakov, 1951, uno dei libri più importanti scritti sull’argomento).
Come è noto, nel corso della Seconda Guerra Mondiale circa sei milioni di ebrei furono uccisi dai nazisti.
Gli ebrei, ritenuti responsabili della sconfitta nella prima g. m., ritenuti capi del bolscevismo e anche crudelissimi capitalisti violentatori e corruttori del sangue ariano, dovevano essere eliminati. Ma la logica eliminazionista dei nazisti sembrò intendere dapprima la loro ‘eliminazione’ come semplice allontanamento dalla Germania (è noto che nel programma del partito e nel Mein Kampf non si parla di eliminazione ‘fisica’ degli ebrei). Secondo alcuni studiosi ( tra cui lo stesso Poliakov, Broszat, Browning)  non vi sarebbe stata già sin dall'inizio una volontà precisa di sterminare gli ebrei. Tant'è che fino al 1941 e al momento dell’attacco alla Russia sovietica da parte dei tedeschi, gli uffici delle SS studiavano dei piani per attuare la emigrazione forzata degli ebrei. E’ noto il PIANO MADAGASCAR. Poi con le prime  difficoltà militari i nazisti, che, penetrati in Polonia e in Russia, si trovarono di fronte a milioni di ebrei (moltissimi vivevano in Europa orientale), decisero per lo sterminio. E’ questa la tesi ‘funzionalista’. Secondo molti altri storici, invece, l’intenzione di massacrare gli ebrei sarebbe stata presente nella mente dei capi nazisti fin dall’inizio, anche se per ragioni di opportunità politica essa non fu mai espressa pubblicamente. E’, questa, la tesi ‘intenzionalista’ di Lucy Dawidowicz, Fleming, Nolte. Ancora si discute su questi argomenti. In ogni caso, né gli uni né gli altri mettono in dubbio la mostruosa realtà del genocidio.
In ogni caso, è certo che durante la guerra mondiale, a partire dal 1941, i nazisti passarono a sterminare gli ebrei d’Europa, ovunque li trovassero. Ora la logica eliminazionista del nazismo dava vita all’olocausto del popolo ebraico, alla shoà (=distruzione). A quanto è dato sapere (tutto si svolse nella massima segretezza possibile, e non sono stati trovati documenti firmati che contengano esplicitamente l’ordine di attuare il genocidio; tutti i documenti al riguardo sono ammantati di espressioni eufemistiche), la “SOLUZIONE FINALE” della questione ebraica (la Endlösung), intesa come genocidio,  fu presa nel 1941, al momento dell’attacco all’Urss, e fu pianificata nel 1942, alla Conferenza di Wannsee (presso Berlino). Gli ebrei occidentali (non solo quelli tedeschi, ma quelli di tutti i Paesi nei quali giungessero le armate tedesche), già identificati e marchiati (con la stella di Davide), poi privati delle loro proprietà (che vennero ‘arianizzate’, cioè espropriate e vendute a basso costo a tedeschi), poi ghettizzati, furono infine deportati a est, lontano dagli occhi  ‘pietosi’ e dalle coscienze ‘sensibili’ degli occidentali, e lì furono massacrati con tecniche industriali, ‘tayloriste’ e ‘fordiste’, nei  grandi Vernichtungslager (=campi di sterminio, non semplici campi di concentramento, di lavoro o di transito) che si trovavano in Polonia (occupata dai tedeschi): Auschwitz, Sobibor, Chelmno, Maidanek, Treblinka, Belzec.
Bisogna ricordare che in prossimità dei ‘campi della morte’, molte industrie tedesche aprirono stabilimenti per sfruttare il lavoro degli ebrei ridotti in condizione di schiavitù e destinati a morire (di fame, fatica o nelle camere a gas). E Bisogna ricordare che la I.G. Farben fece affari con i nazisti vendendo il terribile Zyklon B, i cristalli di cianuro da cui si sprigionava il gas usato  per liquidare gli ebrei. Nei campi furono poi eliminati fisicamente moltissimi zingari, testimoni di Geova, prigionieri russi..
Ma bisogna anche ricordare che già dal 1941, in Russia agivano le terribili Einsatzgruppen, unità speciali delle SS e della polizia che fucilarono centinaia di migliaia di ebrei, muovendosi subito dietro le prime linee dell’esercito tedesco avanzante. Fu, questa, la fase delle ‘eliminazioni selvagge, primitive’(come le chiama Poliakov), precedente quella più ‘scientifica’ delle eliminazioni nei lager.
Aggiunte. Hitler si proponeva di rendere l’Europa judenfrei (=libera dagli ebrei), e ci riuscì quasi completamente, anche perché nessun altro Stato (né Usa né Inghilterra etc.) spalancò le porte agli ebrei che decidevano di fuggire. Gli inglesi non volevano troppi ebrei in Palestina, per non avere noie con gli arabi; i politici statunitensi, per ragioni elettorali interne, sensibili al tema delle quote di immigrazione e alle preoccupazioni razziali degli WASP, non intendevano rischiare sconfitte politiche per aiutare gli ebrei; e la Francia, quanto antisemita era la patria di Dreyfus?.
La Shoà non fu l’unico né il primo genocidio del XX secolo. Già nel 1916-7, durante la Grande Guerra, il governo turco aveva massacrato gli armeni. L’unicità della Shoà deriva dai metodi scientifici e industriali con cui in buona parte fu attuata, oltre che per l'ideologia razzista che condannò a morte gli ebrei per il solo fatto di esser nati; ebrei equiparati dalla pseudobiologia, dalla fisiognomica e dalla frenologia, a topi, cimici, esseri sub-umani, meno-che-umani.
Vorrei concludere il punto ricordando che il razzismo antisemita deriva buona parte del suo fascini dall’essere una visione semplicistica e manichea del mondo che –come disse Proust- “avvicina il duca al suo cocchiere”, cioè risponde in modo mostruoso al bisogno di eguaglianza e di appartenenza diminuendo il sentimento della differenza di classe sociale, unificando in modo fittizio tutti i ceti in una unica razza e scagliando il male fuori di sé, nei portatori di un altro ‘sangue’. Esso è, come ha detto Hannah Arendt, “nazionalismo tribale”. E’ “il socialismo degli sciocchi” (Lenin).

