Asia centrale

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Asia centrale

Lucio Gentilini

GLI ULTIMI DUE SECOLI IN ASIA CENTRALE

Introduzione

Turkestan: un tempo con questo nome si indicava l’immensa area che, conosciuta oggi come Asia Centrale,  grossomodo si estende dal mar Caspio ad ovest fino alla Mongolia a est, e dalla Siberia a nord fino alle catene dell’Hindu Kush, del Pamir, del Karakorum e dell’Himalaya a sud; queste imponenti catene montuose la separano così da Afghanistan, Pakistan, India e Nepal.

 

L’Asia Centrale oggi consiste delle cinque repubbliche ex-sovietiche – Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan – ma anche dello Xinjiang, nella Cina occidentale, la cui popolazione autoctona sono gli Uiguri.
I popoli dell’Asia Centrale  appartengono in gran parte allo stesso ceppo etnico, quello turco o turkmeno, e sono turcofoni, parlano cioè più o meno la stessa lingua, anche se scritta con caratteri diversi. La loro religione è l’Islam sunnita.
Quello dell’Asia Centrale è sempre stato un mondo geograficamente difficilissimo, costituito da sterminati deserti gelidi o caldissimi a seconda delle stagioni, interminabili steppe aride ed inospitali, grandi oasi di fertilità, impressionanti catene montuose (le più alte del mondo), e, soprattutto, lontanissimo dal mare.
La civiltà dei popoli dell’Asia Centrale è sempre stata una civiltà basata sulla terra e sull’erba che permise per millenni il sostentamento di milioni di cavalli e di altri animali da pascolo: insieme a Siberia e Mongolia costituì così l’immensa area percorsa senza confini da nomadi guerrieri e punteggiata da fortezze, ripari e rifugi sulle lunghissime vie commerciali (definite poi coll’unico termine ‘Via della Seta’) che l’attraversavano da ovest a est:   forse anche per questo è ancor oggi così estranea e lontana per noi, popoli che hanno fondato sul mare tutta la loro vita ed il loro sviluppo.

L’Occidente entrò veramente in contatto con tutte queste genti e tutte queste terre solo negli ultimi due secoli e, come ha sempre fatto, prima le conquistò e le sottomise, poi ne cambiò vita e civiltà ed ancora oggi, quando finalmente esse hanno ritrovato l’indipendenza - date le loro ricchezze, le loro risorse e dunque la loro rilevanza -  interviene pesantemente nella loro esistenza.
Scopo di queste pagine sarà allora illustrare i punti salienti di questa storia così ricca ed importante ma anche così largamente sconosciuta e trascurata nella nostra cultura.
“Grande Gioco” e “Torneo delle Ombre”

Nonostante l’Europa avesse avuto per millenni rapporti con l’Asia Centrale, largamente invasa e conquistata già da Alessandro Magno e per secoli e secoli attraversata dalle lunghissime piste carovaniere che poi vennero romanticamente chiamate ‘Via della Seta’ (quella interamente percorsa per esempio da Marco Polo); nonostante l’Europa avesse sempre avuto contatti diretti con l’Iran, coll’Impero mongolo e coll’Impero turco ed avesse trattato fin da tempi remoti le merci cinesi ed indiane; rimane però il fatto che alla fine del Settecento la sua conoscenza della geografia e delle popolazioni degli sterminati spazi dell’Asia Centrale era praticamente inesistente.
Questa situazione si mise in movimento quando, in seguito alla vittoria nella guerra dei Sette anni (1756-63), l’Inghilterra scacciò i Francesi dall’India lasciandola così tutta alla Compagnia delle Indie Orientali e dopo che sotto la zarina Caterina II (1762-96) la Russia raggiunse ed occupò la costa settentrionale del mar Nero (Crimea compresa): da allora fra i due Imperi cominciò una lotta grandiosa per l’Asia Centrale che, spesso connotata da veri e propri aspetti epici, è passata alla storia per gli Inglesi come ‘The Great Game’, il ‘Grande Gioco’, secondo la definizione di Kipling, e per i Russi come ‘Torneo delle Ombre’. Protrattosi per tutto l’Ottocento, questo scontro cambiò per sempre l’immenso subcontinente e, di conseguenza, l’assetto dell’ intera Eurasia.

I termini di questo scontro erano semplici:
l’Impero russo impero di terra – dopo aver occupato anche la sterminata Siberia, premeva ora sul Caucaso con l’intenzione non solo di conquistarlo, ma anche di scavalcarlo per procedere poi – partendo da lì e dalla Siberia stessa - ad un’ inarrestabile marcia di conquista in direzione dell’India britannica e dell’oceano Indiano.
L’Impero inglese impero di mare – fu così costretto a giocare in difesa per mantenere il suo dominio sull’India che aveva raggiunto dal mare e che ora sentiva minacciata.

In queste pagine sarà comunque impossibile dare conto della complessità dello scontro e della conquista, della miriade di popoli, spesso nomadi e/o predoni, che vennero sottomessi, della varietà di situazioni e del colore locale: di una storia tanto ricca e variopinta si potrà solo offrire il senso generale e segnalarne i momenti salienti e più importanti.

La conquista russa dell’Asia Centrale

Nemmeno durante le guerre napoleoniche la pressione russa sul Caucaso rallentò, ma proseguì anzi con successo (si invita a controllare su questo punto i saggi su Georgia ed Armenia) tanto da avvalorare la diceria secondo la quale già lo zar Pietro I il Grande sul letto di morte (1725) avrebbe indicato ai suoi successori che lo scopo della Russia sarebbe dovuto essere la conquista del mondo intero (!) da ottenere con un allargamento a dismisura dei propri confini a partire dall’Asia.
Questa pressione russa sul Caucaso inevitabilmente allarmò l’Impero turco e quello iraniano che di conseguenza, volendo sfruttare le guerre napoleoniche, si allearono fra loro in funzione antirussa, ma questo fu un calcolo davvero sbagliato: nello stesso 1812, proprio mentre tutta la Russia era impegnata a resistere alla terribile invasione francese, il giovanissimo generale Kotljarevskij riuscì ad attraversare il fiume Aras (che scorre nel Caucaso meridionale sfiorando Yerevan prima di sfociare nel fiume Kara e poi nel mar Caspio meridionale) e a sconfiggere gli Iraniani fino ad espugnare la loro fortezza di Lenkoran sulla riva occidentale del Caspio stesso.
La conseguente pace di Gulistan (12 ottobre 1813) fu un grosso successo per gli invasori russi che grazie ad essa si impadronirono dei territori a nord dell’Aras (cioè della Georgia e dell’Ossezia del sud) e di ogni diritto di navigazione sul Caspio.

II

Il passo successivo, concepito dal governatore militare del Caucaso, il generale Aleksej  Ermolov, fu il khanato di Khiva (oggi in Uzbekistan): dalla sua sede in Tiflis (oggi Tbilisi) egli pensò che bisognava aprire quella regione al commercio russo e cominciare così a penetrarla in vista di una sua successiva acquisizione definitiva. Oltretutto, quelle genti crudeli non esitavano a razziare e soprattutto a fare schiavi quei malcapitati russi che capitavano loro a tiro - ed anche questo era un problema che andava assolutamente risolto; c’era poi il bisogno di stabilire un sicuro confine meridionale alla Russia e la volontà di bloccare una possibile influenza inglese in quella zona, oltre alla romantica spinta all’avventura, all’audacia della conquista ed all’incrollabile convinzione della missione civilizzatrice che la Russia aveva il dovere di svolgere in quelle terre così violente e primitive.
La mossa concepita da Ermolov, il ”Leone del Caucaso”, era comunque molto ambiziosa e lungimirante perchè  ai suoi occhi la conquista di Khiva avrebbe potuto e dovuto reimpostare tutto il commercio dell’Asia verso l’Europa (e viceversa) che, invece di seguire la rotta inglese intorno all’Africa, sarebbe stato deviato – via Khiva – sul Caspio e sul Volga.
Le conseguenze di un simile riindirizzamento del commercio sarebbero state incalcolabili perchè avrebbero portato all’apertura dell’intera Asia Centrale alla Russia: in pratica la Via della Seta, notevolmente velocizzata, sarebbe tornata sovrana negli scambi Asia-Europa mettendo fuori gioco le rotte oceaniche che erano in mani essenzialmente inglesi.
Ancora una volta era lo scontro terra – mare che si riproponeva, erano due strategie, due culture, due imperi, due sistemi, che si affrontavano, ognuna con le sue armi e la sua visione del mondo, in un affascinante scontro epocale  in cui si sarebbero decisi i destini dell’intera Eurasia, e quindi del mondo.
A questo progetto russo se ne contrappose comunque anche  uno inglese che, sempre al fine di aprire l’Asia Centrale al proprio commercio (con tutto quel che ne sarebbe seguito), prevedeva il trasporto di merci dall’India prima sull’Indo, poi, dopo il loro trasbordo, lungo l’Oxus (oggi Amu-Darya, che con i suoi 2.650 km. di corso, 1.450 dei quali navigabili, è il più lungo fiume dell’Asia Centrale: nasce dal Pamir, attraversa l’Hindu Kush e, confine fra Afghanistan e Tagikistan, Afghanistan ed Uzbekistan, Afghanistan e Turkmenistan, Turkmenistan ed Uzbekistan, scorre verso nord fino ad aprirsi a delta gettandosi nella riva meridionale del lago d’Aral).
Questi progetti così ambiziosi e grandiosi rimasero sulla carta ma nondimeno meritano di essere ricordati per comprendere ancora una volta che che il Grande Gioco era davvero grande.
Tuttavia la realtà immediata del momento fu ben diversa.
Nel 1825, mentre la Russia era impegnata contro l’Impero turco in difesa della Grecia  che combatteva la sua guerra d’indipendenza, le truppe dello scià iraniano l’attaccarono improvvisamente e, varcata la frontiera sancita dal trattato di Gulistan, con una marcia travolgente arrivarono fino alle porte della stessa Tiflis: Ermolov venne sostituito col conte Paskevic che contrattaccò fino a ricacciare gli ‘invasori’ e col trattato di Turkmanciai (22 febbraio1828) strappò loro anche Yerevan e l’attuale Armenia, oltre ad assicurare alla Russia una posizione privilegiata nel commercio con l’Impero iraniano.
Il successo russo era stato completo: gli Inglesi, fino ad allora presenti e importanti a Teheran, non erano stati in grado di intervenire ed avevano così perso ogni influenza a tutto favore dei Russi che ricevettero anche un’ingente indennità di guerra.
E non bastava ancora perchè i Russi, eccitati e trascinati dal successo, riuscirono a sconfiggere anche i Turchi (coi quali lo scontro era endemico per Istanbul e gli Stretti): anche questi vennero scacciati dal Caucaso,  poi nel 1829 persero Erzurum e due mesi dopo Edirne (Adrianopoli).
Anche se la Russia venne poi fermata da Francia ed Inghilterra, il 14 settembre 1829 il trattato di Adrianopoli, oltre all’indipendenza della Grecia, riconobbe però anche la completa annessione del Caucaso alla Russia.

III

Una volta padroni del Caucaso per i Russi cominciò l’epopea della conquista  dell’interminabile Asia Centrale in direzione dell’India e del suo oceano: imprese ben più audaci di quelle contemporanee dei pionieri americani nel Far West attendevano esploratori, ufficiali, viaggiatori estremi ed avventurosi in genere che sfidando il destino spesso ai limiti dell’incoscienza si lanciarono in missioni esplorative, diplomatiche e di ricognizione in un territorio spesso difficilissimo per clima, estensione, scarsità di risorse ed aggressività delle popolazioni indigene.
Poi sarebbe stata la volta degli eserciti ed i secolari khanati sulla Via della Seta con i loro caravanserragli e con le loro antiche e favoleggiate città carovaniere avrebbero subito il devastante impatto di un armamento incomparabilmente superiore.
Anche se l’inquietudine, o forse la paura, a proposito delle intenzioni russe aveva cominciato a serpeggiare in alcuni osservatori inglesi già pochi anni dopo la definitiva disfatta di Napoleone (1815) ed anche se il generale Wilson aveva calcolato che lo zar Alessandro I in sedici anni aveva ingrandito il suo impero di 500mila kmq. grazie anche ad un impressionante sviluppo delle sue forze armate, altri rimanevano scettici su tale possibilità sostenendo che la strada per l’India  britannica sarebbe stata ancora lunghissima e forse impossibile.
Era effettivamente difficile che la minaccia di un attacco russo da nord-est allora potesse e dovesse essere presa seriamente in considerazione: per arrivare a destinazione sarebbe stato infatti necessario attraversare le sconfinate distese che dal Caucaso si sviluppano fino all’Afghanistan - che a sua volta è penetrabile o attraverso il passo Khyber a nord (che a 1.070 metri s.l.m. oggi mette in contatto Pakistan ed Afghanistan e che nel 1526 Babur aveva varcato per conquistare l’India) o attraverso il passo Bolan a sud; in alternativa c’era poi la via costiera attraverso il deserto del Belucistan (quello attraversato da Alessandro Magno), ma sembrava che ognuna di queste imprese fosse improponibile per un esercito moderno che - a differenza per esempio delle orde mongole che si spostavano con le loro mandrie e greggi e quindi erano sempre autosufficienti - richiedeva al contrario un ben diverso sistema logistico e di trasporto per un approvvigionamento molto più complesso.
Tuttavia chi si tranquillizzava in questo modo non teneva però conto della possibilità dei Russi di avvicinarsi un passo alla volta, di conquista in conquista, di inglobamento in inglobamento.
Non si poteva dunque pretendere che Londra e Calcutta (capitale dell’India britannica) non si allarmassero e che bastassero a tranquillizzarle le rassicurazioni che periodicamente Pietroburgo si affannava ad inviar loro: se i Russi non si fossero fermati si sarebbe dovuto correre ai ripari.
E i ripari erano questi: visto che l’Inghilterra (ripetiamolo: impero di mare) temeva che il suo dominio in India (cui era arrivata per mare) sarebbe stato minacciato per terra da quell’impero di terra che era la Russia la quale, procedendo di acquisizione in acquisizione, di inglobamento in inglobamento, si avvicinava sempre di più agli sguarniti ed indifesi confini settentrionali della colonia britannica, bisognava chiudere ogni possibile varco nelle catene montuose che delimitavano l’India a nord ed inoltre farsi amiche, trasformare in vassalle o addirittura sottomettere le popolazioni a nord ed a est di queste catene montuose perchè fossero quelle genti stesse a bloccare una possibile avanzata russa.
Il modo migliore per controbattere la spinta russa non era insomma quello di chiudersi in difesa, ma di andare loro incontro.
Ecco allora che giovani ufficiali, esploratori, viaggiatori estremi ed avventurosi, questa volta inglesi, si spinsero con lo stesso ardimento dei loro colleghi russi nell’ignoto, gelido, quantomai ostile e pericoloso territorio (con le sue sconosciute popolazioni) a nord ed a est dei loro confini per fare opera di ricognizione e di mappatura  per gli eserciti che avrebbero poi dovuto seguire i cammini da loro aperti.
Naturalmente sia russi che inglesi si servirono ogni volta che poterono di abitanti del luogo e guide indigene (come i leggendari ‘pandit’ indiani), ma questo nulla toglie alla loro determinazione ed al coraggio dimostrati a volte a costo della vita.
Da ambedue le parti l’esplorazione si fuse colla ricerca di alleati, la spinta a stringere accordi commerciali si alternò allo scontro armato, lo spionaggio si mescolò all’intrigo politico più pericoloso: nulla rimase intentato sull’immenso scacchiere e sullo scenario tanto affascinante da sembrare fantastico.
Ancora una volta va ripetuto che in queste pagine non è possibile nè opportuno dar conto di tutte le spedizioni (dell’uno e dell’altro contendente), le missioni più o meno segrete, i viaggi avventurosissimi, le imprese, gli eroismi, che costellarono la storia del Grande Gioco: la natura spesso estremamente ostile e le popolazioni in genere bellicose, predone e cacciatrici di schiavi, richiesero dosi di ardimento e di sacrificio notevolissimi  ai giovani entusiasti che si lanciarono verso l’ignoto: eppure anche se le loro imprese, dell’una e dell’altra parte, furono tali da superare ed oscurare quelle degli esploratori e dei pionieri del Far West americano, esse sono oggi praticamente sconosciute.

 

IV

Un terreno di scontro particolare fu l’instabile Afghanistan, via d’accesso obbligata per l’India: inevitabilmente Russi ed Inglesi si affrontarono lungamente per il controllo di quella impervia ed indomabile terra cercando ognuno alleati fra i pretendenti al trono, vellicando le rispettive spinte espansionistiche e tentando di coinvolgere, soprattutto per il lavoro sporco, i Russi gli Iraniani e gli Inglesi i Sikhs. Dopo molte peripezie e colpi di scena, finalmente nel giugno 1838 fu firmato un patto di amicizia perpetua fra il governo inglese, il sikh Ranjit Singh e l’aspirante al trono afghano Shujah: era prevista poi anche una spartizione condivisa dei territori.
Nella primavera 1839 una poderosa e mista “Armata dell’Indo” penetrò così nel Paese attraverso il passo Bolan: nonostante difficoltà e vicissitudini il 30 giugno Shujah poteva entrare vittorioso in Kabul, ma per gli afghani era pur sempre un sovrano imposto da armi straniere ed una parte del contingente inglese dovette così rimanere a proteggerlo senza poter far ritorno in India.
Comunque, se l’installazione sul trono di Kabul di Shujah fu un successo inglese non per questo la partita era terminata! Il gioco continuava anzi più deciso che mai.

