Bangladesh

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IL BANGLADESH SECONDO PAESE ISLAMICO DEL MONDO
Appunti di Piero Gheddo per Radio Maria, 16 marzo 2009

 

     Cari Amici di Radio Maria questa sera vi parlo della visita che ho fatto in Bangladesh  nel gennaio scorso. Era la terza volta che ci andavo, la prima nel 1964, poi ancora nel 2001 e adesso nel 2009 per un motivo molto preciso. Ho scritto la storia dei missionari del Pime in Bengala, che sono presenti dal 1855, e sono andato per controllare varie situazioni e problemi. E’ un paese interessante e lo vedremo subito in questa prima serata. Poi, in altri terzi lunedì del mese, vi parlerò più in particolare della Chiesa, del lavoro missionario in senso stretto e di alcune personalità di missionari italiani che hanno fondato la Chiesa.
Questa sera svolgo la mia catechesi in tre punti:

     1) Il Bangladesh  e la rivoluzione industriale e sociale.
     2) La svolta politica radicale del 29 dicembre 2008, con la vittoria dei partiti moderati e riformisti e la sconfitta degli estremisti.
     3) L’islam è moderato e tollerante, nonostante l’offensiva di radicali ed estremisti islamici.

    Occorre fare una breve premessa storica. Il Bengala, ora diviso in Bengala indiano (oggi stato dell’India) e Bengala musulmano (cioè il Bangladesh), è sempre stato una regione dell’India. Nel giorno dell’indipendenza dall’Inghilterra, 15 agosto 1947, l’immenso paese si divide in due: l’India con popolazione in maggioranza indù e il Pakistan musulmano. Era dall’inizio del 1900 che i due partiti del “Congresso” e della “Lega Islamica” erano uniti nel chiedere l’indipendenza dal colonialismo, ma divisi. Il Congresso, partito laico di Gandhi e Nehru, voleva un paese unito e democratico, naturalmente con maggioranza indù; i musulmani non si fidavano perchè temevano, in una democrazia a maggioranza indù, di essere penalizzati.
Nonostante tutte le assicurazioni, i capi islamici sono irremovibili e il 15 agosto 1947 nascono due stati, con gli inglesi che stanno ritirandosi e i due popoli che si scatenano in assalti e massacri. Si calcola che in quell’anno dopo l’indipendenza ci furono circa un milione di morti ammazzati e dieci milioni di gente che passavano da un lato all’altro della frontiera, allora ancora quasi incustodita.

     Il Pakistan nasce con due regioni distanti 1.500 chilometri con in mezzo l’India! Pakistan occidentale, che è ancora il Pakistan attuale e il Pakistan orientale,che è il Bangladesh attuale dal 1971, cioè il Bengala musulmano. Uno stato, quello del Pakistan, che non poteva sussistere. Nel 1971 il Pakistan orientale si ribella a quello occidentale, che, oltre a tutte le altre prepotenze, voleva imporre nel paese una lingua unica, l’urdu, del tutto sconosciuta in Bengala dove si parla il bengalese, una lingua antica e con grande tradizione letteraria. Ricordiamo solo il Premio Nobel per la letteratura, Tagore. Nasce così il Bangladesh di cui vi parlo questa sera. Vi sono stato per la terza volta nel gennaio di quest’anno, una ventina di giorni.

     I) Prima parte – Il Bangladesh e la rivoluzione industriale e sociale

 

    Quando vado in Bangladesh, la prima impressione che mi colpisce sempre  è questa: come fanno a starci tutti in un paese così piccolo? Infatti, il Bangladesh ha circa 150 milioni di abitanti (che aumentano poco meno di due milioni l’anno), per un territorio che è meno della metà di quello italiano (Italia 301.338 kmq., Bangladesh 147.570), con una media di 1.000 abitanti per kmq. (l’Italia solo 200!) e una povertà commovente, Ho fatto diverse visite in Bangladesh e sempre mi chiedo: come fanno viverci tanta gente? Perchè ovunque ci sono persone, famiglie, soprattutto bambini. Un vero formicaio, ma qui sono uomini e donne come noi, bambini come i nostri che avrebbero gli stessi diritti di quelli italiani! Ma il mondo non assicura a chi nasce in Bangladesh sorte migliore.
Bisognerebbe conoscere quanti sono i bengalesi del Bangladesh! L’ultimo censimento fu fatto nel 1991, tutte le cifre seguenti sono delle proiezioni. I bengalesi del Bangla oggi sono fra i 140 e i 150 milioni.

    Il Bangladesh, purtroppo, è anche conosciuto per i molti tifoni che quasi annualmente devastano qualche sua regione, oppure le inondazioni dei cinque grandi fiumi che lo attraversano: Gange, Brahmaputra, Jamuna, Meghna e Tista, di fronte ai quali il nostro Po è poco più d’un ruscello. Infatti questi fiumi, che scendono dalla catena dell’Himalaia, la più alta e possente della terra (sfondo quotidiano di tutte le vicende bengalesi), raggiungono anche la larghezza di 20 chilometri da una riva all’altra! Il delta del Gange, e degli altri fiumi, prima di gettarsi nell’Oceano Indiano è largo 560 chilometri, la distanza tra Milano e Roma. Immaginatevi cosa vuol dire questo in un paese che ha un solo ponte di una certa lunghezza, quello sul Brahmaputra fatto dai coreani lungo una decina di chilometri, inaugurato nel 1998!