  1. Organizzazione di massa e cultura.

    I sindacati operai vennero sciolti, e i lavoratori inquadrati nel Fronte del Lavoro, organizzazione corporativa nazista. La gioventù venne organizzata nelle formazioni della Hitlerjugend (Gioventù hitleriana). Sfilate, adunate oceaniche che avevano il compito di instaurare un rapporto diretto tra le masse e il capo, parate militari, bandiere, musica, manifestazioni sportive (le Olimpiadi di Berlino, 1936) seguivano un preciso e coreografico rituale finalizzato a rinsaldare il senso della Volksgemeinschaft tedesca. A Norimberga fu costruito uno stadio per 240.000 persone! Cinema e radio cantavano le lodi del popolo tedesco e del suo führer. L’architettura monumentale di Albert Speer faceva lo stesso, e così le cerimonie neopagane ispirantesi ai miti scandinavi, al culto del sole e della svastica. Si formò un Ministero della propaganda affidato al dottor Goebbels. Il consenso di massa al nazismo fu indiscutibile, grazie anche al fatto che, puntando sul riarmo, l’industria bellica e le opere pubbliche, il nazismo eliminò in tempi brevi la disoccupazione.
La vita culturale venne sottoposta al controllo rigido dello ‘Stato delle SS’. Già nel 1933 si erano verificati i roghi di libri di autori ‘non graditi’: Voltaire, Marx, Freud, Einstein, Freud, Proust etc. Dalla Germania ci fu un esodo di intellettuali di primo piano: Thomas Mann e Albert Einstein tra gli altri.

3) Nazismo, chiese, industria e caste militari.
Il consenso di massa derivò anche dal fatto che le chiese luterana e cattolica attuarono deboli opposizioni al nazismo. Anche in Germania si giunse ad un concordato fra Hitler e il Vaticano: la chiesa accettava lo scioglimento dei sindacati cattolici e del partito del Centro per assicurarsi libertà di culto. Solo più tardi, nel 1937, Pio XI condannò il nazismo nell’enciclica CON COCENTE DOLORE. Ma il suo successore, Pio XII (1939-1958) attenuò l’atteggiamento anti-nazista e mantenne quello anti-comunista.
I rapporti tra i trust industriali, come quello dei Krupp e della Farben, e il nazismo si rafforzarono, che perché il regime proibì gli scioperi operai, favorì l’industria con le commesse pubbliche e il potenziamento della produzione bellica, nonché con la promessa di grandi bottini di guerra. Gli industriali, favoriti e protetti, si sottomisero di buon grado alla pianificazione economica statale (altro tratto tipico dei totalitarismi), che iniziò nel 1936 con il primo piano quadriennale (quinquennali quelli sovietici: ricordare).
Gli operai ebbero bassi salari, ma in compenso ottennero lavoro sicuro e stabile.
Nel 1938, dopo aver eliminato ogni opposizione interna al partito (vedi NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI), Hitler si sbarazzò –destituendoli- anche di quei generali dell’esercito (Blomberg, Fritsch) che si opponevano all’idea di una espansione militare tedesca in tempi brevi formulata dal capo nazista, idea giudicata troppo azzardata.
Hitler era diventato il signore assoluto della Germania. La guerra era vicina.

Ordine: leggere documento n. 1 (il programma del partito) e n.2 (pagine dal Mein Kampf) sul manuale, nonché la parte dedicata alle INTERPRETAZIONI DEL NAZISMO (e in particolare il brano tratto da Mosse).

 

Fonti principali: Carocci, L’ETA’ CONTEMPORANEA, Zanichelli, Bologna, 1990, capitoli 68-69;
Gavino Olivieri, STORIA CONTEMPORANEA, Ed. del Giglio, pp.246-8;
Gaeta, Villani, Petraccone, STORIA CONTEMPORANEA, Principato, Milano.
E qualche altra dozzina di libri.

                                                                                                        Mario Gamba.

INTERPRETAZIONI DEL NAZISMO.