V

Il terreno di scontro si trasferì così nei khanati di Khiva e di Buchara (oggi ambedue in Uzbekistan) e questa volta a muoversi per primi furono i Russi che puntarono ad impadronirsi di Khiva per installare su quel trono un sovrano alleato e sottomesso: oltre alla marcia verso l’India essi erano spinti anche dalla volontà di liberare i molti schiavi russi sistematicamente razziati dai locali trafficanti in carne umana ed il bisogno di ripulire il territorio dalle bande di predoni che rendevano pericolosa e difficile la vita alle carovane. 
Alla fine del 1839 – si vollero evitare le soffocanti calure estive e la mancanza d’acqua -  la spedizione russa guidata dal generale Perovskij partì, ma, non conoscendo le insidie del territorio, fu ostacolata in modo terribile dal freddo intensissimo e dalla neve altissima sicchè, dopo tre mesi di sacrifici inenarrabili, il 1 febbraio 1840 dovette invertire la marcia e tornare a Orenburg, perseguitata per di più da branchi di lupi famelici e dall’accecamento da neve quando la stagione finalmente migliorò.
Le truppe stremate rientrarono dopo sette mesi di patimenti, terribilmente assottigliate e ridotte in condizioni miserabili.
Anche i dati di una tragedia come questa servono a comprendere le durezze dello scontro e l’ignoranza della geografia dei luoghi.
Nonostane tutto il khan di Khiva si era però impensierito e, nel tentativo di eliminare una scusa per un ulteriore attacco russo, liberò tutti gli schiavi russi (circa 400) che nello stesso anno poterono raggiungere Aleksandrovsk (sul Caspio nord-orientale) sotto scorta militare e guidati da un agente inglese (l’Inghilterra aveva lo stesso obiettivo di non lasciare alla Russia alcun pretesto che ne giustificasse l’attacco).
I Russi dovettero far buon viso a cattivo gioco.
L’Inghilterra avvertiva sempre più chiaramente la assoluta necessità di fermare l’avanzata russa: c’era così chi proponeva di unificare sotto la protezione britannica i tre khanati (Khiva, Buchara e Kokand) che si stendevano dal Caspio al Pamir e contemporaneamente di aprire l’Oxus alla navigazione; chi riteneva invece che la strada migliore e più semplice fosse quella di togliere lo scontro in Asia Centrale dalla sua dimensione regionale e periferica, di inserirlo nella politica globale dei rapporti fra Russia ed Inghilterra e di bloccare così lo zar con la minaccia di un conflitto vero e proprio fra le due potenze; c’era infine chi riteneva sufficiente la presenza inglese in Afghanistan che lo trasformava in una sorta di stato-cuscinetto se non proprio di protettorato.
Ma proprio in Afghanistan le resistenze e le insofferenze al regime di (costosa) occupazione inglese ed a Shah Shujah non avevano fatto altro che crescere finchè il 1 novembre 1841 la folla di Kabul insorse contro gli stranieri e le milizie di Shujah.
L’insurrezione seguì un copione insolito: all’inizio gli insorti vinsero ed i sopravvissuti si asseragliarono in attesa della spedizione di soccorso dall’India; il tempo però passava e gli inglesi il 6 gennaio 1842 dovettero negoziare la resa in cambio della promessa di poter uscire vivi dal Paese; ma si trattava di un trappola e la colonna inglese in ritirata venne continuamente attaccata mentre il freddo intensissimo mieteva le sue proprie vittime: alla fine un solo sopravvissuto (!) sui 16mila in marcia riuscì a raggiungere Jalalabad.  
Il disastro era stato completo, ma la tragedia terminò solo l’11 ottobre quando, dopo ulteriori ed inutili ritorsioni, vendette e disordini di tutti i tipi, la prima guerra afghana terminò col ritiro definitivo degli inglesi ed il ritorno del deposto re, Dost Mohammed, sul trono di Kabul.

VI

Nel decennio seguente le rispettive avanzate continuarono seppur in modo meno eclatante: i Russi arrivarono al Syr-Darya (che dalla confluenza di altri due fiumi, uno che nasce in Kirghizistan e l’altro in Uzbekistan, scorre verso nord per 2.212 km. fino al lago d’Aral settentrionale) e gli Inglesi presero possesso del Sind (nel basso Indo, oggi in Pakistan ), del Punjab (sempre in Pakistan) e del Kashmir (nell’India settentrionale) consolidando così il loro dominio fino ai confini afghani.
La competizione russo-inglese si complicò con la guerra di Crimea (1855-56), con l’Indian Mutiny (1857-58) e col conseguente completo riassetto dell’India britannica passata ora dalle mani della Compagnia delle Indie Orientali al diretto dominio inglese.
La guerra di Crimea aveva mostrato chiaramente che la Russia, dato il suo ritardo nei confronti dei Paesi europei, era un gigante dai piedi d’argilla, così il nuovo zar Alessandro II (salito al trono nel 1855) si diede ad una politica di riforme e di ammodernamento, ma non per questo l’avanzata russa in Asia si fermò, anzi, se possibile, allargò il suo raggio d’azione puntando addirittura alla Cina.
Lo sfortunato Impero di Mezzo era anch’esso infatti preda delle mire europee: dal  mare ad opera di Inghilterra (soprattutto), Francia ed altri Paesi europei che ne occupavano le coste, lo aprivano forzosamente al commercio (oppio compreso) e ne depredavano le risorse, ma anche da terra ad opera dei Russi che avevano seguito il corso dell’Amur (che dalla Siberia orientale scorre per 2.824 km. verso est fino a sfociare nel golfo dei Tartari di fronte all’isola di Sachalin) e, arrivati alla costa, l’avevano seguita fino all’odierna Vladivostok.
Momento saliente di quest’aggressione fu il trattato russo-cinese (6 novembre 1860) che costrinse la devastata ed umiliata Cina a concedere alla Russia tutto quel che essa aveva conquistato, sorprendendo Inghilterra e Francia che, per parte loro, dopo la vittoria nella seconda guerra dell’oppio (1856-60) avevano ulteriormente ampliato la portata delle loro (e non solo loro) concessioni sui porti e sulle coste della Cina stessa.
Lo scontro russo-inglese si era ormai allargato a tutta l’Asia, mentre i motivi del conflitto non facevano che aumentare, come l’accresciuta importanza del khanato di Kokand (oggi diviso fra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan) col suo terreno ideale per la coltivazione del cotone che non arrivava più dagli U.S.A. impegnati nella loro devastante guerra di secessione (1860-65).

VII

I primi a muoversi furono, come sempre, i Russi che nel 1864 occuparono la fascia settentrionale del khanato di Kokand nè mostrarono l’intenzione di volersi fermare.
Il passo successivo fu la città-fortezza (25 km. di spesse mura) Taskent al centro della ricca e fertile piana: il 15 giugno 1865 con forze assolutamente inferiori il generale Cernjaev riuscì ad espugnarla conseguendo un successo incredibile che gli fece meritare l’appellativo di “Leone di Taskent” e dimostrò ancora una volta la totale superiorità delle forze armate europee su quelle  centroasiatiche.
Lo zar Alessandro II potè così ignorare le proteste inglesi e nominare il generale Kaufman primo governatore del Turkestan e sarà questo valente generale a diventare il primo sistematore della potenza russa in Asia Centrale ed a mirare fin da subito all’assorbimento anche degli altri khanati.
Ancora una volta, le sue (e non solo sue) motivazioni erano evidenti: arrivare per primi (ed unici) alle ricchezze ed ai mercati dell’Asia Centrale (con particolare attenzione al cotone), battere sul tempo e/o espellerne gli Inglesi, rifarsi in Asia delle sconfitte e degli arresti subiti in Europa e poter minacciare da lì l’Inghilterra.

VIII

Dopo la conquista di Taskent per i Russi la strada era ormai spianata: il khan di Kokand (nella fertile valle Fergana) preferì sottoscrivere un trattato con loro e, dato che il khan di Buchara (che allora comprendeva anche il Turkmenistan) volle minacciare la loro presenza nella regione, Kaufman non perse tempo ed il 2 maggio 1868 conquistò Samarcanda: rintuzzato subito dopo un tentativo di riscossa dei bucharesi, trasformò anche il loro khanato in un protettorato russo.
Ora bisognava consolidare e rendere permanente la conquista: una linea ferroviaria aveva già collegato Pietroburgo con Niznij-Novgorod sul Volga, così ora si cominciò a costruire un porto sul Caspio orientale in modo che merci, truppe e rifornimenti potessero attraversare gli enormi spazi russi ed asiatici su rotaia e su acqua.
Già nell’inverno 1869 iniziarono così gli insediamenti e la costruzione della fortezza e del porto di Krasnovodsk, corposa minaccia per Khiva e per l’Afghanistan, dunque anche per l’India - nè la minaccia si esauriva qui.
Sia i Russi che gli Inglesi cominciarono infatti a rendersi conto che in India si poteva arrivare non solo attraverso l’Afghanistan coi suo passi Khiber e Bolan, ma anche dall’immenso, sconosciuto e praticamente ancora inesplorato Turkestan cinese, lo Xinjiang, estrema propaggine orientale dell’Asia Centrale.

IX

Il Turkestan cinese, un tempo attraversato dalla Via della Seta ma allora sconosciuto agli europei, è separato dal resto dell’Asia Centrale da imponenti catene montuose che avvolgono da nord, ovest e sud il vasto deserto di Taklamakan (‘entra-e-non-ne-esci-più’): tali catene montuose (che comprendono anche il K2) lo separano poi a sud dall’attuale Pakistan mentre a nord sono gli Altai a dividerlo dalla Mongolia. 
La regione era stata definitivamente conquistata dai Cinesi che nel 1768 la rinominarono Xinjiang, ma la sua popolazione era costituita dagli Uiguri, che, di origine turca, non avevano nulla in comune con loro ed erano fieramente musulmani.
Non desta sorpresa dunque che negli anni Sessanta dell’Ottocento la loro rivolta divampò violenta sotto la guida dell’abile Yaqub Beg che riuscì a renderne indipendente la parte occidentale (con capitale Kashgar) e proseguì per 1500 km. verso est.
Dato che la cacciata dei Cinesi aveva annullato i vantaggi commerciali che i Russi (ben più temuti dei Cinesi) vi detenevano in seguito ai loro accordi con Pechino e che Yaqub Beg aveva dunque bisogno di alleati e protettori, agli Inglesi si aprivano evidentemente grandi possibilità.
Il Gioco, come sempre, si complicò con missioni più o meno segrete e complessi artifici diplomatici finchè il 24 giugno 1871 il solito Kaufman attraversò l’Ili (confine con la Russia) ne sconfisse i difensori e si annesse la regione e la sua capitale Kuldia.
La sua mossa successiva fu poi la conquista di Khiva in cui entrò vittorioso il 28 maggio 1873.
La trasformazione del khan di Khiva in vassallo di Pietroburgo fu un successo fondamentale perchè assicurava alla Russia il dominio sull’Oxus settentrionale, sul Caspio orientale ed ampliava notevolmente la parte meridionale dell’Impero russo.
Gli abitanti di Kokand tentarono allora di ribellarsi, ma inutilmente: il 26 agosto 1875 Kaufman, sempre vittorioso, poteva entrare anche nella capitale Kokand e trasformare il khanato, ancora formalmente autonomo, nella provincia russa di Fergana.

X

Gli inglesi non poterono che allarmarsi ulteriormente perchè adesso una invasione russa avrebbe potuto entrare nei loro possedimenti indiani attraverso il grandioso altipiano del Pamir, il ‘tetto del mondo’, e bisognava correre ai ripari: la regina Vittoria fu proclamata Imperatrice delle Indie, il canale di Suez divenne inglese grazie all’acquisto delle quote del khedivè d’Egitto, un cavo sottomarino permise il contatto telegrafico diretto e sicuro fra Londra e l’India, ma, soprattutto, ancora una volta, era tassativo assicurarsi il controllo dei Paesi che in Asia ancora separavano gli Inglesi dai Russi.    
Fu così che nel 1875 il khan di Kalat, nel Belucistan, concesse permanentemente la regione del passo Bolan agli Inglesi e che questi ultimi stipularono coll’Afghanistan un trattato contro ogni possibile aggressione da nord.
In seguito alla (periodica) guerra russo-turca, quando nel febbraio 1878 i Russi alle porte di Istanbul si trovarono davanti la flotta inglese e sembrava che lo scoppio delle ostilità fosse inevitabile, per parte sua Kaufman era pronto a marciare in India attraverso l’Afghanistan: Turchia e Russia firmarono invece  l’accordo di Santo Stefano (poi rivisto dal Congresso di Berlino nel luglio dello stesso anno) che evitò lo scontro, ma non le apprensioni inglesi in Asia.
Decisi a non dover più correre simili rischi e non fidandosi del trattato, il 21 novembre 1878 gli Inglesi invasero così l’Afghanistan: cominciava  la seconda guerra afghana destinata a concludersi velocemente col trattato di Gandamak (26 maggio 1879) che assicurava vantaggi decisivi agli invasori.
E non era tutto: l’avventura di Yaqub Beg finiva con la riconquista cinese dello Xinjiang così adesso i tre imperi – russo, inglese e cinese – si fronteggiavano e confinavano sul Pamir.

XI

I Russi volevano continuare la loro avanzata e renderla definitiva con la costruzione di una nuova linea ferroviaria che collegasse Krasnovodsk (sul Caspio sud-orientale) a Taskent via Buchara e Samarcanda, dunque dovevano scendere oltre il deserto di Karakum verso l’Afghanistan proprio mentre gli Inglesi si trovarono a dover fronteggiare per la seconda volta una furiosa rivolta contro la loro occupazione di quel Paese.
Kaufman appoggiò il legittimo erede afghano Abdur Rahman perchè scendesse in Afghanistan e appena lo fece calando dal nord, numerose le tribù lo sostennero e si unirono a lui: fu giocoforza per gli Inglesi fare buon viso a cattivo gioco, rinunciare a tutti i privilegi strappati solo l’anno prceente e riconoscerlo emiro (22 luglio 1880), nel tentativo di sganciarlo dall’abbraccio russo e renderlo così più indipendente.
Abdur Rahman riuscì ad eliminare i rivali e a consolidarsi alla guida del Paese che in pratica ora diveniva lo stato-cuscinetto fra le mire dei due imperi rivali europei.

XII

Intanto i Russi sotto la guida del sanguinario generale Skobelev riuscivano nel loro intento di occupare la strategica roccaforte turkmena di Geok-Tepe compiendovi un orrendo bagno di sangue in un’orgia di violenza.
Nel febbraio 1884, dopo che le tribù turkmene erano state sottomesse, prossima tappa, Merv non potè far altro che arrendersi senza colpo ferire.
Per gli Inglesi il colpo era durissimo: ora i Russi potevano puntare all’Afghanistan via Herat e Kandahar, cioè evitando le grandi catene montuose e potendo inoltre unire le loro armate del Caucaso e del Turkestan: oltretutto fin dal 1880 essi avevano cominciato a costruire la linea ferroviaria Transcaspiana che che da Krasnovodsk avrebbe raggiunto Samarcanda otto anni più tardi per poi concludersi a Taskent.
La guerra sembrò inevitabile, tanto che preparativi in questo senso vennero fatti anche sul Pacifico e sul Caucaso col coinvolgimento anche dell’Impero ottomano e dello scià dell’Iran,  ma per una volta la ragione prevalse e dopo laboriose trattative nell’estate del 1887 fu raggiunto un accordo sui confini occidentali dell’Afghanistan che ancor oggi è in vigore.
Tuttavia a est, dove Hindu Kush, Pamir, Karakorum e Himalaya convergono (oggi fra Afghanistan e Pakistan) e dove allora possedimenti inglesi, russi e cinesi si incontravano, confini riconosciuti non esistevano ancora.  
Fu dunque qui che le strategie, le missioni segrete, politiche, diplomatiche e di esplorazione si concentrarono e si infittirono così come gli scontri con le popolazioni locali divenute ora di primaria importanza strategica.
Alla fine anche qui Inglesi e Russi riuscirono, seppur a fatica, a raggiungere un accordo nel 1893: agli Inglesi andò il Chitral (che avevano occupato) ed i Russi  ottennero i territori che volevano subito a nord di esso.

XIII

Salito al trono nel 1894 il nuovo zar Nicola II aveva però ormai piani diversi e puntava all’Estremo Oriente fino al Pacifico mentre la più grande linea ferroviaria del mondo, la Transiberiana, era in via di costruzione partendo contemporaneamente dalle due estremità - Vladivostok e Port Arthur a est e Pietroburgo a ovest.
L’Impero cinese era da tempo ‘affettato come un melone’ da parte delle potenze europee che lo stavano spogliando, sottomettendo e spartendoselo nelle loro varie zone d’influenza e la Russia voleva la sua parte (e qualcosa di più), ma questa è evidentemente un’altra storia, anche se si intrecciò con il Grande Gioco perchè fu dopo la storica sconfitta russa ad opera del Giappone nella guerra russo-giapponese (1904-05) e la conseguente prima rivoluzione russa, che sir Edward Grey ed il conte Aleksandr Izvolskij il 31 agosto 1907 firmarono la convenzione anglo-russa che sistemava tutte le questioni pendenti fra le due parti: l’Inghilterra non si sarebbe opposta alla pressione russa sugli Stretti, il Tibet veniva lasciato alla Cina, l’Afghanistan apparteneva alla sfera d’influenza britannica, il Pamir alla Russia, mentre l’Iran sarebbe rimasto indipendente ma diviso in sfere d’influenza (alla Russia il nord e all’Inghilterra il sud col Golfo).
Si apriva ora una pagina del tutto nuova nei rapporti fra le due potenze che nello stesso anno vide l’ingresso dell’Inghilterra nell’alleanza franco- russa e la nascita quindi della Triplice Intesa: era ora il Reich guglielmino con la sua politica espansionistica a tenere banco ed a costringere i due antichi rivali ad unire le loro forze. Ma anche questa è un’altra storia.
Intanto nel 1905 era stata terminata la linea ferroviaria Orenburg-Taskent.
Il Grande Gioco era finito.