     Inoltre, il Bangladesh non ha risorse naturali, eccetto la terra molto fertile da coltivare. L’unica risorsa naturale è il gas che stanno estraendo e già sopperisce a circa il 40% dell’energia di cui il paese ha bisogno. Fino a una ventina di anni fa il Bangladesh era schedato come uno dei paesi più poveri del mondo. Adesso non più perché proprio la “globalizzazione” economica e politico-culturale, ha portato al paese due grandi risorse, che vengono dalla sua unica ricchezza: l’uomo! Dagli anni novanta ad oggi la crescita del Pil (prodotto interno lordo) è stata in media del 5% e negli ultimi anni del 6-6,50%. Alcuni economisti catalogano il Bangladesh fra “le nuove tigri economiche” dell’Asia (con Thailandia, Filippine, Malesia), le quali dimostrano che dove c’è democrazia e stabilità politica, in paesi che hanno abbondante mano d’opera disoccupata, l’economia cresce. Fanno eccezione la Cina e il Vietnam, che non hanno democrazia ma assicurano governi stabili, sono aperte agli investimenti stranieri e hanno abbondanza di mano d’opera.
 Due le cause della recente crescita economica del Bangladesh, che però rimane un paese molto povero, con un reddito annuale pro-capite di circa 400 dollari americani (l’Italia circa 32.000):

1) L’emigrazione di bangladeshi in molti paesi d’Occidente, arabi (quelli del petrolio) e anche in Estremo Oriente e Oceania (Australia, Malesia, Brunei, Hong Kong, Giappone) cioè il mondo ricco. Oggi ci sono, secondo dati governativi, circa 10 milioni di giovani bangladeshi fuori del paese, che mandano in patria la media 14 miliardi di Euro all’anno. Il bengalese ovunque va si fa benvolere, perché, hanno sempre detto i missionari del Pime che sono in Bengala dal 1855, “è la miglior razza del  mondo”. Il tipo umano bengalese è cordiale, tollerante, si adatta a tutto, lavoratore, rifiuta la violenza.
All’inizio degli anni novanta si calcolavano i bangladeshi in Italia sui 15mila. Oggi, secondo dati dell’Ambasciata italiana a Dacca, sono 70.000 legali e più o meno 30.000 illegali. A Roma, non so perché, gli addetti a moltissimi distributori di benzina sono bangladeshi, a volte mi fermo in italiano in inglese e chiedo da dove vengono. Ne ho trovato uno che viene da Dinajpur (la prima diocesi fondata nel 1927 dal Pime nell’attuale Bangladesh), che si stupisce sentendomi dire che sono appena stato nella sua città.
I lavoratori bengalesi si stanno diffondendo in tutto il mondo in maniera impressionante. Ogni anno il governo di Dacca calcola a più di 100.000 i cittadini che emigrano per cercare lavoro e lo trovano facilmente, perché il bengalese è un buon lavoratore che si adatta a tutto. Tornando in Italia, in aereo parlo con un giovane bengalese in Italia da dodici anni. Lavora in un hotel vicino a Firenze, è contentissimo di essere da noi: “Il lavoro è molto – dice - giorno e notte, ma lo stipendio è ottimo, in un mese guadagno molto più di quanto mio fratello che ha un  buon impiego guadagna in un anno in Bangladesh. Posso mettere in banca parecchio denaro e ne mando a casa mia per aiutare i miei genitori che non hanno pensione. Fra qualche anno spero di sposare una ragazza bengalese e la porterò in Italia per fondare la nostra famiglia”. Mi dice di essere musulmano, ma di non approvare i discorsi che a volte sente contro l’Occidente. “Vorrei che il mio paese avesse una società così evoluta come l’Italia”, dice.

2) La seconda risorsa viene dalle esportazioni delle industrie tessili e dell’abbigliamento e di altre che stanno nascendo come quella farmaceutica. Dall’inizio degli anni novanta, quando il WTO (World Trade Organization, Organismo dell’Onu per il commercio internazionale) ammette il Bangladesh fra i paesi meritevoli di particolari facilitazioni tariffarie per import-export, l’industria tessile per l’esportazione, che già era iniziata negli anni ottanta attirando investitori stranieri per il basso costo della mano d’opera, invade il Bangladesh. All’inizio arrivano le multinazionali dell’Occidente (fra le quali alcune italiane) poi centinaia di ditte provenienti persino dalle “tigri asiatiche” (Cina, Corea del sud e Taiwan). Oggi, sebbene i due terzi della mano d’opera bangladeshi sia ancora impegnata nell’agricoltura, i tre quarti dei proventi delle esportazioni vengono dall’industria tessile e dell’abbigliamento, oltre che da altre industrie che lavorano per l’esportazione, ad esempio quella farmaceutica e della lavorazione della juta.
Il governo ha creato, ad ovest di Dacca, la “E.P.Z.” (Export Proceeding Zone, zona di produzione per l’esportazione), una zona franca nella quale i produttori stranieri che esportano non pagano tasse. Quella regione è in fortissima espansione edilizia, con fabbriche e casermoni popolari: si produce e si esporta, ma intanto le ditte straniere fanno lavorare milioni di bengalesi (si calcolano sui tre milioni) e lasciano sul posto fabbricati, tecnologie e il denaro col quale pagano i servizi dello stato (elettricità, acqua, gas, ecc.).