  1. Un primo nodo storiografico è capire se il nazismo sia l’ovvio punto d’arrivo di energie negative insite in Germania sin dai tempi di Lutero (noto antisemita) o se esso sia un fatto nuovo,  una sorta di deviazione patologica dalla tradizione culturale tedesca, la forma tedesca di un fenomeno comunque europeo e non specificamente tedesco. Secondo lo storico tedesco conservatore Gerhard Ritter, il nazismo è solo una forma particolare della crisi generale dei valori liberal-democratici (tolleranza, ragionevolezza,  moderazione, libertà, fiducia nel progresso storico etc.) che investì tutto l’Ocidente, e non deve essere pensato come un evento che ha radici unicamente nella storia tedesca passata. Secondo Ritter (che scriveva negli anni sessanta), non c’è alcuna continuità tra la Germania di Bismarck e Guglielmo I e la Germania di Hitler. Hitler aveva preso a modello Mussolini, non Bismarck. E in ogni caso l’esercito tedesco di vecchia tradizione prussiana non amava l’austriaco, cattolico, ‘meridionale’ e anti-tradizionalista Hitler.
  2. Ma questa prospettiva sembra essere in qualche modo costruita per de-responsabilizzare il mondo tedesco di ciò che è accaduto, e diminuire il suo senso di colpa. Secondo Enzo Collotti (LA GERMANIA NAZISTA, 1962), invece, il nazismo si colloca all’interno di una tradizione tipicamente tedesca, nazionalista, militarista, antisemita, che va da Lutero a Fichte, Hegel, Wagner, Nietzsche, il pangermanesimo etc.
  3. Altri studiosi, poi, tendono a pensare che gli orrori del nazismo sono il frutto della crisi morale europea, e in particolare della ebbrezza di potere della borghesia e dei militari tedeschi. Eppure, secondo costoro (tra i quali il grande professore liberale Meinecke, subito dopo la fine della 2° g. m .) tutti questi mali non avrebbero potuto portare ad una simile catastrofe senza la comparsa di una personalità eccezionale, di una ‘forza demoniaca’ come quella di Hitler, che stregò il popolo tedesco e lo pose in balìa  di un “gruppo di filibustieri” animati solo dal tornaconto personale.  Invece Collotti invita a respingere il tentativo di scaricare sulla sola figura di Hitler (e dei leader nazisti) ogni responsabilità, per non fornire un alibi ai tanti corresponsabili della sciagura. Hitler non avrebbe mai potuto scatenare la guerra e l’Olocausto senza l’aiuto degli industriali, delle classi politiche conservatrici, degli Junker e dei militari.
  4. I marxisti interpretano il nazismo come fanno con il fascismo italiano. E’ la vecchia tesi Dimitrov, secondo cui il nazismo sarebbe stato lo strumento usato dal grande capitale, dalla borghesia reazionaria per distruggere il movimento proletario-socialista. (sulla tesi Dimitrov v. Gaeta-Villani, p.264)
  5. La teoria marxista del nazismo come semplice agente del capitalismo è stata negata da autori come Fest e K. Hildebrand  (IL TERZO REICH, 1979), che sottolineano l’autonomia politica del nazismo dal grande capitale e le intenzioni realmente anticapitaliste di Hitler e del nazismo (che volle essere –senza riuscirvi- una reale ‘terza via’). I nazisti avrebbero realmente voluto, dopo la auspicata vittoria nella guerra, sbarazzarsi dell’industrialismo capitalista. Protessero la grande industria solo perché di fatto ne avevano bisogno per vincere il conflitto. Poi però, finita la guerra…
  6. George Mosse (LE ORIGINI CULTURALI DEL TERZO REICH, 1968) ci offre invece una tesi più sottile: la tesi del nazismo come rivoluzione antiebraica. La ragione del successo di Hitler fu di avere dato un indirizzo concreto alla fumosa e indefinita volontà rivoluzionaria dei ceti medi. La “rivoluzione germanica”, la ricerca di una TERZA VIA alternativa a capitalismo e comunismo,  divenne –con la predicazione di Hitler e Goebbels- rivoluzione antiebraica. Il gran colpo di genio di Hitler consisté nel distinguere tra capitalismo ebraico (responsabile dei mali dei ceti medi) e capitalismo tedesco (=ariano e ‘buono’). Il nemico non fu più il capitalismo in quanto tale, bensì il capitale ebraico (oltretutto, secondo Hitler, gli ebrei erano anche i capi del movimento bolscevico internazionale). L’antisemitismo nazista, del resto, non era semplice opportunismo, ma fede sincera. Deviando la rabbia dei ceti medi in crisi contro i capitalisti ebrei (e solo quelli) e la “cospirazione giudaico-marxista”, Hitler salvò il capitalismo tedesco dalla rovina e anzi lo rafforzò, schiacciando i movimenti di sinistra. La rabbia dei ceti medi (e anche di molti operai) fu distolta dalle cause reali dei loro problemi (il cattivo funzionamento del capitalismo) e scagliata contro gli ebrei (=capro espiatorio). Nel contempo, la proprietà privata ariana fu dichiarata inviolabile e le ricchezze degli ebrei furono spartite tra i ricchi tedeschi. Così gli industriali tedeschi sostennero la “rivoluzione razziale” di Hitler. ‘Capitalismo’, per i nazisti, era in realtà sinonimo di ‘industrialismo ebraico’. Quello di Krupp e della Farben non era, per i nazisti, ‘capitalismo’ in senso proprio; era, piuttosto, industrialismo ariano, al servizio del Volk. Così i nazisti salvarono il capitalismo ariano-tedesco.  Un gioco di parole! ‘Capitalismo’ divenne sinonimo di egoismo ebraico, di liberismo, di ‘manchesterismo’ giudaico. Il sistema di fabbrica a profitto privato ma controllato dai piani quadriennali dello Stato e dunque al servizio del Volk, non era ‘capitalismo’!
  7. LA POLEMICA ATTUALE SUL REVISIONISMO STORIOGRAFICO.