L’Asia Centrale nell’impero russo

La convenzione anglo-russa che aveva concluso il Grande Gioco aveva posto l’intera Asia Centrale (ad eccezione dello Xinjiang rimasto alla Cina) all’interno dell’Impero russo che aveva così raggiunto un’estensione immensa: trascurando il fatto che gli emirati di Buchara e Khiva erano formalmente vassalli, le colonie interne dell’Asia Centrale si estendevano ora per quasi 4 milioni di kmq. su una superficie totale dell’Impero di 22.
Come avvenne in ogni altro luogo in cui gli europei avevano sottomesso e conquistato altri popoli, l’arrivo dei Russi in Asia Centrale portò a crisi e rivolte soffocate nel sangue: si calcola ad esempio che soltanto prima del 1870 in questo modo sia morto circa un quarto della popolazione kazaka.
Oltre che per motivi strategici e di prestigio, l’Asia Centrale serviva alla Russia come produttrice di materie prime (il cotone innanzitutto, ma anche metalli non ferrosi) e sbocco per le sue merci: a questo proposito non va dimenticato che al tempo del Grande Gioco uno dei motivi di scontro era stata proprio la concorrenza per la penetrazione di quei mercati, ma anche questa non fu certo una novità nella logica dello sfruttamento coloniale europeo.
Come dappertutto fecero gli europei, anche i Russi si presentavano agli indigeni centroasiatici come portatori di una cultura e di una civiltà superiori, tuttavia, data anche la contiguità territoriale e la convinzione che la conquista era ormai un fatto compiuto ed incontrovertibile, per essi si pose anche il problema di amalgamare tutte quelle genti e quelle regioni in un unico organismo.
Se le terre appena conquistate servirono per esiliarvi i dissidenti condannati (come Dostoevskij), fu favorita soprattutto l’emigrazione di russi e di ucraini (magari degli ex-servi della gleba liberati nel 1863): così solo nel Kazakistan – l’unico confinante con la Russia - nell’ultimo decennio dell’Ottocento arrivò un milione di persone, ma anche altrove, come nel Kirghizistan, la popolazione indigena venne gradualmente confinata in alcune province per far spazio ai coloni russi. 
In ogni caso, come sempre dove s’installò il regime coloniale europeo, alla conquista seguirono numerosi cambiamenti e la formazione di quella società duale così caratteristica dei continenti extraeuropei: se da una parte gli zar lasciarono che il tessuto sociale musulmano continuasse la sua esistenza (purchè non interferisse col nuovo potere), dall’altra  l’arrivo di russi e di ucraini, nuova classe dirigente, e le esigenze dell’Impero così grandemente allargato portarono alla progressiva costruzione di strade, alla comparsa di luce, gas, telefono, nuova urbanizzazione e, insomma, della cultura e civiltà europee - timida scuola primaria compresa; con la nascita di tutta una nuova economia di mercato, basata su (magari piccole) industrie, irrigazioni ed inserimento in un’area commerciale molto più vasta cambiava anche il panorama sociale complessivo, dato che una parte della popolazione indigena entrò nel circuito economico, culturale, amministrativo, militare, ecc. dei nuovi padroni.
Le città cambiarono volto perchè nuovi quartieri, moderni ed europeizzati, convivevano con quelli tradizionali legati all’età passata che spesso continuava a sopravvivere più o meno indisturbata con tutto il suo sistema di vita tradizionale.
Naturalmente gli influssi russi e della cultura europea erano più forti mano a mano che ci si avvicinava agli antichi confini e non meraviglia quindi che a risentirne di più sia stato l’attuale immenso Kazakistan, soprattutto settentrionale.
Tuttavia, anche in Asia Centrale – come presso tutti i popoli sottomessi alla colonizzazione – la cultura europea produsse il suo effetto paradossale, degno di una vera contraddizione hegeliana: quella piccola parte della società russificata apprese infatti, proprio dai suoi nuovi dominatori, ideali e concetti come quello di libertà, nazione, indipendenza, rivoluzione e progresso, e precetti cristiani come quello di pace, fratellanza e amore.
Tutto ciò era evidentemente  in palese contrasto coi comportamenti concreti dei nuovi signori che agivano in un modo e predicavano il suo esatto opposto.
I centroasiatici europeizzati prendevano coscienza della propria gloriosa storia proprio sui testi degli studiosi ed etnografi della nazione che di fatto gliel’aveva calpestata.
Proprio i Russi finirono col mettere i centroasiatici in contatto più diretto coi Tartari che da tempo risiedevano in Russia, che avevano un forte senso della propria identità e che appartenevano al loro stesso ceppo etnico.
Non stupisce quindi che nascesse un sentimento panturco (soprattutto nell’attuale Uzbekistan) proprio nella frazione russificata della società e che, d’altra parte, questi nuovi fermenti si incontrassero, almeno per un tratto, con la ribellione ai nuovi dominatori che non poteva non serpeggiare anche nei settori tradizionalisti e più religiosi (musulmani) delle società conquistate.
Insomma, si sviluppò proprio una contraddizione hegeliana: se vuole sottometterlo, il colonizzatore non può non fornire al colonizzato le armi per la sua liberazione!!!
E fu proprio mentre tutto questo fermentava nelle nuove immense acquisizioni dell’Impero russo che quest’ultimo entrò nella prima guerra mondiale.

L’Asia Centrale nella prima guerra mondiale

La prima guerra mondiale in Asia Centrale ebbe effetti disastrosi.
Come in tutte le altre colonie europee, lo sforzo tremendo sostenuto dai Paesi impegnati nel folle ed immane conflitto portò a requisizioni di derrate alimentari, di animali e di merci che venivano gettati senza posa, a piene mani ed a ritmo crescente nell’insaziabile fornace, mentre gli uomini dal 1916, quando le sorti del conflitto peggioravano sempre più, vennero requisiti (questo fu il termine adottato! Quello che si usava per cose ed animali!) e spediti, seppure come non-combattenti, sui lontani fronti della guerra per loro incomprensibile.
La rivoltà scoppiò nell’estate del 1916 a Taskent e dilagò con crescente violenza verso est coinvolgendo soprattutto Kazaki (capeggiatida Abdulghaffar e Almangeldy Ivanov) e Kirghisi (dalla città di Tokmak): oltretutto, confinati solo in alcune zone del Paese  un tempo loro e spogliati in misura insopportabile delle loro terre ora assegnate ai russi, per queste genti non c’era davvero più nulla da perdere.
Forse inevitabilmente, agli attacchi mirati ai centri del potere militare russo fecero ben presto seguito e si accompagnarono incursioni banditesche, saccheggi indiscriminati, aggressioni, devastazioni, distruzione di villaggi, rapimenti, violenze di ogni genere perpetrati su una popolazione innocente, indifesa e sconvolta.
L’esercito russo nella sua opera di inesorabile repressione agì con la stessa cieca brutalità: interi villaggi kirghisi e kazaki vennero aggrediti ed i loro abitanti massacrati, razziati e violentati senza alcuna distinzione: la strage proseguì per tutto l’inverno e le cifre del disastro, per quanto incerte ed approssimative, sono eloquenti.
Su una popolazione di 768mila abitanti, 120mila kirghisi furono massacrati mentre altri 120mila tentarono la fuga in Cina morendo in genere di fame e freddo durante il tragitto; circa 150mila kazaki morirono ed altri 200mila tentarono anch’essi la fuga disperata verso la Cina.

 

 

L’Asia Centrale nella rivoluzione russa

Il cataclisma del 1917 con le sue due rivoluzioni, il crollo del fronte e dell’Impero e lo scatenamento di tante passioni e bisogni così a lungo repressi si fece sentire naturalmente anche nei domini russi in Asia Centrale.
Anche qui, come in tante altre parti dell’impero (Ucraina, Armenia, Georgia, Stati baltici, ecc.), i popoli sottomessi sperarono davvero che anche l’ora della loro liberazione, della loro rinascita e della loro emancipazione sociale fosse suonata, anche perchè i bolscevichi li incoraggiavano e li sostenevano in questo senso.
Subito dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi infatti, nell’entusiasmo rivoluzionario di quei mesi frenetici, Lenin, Stalin (Commissario alle nazionalità) ed il nuovo governo, nonostante qualche opposizione, dedicarono ai vari popoli dell’ex-Impero russo  una  Dichiarazione dei diritti che, approvata dal Consiglio dei Commissari del Popolo il 2 (15) novembre 1917, oltre a tutti i principi di uguaglianza e di libertà, alla parità ed alla sovranità di tutti i popoli della Russia, all’abolizione di tutti i privilegi e di tutte le limitazioni nazionali e religiose, al diritto al libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici, sanciva anche “il diritto ... di libera autodeterminazione fino alla separazione ed alla formazione di uno Stato autonomo” , nè ciò poteva sorprendere visto che lo stesso Lenin in un suo famosissimo saggio “Imperialismo fase recente del capitalismo” (l’aggettivo ‘suprema’ venne messo al posto di ‘recente’ dopo la morte dell’autore)  riferendosi proprio alla conquista  europea di Asia ed Africa aveva mostrato che il colonialismo era necessario e funzionale allo sviluppo ed alla sopravvivenza stessa del sistema capitalistico di cui era diretta conseguenza.
Ma anche questo fu uno degli innumerevoli inganni e menzogne che costelleranno sempre la vita del comunismo: nel caos e nelle terribili difficoltà della guerra civile e nelle durezze del ‘comunismo di guerra’ fu fin troppo facile additare qualsiasi movimento autonomista, nazionalista o comunque non strettamente bolscevico, come un pericolo, una falla, un nemico; gli argomenti ideologici per sostenere che si trattava di sopravvivenze ‘borghesi’, di spinte ‘controrivoluzionarie’, di minacce all’emancipazione di quegli stessi popoli, di manovre orchestrate dai nemici stranieri della rivoluzione, ecc. si sprecarono con facilità.
Rimandare ogni decisione a rivoluzione conclusa, a quando tutti i popoli, finalmente liberi, avrebbero potuto decidere a ragion veduta del loro destino, fu sostenuto con ogni sorta di elevati proclami.
E, come sempre nel comunismo, la realtà fu l’esatto contrario della sbandierata teoria. 

Date anche le condizioni di estrema difficoltà in cui si affermò, il nuovo regime comunista per l’Asia Centrale fu una calamità fin dal suo primo apparire: anche qui i bolscevichi imperversarono sulla popolazione con l’imposizione del lavoro forzato e con la requisizione di terre, cibo, bestiame e cotone procedendo a razzie ben peggiori di quelle compiute in tempo di guerra dalle truppe zariste.
Con sistemi simili la produzione agricola ed il commercio nelle prospere colonie di un tempo precipitarono e le carestie che seguirono costarono la vita ad almeno un milione di persone.
Il brusco cambiamento di regime e l’imposizione  del comunismo suscitarono resistenze ed opposizioni ma furono tutte superate e vinte dai bolscevichi negli anni terribili della guerra civile.
Durante la guerra civile - come sempre dappertutto - le vittime maggiori ci furono fra i contadini che morirono a migliaia sui loro campi devastati e che a centinaia di migliaia tentarono la fuga in Cina.

Dovendo comunque scegliere fra Bianchi e Rossi, l’Alash Orda, il partito nazionalista dell’attuale Kazakistan che, diretto da un supposto discendente di Gengis Khan, Ali Khan Bukeykhanov, si era impadronito della guida del Paese e che pensava di poterlo condurre alla sua liberazione, optò  per questi ultimi che tuttavia, dopo la vittoria, ne ‘purgarono’ ripetutamente le fila nel generale asservimento del Paese.
Nell’attuale  Uzbekistan Taskent fu occupata dai bolscevichi subito dopo la rivoluzione d’Ottobre e ne divenne il centro direttivo; nel dicembre del 1918 riuscì a liberarsi sotto la guida del russo bianco Nazarov, ma di lì a poco i bolscevichi riuscirono a ritornare al potere con un bagno di sangue.
Nello stesso ’17 giovani nazionalisti proclamarono l’indipendenza dello stato di Kokand, al centro della fertile conca di Fergana, in nome della modernizzazione all’europea (alfabetizzazione della popolazione, religiosità meno antiquata, costumi occidentali, ecc.) e della ritrovata identità nazionale (anche questo un lascito dell’Europa) e del panturchismo. I giovani patrioti sperarono in una vicinanza fraterna ed amichevole con la Russia bolscevica, ma l’Armata Rossa agì spietatamente anche sul fronte transcaspiano: dopo cinque mesi Kokand fu riconquistata e saccheggiata mentre i suoi abitanti venivano massacrati a migliaia.
L’emiro di Buchara rifiutò di sottomettersi e proclamò invece la guerra santa contro gli infedeli (bolscevichi) cercando contemporaneamente contatti e sostegni sia con i Bianchi che con gli Inglesi, ma fu tutto inutile: dopo che nel febbraio1920 l’Armata Rossa, sotto il comando di Frunze, ebbe sconfitto l’emirato di Khiva, anch’esso ribelle, e lo ebbe trasformato nella Repubblica Popolare del Khorezm, a settembre fu la volta di Buchara di essere riconquistata e sottomessa. Proclamata la Repubblica Socialista Popolare di Buchara d’accordo col movimento dei ‘Giovani Buchariani’ di ispirazione panturchista, modernizzatrice e progressista, le collettivizzazioni portarono in breve tempo alla rivolta dei Basmachi, anch’essa affogata nel sangue soprattutto dopo che gli eserciti dei Bianchi erano stati sconfitti.
L’attuale Kirghizistan fin dal 1918 fu semplicemente annesso alla Repubblica Socialista Sovietica Autonoma del Turkestan.
L’attuale Tagikistan fu anch’esso incorporato nella Repubblica Socialista Sovietica Autonoma del Turkestan fin dal 1918, ma subito anche qui i guerriglieri Basmachi iniziarono una guerra di resistenza antibolscevica che portarono avanti per ben quattro terribili anni - gli ultimi dei quali sotto la guida di Enver Pasha.
Enver Pasha era stato uno dei leaders dei ‘Giovani Turchi’, quegli ufficiali che avevano preso il potere nell’Impero ottomano nel 1908, e poi del C.U.P., di cui divenne uno dei ‘triumviri’ insieme a Talat e Cemal.
Il C.U.P. nella prima guerra mondiale era stato alleato della Germania ed Enver aveva ricoperto il preminente ruolo di ministro della Guerra: con la sconfitta era naturalmente caduto dal potere e, condannato a morte ed inviso a Mustafa Kemal, era riparato a Mosca dove, divenuto consigliere di Lenin, si era accordato con lui per poter riprendere il controllo di quel che rimaneva della sua patria in cambio della sua collaborazione per il ritorno dell’Asia Centrale all’U.R.S.S..
Nel novembre 1921 si recò così a Buchara dove entrò in contatto coi partigiani nazionalisti ed islamici (oggi diremmo mujahedin) che i bolscevichi chiamavano banditi ed assassini, cioè Basmachi, e ne divenne in breve tempo il venerato capo: autoproclamatosi “comandante in capo di tutte le armate dell’Islam”, decine di migliaia di combattenti lo raggiunsero per quella che intesero essere una guerra santa.
Tradito e dimenticato ogni precedente accordo e legame con Lenin e convertito invece alla causa della guerra antirussa, riuscì a guidare le sue truppe di vittoria in vittoria, ma il giovane stato bolscevico seppe reagire: da una parte prese tutta una serie di misure che allentavano la sua presa sull’ex-emirato e dall’altra seppe spedire un forte contingente militare di fronte al quale i Basmachi, sempre più isolati, si dispersero anche se, fra villaggi distrutti, stragi e terreni devastati, continarono a resistere per anni, seppur ormai da sbandati.
Enver non si arrese mai e morì da vero eroe il 4 agosto 1922 combattendo fino all’ultimo: il suo tentativo di unire l’Asia Centrale sotto la Turchia (unico precedente: Tamerlano) era miseramente fallito.
Nell’attuale Turkmenistan in seguito al caos delle rivoluzioni del 1917 i patrioti proclamarono un governo provvisorio ad Ashgabat che però venne subito attaccato dai bolscevichi: un distaccamento inglese era accorso in loro aiuto, ma con la fine della guerra venne ritirato ed i bolscevichi non ebbero più ostacoli nella riconquista.

La lezione che si trae da tutto ciò è semplice: zaristi o bolscevichi che fossero, i Russi non volevano perdere i loro domini e gli ideali rivoluzionari vennero usati allo stesso modo in cui tutti gli ideali europei sono sempre stati usati fuori dall’Europa dagli europei stessi - per legittimare la loro conquista ed il loro dominio.
Come sempre infatti anche in questo caso la formula era che l’Armata Rossa che  aveva invaso i Paesi centroasiatici (e non solo loro) era stata liberatrice, aveva agito per il bene e per i veri interessi (al momento non ancora ben chiari agli interessati stessi) dei conquistati, per la loro libertà, ecc. ecc..