     La capitale Dacca è passata da un milione di abitanti nel 1980 a circa 12 milioni oggi! Nel 2001 si parlava di 7-8 milioni, oggi dicono 12! Lo sviluppo abnorme dell’industria tessile è concentrato nella sola regione di Dacca, l’unica ben collegata con Chittagong, l’unico porto del paese, ma crea problemi enormi di viabilità, di inquinamento, di accoglienza dei lavoratori, quasi tutti giovani e ragazze, che vivono in condizioni disumane. Soprattutto a Dacca i terreni hanno costi enormi, per cui ad un lavoratore che viene dall’interno del paese è impossibile affittare un locale. Se non trova un parente, un amico, un contribale che lo ospita, dorme con altri sei-sette giovani in una stanza, dopo una giornata lavorativa di 10-12 ore per sei giorni la settimana, con uno stipendio veramente misero!
Una ragazza di primo impiego (nelle industrie tessili sono quasi tutte donne) guadagna 2000-2500 take al mese, cioè meno di un Euro al giorno (88 take equivalgono ad un Euro)! Oltre agli stipendi bassissimi (almeno secondo i nostri criteri), c’è il problema di un afflusso di massa verso la capitale, quasi incontrollato. Tutti cercano un lavoro nell’industria e quindi i licenziamenti sono facili e tenere il posto di lavoro è questione di vita o di morte. Non ci sono in Bangladesh gli ammortizzatori sociali che abbiamo in Italia per i disoccupati!

     Per un giovane che viene dalla campagna, l’impatto con la metropoli inquinata e un lavoro assillante è tremendo, a noi pare insopportabile. Eppure l’arcivescovo di Dacca mi diceva, nella visita che ho fatto in Bangladesh nel 2001: “E’ la prima volta nella nostra storia, che così tante donne giovani lavorano fuori di casa. Questa è la più grande rivoluzione sociale che si sta producendo nel paese, perché la donna porta soldi a casa, diventa autonoma, incomincia a prendere coscienza della propria dignità, delle proprie potenzialità e dei propri diritti. Per rivoluzionare la società islamica e la mentalità maschile tradizionale questo il massimo. Se cambia la donna – aggiungeva l’arcivescovo – cambia la società”.

    Le ragazze si ritengono fortunate, pensando ai loro coetanei maschi che lavorano nelle costruzioni, portando tutto il giorno sulla testa ceste piene di mattoni o faticano sui pedali dei loro riksciò o quelli che impastano i mattoni nelle centinaia di fornaci che sorgono attorno alla capitale. A Dacca quasi non esistono i taxi. Ci sono i tram e i pullman pubblici, ma lo spostamento personale da un capo all’altro della città spesso è fatto sui riksciò a pedali, in una città di circa 12 milioni di abitanti! I giornali dicono che si sta progettando la prima linea della metropolitana, ma in un terreno basso e non roccioso, spesso invaso dall’acqua, ci sarebbero costi enormi. Ci vorranno venti-trent’anni per arrivarci!

     Dacca presenta aspetti quasi da incubo. Ad esempio, la relativa ricchezza portata dalle esportazioni ha fatto aumentare rapidamente le auto private, che intasano le vie cittadine fino a formare blocchi di veicoli che si muovono a passo d’uomo, a volte quasi fermi. Si aspetta dieci minuti, un quarto d’ora, con grande dispendio di tempo, di energie e di costi. Una megalopoli cresciuta troppo in fretta, che non ha parcheggi sufficienti per cui le auto invadono le strade e strombettano dal mattino a notte inoltrata. Ogni nuovo edificio è obbligatorio che abbia parcheggi sotterranei o a livello terra. C’è chi dovrebbe controllare se si rispetta questa norma. I parcheggi ci sono, ma solo nei piani di costruzione approvati dal Comune, poi vi ricavano delle stanze abitabili o uffici e chi controlla riceve la sua busta di compenso per chiudere un occhio o tutti e due. La corruzione è costume generale, comune.

     Tra casa e casa ci dovrebbe essere una distanza minima di 3-4 metri, ma chi la rispetta? Per cui, salendo le case popolari a Dacca, da ogni finestra a un metro e mezzo al massimo due si vede la casa vicina. Nel 2001 ricordo che c’erano già molte case popolari di tre-quattro piani. Oggi le hanno sostituite con palazzi di cinque-sei piani, casermoni che sorgono ovunque, uno quasi attaccato all’altro con pochi spazi comuni e piazze, non parliamo nemmeno di giardini e parchi. E senza ascensore perchè l’energia elettrica va e viene e quindi si rischierebbe di rimanere rinchiusi dentro per una notte intera. I lavoratori che vanno a dormire in questi falansteri, o la donna che esce al mattino per fare la spesa, devono sorbirsi anche cinque-sei piani di scale! I grattacieli di uffici hanno gli ascensori, ma con un proprio generatore di corrente. Anche la casa del Pime a Dacca, come altre case religiose, ha quattro piani, ma senza ascensore.

    Eppure l’atmosfera che si respira fra i giovani e le ragazze immigrati a Dacca non è di pessimismo, di lamento, ma di ottimismo, di gioia di vivere. E’ il primo balzo che fanno verso il mondo moderno, dal quale si sentono attratti, perché nelle zone rurali non ci sono grandi possibilità di lavoro e di miglioramento del tenore di vita, la grande maggioranza dei giovani sono impegnati in agricoltura.                   