In anni recenti, a partire dal 1986, si è sviluppata in Germania la HISTORIKERSTREIT (“polemica storiografica”) che ha appassionato l’opinione pubblica europea, e di cui i giornali hanno dato ampia notizia.
La polemica è stata aperta dagli scritti di Ernst Nolte (l’articolo “Il passato che non vuole passare”, del 1986; il libro NAZIONALSOCIALISMO E BOLSCEVISMO. La guerra civile europea 1917-1945,  libro del 1987).
Nolte, storico tedesco conservatore, ha sostenuto una tesi da molti ritenuta inaccettabile perché tendente a diminuire le “colpe senza attenuanti” della Germania nazista, in qualche modo, a liberare il popolo tedesco dal senso di colpa per un “passato che non passa”.
A differenza di tanti cialtroni come Faurisson (che ha addirittura negato l’esistenza dei campi di sterminio e della volontà criminale di sterminare gli ebrei: è la posizione infame del NEGAZIONISMO storiografico), Nolte (accusato comunque di REVISIONISMO STORIOGRAFICO, cioè di voler ‘rivedere nel senso di ‘attenuare’ la portata dei crimini nazisti) ha affermato che il genocidio razziale fu certo una triste realtà, ma ebbe un ruolo e un significato secondario e subordinato rispetto al vero obiettivo della dittatura nazista: la lotta senza quartiere contro il comunismo. Il nazismo, secondo Nolte, volle essere essenzialmente un ANTICOMUNISMO. La tesi di Nolte è che il nazismo è stato solo la risposta preventiva alla minaccia di una invasione bolscevica. Le violenze politiche all’interno dei vari Stati europei tra il 1917 e il 1945 (lotte tra ‘fascisti’ e comunisti in Italia, Germania, Ungheria, Spagna etc.: la ‘guerra civile europea’) e poi la seconda guerra mondiale nascono a partire dalla rivoluzione d’Ottobre, la rivoluzione sovietica, comunista, bolscevica.
Il nazismo non ci sarebbe stato, senza la minaccia del bolscevismo. E i nazisti, nel costruire i loro lager hanno preso a modello il gulag sovietico: nella lotta contro i comunisti, hanno imitato i loro metodi. IL GULAG PRECEDE IL LAGER! [Come dire che hanno cominciato prima i rossi, e dunque…]. E’ la famosa tesi del NAZISMO COME RISPOSTA IMITATIVA AL BOLSCEVISMO
Il metodo dello sterminio fu analogo, anche se certo, il bolscevismo tentò di attuare lo sterminio di CLASSE (contro kulaki e borghesi), mentre il nazismo tentò di attuare lo sterminio BIOLOGICO contro gli ebrei e quei popoli colpevoli di non avere sangue ariano. Certo, dice Nolte, lo sterminio consumato dai nazisti fu PEGGIORE, MORALMENTE PIU’ RIPROVEVOLE di quello bolscevico. Ma, insomma, Nolte giunge anche a sostenere che il bolscevismo ha causato il nazismo, e che il nazismo ha rappresentato la risposta dell’Occidente alla sfida dell’Oriente sovietico.
Contro Nolte, filosofi come HABERMAS e storici come HOBSBAWM hanno fatto notare che la suddetta tesi è contraddetta da precisi fatti.

  1. In primo luogo, il razzismo amtisemita di Hitler è una componente fondamentale del programma nazista fin dall’inizio. Nel MEIN KAMPF le pagine dedicate alla polemica antisemita esplicita sono tre volte più numerose di quelle dedicate alle argomentazioni contro il comunismo (e in ogni caso lo stesso comunismo è visto solo come uno strumento di potere utilizzato dagli ebrei!)
  2. In ogni caso, senza la punitiva pace di Versailles, le mortificazioni territoriali subite dalla Germania e le crisi economiche derivanti dal sistema capitalistico occidentale (in particolare USA), l’avvento di Hitler al potere non sarebbe mai stato possibile. Tutto avrebbe inizio con la GRANDE GUERRA (1° g. mond.), che generò sia la rivoluzione sovietica sia quel malessere tedesco da cui sarebbe sorta la dittatura nazista. Insomma, il 1914 (e non il 1917) segna, dice Hobsbawm, l’inizio del terribile Novecento, il più sanguinoso secolo della storia umana. E la prima guerra mondiale fu effetto delle tensioni imperialistiche tra le potenze.

28/5/1997.     Mario Gamba.

IL MONDO VERSO UNA NUOVA TRAGEDIA.

LE RELAZIONI INTERNAZIONALI NEGLI ANNI TRENTA.
Il mondo andava velocemente avvicinandosi alla seconda guerra mondiale, l’ultimo atto di quella che molti studiosi (a partire da Arno Mayer, ebreo statunitense di impostazione marxista, autore di opere famose come SOLUZIONE FINALE, 1990) chiamano la “guerra dei Trent’anni del ventesimo secolo”, o anche la “seconda guerra dei trent’anni”, un’epoca di crisi generale che ricopre il periodo 1914-1945. La Grande Guerra, le crisi economiche, la rivoluzione bolscevica, la dittatura fascista, il totalitarismo stalinista, le paure delle liberal-democrazie occidentali, la nascita del regime totalitario nazista… tutto concorse allo scoppio della più terrificante tragedia che l’umanità abbia conosciuto: la Seconda Guerra Mondiale.
In questa sede ci occupiamo delle relazioni politiche internazionali che condussero allo scoppio del conflitto.
Per comprendere quanto accadde, bisogna sempre tener presente quanto segue: le relazioni internazionali negli anni trenta furono una vera e propria ‘partita a tre’, tre campi politico-ideologici diffidenti l’uno dell’altro, e con diverse strategie politiche: le liberal-democrazie occidentali (USA, Inghilterra, Francia etc.), terra del capitalismo; il mondo sovietico stalinista; il blocco nazi-fascista (a cui si aggiunse, come vedremo, il Giappone), alla ricerca della ‘terza via’, anti-liberale e anti-comunista.