L’Asia Centrale nell’Unione Sovietica

La prima necessità che il nuovo potere comunista si trovò a dover risolvere fu la costituzione di unità politico-amministrative per poter organizzare la vita rivoluzionata e da rivoluzionare dell’intera nuova realtà politica.
La Costituzione dell’U.R.S.S., approvata definitivamente dal II Congresso dei Soviet il 31 gennaio 1924, creò così le varie Repubbliche Socialiste Autonome e le inserì nell’Unione Sovietica con una chiara distinzione dei poteri: al centro andavano quelli fondamentali mentre – almeno sulla carta – quelli amministrativi venivano lasciati alla periferia.
In Asia Centrale furono inventate cinque repubbliche cui vennero assegnati nuovi confini, nuovi governi e tutto un nuovo apparato amministrativo-burocratico essenziale per la loro amalgamazione ed il loro inserimento nel ben più vasto complesso sovietico.
Non fu un processo semplice e nemmeno lineare: qui non verranno seguiti i vari passaggi ed i vari rimaneggiamenti delle frontiere che si susseguirono per molti anni  e basterà ricordare che i confini definitivi delle R.S.S. dell’Uzbekistan e del  Turkmenistan furono stabiliti nel 1924, quelli del Tagikistan nel 1929 e quelli del Kazakistan e del Kirghizistan solo nel 1936.
Ma non si può che continuare a ripetere che questa fu un’operazione artificiale e calata dall’alto (come del resto tutta l’edificazione dell’U.R.S.S.): essa tracciava linee in base ad esigenze che non rispondevano a criteri locali ed indigeni visto che spesso non seguivano i veri confini etnici, linguistici, religiosi od anche semplicemente geografici  (per parte loro del resto piuttosto labili): i criteri che vennero seguiti furono invece quelli della convenienza per il centro moscovita ai fini della produzione e del controllo politico: per fare un esempio, Samarcanda e Buchara vennero annesse all’Uzbekistan nonostante la loro popolazione fosse prevalentemente tagika (di origine iraniana).  
Il fatto era che in queste terre non erano mai esistite vere divisioni nè confini fissi fra un emirato ed un altro, fra una popolazione e l’altra, e che il nomadismo di allevatori e commercianti erano un costume ed una realtà millenari.
Al nuovo assetto geografico si associò quello politico: le repubbliche che vennero istituite in Asia Centrale (come del resto in tutta l’U.R.S.S.), saldamente controllate da funzionari di partito, portarono con sè tutta l’organizzazione burocratica ed amministrativa degli stati moderni europei, con tutti i loro sistemi di controllo e di inquadramento della società, ed anche questa era una novità in questa regione abituata agli spazi aperti, alla natura selvaggia e spesso alla vita errabonda: lo zarismo in questo senso era stato molto meno invasivo e più disposto (anche per mancanza di mezzi) a lasciare che le varie società seguissero il loro sistema di vita tradizionale.
Si proclamò naturalmente la volontà di procedere ad uno sviluppo di queste nuove repubbliche, cioè di inserirle nel più vasto contesto economico dell’intera U.R.S.S. e di amalgamarle progressivamente ad essa perchè i nuovi padroni russi dell’Asia Centrale avevano  idee e programmi molto più ambiziosi dei loro predecessori: se infatti al tempo dello zarismo lo sfruttamento consisteva in requisizioni, perdita dell’indipendenza ed inserimento nel più vasto (e moderno) mercato dell’immenso Impero, con i comunisti al potere si volle procedere ben oltre.
Il radicale cambiamento della società che il loro programma prevedeva si spingeva  molto più in profondità: era l’intera società  che doveva essere completamente rimodellata sui principi della proprietà collettiva, della assoluta organizzazione (burocratica) della sua economia e dell’onnipotenza ed onnipresenza dello stato; la cultura andava rivoluzionata fin nelle sue stesse fondamenta e la campagna ideologica in questo senso fu sempre incessante e del tutto persecutoria nell’imposizione forzosa di una nuova verità indiscutibile; ogni attività politica o sindacale che pretendesse di svolgersi in modo autonomo e libero era giudicata un crimine gravissimo; la fede religiosa era severamente vietata e perseguitata perchè giudicata ostile ed incompatibile col comunismo ateo e materialista.
Insomma: se tutto il tristissimo armamentario del comunismo al potere fu soffocante ed oppressivo per la società europea dal quale pur proveniva, figuriamoci cosa fu per le società dell’Asia Centrale, non industrializzate, non avvezze al ruolo ed al peso che uno stato moderno esercita sulla popolazione, fondate su rapporti sociali frutto di tradizione medievale, relazioni di sangue, autorità del clero musulmano; su un’economia spesso fatta di nomadismo, di commercio carovaniero e di agricoltura primitiva; con una cultura tramandata oralmente e nelle madrasse: insomma in un ambiente ed un mondo profondamente altro da quello europeo.
Il processo di costruzione di queste nuove realtà repubblicane venne  portato avanti in profondità anche dal punto di vista culturale: anche se l’arrivo diffuso e continuo di russi e di slavi portò a commistioni etniche; anche se i contorni delle repubbliche non racchiudevano popolazioni omogenee e compatte ed al loro interno numerose fossero le minoranze etniche centroasiatiche; tuttavia la lingua di ogni nazionalità fu definita e precisata (anche dal punto di vista letterario) e fu solo allora che, per esempio, il kirghiso divenne anche lingua scritta e ricevette un suo alfabeto.
La rivoluzione aveva anche lo scopo di trasformare la vita spirituale della società.  
I nuovi arrivi di russi rafforzarono la politica di russificazione oltre che di comunistizzazione: il russo divenne la lingua ufficiale e doveva essere insegnato nelle scuole che ora venivano aperte allo scopo di omogeneizzare le menti alla nuova  dimensione politica e sociale.
Particolare accanimento fu esercitato nella lotta all’Islam: nonostante a parole e sulla carta in U.R.S.S. venisse proclamata la libertà religiosa, in realtà le Chiese, il clero e la fede stessa furono perseguitate e represse: giudicata ‘oppio dei popoli’ la religione – non solo l’Islam – era considerata pericolosa fonte di identità ed elemento di coagulo di opposizione al nuovo regime ed alla sua  volontà di dominio totalitario dei corpi e delle anime.    
Anche se i nuovi padroni comunisti non lo ammettevano certo, questa era in fondo la prosecuzione con altri mezzi ed intenti di quella fede nella missione civilizzatrice della Santa Madre Russia che aveva ispirato e mosso tanti ufficiali, funzionari ed anche semplici cittadini al tempo della conquista zarista: niente di nuovo sotto il Sole se non che la radicalità e la violenza con cui l’intera operazione venne portata avanti furono ben maggiori.

Lo stalinismo in Asia Centrale

Con la stabilizzazione dell’U.R.S.S., con la N.E.P. e coll’ assestamento delle nuove  Repubbliche Socialiste sarebbe stato lecito attendersi che la situazione si normalizzasse e che, insomma, si aprisse un periodo di relativa pace e tranquillità, ma è noto che il corso degli eventi seguì invece una direzione del tutto opposta: appena Stalin, sgominate le opposizioni nel partito, fu saldo al potere, subito diede inizio a quella rivoluzione nella rivoluzione ed a quell’edificazione del ‘socialismo in un solo paese’ che va sotto il nome di ‘stalinismo’.
Gli aspetti salienti dello stalinismo possono essere riassunti nella industrializzazione portata avanti dai piani quinquennali (a partire dal 1928) e nella collettivizzazione forzata delle terre (a partire dal 1929).
(Si invita a cercare riferimenti su questo punto sul saggio ”Homolodor”).
Gli scopi che queste misure si proponevano di raggiungere erano molteplici: affermazione dello stato sull’intera produzione economica dell’Unione Sovietica, potenziamento dell’apparato produttivo, suo rafforzamento ai fini militari, eliminazione delle classi con la formazione di un unico proletariato, industriale o contadino che fosse, eliminazione dunque di ogni possibile classe avversaria e, in definitiva, pieno raggiungimento degli ideali del comunismo.
Ogni proprietà privata andava abolita– ove non lo fosse già – e sostituita con grandi aziende statali.
Dato il carattere prevalentemente agricolo della sua economia, in Asia Centrale fu la collettivizzazione forzata delle terre a produrre gli effetti più disastrosi: portata avanti con brutalità, essa vide la disperata resistenza di chi si vedeva portare via tutto dallo stato che ne asserviva poi anche il lavoro nelle fattorie collettive (i kolkhoz ed i sovkhoz); di chi, dovendo consegnare allo stato tutto il suo bestiame, preferiva ucciderlo e mangiarlo; di chi, dopo millenni di vita nomade negli spazi sconfinati della sua terra natale, veniva ora costretto ad una vita sedentaria ed al lavoro eterodiretto all’interno di una fattoria collettiva.
Anche qui come in tutta l’U.R.S.S. lo scontro fu all’ultimo sangue ma, data la schiacciante superiorità del regime, i Basmachi ed i contadini che tentarono di resistere con tutta la forza della disperazione non poterono che subire una sconfitta totale: il governo non esitò infatti ad usare tutti i mezzi a sua disposizione per schiacciare ogni forma di opposizione alla sua rivoluzione:le truppe dell’Armata Rossa, complete di blindati e di forze aeree (!), tornarono in Asia Centrale ripetendo le infami gesta di un decennio prima, ai tempi del ‘comunismo di guerra’, mentre migliaia di attivisti politici russi requisivano ogni proprietà ed istituivano le nuove aziende agricole statali.
Tra il 1928 e il 1933, dopo avere eliminato fisicamente almeno 10mila capitribù, il governo sovietico abolì anche il nomadismo, costringendo pastori ed allevatori (quasi il 70% dell’intera popolazione delle repubbliche centroasiatiche) a lavorare nelle sue comuni agricole – gestite ovviamente da funzionari russi: e per distruggere poi definitivamente ogni possibilità di ritorno al nomadismo, Stalin arrivò a far abbattere circa 350mila cavalli e decine di migliaia di cammelli (!).
Tutto ciò distrusse l’economia locale e costrinse molti tagiki, kirghisi e kazaki, scampati alla nuova guerra civile, a tentare fuga in Cina.
Di questo immenso sfacelo la conseguenza più immediata fu  la carestia che colpì più duramente, oltre all’Ucraina, proprio l'Asia Centrale ed in particolare il Kazakistan che tra il 1930 e il 1931 vide da un quarto ad un terzo della sua popolazione morire di fame (!), mentre anche in Kirghizistan le percentuali delle morti dovute alla carestia furono insopportabilmente alte.
Per quanto incredibile ciò possa sembrare, anche la carestia fu impiegata come arma per piegare la resistenza contadina: essa venne favorita e lasciata crescere e sviluppare perchè alle infelici vittime non venisse lasciato alcuno scampo e, perduta ogni fiducia, completamente rassegnate, si piegassero vinte ed esauste alla cieca obbedienza ed alla totale sottomissione nella speranza di poter almeno sopravvivere.
Visto il successo di questa ‘tattica’, essa verrà impiegata con ancor maggior decisione e successo in Ucraina due anni dopo.
Va notato che le stragi dovute alle carestie provocate o non combattute si verificarono fra le popolazioni non russe – e questo non può essere nè un caso nè una coicidenza. 
La collettivizzazione venne conclusa in tutta l’U.R.S.S. nel 1934: il lavoro agricolo fu così totalmente asservito, controllato e gestito dall’alto - esattamente come del resto ogni altra forma di lavoro.
I dirigenti burocrati delle nuove aziende collettive obbedivano agli ordini ed alle direttive che venivano da Mosca secondo i suoi piani generali e li imponevano ai loro dipendenti ora completamente demotivati e disillusi.
Mentre il regime ed i suoi cantori all’estero esaltavano la vittoria degli ideali ugualitari, la liberazione dei contadini (sic), i progressi della nuova agricoltura che ora cominciava a meccanizzarsi ed il genio lungimirante di Stalin ‘padre dei popoli’, nei kolkohz e nei sovkhoz regnava la fame, lo sfruttamento più completo, la corruzione,  il mercato nero e la falsità diffusa delle relazioni addomesticate e dei resoconti alterati.
Nulla di nuovo: quando si parla di comunismo bisogna ricordare che la realtà era sempre l’opposto di quel che veniva detto, ripetuto ed imposto.
I risultati più eloquenti di questa folle guerra del comunismo al mondo contadino (oltretutto disprezzato perchè giudicato arretrato ed inassimilabile alla rivoluzione comunista, pensata fin dai tempi di Marx in termini di industria e finanza) sono l’ impossibilità che ancor oggi la Russia ha di sfamarsi da sola: ci può essere qualcosa di più eloquente per quello che era un tempo uno dei granai del mondo?

Seguendo la logica propria di ogni impero coloniale, anche l’Unione Sovietica organizzò la sua economia pensandola come unica ed intera: nessuna delle sue repubbliche potè mai sviluppare un sistema produttivo indipendente perchè ognuna era pensata ed organizzata in relazione all’intero complesso. Ciò aveva l’effetto di tenerle legate fra di loro e, soprattutto, comportava che l’intero sistema economico potesse essere gestito dall’alto come un tutto unitario rafforzando ancor più – come se ce ne fosse bisogno – la presa del potere centrale sulle sterminate periferie.

Come in tutta l’U.R.S.S. anche in Asia Centrale infine il culto della personalità di Stalin, la indiscriminata repressione del (vero o presunto) dissenso, il terrore e l’universo concentrazionario del G.U.Lag. si imposero in tutta il loro orrore.
Qui già a partire  dal 1927 era cominciata la repressione di chi non era perfettamente allineato a Stalin ormai saldamente alla guida del partito: le cosiddette ‘purghe’ costarono la vita anche a  decine di migliaia di centro-asiatici.
Questa è una storia tristemente nota e non vale la pena ripeterla ancora una volta: in Asia Centrale comunque le accuse più frequenti erano quelle di “deviazionismo nazionalista” e di “tendenze panturche” – e ciò chiarisce bene cosa il potere comunista temeva maggiormente.
Il fatto era che allo scoppio della rivoluzione erano sbocciate tante speranze di liberazione, di emancipazione, di fine dello sfruttamento, di desiderio di riottenere l’indipendenza, e la classe colta ed idealista era uscita allo scoperto credendo nella possibilità di una leale collaborazione col nuovo potere bolscevico, mentre per parte loro i bolscevichi si erano appoggiati inevitabilmente a chi lottava al loro fianco. Molti elementi locali erano così entrati nelle nuove amministrazioni delle loro nuove repubbliche, avevano condiviso coi bolscevichi posti e responsabilità credendo alle loro parole ed alle loro promesse.
Tuttavia con lo stabilizzarsi della situazione, con le misure tremende prese in contrasto ed a dispetto della propaganda e della teoria rivoluzionaria, col restringersi di ogni spazio di manovra e di parola ed infine col predominio sempre più deciso di Stalin, fra le fila di costoro non potè non crescere l’insofferenza ed il dissenso.
Su tutti questi  –  di cui oltretutto Stalin diffidava da sempre – cadde  inesorabile la sua mannaia ed a volte interi governi regionali vennero eliminati con un colpo solo.

Eppure, nonostante tutto, le popolazioni dell’Asia Centrale conobbero anche una serie di miglioramenti e, comunque, le loro condizioni di vita subirono profondi mutamenti: il regime staliniano le fece infatti entrare nel XX secolo.
Scuola (a tutti i livelli), trasporti, sanità, infrastrutture, industria, miniere e stabilimenti fecero effettivamente transitare l’Asia Centrale (e non solo lei) dal medioevo all’età industriale, che era uno degli scopi fondamentali dello stalinismo stesso e di ogni regime comunista in genere (fa eccezione la Cambogia di Pol Pot).
Non desta quindi stupore che in tutta l’area si verificasse anche un sensibile aumento demografico e che Tashkent, già al tempo dello zarismo centro propulsivo russo in Asia centrale, divenisse per dimensioni la quarta città dell’U.R.S.S.

L’Asia Centrale nella Grande Guerra Patriottica

L’U.R.S.S.  riuscì a resistere ed a respingere l’invasione nazista (e giapponese) grazie  al patriottismo (soprattutto russo) che permise di sopportare immensi sacrifici: dopo gli svedesi di Carlo XII (1707-09) e la Grande Armée di Napoleone (1812), era la terza volta nella sua storia che un’invasore veniva ricacciato e distrutto, ma questa volta era l’Unione Sovietica con tutto il suo mosaico di popoli che riuscì nell’impresa e ciò non sarebbe stato possibile senza il senso di unità e la forza produttiva che Stalin era riuscito a costruire pur coi suoi sistemi.
La seconda guerra mondiale in U.R.S.S. venne chiamata ‘grande guerra patriottica’ al preciso scopo di segnalarne il carattere di difesa e di esaltazione della propria storia e della propria  identità contro la volontà asservitrice ed annientatrice del Terzo Reich.
In queste pagine non avrebbe senso ripercorrerne le (peraltro notissime) fasi e ci si limiterà quindi a metterne in luce gli aspetti particolari che la caratterizzarono in Asia Centrale.