    Padre Piero Parolari del Pime mi dice: “Sono tornato in Bangladesh nel dicembre 2008, dopo 16 anni in questo paese e sette  in Italia. Mi stupisco a Dacca, di quante cose sono cambiate in poco tempo. Ci sono tantissime cliniche private, tantissime università e scuole private, tantissimi baracchini per le ricarica el telefonino, perché ormai il telefonino è ovunque. E poi il commercio, i supermercati, dove si trova di tutto, anche i prodotti italiani, che costano caro ma ci sono. Molte costruzioni nuove, l’atmosfera è più respirabile a Dacca perché hanno incominciato ad imporre leggi contro l’inquinamento atmosferico. Sono pochi segnali, ma interessanti. Il paese sta cambiando rapidamente verso il benessere (per modo di dire). Il che significa che sta migliorando l‘economia e l’ottimismo del paese”.

     Fratel Massimo Cattaneo, che dirige la “Novara Techical School” a Suihari (Dinajpur) (parlerò di lui in un’altra catechesi sul Bangladesh) mi dice: “L’Occidente ha portato lo sviluppo industriale in Bangladesh. Ottima iniziativa, hanno avviato questo popolo e paese allo sviluppo. Ma quello che io trovo di negativo è che il criterio che domina ogni scelta è solo il soldo, gli industriali che sono venuti qui a investire vogliono solo fare soldi. Tanti e subito. Ci sono anche eccezioni, ma in genere si può dire che non sono venuti con i criteri di sicurezza nel lavoro, i diritti e la salute del lavoratore, la protezione dell’ambiente. Cose che anche in Italia hanno dovuto maturare, qui siamo ai primi passi, pur in un paese libero e democratico. Adesso il governo incomincia ad imporre certe regole di purificazione delle scorie industriali e certe norme di sicurezza per i lavoratori, ma il cammino da fare è ancora lunghissimo. E’ vero che alcuni industriali italiani hanno ricevuto dei premi dal governo perché hanno per primi osservato certe regole senza che nessuno li obbligasse, ma la norma generale è stata un’altra”.

 

    II) Seconda parte – Il Bangladesh è la quinta democrazia del mondo,

 

       Il Bangladesh è un paese democratico, la quinta democrazia del mondo, dopo India, Stati Uniti, Indonesia e Brasile. Un paese ancora poverissimo ma che si appassiona alle contese politiche. Gli analfabeti sono ancora più del 50% della popolazione, ma il bengalese è curioso, si informa, legge, ama discutere. Per cui, eccetto alcune parentesi temporanee di colpi di stato militari, dall’indipendenza nel 1971 la vita pubblica è regolata da governi legalmente eletti dal popolo.

    Le ultime elezioni politiche del 29 dicembre 2008 hanno riservato una gradita sorpresa, la vittoria schiacciante dei due partiti moderati (di centro-sinistra), la “Awami League” (che nel 1971 guidò il popolo all’indipendenza dal Pakistan), ha avuto 260 seggi nel Parlamento nazionale, e l’alleato “Partito popolare” 26 seggi, cioè la maggioranza assoluta. Primo ministro è oggi la Sheikh Hasina. Invece, la coalizione di partiti, oggi all’opposizione (di centro-destra), il cui candidato premier era un’altra donna Khaleda Zia capo del BNP (Partito nazionale) e comprendeva anche alcuni partiti estremisti fra cui la “Jamat Islam” che predica la “guerra santa”, ha subìto una severa e inaspettata sconfitta. Però il sistema elettorale in Bangladesh, secondo il modello inglese, assegna in ogni distretto elettorale il seggio a chi a un voto in più e gli altri voti non contano nulla. Ad esempio, la Jamat Islam ha solo due seggi, che sono lo 0,90 degli 81 milioni di votanti, mentre si dsa che circa il 10% degli elettori la sostengono. Comunque, hanno vinto i moderati e hanno perso gli estremisti e anche l’islam militante che vuole la Sharia in Bangladesh.

Le elezioni del 29 dicembre 2008 si sono svolte dopo un anno e mezzo dello “stato di emergenza” dichiarato dal presidente Iajuddin Ahmed l’11 gennaio 2007 nel pieno di tensioni e scontri politici. La mossa aveva portato al blocco delle elezioni generali e alla sospensione dei diritti civili e politici. I militari avevano assunto il potere in modo provvisorio, per preparare le elezioni, lanciando anche campagne contro la corruzione degli uomini politici e dei funzionari di stato, con l’arresto temporaneo di circa 200 parlamentari e candidati alle elezioni. Anche le due candidate a primo ministro, Sheikh Hasina e Khaleda Zia sono state in carcere circa un anno con precise accuse di corruzione, poi liberate perché potessero partecipare alla campagna elettorale per il voto del 29 dicembre 2008.