  La Società delle Nazioni coltivava l’ideale della sicurezza collettiva, cioè di una intesa generale grazie alla quale i paesi membri che fossero stati aggrediti sarebbero stati difesi da tutti gli altri. L’ideale non si realizzò mai, dice il Carocci. Una serie di clamorose smentite (l’aggressione del Giappone alla Cina nel 1931,  quando i nipponici strapparono la Manciuria ai cinesi; l’aggressione dell’Italia fascista all’Etiopia nel 1935) misero in crisi l’ideale della sicurezza collettiva. Del resto, come abbiamo già visto, a partire dal 1930 e con l’arrivo della grande crisi economica, anche lo spirito di Locarno, lo spirito europeo della distensione, andava dissolvendosi rapidamente.
Già nel 1933 il Giappone e la Germania nazista avevano lasciato la Soc. delle Naz. Nel 1937 la lasciò anche l’Italia fascista.
Gli avversari della sicurezza collettiva erano infatti il Giappone, l’Italia e la Germania, potenze fortemente popolate e alla ricerca di ‘spazio vitale’ e materie prime, disposte ad attuare politiche estere aggressive per procurarsi terre e risorse, contro quelle che la propaganda fascista chiamava le ‘plutocrazie’ liberali ricche di colonie e materie prime:Francia, Inghilterra e Usa (che non faceva comunque parte della S. d. N.
Nessuno era però disposto a far ricorso alla forza per far cessare una aggressione. La sicurezza collettiva era dunque paralizzata. Dopo la salita di Hitler al potere nel 1933, numerose potenze iniziarono a preoccuparsi: temevano il revascismo tedesco, temevano quell’Hitler che aveva ottenuto il consenso del popolo tedesco grazie alle costanti critiche nei confronti del trattato di Versailles, temevano il riarmo tedesco. Francia (nemica storica della Germania) e Urss (timorosa della propaganda anticomunista di Hitler) erano forse –dice Carocci- le due potenze più preoccupate, tanto che l’Urss nel 1934 entrò nella S.d.N. Ma la sicurezza collettiva era paralizzata non solo dalla paura che della Germania avevano molti paesi, ma anche dall’anticomunismo e dalla paura che dell’Urss avevano i conservatori in Francia e in Inghilterra. Man mano che le intenzioni di Hitler diventavano sempre più bellicose (come vedremo), i conservatori inglesi e francesi cercarono di rabbonirlo con una serie di concessioni territoriali a spese di Stati europei minori (ad esempio la Cecoslovacchia) e mirarono a indirizzare contro l’Urss l’aggressività nazista.  Fu la cosiddetta politica dell’appeasement (= pacificazione mediante concessioni), che durò fino al 1939 e allo scoppio della guerra. In questa folle politica (che permise a Hitler di rafforzarsi sempre più quando ancora era possibile fermarlo, e che consentì ai nazisti di rivolgere le armi anche contro quelle stesse nazioni che avevano permesso il riarmo e l’ingrandimento territoriale del Terzo Reich) si distinsero Neville Chamberlain, primo ministro inglese dal 1937, e il suo collega francese Daladier. Ricordo a tal proposito che in Francia i conservatori amavano affermare “Meglio Hitler che Blum”, cioè meglio i nazisti che i socialisti come Leon Blum.       I conservatori vedevano in Hitler (e Mussolini) un baluardo contro il bolscevismo. Ma la ‘teoria della diga’ (come anche era chiamata) fu un gravissimo errore di valutazione delle classi dirigenti delle democrazie borghesi, che non avevano compreso la natura ideologica del nazi-fascismo, come già nel 1938 avvertì Thomas Mann. Come ho detto, fu una partita a tre, dal tragico risultato. Nessuno si fidava completamente di nessuno, tutti miravano a prendere tempo o a scagliare un blocco contro l’altro, mantenendosi al di fuori della mischia. Alla fine, tutti furono coinvolti, e il risultato fu 60 milioni di morti!
Andiamo con ordine.
Nel 1933, al momento della ascesa di Hitler al potere, Mussolini tenne un atteggiamento amichevole verso il capo della Germania (che riconosceva pubblicamente nel Duce il suo maestro). Ma nel 1934, in seguito all’assassinio di Dollfuss (il cancelliere austriaco) commesso in Austria da elementi nazisti che volevano l’annessione dell’Austria alla Germania, i rapporti tra Italia e Germania peggiorarono bruscamente. Mussolini, preoccupato di una eventuale presenza tedesca sui confini italiani e desideroso di porre l’Austria nella sua zona di influenza, inviò due divisioni al Brennero con fare minaccioso. L’iniziativa hitleriana (il desiderio di annettere l’Austria) rientrò, e Mussolini si atteggiò a paladino della indipendenza austriaca, ottenendo il plauso delle altre potenze europee.
Nel 1935 (dieci anni dopo il trattato di Locarno) la Germania ripristinò il servizio militare obbligatorio e diede avvio a un poderoso riarmo. Allora, alla conferenza di Stresa (1935), Inghilterra, Francia e Italia si riunirono per condannare il riarmo tedesco e tornarono a offrire garanzie per l’indipendenza austriaca. Siamo ora in grado di capire perché nel 1935, al momento dell’aggressione italiana all’Etiopia, nessuno volle ricorrere alla forza per fermare Mussolini: perché nessuno voleva inimicarsi irrimediabilmente il Duce, vedendo in lui un uomo capace di tener testa a Hitler. Invece Mussolini, irritato per le sanzioni economiche (del resto ben poco efficaci) contro l’Italia, dopo la conquista dell’Etiopia si avvicinò sempre più alla Germania. Mussolini sperava che l’Italia avrebbe tratto grandi vantaggi da una eventuale futura guerra a fianco della Germania per strappare colonie e territori alle ‘plutocrazie’. Le ‘nazioni proletarie’ (come amava dire il Duce) dovevano trovare il loro ‘posto al sole’, il loro spazio vitale combattendo le nazioni plutocratiche.
Così, nel 1936 si giunse all’ASSE ROMA-BERLINO, il riavvicinamento formale dei due paesi. Nel 1939 l’Asse fu trasformato in una vera e propria alleanza militare: il PATTO D’ACCIAIO, un patto non-difensivo. Mancavano pochi mesi allo scoppio della guerra.