Nel suo sforzo per mobilitare tutte le forze contro l’invasore  e per trovare sostegni ed alleati dovunque potesse tra il 1942 e il 1943 Stalin, abbandonando la precedente politica di persecuzione religiosa e di propaganda dell’ateismo, si accordò con il muftì di Ufa  ed istituì un centro di direzione e di coordinamento per il governo dell’Islam entro l’Unione Sovietica: la nuova direzione religiosa dei musulmani dell’Asia Centrale fu fondata il 20 ottobre 1943 e seguiva la tradizione sunnita.
Essa aveva sede a Tashkent e la sua lingua ufficiale era l’uzbeko: il muftì di Tashkent era così a capo di tutti i musulmani dell’Asia Centrale ed aveva pieni poteri anche se veniva stipendiato da Mosca come funzionario per gli affari spirituali.

L’ Asia Centrale fu risparmiata dai combattimenti e i tedeschi non riuscirono mai ad arrivarci (ammesso che volessero farlo), ma un milione e mezzo dei suoi giovani venne mobilitato, anche se una buona parte disertò e combattè dall’altra parte.
Per molti coscritti l’invasione nazista fu infatti l’occasione per sfuggire all’oppressione del sistema staliniano ed una parte di essi, così come dei prigionieri di guerra, cambiò fronte e si batté con i Tedeschi contro i Sovietici.

Mentre le armate naziste avanzavano trionfalmente e l’Armata Rossa passava di disfatta in disfatta, gli operai ed i tecnici delle fabbriche smontavano freneticamente i preziosissimi impianti industriali (che erano costati tanti sacrifici) e li spedivano frettolosamente in vagoni merci  nelle remote e più sicure aree dell’Asia Centrale ed al di là dgli Urali perchè potessero essere riassemblati ed immediatamente riutilizzati per il colossale sforzo produttivo  -  ed essi dopo la conclusione della guerra vennero lasciati là dove erano stati portati.

L’Asia Centrale (e la Siberia) fu infine la sede in cui nel massimo silenzio e segreto possibile vennero deportati in massa dalle loro terre di origine alcuni gruppi etnici: i primi ad essere evacuati furono gli oltre 300mila cosiddetti ‘Tedeschi del Volga’, che colà presenti fin dal Settecento, subirono la dissoluzione della loro repubblica autonoma come misura preventiva. Poi fu la volta – ma come punizione per simpatia con l’invasore – dei Calmucchi delle steppe meridionali fra il Volga ed il Caspio nel dicembre 1943, poi di varie popolazioni (fra cui i 400mila Ceceni) del Caucaso settentrionale entro la primavera del 1944,  ed infine dei Tatari di Crimea nel giugno 1944.
Anche queste nuove industrie e queste nuove popolazioni hanno contribuito a trasformare l’Asia Centrale.

Dopoguerra e post-stalinismo in Asia Centrale

L’Asia Centrale era ormai saldamente parte dell’intera Unione Sovietica e non potè quindi che seguirne le strategie dettate  dalla necessità di ricostruire il Paese spossato e devastato dalla guerra e dalla volontà di rilanciarlo.
Tuttavia una caratteristica che la riguardò particolarmente (ancora una volta insieme alla Siberia) fu la ‘Campagna delle Terre Vergini’ lanciata nel 1954 dal successore di Stalin, Nikita Kruscev.
Nel quadro ottimistico e di fervente attivismo promosso dalla nuova dirigenza che proclamava ormai prossimo il sorpasso degli U.S.A. si inserì anche questa campagna che si proponeva di risolvere una volta per tutte l’insufficiente produzione agricola che affliggeva l’Unione Sovietica fin dalla collettivizzazione delle terre: e fu soprattutto sulla produzione di grano che si concentrarono sforzi e speranze.
Invece di procedere allo sviluppo di un’agricoltura più intensiva si puntò invece all’ aumento dell’estensione delle terre destinate alla semina: grazie ad uno sforzo prodigioso e ad una mobilitazione notevole vennero così dissodati 250mila nuovi kmq. delle immense steppe del Kazakistan settentrionale e nelle fattorie che sorgevano per questo scopo fu insediata una quantità enorme (circa 800mila immigrati) di manodopera russa.
Evidentemente il problema era (come per il cotone) l’acqua, così vennero realizzati massicci e futuristici impianti che la trasportassero fin dal lontano fiume Ob in Siberia perchè  irrigasse le aride steppe kazake.
Tuttavia  questa campagna, per quanto portata avanti con decisione, si fondava su un piano largamente irrealizzabile e contro natura: così dopo aumenti iniziali di produzione (che servirono a Kruscev ed a Breznev, allora segretario della repubblica,  per rafforzarsi al potere) presto il terreno friabile della steppa cominciò a venir spazzato via dal vento e dai temporali vanificando tanti sforzi e tante speranze.
Eppure, anche se la Campagna delle Terre Vergini in buona misura può essere considerata  un fallimento, non si deve tralasciare però che a conti fatti il Kazakistan, con oltre il 20% del terreno agricolo dell’intera Unione Sovietica, ne era pur sempre diventato il terzo produttore dopo Russia ed Ucraina, mentre l’arrivo di tanti coloni russi e slavi aveva alterato ancor più la composizione etnica della repubblica.
E non basta ancora: tanti scampati ai lager chiusi da Kruscev rimasero sul territorio mentre l’estrazione di carbone, ferro e petrolio di cui il Kazakistan era (ed è) ricco continuava ad attirare russi, ucraini ed altri sovietici stravolgendo sempre più il panorama etnico della repubblica, tanto che nel 1959 dei 9,3 milioni di cittadini il 43% era russo e solo il 29% kazako!
Infine, la Campagna delle terre Vergini  ricorda per molti aspetti quella per il cotone, sia per lo scarto fra l’imponenza dei progetti e la scarsità dei risultati, che per il dirigismo assoluto e per il disprezzo delle conseguenze sull’ambiente che vennero trascurate (se e quando prese in considerazione).
L’Uzbekistan conobbe un'ulteriore estensione delle terre assegnate alla coltivazione del cotone (destinato a sodddisfare le esigenze del mercato interno dell’Unione Sovietica) che arrivarono a coprire la quasi totalità del territorio.
Le conseguenze sull’equilibrio ecologico di una politica di questo tipo sono ancor oggi (nel 2011) gravissime perchè per irrigare quelle aride lande le acque del Syr-Daria e dell’Amu-Darya (che dal Pamir sfociano nel lago d’Aral) furono copiosamente deviate verso l’Uzbekistan ed il Turkmenistan meridionale e ciò ha fatto sì che l’intera regione intorno al lago si inaridisse causando addirittura un peggioramento generale del clima.
Per dare un’idea della vastità dei progetti messi in opera, basterà ricordare che il canale del Karakum che porta le acque dell’Amu-Darya nell’arido Turkmenistan è lungo 1.100 km.!
Chi si rechi in questi luoghi può facilmente verificarne il grave degrado ambientale.
Un tempo il lago d’Aral aveva acque limpide e pescose ed era circondato da spiagge incontaminate,  ma dal 1987 ci sono due laghi d’Aral; nel 1993 il livello dell’acqua si era abbassato di 16 metri, il volume si era ridotto del 75% e la superficie complessiva del 50% mentre le spiagge meridionali ed orientali si erano ritirate di 80 km..
Il suolo impoverito è diventato sempre più polveroso e viene spazzato via dal vento, l’uso massiccio di prodotti chimici ha generato processi di devastante inquinamento ed il pesce è quasi sparito.

Un episodio particolarmente doloroso di questa concezione coloniale del potere sovietico nei confronti della periferia del suo stesso paese fu poi il ‘Poligono’ nucleare di Semey (ancora una volta in Kazakistan) dove dal 1949 al 1989 vennero fatti esplodere 470 ordigni nucleari in una segretezza tale che le popolazioni limitrofe non furono nè evacuate nè nemmeno avvertite dei rischi che stavano correndo!
Si riteneva che la repubblica (2,7 milioni di kmq., nove volte l’Italia) fosse sufficientemente vuota di popolazione per poter procedere senza problemi con questi esperimenti.

Volendo tracciare un primo bilancio dell’éra sovietica in Asia Centrale, balza agli occhi che questa ne risultò totalmente trasformata:
nacquero repubbliche con confini, lingua, istituzioni, compiti, ecc. chiari e definiti;
queste repubbliche vennero immesse nel grande contesto dell’Unione Sovietica e tolte dal precedente isolamento;
la loro economia venne drasticamente ridisegnata dall’introduzione della produzione moderna (inserita in quella generale dell’Unione Sovietica) al posto dell’agricoltura medievale e del nomadismo precedenti;
la collettivizzazione delle terre comportò la scomparsa dei nomadi e la loro sedentarizzazione forzata;
per vari motivi ci furono imponenti trasferimenti di popolazione che alterarono profondamente la composizione etnica delle varie repubbliche (soprattutto del Kazakistan, la più vicina alla Russia);
la società come l’economia ne risultò così completamente trasformata e ridefinita nelle sue componenti sia sociali che etniche.
Ebbene, alla domanda come giudicare tutto ciò la risposta è semplice: questi popoli sono stati conquistati con la violenza delle armi, costretti con sistemi terribili a cambiare il loro sistema di vita, derubati, asserviti, indottrinati, trascinati in guerre con cui non c’entravano nulla ... insomma, hanno dovuto sopportare tutte le immonde ingiustizie (come tutti gli altri popoli coloniali) anche se il progetto nei loro confronti rimaneva pur sempre quello di una loro integrazione e numerosi passi erano fatti in questa direzione.
Insomma, una pagina in più, seppur particolare, di infame colonialismo?
La risposta è sì ed è inutile che i sostenitori del progresso inteso come europeizzazione si affannino a mostrare i passi avanti che l’Asia Centrale ha compiuto in tutti i campi sotto il dominio russo-sovietico: certo che li ha compiuti!
E’ vero che – come ricorda Dmitrij Furman – l’India che fu sotto gli Inglesi è oggi  molto più avanti dell’Afghanistan che rimase libero: ma, a parte il fatto che è tutto da dimostrare che ciò sia dipeso dal colonialismo, tutto ciò può giustificare la conquista militare? La perdita di indipendenza e libertà?  La espropriazione delle proprie cose? I mille cambiamenti imposti con la forza? L’indottrinamento cui anche la scuola (diffusa a tutti  i livelli) era almeno in parte impegnata? La dittatura comunista? La spietata e folle polizia segreta? Il G.U.Lag.? Il vedere la propria terra trattata come spazio da riempire? E quanto si potrebbe continuare?!
Ma se tutto ciò ancora non bastasse, lasciamo parlare la storia e vedremo che appena hanno potuto questi popoli si sono ribellati ed hanno voluto riacquistare la loro indipendenza. Più chiaro di così!!!

Identità e rinascita

Quando nel 1985 Michail Gorbaciov fu nominato Segretario Generale del P.C.U.S. la situazione dell’Unione Sovietica si stava avviando al collasso, affrettata oltretutto dalla dissennata corsa al riarmo intrapresa con l’installazione in Europa dei missili SS21 e SS22 e dalla inconsulta invasione dell’Afghanistan del 1979, che faceva seguito agli innumerevoli interventi, armati e non, in Europa, Asia, America Latina ed Africa.
Il peso dell’impero e la sua sfida all’Occidente l’aveva sfiancata e l’intero sistema economico rigido, centralizzato e burocratizzato oltre ogni limite sopportabile, non riusciva più a reggersi mentre i costi per sottomettere e mantenere la fascia dei Paesi satelliti era ormai proibitivo: il celeberrimo Muro di Berlino costituiva il segno più evidente di una follia ormai al tramonto e la sclerosi dell’ideologia ufficiale comunista, sempre più grottescamente imposta, era ben espressa dalla pesantezza dei gesti e dall’inespressività dei volti dei gerontocrati ultraottantenni al potere.
Per rendersi conto della paralisi e dell’antistoricità della dirigenza sovietica, basterà ricordare che l’ormai morente e semimbalsamato Breznev ancora nel 1982, subito prima di morire, aveva voluto combattere la minaccia ideologica rappresentata dal riaffiorare di fondamentalismi islamici in Asia Centrale ed aveva scatenato la ripresa brutale della persecuzione antislamica anche tramite gruppi di agitatori inviati appositamente in Uzbekistan.
Tale politica era stata proseguita e consolidata dai successori Andropov (salito al potere già gravemene malato) e  Cernjenko (già gravissimamente malato) che in Asia Centrale avevano intensificato la lotta estendendola al nazionalismo  (seppur anche alla corruzione dilagante) oltre che, al solito, contro il dissenso e le (solite) ‘influenze occidentali’.  
Come ultimo tassello di cecità politica, Cernjenko, ormai ad un passo dalla morte (marzo 1985), aveva deciso di affidare a slavi le cariche principali nelle repubbliche centroasiatiche e di riempire ancor più di prigionieri politici gli intramontabili campi di lavoro.
Le assurdità dell’U.R.S.S. sono troppo note e conosciute perchè qui valga la pena soffermarcisi ulteriormente, eppure in Asia Centrale non era questo il problema maggiore: il problema più grave (ed irrisolvibile per l’U.R.S.S.) era quello etnico o, meglio, del caos etnico che vi regnava.
Qualche dato chiarirà bene il problema.

Alla vigilia del suo crollo, all’interno dell’Unione Sovietica viveva un centinaio di popoli non russi (il loro numero si era dimezzato rispetto a quello del 1926) che occupavano circa un terzo del suo territorio mentre i russi non erano nemmeno la metà della popolazione complessiva; il tasso di natalità degli asiatici era nettamente superiore a quello degli slavi così che l’U.R.S.S. era il quinto stato musulmano del pianeta  (l’80% dei centroasiatici professava l’islamismo) ed aveva più cittadini turchi della Turchia stessa.  
E’ chiaro che, nonostante le campagne di russificazione, l’arrivo a volte massiccio di russi e slavi nelle repubbliche centroasiatiche, i legami economici che rendevano spesso le varie parti dell’Unione Sovietica interconnesse ed interdipendenti, l’inserimento dell’Asia Centrale nel contesto ben più vasto del XX secolo, tutto ciò rappresentava una miscela esplosiva che non potè che detonare nel momento in cui il sistema non riuscì più a reggersi data la sua decrepitezza.
In Asia Centrale furono le istanze nazionalista, panturca ed islamista, a rinascere sempre più apertamente e ad offrire un’alternativa al vecchio sistema che si andava ingloriosamente sfasciando.
Naturalmente il nuovo fermento scissionista dilagava anche nelle repubbliche baltiche, centroeuropee e caucasiche (non va mai dimenticato che, oltretutto, ogni repubblica autonoma aveva un proprio soviet supremo (cioè un parlamento), un proprio governo ed una propria organizzazione di partito) finchè non fu più possibile porvi un argine.

Il disperato tentativo del nuovo Segretario Generale Gorbaciov di ristrutturare (la celeberrima ‘perestrojka’) l’intero sistema aprendolo alla trasparenza (l’altrettanto celeberrima ‘glasnost’) della libera discussione - senza più le ormai ridicole ed insostenibili censure e manipolazioni della realtà operate dai cantori dell’ideologia - allentarono i vincoli fra le repubbliche anzichè rinsaldarli: manifestazioni, proteste, disordini, scontri cruenti e repressioni cominciarono a moltiplicarsi  sempre più diffusamente rendendo ancor più affannata ed impotente quella che fino a poco tempo prima pur era stata  una superpotenza capace di portare i suoi interventi in ogni angolo del pianeta.
L’andamento a volte paradossale degli eventi testimoniò della confusione del momento.

Una strana indipendenza

La notte del 18-19 agosto 1991 Mosca, Leningrado e le città delle repubbliche baltiche (ormai avviate sulla strada della indipendenza e della separazione) furono occupate dai carri armati: Gorbaciov era stato posto agli arresti domiciliari ed era in corso un vero e proprio colpo di stato: sotto la guida del vicepresidente dell’U.R.S.S. (voluto dallo stesso Gorbaciov!) Gennadij Janaev, del capo del K.G.B. Krjuckov, del ministro della Difesa Jazov e degli Interni Pugo, uniti ad altri quattro alti dirigenti in un “Comitato per lo stato d’emergenza”,  i golpisti volevano “garantire l’integrità e l’indipendenza” dell’Unione Sovietica e arrestarne con la forza lo sfascio.
Il loro grottesco tentativo nasceva dalla convinzione che fossero le riforme di Gorbaciov ad aver minato e sconvolto il Paese e non si rendevano conto che stavano scambiando le cause con gli effetti e che lo status quo era divenuto insostenibile.
Ammiratori e sostenitori di un esercito potente come quello sovietico, non potevano accettare la riduzione o la distruzione dei suoi arsenali nè di vedere drasticamente ridotto l’impero di cui esaltavano la grandezza e che volevano difendere a tutti i costi, ma, ancora una volta, non si rendevano conto che l’U.R.S.S. non era più in grado di sostenere nè un esercito di quelle dimensioni, nè l’impero interno, nè, tantomeno, quello esterno, nè i costi divenuti proibitivi degli interventi fuori dei suoi confini.
Il patetico tentativo golpista fu subito affrontato dalla gente in piazza e dalla decisa reazione del presidente della repubblica russa Boris Eltsin che (e non certamente solo lui) immediatamente invitò i cittadini alla resistenza.
Il Parlamento russo si trasformò subito in una roccaforte della democrazia: venne assediato ed assaltato dalle truppe degli insorti ma fu decisamente difeso dal sostegno popolare delle folle che, decise a mantenere la libertà che avevano cominciato ad assaporare e per nulla intimorite dai carri armati, erano scese in massa per strada e nelle piazze.
Nella periferia l’opposizione fu tale che l’Estonia proclamò immediatamente la sua indipendenza.
Mentre la comunità internazionale (ad eccezione della Cina) fu subito contro i golpisti, anche l’esercito sovietico si spaccò: l’U.R.S.S. rischiò la guerra civile ma dopo soli tre giorni l’inconsulto tentativo golpista fu sconfitto, Pugo si suicidò, gli altri sette furono arrestati e Gorbaciov potè far ritorno a Mosca.
Anche la Lettonia intanto proclamava la sua indipendenza.
Eppure, il maldestro tentativo di golpe fu il catalizzatore del cambiamento in corso che ora divenne travolgente ed inarrestabile.
Il 24 agosto Gorbaciov scioglieva il Comitato Centrale del P.C.U.S., ne vietava l’attività in ogni struttura dello stato, ne chiudeva le sedi, affidava la gestione dell’immenso patrimonio dell’Unione Sovietica alle varie repubbliche e non solo si dimetteva da Segretario Generale del partito ma lo abbandonava addirittura.
Anche l’Ucraina usciva intanto dall’Unione Sovietica.
Iniziava l’éra di Eltsin e si chiudeva quella del comunismo mentre anche la Bielorussia e la Moldavia il 25 agosto uscivano dall’Unione Sovietica che ormai non esisteva più.