      Nei poco meno di due anni in cui militari hanno governato il paese quasi senza opposizione (se non di stampa, sindacati, associazioni varie) hanno preso alcune provvidenziali iniziative approvate dal presidente della repubblica e dal popolo. Anzitutto la lotta alla corruzione, che screditava tutta la classe politica (specialmente quella del BNP) in  campo internazionale e pare aver portato buoni frutti. Poi hanno organizzato le elezioni per renderle meno disoneste e indigeribili da parte del popolo. Occorre fare una premessa. Il Bangladesh, proprio perchè ha un popolo molto politicizzato, in occasione di elezioni nazionali e locali si infiammava e per mesi la vita civile era quasi bloccata da manifestazioni, scioperi, attentati, scontri fra opposte fazioni che lasciavano sul terreno morti e feriti gravi; e poi le votazioni risultavano chiaramente truccate, scatenando, anche dopo i risultati, un altro periodo di accuse vicendevoli, scontri sanguinosi e via dicendo.
Le ultime elezioni del 29 dicembre 2008 sono state le prime che non hanno registrato, né prima né dopo, violenze e  gravi disturbi della quiete pubblica. Tre le riforme varate dai militari:

    1) Hanno dotato i cittadini votanti di una carta d’identità e poi si annerisce con vernice il dito indice di chi ha votato. Così si sono evitati i molti che votavano in due o tre posti diversi e lontani.

    2) Hanno nominato una Commissione elettorale fuori delle parti, che ha preparato i nuovi elenchi dei votanti, rivedendo uno per uno quelli che vi erano iscritti e abolendone circa un milione e 200mila perché defunti o inesistenti. Hanno votato circa 81 milioni di cittadini, fra i quali, per la prima volta, anche circa 300mila “bihari”, i musulmani venuti in Bengala dallo stato indiano del Bihar nel 1947 (e i loro discendenti), musulmani “puri e duri” che avevano appoggiato l’esercito pakistano contro i bengalesi nella lotta per l’indipendenza. Collaborazionisti che non avevano il diritto di voto perché non si ritenevano bangladeshi. Adesso l’hanno ottenuto dichiarando che anche loro sono cittadini del Bangladesh.   

     3) Il Comitato nazionale del governo provvisorio ha stabilito che la propaganda elettorale permessa è solo l’uso di fogli formato A4 stampati in bianco e nero con il messaggio e l’immagine del candidato. Nessun manifesto grande ed è proibito attaccare questi piccoli fogli ai muri. Così nelle strade del Bangladesh, anche un mese dopo le elezioni si trovano ovunque file interminabili di questi fogli attaccati a corde tese fra una casa e l’altra, fra un appoggio e l’altro. I partiti non potevano fare cortei e manifestazioni senza permesso e se lo ottenevano dovevano occupare solo metà della strada, lasciando l’altra libera per le macchine e i passanti; non potevano usare l’elicottero o l’aereo e altre forme eclatanti di pubblicità, come la televisione o le auto con megafoni che giravano il paese e assordando la gente con musiche e discorsi elettorali gridati a piena voce. Tante regole come queste hanno calmato gli animi e permesso alla gente di riflettere e discutere sulle elezioni.

    I militari hanno sistemato molte cose che un governo democratico non avrebbe mai potuto fare per gli opposti veti. Purtroppo uno dei cancri del Bangladesh (come di molti altri paesi poveri specie in Africa) è la corruzione generalizzata, fondata sulla convinzione che tutto si risolve con i soldi. I militari hanno tuonato contro questo usanza e hanno fatto tanti gesti simbolici, ma il costume più o meno è rimasto. Ad esempio, i sindacati ci sono, ma anch’essi sono in quell’ingranaggio di corruzione da cui il paese non riesce ad emergere. Protestano, rivendicano, scioperano, ma per chiedere aumenti di stipendio, non in difesa dei diritti dell’uomo. La corruzione è ovunque, senza scampo.

    Uno dei successi del governo militare è stato di rendere Dacca più vivibile di come l’avevo vista nell’ultima visita del 2001,scegliendo i riksciò umani e quasi abolendo gli auto-taxi (dando così lavoro a migliaia di giovani), espellendo dalla città i taxi-motorette con tre ruote che esalavano un fumo esiziale, obbligando le nuove industrie a costruire impianti di purificazione degli scarichi, proibendo l‘uso dei sacchetti di plastica e imponendo i sacchetti di carta, sostituendo il gas (unica risorsa naturale del paese) al carbone per la produzione di energia elettrica.

E’ vero anche che il progresso c’è ma lascia indietro circa il 40% dei 150 milioni di bengalesi, che vivono sotto il livello minimo di povertà. Però, visitando le regioni rurali si notano notevoli miglioramenti in strade, scuole, assistenza sanitaria, meccanizzazione, mercati, ecc.

Padre Gregorio Schiavi, nel paese dal 1965, vive nel villaggio di Mohespur, in zona rurale e tribale (santal e oraon) in diocesi di Dinajpur. Gli chiedo da dove vengono i molti cambiamenti che vedo nella vita della gente più umile, rispetto al 2001. Dice: “Con le pompe per l’acqua e i fertilizzanti, è cambiata radicalmente l’agricoltura. Vent’anni fa tutto dipendeva dalle piogge, adesso tirano su l’acqua e fanno tre raccolti l’anno. Coltivano riso, frumento, patate, ortaggi, canna da zucchero, banane. Poi sono arrivate le macchine, soprattutto quei piccoli trattorini giapponesi che si guidano con le mani. Secondo, è cambiata la scuola. Quando sono venuto io a Moheshpur  c’era solo la scuola elementare, oggi c’è la high school (scuola media). In paese non c’era niente, oggi, oltre alla chiesa, ci sono negozi, il community centre (centro comunitario), la cooperativa, la Credit Union, il mulino del riso, varie associazioni, le strade sono spesso lastricate e anche quelle in terra sono praticabili, le case in muratura aumentano. Io vivo ancora in una casa di terra - dice Gregorio - ma è bella e voglio vivere come la gente comune. Da sette anni abbiamo l’elettricità che va e viene, ma c’è. Il segreto dello sviluppo è stata l’educazione del popolo con le scuole, la stampa libera e la democrazia”.
Carlo Cozzi, volontario del COE di Milano (Centro orientamento educativo), mi dice: “Noi siamo presenti in vari paesi africani, ma in Africa se noi occidentali veniamo via tutto muore, in Bangladesh se noi veniamo via tutto va avanti lo stesso, magari in modo diverso, ma vanno avanti e crescono. Hanno voglia di cambiare, sono propositivi, lo stato c’è, la coscienza della gente cresce, soprattutto i giovani sono impegnati e capaci di grandi sacrifici”.