IL FRONTE POPOLARE IN FRANCIA.
Le preoccupazioni dei conservatori in Europa per il comunismo aumentarono nel 1936 quando in Francia e in Spagna si affermarono dei governi di sinistra, che si basavano (seguendo le nuove direttive di Stalin e delle Terza Internazionale) sulla politica dei fronti popolari, cioè sull’alleanza di social-democratici, comunisti, forze democratiche borghesi (e in Spagna anche moltissimi anarchici).
In Francia nel 1936 si formò il governo di Fronte Popolare guidato da Leon Blum, che suscitò una ondata di speranza in larghi strati della popolazione, e che fu subito seguito da un’ondata di scioperi e occupazioni di fabbriche da parte degli operai per ottenere più alti salari etc. Gli operai ottennero aumenti salariali, 15 giorni di ferie pagate, la riduzione delle ore di lavoro a 40 settimanali. Ma il governo di Blum non fu in grado di resistere, perché gli imprenditori francesi, che vedevano alle porte lo spettro del comunismo, iniziarono lo “sciopero del capitale”  (invio di capitali all’estero, caduta degli investimenti etc.) I conservatori cominciavano a dire che forse era “Meglio Hitler che Blum”. Il governo Blum dovette dimettersi nel 1937, travolto dalle difficoltà.

LA GUERRA CIVILE IN SPAGNA

  La Spagna era un paese ancora molto arretrato economicamente, dove le istituzioni liberali erano sempre state assai deboli. Il paese era dominato da una oligarchia chiusa, una specie di casta, costituita da aristocratici, grandi proprietari terrieri, qualche industriale, generali e alto clero. Circa un terzo del suolo coltivabile era nelle mani dello 0,12% dei proprietari! Un paese agricolo e davvero semifeudale. Attorno al 1920 ci furono forti agitazioni sociali promosse dai sindacati anarchici (molto forti) e socialisti. La Catalogna rinnovò le richieste di autonomia. Anche se non aveva partecipato alla Grande Guerra, insomma, la Spagna attraversò anch’essa un periodo molto difficile, che ebbe fine nel 1923 quando il generale Miguel de Rivera instaurò una dittatura, d’accordo con il re Alfonso. La dittatura finì nel 1930. Il re fu costretto ad abdicare un anno dopo. La Spagna era diventata una repubblica.
Nel 1936 le sinistre, riunite nel FRONTE POPOLARE, salirono al potere. Operai e contadini contavano sulla possibilità di dividere i latifondi tra i braccianti senza terra, di avere aumenti salariali, di dare autonomia alle regioni. Ma c’è da notare che non mancavano gli attriti tra anarchici e comunisti.
Anche le forze reazionarie erano forti: i proprietari terrieri, la Chiesa, gran parte dell’esercito, una organizzazione di tipo fascista, la FALANGE, fondata nel 1933 dal José de Rivera, il figlio del vecchio dittatore.
La rivolta contro il governo legittimo partì dal Marocco (colonia spagnola), guidata dal generale Francisco Franco, il CAUDILLO. Era il 1936. Era scoppiata la guerra civile spagnola, che fu lunga, sanguinosa e tragica, e che si concluse nel 1939 con la vittoria di Franco.
La guerra fece quasi un milione di morti e rovinò la già fragile economia nazionale.
Franco ebbe l’appoggio di Mussolini (che inviò circa 60.000 ‘volontari’) e Hitler (con l’invio massiccio di materiale bellico e gruppi di aviazione). La popolazione civile spagnola fu sottoposta a feroci bombardamenti (celebre quello di Guernica, il cui martirio ha ispirato il famoso quadro di Picasso).
Solo l’Urss inviò qualche aiuto di una certa consistenza al goversno di sinistra. Le democrazie occidentali (Francia e Inghilterra) si astennero dal sostenere il governo legittimo sia per non inimicarsi Mussolini e Hitler, sia per evitare che la Spagna, nel caso avesse visto il governo, cadesse sotto l’influenza dell’Urss e dei comunisti. A difendere la repubblica arrivarono da ogni dove migliaia di volontari antifascisti (italiani, inglesi, americani, tedeschi etc. Ricordiamo Hemingway, Orwell, Malraux), inquadrati nelle famose Brigate Internazionali.  Molti gli italiani, tra cui i fratelli Carlo e Nello Rosselli, e Togliatti. Furono i Rosselli ad indicare che la lotta antifascista doveva estendersi quanto prima dalla Spagna all’Italia: “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Le Brigate Internazionali nel 1937 riuscirono a sconfiggere i fascisti nella battaglia di Guadalajara. Ma il loro impegno non bastò.
La guerra civile assunse indubbiamente, tra le destre,  i toni ideologici della crociata anticomunista: le destre nazifasciste e le forze impegnate nella difesa dell’ordine e dei diritti del clero si unirono e vinsero.
Indubbiamente la guerra fu feroce: distruzione di chiese, massacri di piazza a danno di sacerdoti e possidenti, bombardamenti devastanti, stragi effettuate dai falangisti e dai franchisti. Né si può dimenticare che il governo legittimo fu indebolito ulteriormente da una specie di guerra interna tra comunisti, sostenuti dall’Urss, e anarchici (i due schieramenti arrivarono spesso a spararsi addosso!).
Nel 1939, Franco aveva vinto. Egli instaurò una feroce dittatura  conclusasi solo con la sua morte nel 1975 e il ritorno della monarchia (Juan Carlos di Borbone) e della democrazia. La dittatura di Franco fu autoritaria e conservatrice, non certo totalitaria o ‘fascista’ in senso pieno: il popolo non fu integrato, ma sottomesso. Il potere tornò alle forze tradizionali: clero, militari, proprietari terrieri. Il divorzio e il matrimonio civile, introdotti dalla repubblica, furono aboliti. L’istruzione tornò in mano al clero.