La fuga dall’Unione Sovietica riguardò naturalmente anche l’Asia Centrale.
In Kazakistan (su 16,7 milioni di persone i kazaki erano il 42% ed i russi il 38%) la proclamazione dell’indipendenza avvenne il 1 dicembre 1991 ma non portò la  democrazia ed il presidente Nazarbaev, in carica dal giugno 1992, è sempre stato riconfermato senza problemi in elezioni più che sospettate di brogli e di manipolazioni.
In Uzbekistan (su 20,3 milioni di persone gli uzbeki erano il 69%  ed i russi l’11%)  già nel 1989 era stato fondato il Birlik (‘Unità’), movimento popolare che si prefiggeva fra l’altro il riconoscimento dell’uzbeko come lingua nazionale e si opponeva alla deleteria monocultura del cotone: nonostante il grande successo ottenuto in brevissimo tempo ed il moltiplicarsi dei suoi aderenti il regime era stato ancora abbastanza forte da impedirgli la partecipazione alle elezioni dell’anno seguente che avevano così vinto (al solito senza avversari) i comunisti che il 24 marzo 1990 avevano nominato presidente della repubblica Islam Karimov.
Ma lo stesso Karimov il 31 agosto 1991 proclamò l’indipendenza del Paese e trasformò il Partito Comunista in Partito Popolare Democratico! Ormai i comunisti stessi non esistevano più come tali e, preso atto della nuova realtà, cambiarono posizione con la più totale disinvoltura – ma rimasero al potere.
In realtà a rimanere al potere fu Karimov che da allora ha usato tutti i mezzi, spesso sanguinosi e violenti, per sopprimere le voci del dissenso (compresi i tentativi insurrezionali islamici e gli attentati dei loro kamikaze), è riuscito a stravincere tutte le elezioni e ad ottenere sempre tutto ciò che voleva.
I suoi metodi furono decisamente criticati e denunciati nelle sedi internazionali tanto che anche U.S.A. ed Inghilterra, cui era stata concessa la base militare K2 per la guerra in Afghanistan, nel 2005 dovettero abbandonarla e ritirargli il loro appoggio dopo lo scandalo per l’ultimo eccidio a sfondo etnico, quello di Andijan.
Anche in Kirghizistan (su 4,4 milioni di persone i kighizi erano il 52,4%, i russi il 21,5%  e gli uzbeki il 13%), nonostante il sorgere di vari movimenti ed associazioni fra cui si segnalò Ashar (‘Aiuto reciproco’), le elezioni del 1990 erano state vinte dai comunisti, ma l’insorgere di disordini - fra cui quello interetnico sanguinoso fra kirghisi ed uzbeki nella città di Osh – avevano portato alla presidenza Askar Akaev che, riformatore e liberale, si mise subito al lavoro, l’anno seguente sciolse il partito comunista, il 31 agosto proclamò l’indipendenza e alla fine dell’anno portò il suo paese nella C.S.I.. Nel 1993 una nuova costituzione ha ulteriormente ammodernato il Kirghizistan che, sempre sotto la guida di Akaev, ha svolto una attiva politica estera filoccidentale culminata nel 2002 colla costruzione vicino alla capitale Bishkek di una base aerea U.S.A. contro i talebani del vicino Afghanistan. Tuttavia tre anni dopo una rivolta costringeva Akaev alla fuga ed alla salita al potere del capo dell’opposizione Bakiev.  
In Turkmenistan (su 3,6 milioni di persone i turkmeni erano il 68,4%, i russi il 12,6% e gli uzbeki l’8,5%) nel 1989 era stato fondato il movimento di opposizione Agzybirlik (‘Unione’) che nonostante il successo ottenuto era stato nondimeno messo al bando: ma anche qui i comunisti, sulla carta gli unici a far politica, dopo aver adottato il turkmeno come lingua ufficiale il 22 agosto 1990 avevano proclamato la  sovranità (non l’ indipendenza) del Paese e poco dopo avevano eletto Saparmurat Niyazov presidente.
In Tagikistan (su 5,1 milioni di persone i tagiki erano il 59%, i russi il 10,4% e gli uzbeki il 30%) le cose sono andate molto peggio e, una volta annullato il controllo centrale di Mosca e proclamata l’indipendenza il 9 settembre 1991, gli scontri fra le varie etnie e clan regionali (fino a quel momento tenuti sotto controllo) sono stati estremamente sanguinosi, hanno portato a vere e proprie pulizie etniche con decine di migliaia di morti e mezzo milione di profughi ed all’intervento nel 2000 di 25mila soldati russi e centroasiatici (tranne i turkmeni) - più una base militare russa - per arginare quella che era sfociata ormai in una feroce guerra civile.
Dati i confini del Paese con l’Afghanistan si temevano contatti, sostegni, basi ed infiltrazioni da parte dei taliban e ciò contribuì al raggiungimento di un accordo per quanto incerto: pur sotto la presidenza unica di Rakhmanov, il Tagikistan è stato così diviso in quattro province autonome più la capitale Dushanbe ma l’equilibrio fra le parti sembra ancor oggi (aprile 2011) estremamente precario e le tensioni col vicino uzbeko ancora vive.

La lezione che si trae da questi (appena accennati) eventi e triste e semplice: in Asia Centrale i fermenti del risveglio nazionale, la rivendicazione per l’autonomia e per l’indipendenza, per la libertà e per la democrazia, si sono scontrati con una serie di ostacoli che li hanno fortemente limitati, quando non annullati.
I motivi sembrano essere questi:
innanzitutto, i confini delle repubbliche non dividono popoli diversi: a parte i russi e gli slavi presenti, numerose sono anche le minoranze etniche centroasiatiche e ciò non può che generare incomprensioni quando non scontri;
in secondo luogo, dato il regime del partito unico, non fu mai possibile forgiare una classe dirigente ed intellettuale alternativa a quella al potere nè elaborare genuinamente nuove teorie e programmi politici diversi;
i legami economici stabiliti e consolidati nel settantennio sovietico erano davvero forti e limitavano concretamente la possibilità di un’autentica indipendenza come la possibilità stessa di un vero distacco.  
Non può stupire insomma che quella che pure alla fine fu raggiunta sia stata strana indipendenza.

 

Un mondo da reinventare

Se  il fallito colpo di Stato dell’agosto 1991 contro Gorbaciov aveva accelerato la fine dell’Unione Sovietica, tuttavia, dati i legami che le avevano tenute insieme per tanto tempo, nessuna delle repubbliche (tranne forse quelle baltiche) era preparata ad una vera indipendenza, cioè a fare interamente a meno delle altre – soprattutto della Russia – ed anzi quelle centroasiatiche temevano che abbandonate a se stesse sarebbero andate incontro a conseguenze (più o meno gravemente) destabilizzanti.
Ai nostri occhi può sembrare contraddittorio proclamare l’indipendenza ma non essere poi pronti e disposti alla conseguente autosufficienza, ma ciò fu quel che accadde e possiamo forse comprendere meglio la situazione se per ‘indipendenza’ intendiamo invece ‘autonomia’ nel senso (medievale) di essere liberi di autogestirsi all’interno di un sistema del quale si continua a fare parte.
Premevano in questo senso la divisione dei compiti economici che avevano un senso e funzionavano solo all’interno di un unico organismo; le esigenze della difesa che erano sempre state intese come comuni; l’abitudine ad avere comunque un governo centrale che coordinava l’intero impero; ed anche il fatto che i russi residenti nelle varie repubbliche ora diventavano di colpo (spesso consistenti) minoranze etniche -  e si trattava di russi che facilmente non erano mai stati in Russia.
E tuttavia le vicende degli ultimissimi anni, definitivamente messe in luce poi nei convulsi giorni del tentato golpe, avevano anche mostrato l’impossibilità per le repubbliche di rimanere parti di un’unica formazione politica.
Era insomma necessario trovare una sorta di via di mezzo che permettesse ai nuovi stati in formazione di evitare di soccombere sotto il peso di problemi troppo onerosi per essere affrontati ognuno da sè: fu per questo che l’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia si incontrarono nei pressi di Brest (in Bielorussia) per coordinarsi e mantenere tutta una serie di rapporti essenziali fra loro in quella che con l’accordo di Belovez sarebbe stata chiamata Comunità di Stati Indipendenti (C.S.I.): le repubbliche baltiche erano date ormai per perse, ma erano state escluse, nemmeno convocate, anche le repubbliche centroasiatiche (!) i cui presidenti si consultarono in tutta fretta e chiesero di essere ammessi.
Ottenuta soddisfazione, il 21 dicembre, i presidenti delle undici ex-repubbliche sovietiche (tutte tranne i tre Paesi Baltici e la Georgia) si riunirono ad Almaty e fondarono la C.S.I..
Anche ufficialmente erano finiti un’epoca ed un impero:  tre giorni dopo Gorbaciov si dimise e sulla torre del Cremlino la rossa bandiera comunista cedette il posto al tricolore russo.

 

I problemi dei nuovi Stati dell’Asia Centrale

Dato che il problema principale dei nuovi Stati dell’Asia Centrale era stato e rimaneva quello etnico, non stupisce che in tutti cinque si verificarono massicci ed inevitabili spostamenti di popolazione,  soprattutto delle  minoranze etniche russe.
In Asia Centrale (anche per la vicinanza della Russia) scontri etnici gravi sono stati evitati, nondimeno ci sono stati tensioni e trasferimenti di popolazioni in quanto quelle autoctone hanno teso (e tendono) a favorire la propria gente a discapito di russi e slavi: vogliono che la loro lingua sia quella nazionale, dunque insegnata come tale nelle scuole, privilegiano se stessi nei posti pubblici, sostengono le richieste che vengono dalla propria parte e, insomma, non fanno mistero della volontà di raggiungere una sempre maggiore compattezza etnica.
Così, per esempio, in Kazakistan, il più vicino alla Russia e quello più russificato dei nuovi stati centroasiatici, dopo un decennio i kazaki avevano superato la metà della popolazione complessiva ed i russi erano scesi al 30%; in Uzbekistan i russi e gli slavi se ne andavano al ritmo di 60mila all’anno; anche in Kirghizistan l’esodo è stato consistente con la partenza di 200mila russi, 90mila dei quali abbandonarono il Paese nel solo 1993; in Turkmenistan i russi sono scesi al 3%; in Tagikistan le cose sono più complicate a causa della guerra civile scoppiata nel 1992 che ha causato vittime, spostamenti di popolazione e profughi, ma il fenomeno è presente anche lì.

Tuttavia, se il problema delle minoranze russe è il più rilevante ed appariscente, i nuovi Stati sono ben lungi dall’omogenenità etnica anche a causa delle numerose  minoranze centroasiatiche presenti al loro interno.
Al momento in cui vennero tracciati i confini delle repubbliche sovietiche le popolazioni (spesso nomadi) erano già piuttosto mescolate sul territorio dell’Asia Centrale e si è già detto che questi confini furono decisi sulla base di criteri di opportunità diversi da quello di assicurare la compattezza etnica dei nuovi organismi politici.
Oggi quei confini separano stati e non più repubbliche sovietiche, però sono rimasti gli stessi.
Così come nell’Europa centrorientale, le divisioni tracciate da Stalin non solo sono sopravvissute a lui, ma all’U.R.S.S. stessa, anche perchè mettervi mano significherebbe aprire contenziosi, scontri e guerre a non finire e nessuno vuole questo: la stessa cosa del resto è avvenuta – ed in modo ben più grave – nell’Africa post-coloniale.
Non deve stupire insomma che i nuovi stati siano caratterizzati da instabilità e da mancanza di democrazia perchè è facile che ciò avvenga quando le divisioni nella società sono profonde. 
Ma i motivi dell’autoritarismo (chiamiamolo così) politico dei nuovi Stati risiedono anche nel fatto che l’indipendenza effettiva – e non quella all’interno dell’Unione Sovietica – è avventua improvvisamente e senza che si fosse potuta formare una nuova classe dirigente con una nuova cultura politica: i dirigenti del partito si sono così riciclati ad una velocità fenomenale, abbandonando la retorica marxista e professando nazionalismo, Islam e vaghi principi democratici, ma sono rimasti gli stessi e gli stessi sono rimasti i metodi adoperati per rimanere al potere.
E’ tuttavia importante ricordare che questi uomini rimasti al potere erano espressione delle forze e degli equilibri politici tradizionali delle società centroasiatiche: essi non erano al potere perchè comunisti ma perchè spesso rappresentavano i vertici tradizionali, sia feudali che tribali, delle loro comunità etnico-culturali. Per loro il comunismo era solo la veste ideologica da indossare dato il sistema nel quale erano inseriti, così come oggi lo sono il nazionalismo, la democrazia e forse l’Islam.
E non basta: come in tutta l’U.R.S.S. la vecchia classe dirigente e/o rapaci e spregiudicati outsiders si sono impadroniti delle imprese e delle proprietà statali: sarebbe stata questa la privatizzazione e l’adozione del mercato! Se prima le gestivano, ora le possiedono!
Come si può protestare ed opporsi a chi guida lo stato e ne possiede l’economia?
Come stupirsi se  - mentre non c’era più l’Unione Sovietica ad assorbire merci e prodotti -   in nome del mercato e della libertà economica le misure dello stato sociale sono state ridotte, l’assistenza privatizzata, l’imperativo di mantenere a tutti i costi la piena occupazione completamente ripudiato?
Tutti i nuovi stati centroasiatici fin dal loro nascere  sono stati così  investiti da pesanti crisi economiche.
Il Kirghizistan è lo Stato politicamente più originale, ma anche il più turbolento, come dimostra il susseguirsi di rivoluzioni più o meno colorate(l’ultima è del 2010);
il Turkmenistan ed il Kazakhistan (soprattutto) sono seduti su considerevoli riserve di gas e petrolio ma questa ricchezza  non si è finora trasformata in benessere per tutta la popolazione ma solo per quella ristretta cerchia di privilegiati di cui si diceva;
l’Uzbekistan rimane lo Stato chiave della regione, il cuore geopolitico dell’Asia Centrale: qui la pressione sempre più forte dell’Islam militante finora è stata schiacciata dal regime di Karimov mentre la popolazione vive in povertà.

In tutte le ex-repubbliche l’iniziale ondata di entusiasmo che  seguì all’indipendenza venne presto sostituita sia dal bisogno di stabilità che da quello di ideali nuovi: dal punto di vista culturale la situazione  rimane però agitata e confusa.
Da una parte la nascita del nazionalismo spinge i nuovi stati a reinventare il loro passato, a riabilitare i capi locali un tempo caduti in disgrazia, a ricordare gli eroi dimenticati della loro storia ed a rafforzare le  lingue nazionali, ma dall’altra i problemi sociali e la miseria rilanciano l’Islam militante che tanta apprensione desta in Occidente; da una parte il fascino dell’Occidente spinge alla modernizzazione sul suo esempio, ma dall’altra il richiamo del panturchismo fa sì che tutti, chi più chi meno, si stanno aprendo alla sfera di influenza della Turchia che riesce a coniugare Islam e modernità, potenza e completa autonomia; e per finire, ci sono pure i nostalgici dell’U.R.S.S., soprattutto i russi a suo tempo trapiantati in Asia.

E con questo siamo arrivati ad un’altra complessità, quella della politica estera. Quando si parla di politica estera dei Paesi dell’Asia Centrale gli elementi da tenere in considerazione sono almeno quattro:
innanzitutto il ruolo giocato dalla ex-potenza dominante, la Russia;
il ‘nuovo grande gioco’;
il richiamo panislamista;
il richiamo panturco.