     Il popolo bengalese ha indubbiamente grandi qualità naturali. Fratel Massimo Cattaneo, direttore della “Novara Technical School” di Suihari (Dinajpur), dice: “Hanno una grande propensione al lavoro. Non si stancano, si spezzano la schiena ma vanno avanti. Dacca è frenetica, tutti che lottano per la vita, fanno sacrifici enormi per i  trasporti che sono scadenti anche se numerosi. Una cosa però che colpisce è che, nonostante questo nervosismo visibile per le strade, c’è una accettazione della realtà che stupisce, noi saremmo più scontenti, più amari, più arrabbiati. La povertà è una grande educatrice. Il bengalese è abituato ad avere poco fin da piccolo e si adatta facilmente a tutto. C’è una serenità di fondo più grande di quella che avremmo noi. E’ fatalismo? Non credo perché il bengalese si dà da fare per cambiare, migliorare. Direi che è un’accettazione realistica della vita, che ama la vita anche in situazioni difficili e drammatiche”.
“Io sono stato qualche anno in Guinea Bissau – continua Massimo - e facevo fatica a far accettare le novità ai giovani, figuriamoci agli anziani. Ricordo che in diversi anni non vedevo nessun cambiamento. In Bangladesh è tutto diverso, il paese è molto recettivo di tutto quello che viene dall’Occidente, sia come tecnologie che come costumi e mode. Il bengalese è deciso e preciso, come mano d’opera questo popolo è eccezionale, forse anche perché qui si lotta per la vita o la morte. Tutto questo è quasi un invito agli investimenti esteri, che quando arrivano non vanno più via”.

 

   III) Terza parte - L’islam moderato e il dialogo con i cristiani.

      
Il Bangladesh è un paese a grandissima maggioranza islamica, circa l’89% dei 150 milioni di bangladeshi credono in Allah e nel Corano, il loro profeta è Maometto. Parlando di islam in Bangladesh ho sentito ripetere questo giudizio: “Loro ci credono davvero. I bengalesi, in genere, sono profondamente religiosi, pregano tutti i giorni, si riferiscono spesso a Dio. Nell’islam ci credono profondamente perché ha dato loro il Libro, il Profeta, la Umma, la comunità che ha una grande forza anche di solidarietà fra di loro. Sull’islam si fonda la loro società e la tradizione culturale, che comprende però anche una forte componente indù”.
L’immagine concreta di questa fede è proprio Dacca, chiamata “la città delle mille moschee” perché ad ogni angolo di strada ce n’è una, piccola o grande, bella o brutta. Mi dicono che si fa difficoltà a fondare nuove chiese, perché una norma urbana proibisce di costruire un altro tempio vicino ad una moschea. A parte i costi dei terreni in città, c’è il problema che è difficile trovare una via senza moschea. Come anche sono tanti i partiti che si richiamano all’islam, le associazioni laicali, le Ong, le madrasse. Insomma, l’islam è penetrato profondamente nell’animo e nella cultura popolare.

Anzitutto bisogna dire che è un islam moderato, molto diverso da quello dei paesi arabi, sia perché il bengalese è un popolo tollerante, che discute volentieri ma rifiuta la violenza, sia perché l’islam non è stato portato, nel 1400 e 1500, da una conquista militare, ma dai “sufi” (mistici) e dai commercianti.
Però, negli ultimi trent’anni c’è stata una “seconda islamizzazione” del popolo bangladeshi, da parte di predicatori e imam mandati dai paesi del Medio Oriente, che hanno una forte carica integrista e anti-occidentale e dispongono di molti soldi. Hanno costruito un numero esagerato di moschee e scuole coraniche. Nel 1980 le moschee in Bangladesh erano circa 8.000, oggi superano le 60.000 e lo stesso è avvenuto per le scuole coraniche. I paesi del petrolio finanziano anche gli imam di queste nuove moschee e i direttori di madrasse (scuole coraniche), che tentano di creare, con indottrinamenti e pressioni di vario genere, un nuovo costume islamico.
Il segno più evidente di questa nuova islamizzazione più aggressiva è la decisione, presa dal Parlamento nel maggio 1988, di dichiarare l’islam “religione di stato”. Che però non ha influito negativamente sulla libertà religiosa di cristiani, indù e buddhisti. Prima il Bangladesh era uno stato laico, rispettoso delle religioni, anche se già in precedenza l’islam aveva molti riconoscimenti concreti da parte dello stato.