LA GUERRA TRA CINA E GIAPPONE E IL PATTO ANTICOMINTERN. 
Oltre che in Europa, c’era nel mondo un altro focolaio di guerra: l’estremo Oriente. Qui il Giappone manifestava una formidabile volontà espansiva e imperialistica.
Il Giappone, paese feudale ancora nel pieno dell’Ottocento, dominato da daimyo (nobili) e mikado (l’imperatore), densamente popolato e privo di materie prime, a partire dal 1867 (inizio dell’ERA MEIJI = del governo illuminato), abolì il regime feudale istituendo la uguaglianza giuridica e trasformando i contadini in proprietari. Il paese si aprì rapidamente alla tecnologia occidentale, ma mantenne intatta una mentalità ‘atavica’ (come avrebbe detto Schumpeter). La casta dei daimyo si trasformò in gruppi industriali che da una parte modernizzarono le strutture economiche della nazione, dall’altra inserirono all’interno del sistema di fabbrica quei rapporti di subordinazione assoluta dei lavoratori nei confronti degli imprenditori che avevano caratterizzato l’età feudale. Anche in Giappone medioevo e modernità si mescolavano e davano luogo a un sistema socio-politico unico nel suo genere. I gruppi di zaibatsu (grandi industriali e banchieri come i Mitsubishi, riuniti in cartelli e trusts) sostenevano la politica aggressiva dei militari che,  guidati dall’imperatore (il mikado) auspicavano una espansione nipponica verso il continente asiatico, per conquistare colonie e materie prime. Nel 1894-5 il Giappone aveva sconfitto la Cina per il controllo della Corea, ponte naturale verso il continente. Nel 1904-5  i giapponesi avevano sconfitto i russi e occupato la Manciuria meridionale. Nel 1931, attaccando nuovamente la Cina, i giapponesi avevano occupato tutta la Manciuria, e vi avevano edificato uno Stato-fantoccio, il Manciukuo.
“Il regime dei militari –dice G. Carocci- presentava qualche analogia con il fascismo europeo, pur restando una cosa profondamente diversa perché il potere politico non cadeva in mano a uomini nuovi ma rimaneva in mano a una forza tradizionale come l’esercito.  Tuttavia,  anche il regime dei militari giapponese, come il nazi-fascismo europeo, era una dittatura che andava incontro alle aspirazioni popolari (in particolare dei contadini) a una esistenza migliore, e le incanalava nella direzione di una politica estera espansiva che si proponeva progetti grandiosi. Si trattava di creare in tutta l’Asia un “nuovo ordine” , di cacciare via i dominatori europei e creare un sistema imperiale guidato dal Giappone, che avrebbe finalmente avuto a disposizione abbondanza di materie prime e di territori dove inviare l’eccesso della sua popolazione (70 milioni nel 1936)”  -da G. Carocci, L’ETA’ CONTEMPORANEA.
Nel 1936 il Giappone militarista strinse una alleanza anticomunista con la Germania di Hitler: il PATTO ANTICOMINTERN (=contro l’Internazionale Comunista), a cui aderirono in seguito l’Italia fascista e altri Stati minori. Nel 1937 i giapponesi aggredirono nuovamente la Cina. Così la guerra iniziò in Oriente due anni prima che in Europa: nel 1937 anziché nel 1939.
La Cina, repubblica dal 1911,  era in quegli anni scossa da una terribile guerra civile tra le forze nazionaliste del Guomindang, guidate da Chiang-Kai-Shek e le forze comuniste (il partito comunista cinese era stato fondato nel 1921) guidate da MAO ZE-DONG. Nazionalisti e comunisti si accordarono tra di loro per fronteggiare il comune nemico nipponico. (Ricordo che finita la 2° g. m. con la sconfitta del Giappone, comunisti e nazionalisti ripresero a combattersi. Mao vinse e nel 1949 creò la Repubblica Popolare Cinese. Chiang si rifugiò nell’isola di Taiwan (Formosa).
Nel frattempo gli Usa di Roosevelt si mostravano sempre più preoccupati per l’avanzata nipponica in Oriente.