Asia Centrale indipendente e Russia

Al momento della sua nascita la C.S.I. obbediva certamente alla necessità di regolare le separazioni perchè non avessero effetti troppo traumatici su popoli, istituzioni, strutture ed economie fino a quel momento strettamente legate e collegate, ma il sospetto che la Russia in questo modo volesse mantenere la sua presa sul suo ex-impero rimaneva forte e fondato: così in tutta l’ex-Unione Sovietica fin dall’inizio si confrontarono ‘unionofili’ e ‘unionofobi’.
Fra questi ultimi erano l’Ucraina, l’Uzbekistan, il Turkmenistan, l’Azerbajgian e la Georgia che si opponevano all’unione economica e politica di tutti i membri della C.S.I., al suo ulteriore sviluppo in una confederazione di repubbliche euro-asiatiche e magari alla reintroduzione di una moneta unica. ‘Unionofili’ erano invece la Bielorussia, il Kazakistan, il Kirghizistan ed il Tagikistan, che non riuscivano ad immaginare di non essere alleati alla Russia. L’Armenia e la Moldavia non avevano una posizione netta.
In realtà la C.S.I. dovette ben presto cedere il passo ad una visione più articolata dei rapporti fra le ex-repubbliche sovietiche i cui interessi, bisogni ed aspirazioni non potevano essere gli stessi e già alla fine del 1996 tra gli stati dell’ex-U.R.S.S. si erano formati cinque gruppi regionali di cui qui interessa segnalare a) l’unione doganale tra Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan e b) l’unione economica centroasiatica comprendente Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan - con Russia e Tagikistan come osservatori.
Un caso particolare è quello del Kazakistan: qui i russi ed i cosacchi che abitano numerosi il nord del Paese chiedono che le loro terre siano unite alla Russia oppure che formino uno Stato indipendente e si scontrano così coi nazionalisti kazaki che, tutto al contrario, vogliono invece la fine dell’influenza di Mosca e dell’uso della lingua russa.
Per ridurre le tendenze separatiste assai diffuse all’interno della popolazione russa  la capitale è stata trasferita dalla grande e cosmopolita Almaty (o Alma Ata, vicino al confine kirghizo ed a 60 km. dalla Cina) a quello che era il piccolo villaggio di Astana, in mezzo alla steppa ma adiacente l’enclave etnica di coloni russi nel nord del Paese: enormi finanziamenti sono stati stanziati per farne una megalopoli (esattamente come nel caso dell’altrettanto grandiosa capitale turkmena Ashgabat).
Il presidente kazako Nazarbaev è tra i maggiori sostenitori dell’opportunità di rapporti cordiali con la Russia. Egli ha fatto pressioni su Mosca al fine di rendere la C.S.I. più forte ed efficiente ed ha proposto vari piani per intensificare ed approfondire i legami economici e politici tra le ex-repubbliche centroasiatiche.
Eppure i suoi piani sono tutti falliti proprio a causa dell’opposizione della Russia che invece dell’integrazione regionale su un piano di parità preferisce assumere il ruolo di dominus dell’area capace di esercitare efficacemente la strategia del divide et impera.
Certamente il peso e l’influenza oggettiva della Russia sarebbero rimasti decisamente prevalenti e decisivi se non ci fossero stati importanti contrappesi ed alternative:  non bisogna infatti sottovalutare la resistenza dei Paesi occidentali nei confronti di una maggiore integrazione dei paesi della C.S.I. con la Russia.
E’ evidente infatti che l’Occidente non può vedere con favore un ritorno dell’influenza russa nell’area centroasiatica, sebbene debba ammettere che essa rappresenta comunque un’area di interesse vitale per la Russia.
Una moltitudine di imprese occidentali si è intanto saldamente radicata nelle repubbliche ex-sovietiche e nei suoi mercati e non è disposta a cedere posizioni, soprattutto nei settori delle materie prime.

Nè l’Occidente è l’unico competitore della Russia nell’area centroasiatica: anche Cina, Iran e Turchia fanno sentire i loro richiami e la loro presenza nella regione che torna ad essere sempre più terreno per un “nuovo grande gioco” ma che avverte anche il fascino del richiamo al panturchismo.

Il nuovo ‘grande gioco’

(Si invita a far riferimento al paragrafo ‘Oleodotti e gasdotti’ contenuto nel saggio sulla Georgia)
Come nell’Ottocento l’Asia Centrale di oggi torna ad essere terreno di scontro fra grandi potenze, ma non per motivi strategici o politici, bensì economici, dato che Kazakistan (soprattutto) e Turkmenistan sono ricchi di minerali e specialmente di petrolio e metano ai quali sono interessati in molti.
La ritrovata indipendenza di questi Paesi ha permesso che la competizione internazionale per quelle risorse si aprisse decisa e spregiudicata.
Il Kazakistan possiede considerevoli riserve energetiche, soprattutto petrolio, che sono rimaste in gran parte intatte perché durante l’éra sovietica Mosca preferì sviluppare e sfruttare i giacimenti della Siberia: oggi invece i suoi ingenti giacimenti di petrolio e di gas (concentrati in particolare lungo le coste del mar Caspio)  scatenano la più decisa competizione internazionale.
Nursultan Nazarbaev, diventato presidente del Paese nel 1990  e da allora sempre riconfermato con elezioni spesso truccate, non ha mai subito contestazioni dall’Occidente (come è capitato invece all’uzbeko Karimov) per il semplice motivo che ha permesso gli investimenti multimilionari (in dollari) di alcune delle maggiori compagnie petrolifere americane ed europee, a partire dalla  Chevron  fin dal maggio 1992 per lo sviluppo del campo petrolifero di Tenghiz e per la costruzione di una pipeline che da Tenghiz (via Georgia) arrivasse al porto russo di Novorossisk sul mar Nero.
Dopo quello con la Chevron altre compagnie petrolifere internazionali (ed ambasciate) si stabilirono nella capitale Almaty e da allora il Kazakistan ha firmato numerosi lucrosi accordi di esplorazione e di esportazione con compagnie provenienti da Stati Uniti, Cina, Europa, India, Giappone e Turchia.
Alla metà degli anni ’90 l’interesse occidentale verso il Kazakistan diminuì temporaneamente a causa dei bassi prezzi mondiali del petrolio e per l’opposizione della Russia a qualunque oleodotto o gasdotto che volesse evitare il suo territorio, ma
gli investimenti occidentali in Kazakistan ripresero con vigore nel maggio 2000, quando un consorzio di compagnie petrolifere occidentali capeggiato dall’E.N.I. scoprì Kashagan nel Caspio nord-orientale, il più grande pozzo degli ultimi trenta anni e potenzialmente tra i primi cinque del mondo.  
Per dare un’idea della vastità dell’impegno, basterà dire che per metterlo in produzione è stato necessario costruire cinque isole artificiali in mezzo al Caspio poggianti su 800mila tonnellate di rocce trasportate dalla terraferma.
E’ inoltre necessario risolvere tutta una serie di problemi e superare notevoli difficoltà, infatti:  
il ghiaccio d’inverno attanaglia il Caspio;
gli idrocarburi hanno un’alta pressione;
il mare ha una  bassa profondità: intorno a Kashagan infatti l’acqua è alta in media 4/5 metri per oltre 70 km ed in certi punti non arriva a 2, costituendo un grosso problema per le petroliere;
i giacimenti del Caspio sono spesso off-shoree ricchi di zolfo, pertanto richiedono una costosa e complessa tecnologia per la sua estrazione e la sua raffinazione;
infine non bisogna dimenticare che, a differenza del Golfo Persico (o Arabico) e dell’Africa, il Caspio è un mare chiuso senza sbocchi su mari aperti e quindi non è facile né sempre economicamente molto conveniente esportare il suo petrolio ed il suo  gas  sui mercati mondiali,.
La Russia continua inoltre ad agire come un competitore in Kazakistan mentre d’altro canto lotta per lo sfruttamento delle sue risorse contro Stati Uniti e Cina: essa possiede ancora rilevanti accessi agli idrocarburi del Caspio ed insiste affinché il Kazakistan non costruisca nessun nuovo oleodotto e continui ad utilizzare la rete da tempo esistente nella  Russia stessa: il fine di mantenere il controllo sulla sua produzione e sul suo smercio è evidente ma, malgrado queste pressioni della Russia, il Kazakistan  continua ad esplorare e sfruttare tutte le possibili vie di esportazione: ad est verso la Cina, a sud in direzione dell’Iran, a ovest verso la Turchia.
In aggiunta ed in alternativa agli oleodotti ed ai gasdotti russi si è sviluppato così un articolato complesso di vie per il trasporto degli idrocarburi.
Una cordata di compagnie guidate dalla britannica B.P. ha pensato  di costruire una condotta sottomarina nel Caspio per portare il petrolio kazako fino a Baku ed immetterlo di lì nell’oleodotto B.T.C. (Baku-Tbilisi-Ceyhan Limani): inaugurato il 25 maggio 2005 dai leaders di Azerbaijan, Georgia, Turchia e Kazakistan, esso trasporta gli idrocarburi dal Caspio fino al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo orientale e fa dunque  arrivare il petrolio direttamente sui mercati occidentali evitando il territorio russo e gli ormai congestionati Stretti , da molti considerati una vera bomba ecologica a tempo.
Il B.TC. è lungo 1.760 km e si snoda tra le impervie montagne del Caucaso, in una regione segnata da un’endemica situazione d’instabilità politica oppure da veri e propri conflitti armati, ma il suo valore geopolitico è evidente: esso  collega infatti Azerbaijan e Georgia, due Paesi in cui sono presenti forze armate statunitensi, alla Turchia, l’alleato fondamentale degli U.S.A. nella regione.
Nel 2003 veniva completato  l’oleodotto C.P.C. (Caspian Pipeline Consortium) lungo 1.500 km., così  ora anche il Kazakistan si aggiunge ai Paesi del B.T.C. - nè la storia finisce qui.
Se infatti fin dall’inizio il B.T.C.  era stato concepito dagli U.S.A. come il mezzo per ridurre la morsa di Mosca sui suoi ex-satelliti centroasiatici  sottrandole il monopolio del trasporto dei loro idrocarburi, oggi è l’elemento chiave di un ben più ambizioso piano strategico volto a trasformare il Caucaso e la Turchia in un corridoio energetico capace di connettere l’Asia Centrale all’Europa Occidentale.
L’East-West Energy Corridorè infatti un sistema integrato di gasdotti ed oleodottiche collega il B.T.C. (con oleodotto kazako annesso) ad altri due gasdotti: il quasi parallelo B.T.E. (il Baku-Tbilisi-Erzurum al quale si connette anche il gasdotto Iran-Turchia), ed il Trans-Caspian Project  per il gas turkmeno pompato sotto la superficie del Caspio.
Da tutto ciò emerge nettissima la volontà di portare i prodotti energetici del Caspio sui mercati occidentali evitando la Russia ed è altresì evidente che tutta l’area caucasica e centroasiatica torna ad essere cruciale e piena di contendenti – locali ed internazionali – e che per essa si è aperta una fase di competizione internazionale in confronto alla quale il famoso Grande Gioco era di una semplicità addirittura banale.  
Questi indubbi duri colpi non hanno infatti fermato Mosca che, oltretutto, è giunta a contestare addirittura le rivendicazioni kazake sulla sovranità sulla parte del mar Caspio su cui pure si affaccia: questa questione coinvolge anche Turkmenistan ed Azerbaijan, ciascuno dei quali rivendica il controllo sulle acque caspiche di sua prospicienza mentre la Russia afferma invece che lo status del mar Caspio venne ufficialmente regolato prima ancora della seconda guerra mondiale fra gli unici due Stati che vi si affacciavano, Iran ed Unione Sovietica, secondo il diritto internazionale vigente (limite delle acque territoriali a 12 miglia dalla costa e sfruttamento comune oltre quel limite); ora, continua la Russia, il fatto che l’U.R.S.S. si è sfasciata non toglie validità a quell’accordo!
A tutt’oggi il problema di una revisione dell’accordo e di un suo adattamento non è stato ancora affrontato con i nuovi stati rivieraschi - e questa è una disputa che sembra essere ancora ben lontana da una soluzione definitiva.

Le vicende del petrolio centroasiatico riguardano poi molto da vicino anche la Cina che, dati i suoi consumi crescenti, lo ricerca attivamente in tutto il mondo.
L’operazione preliminare ad ogni possibile accordo fu quella di risolvere ogni questione territoriale, così nel 1993 Cina e Kazakistan cominciarono a demarcare e demilitarizzare i loro lunghi confini, un processo che si è accelerato dopo il primo Summit dei Cinque  (Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) svoltosi a Shanghai nell’aprile 1996.
Seguendo la sua consueta politica, la Cina ha poi costruito numerose infrastrutture in Kazakistan diventando il suo secondo partner commerciale dopo la Russia.
Nel 1999 la Cina, ormai attore emergente in Asia Centrale, ha comprato rilevanti quote di partecipazione dei giacimenti kazaki, dando inoltre il via alla costruzione di un oleodotto dal Kazakistan alla Cina stessa: nell’ottobre del 2009, Cina e Kazakistan hanno  completato l’oleodotto che collega la prima ai ricchi giacimenti occidentali del secondo, inaugurando così una nuova, importante rotta petrolifera di cui possono fruire anche altri esportatori fra cui la Russia stessa (!).
Il greggio russo della Siberia occidentale destinato alla Cina viene infatti trasportato a sud e immesso nell’oleodotto kazako e così, invece del petrolio kazako attraverso la Russia, è al contrario il petrolio siberiano a viaggiare  attraverso il Kazakistan  arrivando poi fino al Pacifico su convogli ferroviari che partono dalla stazione di Skovorodino (sul confine cinese).
L’interesse russo e cinese per l’immensa regione si è manifestato in tutta la sua importanza a Shangai il 5 giugno 2001 quando Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbekistan fondarono la Shanghai Cooperation Organization (S.C.O.) e firmarono una “Convenzione sulla lotta contro il separatismo, l’estremismo ed il terrorismo” giudicati le “tre minacce” alla sicurezza.
La S.C.O. ha dunque il fine dichiarato di mantenere lo status quo in tutta l’area (compreso lo Xinjiang in cui gli Uiguri hanno sollevato le loro rivendicazioni autonomistiche anche lo scorso 2010) contro ogni turbamento di ordine etnico o religioso, ma il coinvolgimento in questa politica della Russia  facilmente potrebbe evolvere in una  alleanza con la Cina per aumentare la forza di entrambi allo scopo di espellere definitivamente gli U.S.A. dall’Asia Centrale.
Fu così che alcuni anni dopo i leadersdel Gruppo di Shanghai chiesero agli Stati Uniti di fissare una data certa per la chiusura delle loro basi militari in Kirghizistan ed in Uzbekistan, già concesse in via temporanea per la guerra in Afghanistan: in pratica il Gruppo di Shanghai chiese agli U.S.A. di abbandonare l’Asia Centrale e si è già visto che poco dopo Karimov passò dalle parole ai fatti.
Infine, se Russia e Cina considereranno davvero l’Asia Centrale come un’area di loro interesse strategico, ciò potrebbe far nascere contrasti anche seri dalle conseguenze imprevedibili.
Oltretutto gli idrocarburi non sono le uniche ricchezze del Kazakistan.
Il Paese ha anche vaste risorse minerarie tanto che in epoca sovietica vi venivano estratti ben 80 diversi minerali. La steppa produce inoltre enormi quantità di grano e tutto ciò ha indotto agenzie internazionali come l’F.M.I. e la Banca Mondiale a concedere enormi prestiti al Kazakistan al fine di privatizzarne l’industria e la terra, anche se nella maggior parte dei casi le privatizzazioni sono servite solo ad arricchire Nazarbaiev, la sua famiglia ed i suoi accoliti.

La corruzione si è diffusa infatti ad ogni livello di governo e la rabbia nel vedere la ricchezza potenzialmente immensa del Paese accumularsi in poche mani o addirittura venir sprecata porta ovviamente acqua al mulino dell’opposizione, perseguitata e costretta alla clandestinità, ma anche dell’Islam, visto come ispiratore di riscossa e fonte di giustizia.
Il richiamo panislamico

Il principio che ha ispirato Joel Kotkin nell’immaginare come sarà il mondo fra quarant’anni è che “i legami tribali – razza, etnia e religione – stanno diventando più importanti dei confini”, confini spesso tracciati dalle classi dirigenti in base ai rapporti di forza ed ai loro interessi particolari.
Nell’interessantissimo periodo che il pianeta sta vivendo, questa età della globalizzazione,  i confini fra stati diventano sempre più inutili, incomprensibili e/o dannosi (l’Europa è un esempio lampante di ciò): le persone riscoprono sentimenti di appartenenza fondati su legami più profondi ed antichi e che si pensava fossero stati superati e dimenticati - caratteri che le accomunano al di là dello stato di cui sono cittadini.
Gli stati non sono più funzionali alle esigenze della storia contemporanea che procede ignorandoli sempre più sia in economia che nel sentimento di identità.
In questa prospettiva il richiamo panislamico in Asia Centrale non sarebbe allora solo la risposta delle masse abbandonate e sfruttate dalle corrotte élites al potere, ma, ben più profondamente, costituirebbe un fattore di coesione ed un collante senza il quale una società non può esistere e nemmeno dirsi tale.