      Padre Ezio Mascaretti del Pime mi dice: “Si avvertono già i segni di questo cambiamento Ad esempio, vent’anni fa tante ragazze andavano a scuola e usavano la divisa scolastica, adesso si vestono secondo la tradizione, con la mascherina, il burqa non integrale ma parziale. E’ un segno che tutti vedono. Sono costrette dalla famiglia, dalla società musulmana. Secondo me negli ultimi anni il 20% in più delle ragazze portano questa mascherina. Nelle nostre scuole cattoliche è proibito portare questi vestiti, per cui vengono col vestito nero lungo e la mascherina, nello spogliatoio si cambiano e mettono la divisa della scuola senza velo, poi si rivestono ed escono come vuole la tradizione islamica. Parlo delle ragazze delle scuole superiori, sui 16-19 anni. Negli ultimi tempi aumenta la pressione della società affinché le donne ritornino al vestito tradizionale bengalese e islamico. Le pressioni avvengono all’interno delle famiglie, ma soprattutto dall’esterno, dalla società islamica e poi dalle scuole coraniche che educano così ragazzi e ragazze”.

     Inoltre sono nate molte associazioni laicali islamiche con scopi anche benefici e di aiuto ai poveri. Nascono anche spontaneamente e molti vedono in questo un influsso delle missioni cristiane. Il Bangladesh è molto ricco di associazioni, sindacati, organizzazioni non governative per i diritti umani e la protezione delle donne. Si calcola che in tutto le Ong siano circa 20.000. Questo è segno di una società vivace e impegnata. Ma rimane sempre un paese molto povero, con pochissime terre, di gente in genere povera, disponibile a tutto se la finanzi.
Preoccupano soprattutto le “madrasse” (scuole coraniche), scuole private come quelle cattoliche, ma mentre le cattoliche e protestanti sono controllate dallo stato quelle coraniche nessuno le controlla. Le scuole statali sono ancora la maggioranza, ma le coraniche si stanno moltiplicando. In genere hanno programmi come nelle scuole statali, ma insegnano anche altro e il governo non può entrare in queste scuole, sono autonome sia per il tipo di insegnamento che per come vengono fatti gli esami. Ci sono stati alcuni scandali, ma subito messi a tacere.

     La scuole coraniche sono lo strumento di islamizzazione dei giovani. I governi vorrebbero intervenire, ma spesso non possono perché c’è la reazione delle moschee, delle scuole coraniche, delle associazioni islamiche, dei partiti islamici. Le scuole coraniche però, quando sono approvate, il governo finanzia gli insegnanti. Ma nelle nostre cristiane il governo manda controllori, nelle scuole coraniche il governo non entra. E queste scuole coraniche preparano anche e mandano studenti nei paesi islamici, che diventano poi i capi fanatici dell’islam estremista e politicizzato.

     Fino all’11 settembre 2001 all’interno del Bangladesh c’erano 16 campi di addestramento anche militare dei giovani musulmani che si consacravano totalmente alla fede islamica, anche come “martiri dell’islam”. Poi il governo, anche per pressioni esterne dell’Occidente che finanzia in buona parte del bilancio statale del Bangladesh, ha stretto i freni e allora ci sono state le reazioni islamiche. Circa 3-4 anni fa, alla stessa ora, a mezzogiorno, ben 500 bombe sono scoppiate in ogni parte del paese facendo però pochi morti. Non erano per ammazzare, ma per dare un avviso che la rete islamica è diffusa ed efficiente in tutto il paese.

     Nelle ultime elezioni politiche del 29 dicembre 2008 i partiti islamici pensavano di ottenere una grande vittoria, invece, come ho già detto, hanno subìto una pesantissima sconfitta. Segno evidente che tutto il lavoro di islamizzazione compiuto dai paesi del petrolio in Bangladesh non ha prodotto risultati profondi, anche se quando fanno una manifestazione politica islamica le piazze si riempiono. Come quando ci sono stati avvenimenti mondiali presentati come offese all’islam, le vignette danesi, il discorso del Papa in Germania, la guerra in Iraq, allora la gente sollecitata dai capi islamici e dalle moschee, grida contro i cristiani e contro l’Occidente. Ma la cosa finisce lì.

     “La Chiesa in Bangladesh, mi dice padre Ezio Mascaretti, è assolutamente libera e rispettata e molti ci vogliono bene perché tutti vedono che facciamo solo opere sociali e di assistenza gratuita a tutti, non facciamo politica. I cristiani in Bangladesh sono una infima minoranza, nemmeno l’uno per cento, quindi non danno fastidio. Anche in Parlamento, quando qualcuno accusa le Chiese di cristianizzare i bengalesi, ci sono deputati musulmani che si alzano e dicono che non è vero. Il deputato della nostra zona ha dichiarato che i missionari e i cristiani lavorano per il bene di tutto il popolo, fanno scuole e opere sociali”.

     Oggi poi c’è la corsa dei musulmani alle ragazze cristiane non tanto tribali ma specialmente bengalesi, le vogliono in moglie. La donna cristiana è più appetibile di quella musulmana. Le cristiane sono in genere istruite perché vanno a scuola, sono più aperte, vivaci, spigliate, hanno capacità di prendere iniziative. I musulmani vedono nelle donne cristiane un qualcosa di diverso che piace, insomma sono più moderne, più responsabili. Anche se fra le musulmane, specialmente nelle classi alte, ci sono donne molto capaci, istruite, evolute, sono avvocati, insegnanti universitarie, direttrici di Ong bengalesi, giornaliste, diventano addirittura capo del governo e dello stato bengalese. Ma anche loro debbono stare al loro posto, non possono passare i  limiti della tradizione musulmana. Sono sottomesse al marito e tutto il resto: la donna ha il suo posto e non deve andar fuori di questo. Dev’essere madre, deve stare chiusa il più possibile, non deve vestirsi o mostrare atteggiamenti provocatori.