1937-1939: ARRIVA LA GUERRA!
Mentre il Giappone aggrediva la Cina, Hitler elaborava i suoi piani di espansione per conquistare il Lebesraum del popolo tedesco ariano. La prima direzione verso la quale Hitler si mosse fu l’Europa danubiana (dalla quale la Germania importava quantità crescenti di derrate agricole e materie prime).

  1. Nel marzo 1938 si verificò l’ANSCHLUSS (=annessione) dell’Austria. Hitler occupò l’Austria e la unì alla Germania. Questa volta, Mussolini non si mosse!
  2. Nel settembre 1938 Hitler progettò di aggredire la repubblica cecoslovacca. La Cecoslovacchia era decisa a resistere, ma ne fu impedita da Francia e Inghilterra, che puntavano tutto sull’APPEASEMENT con la Germania. Infatti nello stesso mese Hitler, Mussolini, Neville Chamberlain (1° ministro inglese) e Daladier (presidente del consiglio francese) si riunirono a Monaco di Baviera (IL PATTO DI MONACO) e imposero alla Cecoslovacchia di cedere alle richieste tedesche. La Germania si annesse i Sudeti (territorio ceco abitato da gruppi di origine tedesca, ben 3 milioni, e ricco di industrie meccaniche come la Skoda). Inglesi e francesi, seguendo le linne politiche dell’Appeasement, lasciavano fare, anzi, concedevano a Hitler ciò che egli voleva. E il Terzo Reich andava ingrandendosi sempre più!
  3. Pochi mesi dopo, nel marzo 1939, Hitler completò l’opera: la Cecoslovacchia fu divisa in due parti: Boemia e Moravia, che divennero protettorato tedesco; la Slovacchia, formalmente indipendente ma in realtà paese satellite della Germania.
  4. Un mese dopo, Mussolini, geloso delle iniziative del suo ‘discepolo’, occupò l’Albania (Ci mancavano le pietre, che diamine! Signori, quanto agli albanesi, ricordate… Chi è andato per primo a ‘rompere le scatole’ agli altri?)

  Ma ormai le illusioni di inglesi e francesi erano finite! Non si poteva continuare così. La politica della intesa a ogni costo con la Germania stava soltanto ingrandendo e rafforzando il Reich. Hitler non pareva mai sazio. Ora Hitler si apprestava a togliere il ‘corridoio di Danzica alla Polonia. Inghilterra e Francia strinsero un patto con la Polonia: se questo paese fosse stato aggredito da Hitler, gli anglo-francesi sarebbero intervenuti in armi.
Attenzione ora a quel che succede.
Francia e Inghilterra cercarono l’alleanza dell’Urss: solo Stalin era in grado di dare tempestivo aiuto alla Polonia. Ma la Polonia, il cui governo era visceralmente anticomunista e anti-russo, era contraria ad allearsi con Stalin. E Stalin era pieno di diffidenze: se Hitler avesse aggredito la Polonia, forse la mossa successiva sarebbe stata diretta contro l’Urss. E inglesi e francesi, in fondo, non desideravano proprio questo? Ci si poteva fidare di Londra e Parigi, centri del capitalismo occidentali? In ogni caso, l’Urss non era ancora pronta a entrare in guerra contro la Germania. Stalin decise, con il suo realismo, che era più saggio cercare un accordo con la Germania per avere il tempo di prepararsi militarmente, rimandando così il momento dello scontro con i tedeschi, ritenuto comunque inevitabile, prima o poi..
Hitler, d’altro canto si rendeva conto che se l’Urss si fosse alleata con gli anglo-francesi, la Germania si sarebbe ritrovata a combattere su due fronti, proprio come durante la Grande Guerra. Meglio accordarsi con Stalin!
Avvenne dunque l’impensabile: nell’agosto del 1939 Germania nazista e Urss comunista si accordarono: fu il PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP (i due ministri degli esteri, il primo russo, il secondo tedesco, che firmarono il patto). Il patto colse tutti di sorpresa e sgomentò molti comunisti europei che, seguendo le direttive di Stalin, si erano battuti ovunque (e in Spagna erano anche morti) contro le forze nazi-fasciste. Fu un vero trauma per molti di essi. Qualcuno cominciò a diffidare di Mosca e della purezza delle sue intenzioni. I nemici di sempre, nazisti e comunisti, si erano accordati, in barba alla politica del fronte popolare predicata dalla Terza internazionale.
Le clausole del patto prevedevano la spartizione della Polonia tra tedeschi e russi, e la concessione ai russi degli Stati baltici: Lituania, Estonia, Lettonia.

  Ora Hitler era libero di attaccare la Polonia. Il 1° settembre 1939, senza dichiarazione di guerra, l’esercito tedesco penetrava in questo paese. Due giorni dopo Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania. Era iniziata la seconda guerra mondiale.

 

Fonte: http://www.arcadiaclub.com/zips/appunti/Nazismo.doc

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Autore del testo: M.Gamba

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