Tuttavia, perchè possa essere compreso, è necessario affrontare il richiamo panislamista da lontano.
Dopo che Stalin, impegnato nel titanico sforzo di raccogliere le popolazioni sovietiche contro l’invasore nazista, aveva dovuto fare molte concessioni all’Islam ed al suo clero, Kruscev era invece tornato bruscamente alla propaganda dell’ateismo ed alla persecuzione ed alla repressione religiose, mentre con Breznev si era inaugurata di nuovo una politica più tollerante così che a partire dagli anni  Settanta in Asia Centrale (e nel Caucaso) si era assistito ad un vero e proprio rinascimento islamico: a cominciare dal 1968 Mosca iniziò a sollevare gradualmente la cortina di ferro che per decadi aveva isolato il Caucaso e l’Asia Centrale dal resto del mondo musulmano. A partire da allora, i capi religiosi musulmani di cittadinanza sovietica poterono liberamente uscire dall’U.R.S.S. per visitare i Paesi islamici e stabilire contatti con altri leaders religiosi, partecipare a conferenze aventi come soggetto l’Islam ed il dialogo inter-confessionale. L’Asia Centrale si aprì al mondo islamico esterno ricevendo liberamente visite di delegazioni musulmane che prendevano parte agli eventi organizzati dai leader ufficiali dell’Islam sovietico.
Con ciò Mosca poteva sostenere che garantiva la libertà confessionale ai suoi cittadini di religione islamica e rafforzare quindi la sua immagine nel mondo musulmano.
Ma non è questo Islam autoctono, moderato e tollerante quello che può destare preoccupazione: in realtà accanto ad esso fin dagli anni Settanta in Asia Centrale avevano iniziato a diffondersi anche correnti più radicali provenienti dall’India e soprattutto dal Pakistan.
E furono queste a trovare terreno di coltura e sviluppo quando la situazione nell’area cominciò a degenerare: nel dicembre 1979 l’U.R.S.S.  invase sconsideratamente l’Afghanistan e gli U.S.A., d’accordo con le autorità militari di Islamabad e col suo servizio segreto, l’I.S.I. (Inter-Service Intelligence), non solo armarono i guerriglieri resistenti, i mujahidin, ma perseguirono una deliberata politica di diffusione delle idee islamiste radicali (non solo in Afghanistan, ma anche in Asia Centrale!) convinti che rappresentassero un’arma efficace contro gli invasori sovietici.
Questa promozione dell’Islam radicale in Afghanistan ed in Asia Centrale da parte di Islamabad  continuò anche dopo la sconfitta ed il ritiro sovietico dall’Afghanistan e corrisponde ad uno dei pilastri della politica estera pakistana: coll’apertura di un corridoio di influenza islamista pakistano-afghano-centroasiatico creare un’area di profondità strategica in Kashmir, Afghanistan ed in tutta l’Asia Centrale in funzione anti-indiana.
L’avvento del regime del mullah Omar in Afghanistan dal 1996  e l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 hanno tuttavia complicato e cambiato l’intero quadro e l’intera strategia: il Pakistan dovette appoggiare la guerra degli U.S.A. e dei loro alleati, assistere alla caduta del mullah Omar, all’instaurazione di un governo filo-occidentale ed all’occupazione occidentale dell’intero Afghanistan.
Per quanto dunque l’Islam fondamentalista sia giunto anche in Asia Centrale e vi si sia radicato, esso tuttavia e si è ridotto a puro estremismo: anche se trova alimento nel persistere di una situazione di povertà e di disoccupazione senza speranza per la maggior parte della popolazione, sotto la facciata della lotta al terrorismo (sempre un’ottima copertura per ogni genere di operazioni) esso viene spietatamente represso dai regimi autoritari centroasiatici e non può più contare su alleati palesi, ma solo su qualche strumentalizzatore.

Nota conclusiva: è ferma impressione di chi scrive queste pagine che l’Occidente fin dall’11 settembre di dieci anni fa soffra di una vera e propria islamofobia che gli impedisce di considerare colla freddezza ed il distacco necessari il reale stato di cose:
siamo al decimo anno della guerra dell’Occidente in Afghanistan, con quel Paese diviso in zone d’influenza fra le forze di occupazione, eppure in Asia Centrale non si registrano particolari reazioni; l’Uzbekistan ha fornito dal 2002 addirittura una base a statunitensi ed inglesi e, se nel 2005 questi se ne andarono perchè il regime uzbeko era troppo violento verso i dissenzienti, poterono comunque aprire un’altra base a Manas, in Kirghizistan, nonostante le turbolenze interetniche di quello stato;
l’Islam oggi prevalente in Asia centrale è quello sunnita di rito hanafita, ossia della scuola giuridica più aperta e meno dogmatica, mentre gli sciiti (da sempre i più radicali) non rappresentano più del 1% della popolazione totale centroasiatica;
le società dei nuovi Paesi centroasiatici sono etnicamente complesse e non omogenee e queste divisioni di per sè impediscono od ostacolano una politica di fanatismo e di intolleranza;
la minoranza russa  costituisce la quasi totalità dei quadri tecnici e degli specialisti in questa regione ed una guerra santa contro di loro porterebbe al blocco delle attività produttive ed alla paralisi economica;
infine, l’esplosione del marzo 2011 dell’intero Nordafrica e dell’intero Medioriente testimonia un convogliamento delle energie di rinnovamento e di rivoluzione verso il campo della democrazia e della libertà intese secondo i canoni dell’Occidente: questo fenomeno che ha sorpreso tutti ed è ancora in corso (siamo nell’aprile 2011) rappresenta  una smentita piacevolissima delle ansie di chi teme l’Islam terroristico ogni volta che qualcuno osa protestare in un paese musulmano.
Con ciò non si vuol negare che esistono spinte e sostenitori dell’Islam radicale e fondamentalista, tuttavia esso non rappresenta al momento una minaccia capace di mutare la congiuntura internazionale – se non nella mente di chi è ancora traumatizzato dall’attentato alle Torri Gemelle di New York e sopravvaluta quell’evento dandogli un’importanza decisamente eccessiva.

Il richiamo del Panturchismo

L’analisi e le previsioni di Kotkin mantengono comunque intatta tutta la loro validità anche perchè in Asia Centrale i vincoli di sangue, di religione e di razza si incrociano e si sommano alla ‘profondità strategica’ (per usare l’espressione di Ahmet Davutoglu, l’accademico che nel 2009 è divenuto ministro degli Esteri turco) della nuova Turchia post-kemalista.
Ed è quest’ultima che va ora presa in considerazione.
Il crollo dell’U.R.S.S., evento epocale che ha chiuso il “secolo breve”, fra i tanti effetti che ha prodotto ha avuto anche quello di liberare la Turchia dal suo ruolo di antemurale orientale del blocco euro-americano e di lasciarla libera di esprimere la sua vera vocazione che non è più tanto quella di entrare nella U.E., quanto di costruire la sua profondità strategica di unificatrice della nazione turca dall’Asia Centrale alle rive del Mediterraneo.
Il cambiamento sarebbe epocale per una media potenza periferica che – dati anche i suoi ritmi di sviluppo economico e demografico – potrebbe davvero ambire a ricoprire un ruolo da protagonista nel mondo globalizzato ed a contribuire a ristrutturarlo su nuove e più profonde linee di appartenenza e di identità.
In questa sede non è opportuno esaminare tutta la prospettiva che per Davutoglu si sta aprendo al suo Paese e basterà segnalare che secondo lui ad oltre sessant’anni dalla morte del suo fondatore è venuto il momento di abbandonare il Kemalismo e di tornare all’Ottomanismo, sopito ma – come tanti altri aspetti della storia passata – ben attuale sulla nuova scena mondiale globalizzata e postsovietica.
Mustafa Kemal nella sua ossessione di fare della Turchia un paese civilizzato come quelli europei cui bramava assomigliare, se l’aveva salvata dallo smembramento dopo la prima guerra mondiale, l’aveva però anche gelosamente rinchiusa nei suoi confini attuali (anche per non scontrarsi di nuovo con le grandi potenze europee); giudicando (positivisticamente) l’Islam come retrogrado e causa dell’arretratezza turca, alla sua neonata repubblica aveva imposto rudemente il laicismo insieme ai costumi ed ai comportamenti europei, dall’alfabeto latino al cappello al posto del fez. Infine, l’esercito, dal quale lui stesso proveniva, era stato concepito come spina dorsale dello stato e garante della sua laicità e della sua stabilità politica, quindi chiamato ad intervenire ogni volta che queste venivano minacciate.
Ebbene, se la Turchia deve oggi allargare a tutto il mondo turcofono ed islamico il suo raggio d’azione, se deve aprirsi alla sua economia ed alla sua cultura, tutto ciò va abbandonato o comunque ridimensionato: oltre a risolvere tanti altri problemi coi suoi vicini ed al suo interno, la Turchia deve aprire le sue frontiere ed il suo esercito deve tornare in caserma, come è stato deciso colla storica vittoria del leader del nuovo corso turco Erdogan (58% dei voti) nel referendum da lui voluto il 12 settembre 2010 – trent’anni dopo l’ultimo colpo di stato militare.
Questa nuova politica dell’A.K.P. (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di Erdogan, al governo dal 2002,  ha tuttavia recepito e mantenuto (e non avrebbe potuto fare altrimenti) un carattere fondamentale del Kemalismo, il nazionalismo turco: oggi non sarebbe più possibile resuscitare il multietnicismo, il multiculturalismo ed il multilinguismo dell’Impero Ottomano.
Il passato può certo tornare, ma mai identico: la ritrovata spinta a sud ed a est potrà avvenire così in una prospettiva panturca, non ottomana.
Qualche dato può aiutare a capire il problema.
Circa la metà dei turchi non vive in Turchia: alla netta maggioranza di turchi in Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan, vanno aggiunti quelli dell’Azerbajian, gli Azeri in Iran (25%), i Tatari in Russia ed in Ucraina, gli Uzbeki in Tagikistan ed in Afghanistan, gli Uiguri nello Xinjiang (50%) e quelli emigrati in Europa (soprattutto in Germania).
Circa 140 milioni di persone parlano turco, anche se lo scrivono con caratteri diversi e dal 1991 non sono indipendenti solo i turchi di Turchia - e ciò cambia completamente la situazione di questo popolo.
Probabilmente un successo decisivo per questa nuova politica potrebbe venire dalla soluzione da parte turca dell’imbroglio afghano: solo la Turchia si presenta infatti come un interlocutore credibile per l’Iran, l’Occidente, il Pakistan e per gli Afghani stessi (il 1 marzo 2003 la Turchia ha rifiutato che truppe americane dirette in Afghanistan passassero per il suo territorio): effettivamente Erdogan si sta muovendo in questo senso, ma la situazione è purtroppo ancora bloccata nè si intravede una via d’uscita se non nei discorsi propagandistici dei politici occidentali.
Lo stesso discorso vale per l’eterna crisi in Medio Oriente: se Mustafa Kemal se ne volle sempre tener fuori, oggi la Turchia può forse decidersi a mettere a frutto i suoi buoni rapporti (nonostante tutto) con Israele e coi Paesi arabi del suo ex-impero.  

In Asia Centrale l’avversario è comunque quello di sempre, la Russia, ed il motivo è la gestione ed il trasporto delle ingenti riserve energetiche sul Caspio: sia la Russia che la Turchia vogliono essere quelle sul cui territorio passano gli oleodotti ed i gasdotti, cioè aumentare in modo decisivo il loro ruolo geostrategico, politico ed economico.
Questo aspetto è già stato illustrato altrove, così qui basterà dire che anche Europa ed U.S.A. sono fortememte coinvolti in questa partita così complessa da essere stata chiamata il ‘nuovo grande gioco’ ed è evidente che se da un lato essi non possono che privilegiare pipelines che evitino il territorio russo - se non altro per non dipendere troppo da Mosca, già di suo grande fornitrice di petrolio e metano - dall’altro però  in caso di un successo del fondamentalismo antioccidentale corrono il rischio di cadere dalla padella russa nella brace islamista.
E non basta ancora perchè la Russia stessa ha la necessità di appoggiarsi sulla Turchia per evitare di passare per l’Ucraina.
Come si vede, si tratta di una partita complicatissima dagli esiti assolutamente incerti, senza dimenticare che la Turchia stessa, dato il suo imponenente sviluppo economico, ha un crescente bisogno di petrolio e di diversificare le sue fonti di approvvigionamento.
In ogni caso la Turchia sta divenendo il crocevia decisivo per tutti: Russia, Occidente, Paesi sul Caspio, sembra non possano più evitare di fare i conti con questa nuova potenza regionale.

Conclusione

La storia dell’Asia Centrale al giorno d’oggi sembra arrivata ad un punto molto critico: dopo la perdita dell’indipendenza in seguito alla conquista russa essa è stata soggiogata per quasi un secolo e mezzo così che - con tutte le vicissitudini che ha dovuto sopportare, violenze subire, cambiamenti e trasformazioni  attraversare - non ha più potuto tenere nelle sue mani le redini del suo destino.
Non ha nemmeno potuto decidere di diventare indipendente ed ha dovuto subire in qualche modo anche questo!
I regimi che governano i Paesi che la compongono (e nemmeno queste divisioni  sono state operate dai centroasiatici) sono frutto della concitazione del momento, quando chi – in precedenza designato, o perlomeno accettato, da Mosca - era al governo si è imposto con la forza arraffando tutto quel che c’era da arraffare.
Lasciando perdere le stravaganti teorie di Fukuyama sulla fine della storia o di Huntington sullo scontro di civiltà, questi Paesi e queste genti si trovano oggi nella necessità di ridefinirsi, di ridarsi un volto, di ricostruirsi un’identità e di riappropriarsi della propria storia. 
Nonostante la confusa convivenza delle diverse etnie essi sentono così il richiamo del panislamismo, del panturchismo, del nazionalismo, della libertà dai loro governanti autoritari e corrotti, e di chissà quant’altro, mentre sono anche al centro del “nuovo grande gioco”, di interessi planetari, della competizione internazionale per lo sfruttamento delle loro ingenti risorse energetiche: insomma, la situazione così complicata e così  conflittuale che queste pagine hanno cercato di mettere in luce rende difficile se non impossibile prevedere che questi popoli potranno trovare a breve la propria stabilità ed un proprio equilibrio.

Le convulse vicende del Kirghizistan nell’aprile – giugno 2010 sembrano offrire un compendio ed un eloquente esempio di una situazione più generale. 
Dopo che il 24 marzo 2005 una filoamericana ‘rivoluzione dei tulipani’ (in altre parti dell’ex-impero sovietico le ‘rivoluzioni’ erano state allora ‘arancioni’) aveva portato alla destituzione del presidente Akayev (accusato di corruzione e di nepotismo) ed il 10 luglio alla trionfale elezione del leader del Partito del Popolo Bakiyev, ancora una volta in pochi anni all’entusiasmo era subentrata la delusione: anche il nuovo presidente si era progressivamente dedicato all’accaparramento dei posti per i suoi famigliari ed i suoi accoliti ed aveva reso il suo governo sempre più autoritario e sempre più corrotto, mentre nella sua politica di ‘privatizzazione’ aveva apertamente favorito le imprese statunitensi.
Su questa delusione aveva potuto far leva la controffensiva della Russia (e non certamente solo in Kirghizistan) che aveva reso ancor più insopportabile la situazione interna del Paese aumentando il prezzo di petrolio e gas, la temibile arma già usata in altre parti dell’ex-impero per ricondurle, ove necessario, a più miti consigli nei suoi confronti.
Nella primavera 2010 scoppiavano così moti di protesta sempre più decisi e travolgenti che costringevano il presidente alla fuga e portavano alla proclamazione di un nuovo governo ad interim guidato da una donna, Roza Otumbayeva, subito riconosciuto da Mosca.
Le consuete promesse di libertà, di democrazia e di onestà si accompagnarono a quella di un referendum costituzionale, ma sull’onda di questo rivolgimento (e forse aizzato dall’ex- presidente appena deposto) si scatenava lo scontro etnico dei kirghizi contro la minoranza uzbeka nel sud del Paese : concentrati nella città di Osh, violenze e massacri, stupri e devastazioni, si susseguirono impuniti colle solite tremende scene di popolazioni disperate in fuga e senza più un posto al mondo dove poter vivere.
Queste tormentate vicende del Kirghizistan sembrano emblematiche perchè vi compaiono tutti gli ingredienti della storia recente dell’Asia Centrale:
la pressione e la regia statunitense e russa in questi cambiamenti di governo sono evidenti,
come evidente è la difficoltà per un popolo di 5,5 milioni di abitanti, relegato in un angolo lontano ma strategico del pianeta, di essere padrone della sua storia:
forse la dimostrazione più eloquente di ciò sta nel fatto che poco lontano dalla base militare statunitense di Manas (molto utile per la guerra in Afghanistan) ce n’è una russa, quella di Kant (!);
le violenze etniche testimoniano di tensioni che possono diventare incontrollabili;
pur in tanto caos e violenza non c’è stata traccia di fondamentalismo islamico - a riprova della sua sopravvalutazione da parte di tanti osservatori occidentali.

Eppure proprio dal Kirghizistan, dal Paese dell’Asia Centrale più martoriato, giunge una nota di speranza: alla fine dello stesso giugno 2010 pur fra molte difficoltà il referendum promesso dal governo ad interim si è svolto ed ha visto i votanti optare con una schiacciante maggioranza per una repubblica parlamentare che riduca quindi i poteri del governo centrale, troppe volte in passato sordo alle esigenze della popolazione e volto unicamente a curare gli interessi della ristretta cricca che lo sosteneva.
Solo un parlamento con più poteri può garantire infatti che la voce dell’elettorato sia sentita per davvero, che i suoi interessi siano più tutelati e che la sua volontà sia più esaudita.

Queste pagine vogliono concludersi allora con una nota di speranza affinchè i popoli dell’Asia Centrale possano percorrere fino in fondo la (ancora lunga) strada che li porti infine ad essere liberi ed indipendenti: auguriamo loro che ciò possa avvenire pur in una congiuntura geopolitica tanto complessa, complicata, in cui sono coinvolti  interessi tanto più grandi di loro e che solo gli storici occidentali possono chiamare “gioco”.       

 
Bibliografia

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Numerosi articoli di AA. VV. spesso scaricati da Internet.

 

 

 

Fonte: http://luciogentilini.xoom.it/virgiliowizard/sites/default/files/sp_wizard/docs/S%20-%20ASIA%20CENTRALE_0.doc

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Autore del testo: Lucio Gentilini

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