     Per concludere. Negli ultimi 20-30 anni si è verificata in Bangladesh un’offensiva dell’islam radicale e integrista, che vorrebbe tornare alla Legge coranica e alla “guerra santa”. Ma non ha avuto successo, anche se probabilmente un buon 20% della popolazione islamica, specie la più povera e incolta, è stata toccata da questa propaganda estremista. Quattro fatti importanti dimostrano che la maggioranza del popolo bengalese si mantiene sulla linea della tradizione bengalese, che è molto tollerante, accogliente e odia la violenza.

     1)  Il primo sono le elezioni politiche del 29 dicembre 2008 che hanno tolto ai partiti islamisti quasi ogni presenza nel Parlamento nazionale.

     2) Il secondo è l’avvenimento più rappresentativo dell’islam bengalese, “Istema” (proclamazione), un movimento tradizionalista, ma spiritualista e non politicizzato, che a fine gennaio ha celebrato il suo ”meeting” annuale, in un immenso spiazzo ad ovest di Dacca, con due-tre milioni di fedeli. E’ il secondo pellegrinaggio islamico nel mondo intero dopo quello della Mecca. I pellegrini arrivano viaggiando anche sui tetti di treni e pullman, per tre giorni vivono all’aperto (d’inverno non piove mai!), mangiano quel che si portano dietro o digiunano. Una dimostrazione imponente di un popolo devoto, che in quei tre giorni prega assieme per la pace nel mondo e lo sviluppo dei popoli e ascolta discorsi spirituali e morali. Assolutamente nulla di estremistico o di anti-cristiano e anti-occidentale. I partiti politici islamici hanno tentato di tirare il movimento dalla loro parte, ma inutilmente.

     3)  Il terzo fatto molto importante sono i giornali bengalesi in lingua inglese, come il “Daily Star”, che sicuramente non sono anti-cristiani né anti-occidentali e segnalano in prima pagina i fatti negativi sull’islam, ad esempio il terrorismo islamico, le bombe islamiche e pubblicano editoriali e articoli di fondo che condannano la violenza di radice islamica.  I giornalisti sono tutti musulmani, che  fanno anche la critica all’Occidente che è senza Dio, non prega, non ha l’anima e fa pochi figli. Ma sono molto diversi da quelli di altri paesi islamici come la Malesia, i quali difficilmente criticano l’islam e la Malesia (paese petrolifero) è molto più evoluto e ricco del Bangladesh, dove i musulmani sono solo il 66%, mentre in Bangladesh sono quasi il 90% degli abitanti! E’ vero però che gli estremisti sono più forti nelle moschee, nelle scuole coraniche, in tutte le miriadi di associazioni e Ong nate negli ultimi tempi con i finanziamenti dai paesi petroliferi del Medio Oriente.
Il Bangladesh ha una buona classe intellettuale, professionisti, insegnanti, che spesso sono stati all’estero, discutono volentieri. Chi li conosce e  li frequenta mi dice: “Spesso sono musulmani credenti e praticanti, ma capiscono che l’estremismo islamico danneggia l’immagine dell’islam in tutto il mondo, frena l’economia e la modernizzazione del Bangladesh e poi vedono il fariseismo dell’islam e dei capi islamici: conta solo il rispetto esterno della legge. Vorrebbero un islam più libero, diverso, come il cristianesimo. Nel mio lavoro vedo spesso ingegneri, geometri, tecnici delle costruzioni. Sono gente evoluta, che ha studiato e sono vicini a noi cristiani, ci rispettano, ci ammirano, anzi posso anche dire che ci invidiano la libertà di pensiero e di parola. Ma queste idee non possono esporle nelle madrasse e nelle moschee e nemmeno parlando con i conoscenti musulmani, perché ne verrebbe una reazione e sarebbero in pericolo. Non possono fare a meno di seguire  la “umma”, la comunità musulmana, altrimenti sono marginalizzati, puniti in qualche modo”.

     4) Il quarto fatto è la situazione della donna nel Bangladesh, che dimostra come la società bengalese è migliorata molto, anche se l’antico costume locale voleva la donna sottomessa in tutto all’uomo. Un antico proverbio indù diceva: “Il paradiso della donna è stare sotto i piedi del marito”. Non era un costume solo islamico, ma anche indiano, indù. Oggi in Bangladesh la scuola elementare è aperta a tutti e negli ultimi tempi le bambine hanno superato i bambini e poi nelle università le donne studiano. Molte le ragazze nei colleges e nelle università.    

     Il difficile nel giudicare l’islam anche in Bangladesh sta appunto in questo, che è molto vario, multiforme, trovi il religioso moderato e trovi l’estremista, ambedue musulmani, così a livello popolare prevale una linea o l’altra. Non esistendo un’autorità centrale islamica come nella Chiesa cattolica, non si può dire qual è il vero islam e non si può giudicare facilmente. Per fortuna fino ad oggi, in Bangladesh prevale la linea tollerante e anche aperta ai valori del mondo moderno, che in fondo sono i valori evangelici, la libertà, il rispetto della persona e della donna, il rifiuto della violenza e della guerra.

 

Fonte: http://www.gheddopiero.it/conferenze/Bangla52%20-%20Radio%20Maria%201%20-%20Il%20Bangladesh.doc

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