Calabria

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Calabria

VIAGGIATORI STRANIERI E LA CALABRIA
Prof. Mario Iazzolino
Punto CLE - Rende (CS)

La letteratura di viaggio in Calabria presenta un quadro di riferimenti ormai abbastanza ampio da quando un interesse storico crescente ha motivato studi e ricerche, discussioni di tesi, testi tradotti, dibattiti, conferenze.
Comincerò col sottolineare le emozioni, i sentimenti, che la Calabria suscitava nei viaggiatori stranieri di fronte alla bellezza estrema dei paesaggi, della natura.
La deliziosa calma pacificatrice di Norman Douglas nella quiete del mare di Crotone:
"E' bello riposare qui, immobili, ma ben desti, nella vampa senza soffio d'aria del mezzogiorno. Il calore si rovescia in torrenti benigni sopra a questa desolazione; neppure un'ombra di vapore appanna l'orizzonte; non una vela, non un'increspatura interrompe la linea del mare. Si può ascoltare il silenzio. Il sopore avvolge ogni essere sulla terra... Un tale torrido splendore, quando imbeve la terra della sua più austera semplicità, riconduce lo spirito a stati di primitiva soddisfazione e di altrettanta primitiva ricettività. Si delinea nella nostra fantasia una nuova visione delle cose umane, un suggestivo senso di benessere, in cui non trovano posto le sciocche difficoltà e i contrasti del nostro tempo. Liberarsi da questi legami, ritrovare l'affinità con un elementare e vigoroso archetipo, amante della terra e del sole... "Come sono felici, questi attimi di aureo equilibrio!"
Le osservazioni di Destrée: le "nuances" della "synphonie en vert" della natura lussureggiante, i panorami, i "couchants... admirables": "La mer violette, les monts noirs sur le ciel d'incendie. Et les nuits sont plus belles encore que les crepuscules", le sue sensazioni "On se sent dans une immensité bleue, lumineuse, infinie... les lumières de Messine sont comme une poussière de diamants sur du velours noir".
Ma l'immagine avvilente della Calabria è altrettanto spettacolare, ed i rimedi che gli stessi viaggiatori suggerivano offrono materia di studio per un presente più coscientemente fattivo e dinamico rispetto ad un passato considerato talvolta immobile, spesso idilliaco, sempre sconvolgente o ineffabile: si è parlato e forse si parla ancora di "inferno pieno di diavoli", di "terra del male", di "sfasciume di luoghi penduli", di "relitto" e perfino di "paradiso pieno di angeli"; insomma la Calabria era, ed è, una terra dolce e amara insieme: un paese di sogno per l'estrema bellezza paesaggistica, archeologica, un luogo triste e desolato per la situazione sociale, politica ed economica.
Certo bisognerebbe osservare in che modo il viaggiatore si pone nella descrizione dell'Altro, del diverso; come, cioè, percepisce l'alterità, quali sono "i filtri culturali e gli schemi descrittivi che mediano il rapporto tra scrittura e paesaggio" nei vari momenti storici, quale "complesso di miti pregiudizievoli e di sistemi di riferimento" impedisce la necessaria obiettività per cui lo sguardo è spesso impedito o forse solo deformato.
Talvolta, è vero, si assiste ad una esaltazione fino al Kitsch della realtà osservata alla ricerca dell'inesprimibile, dell'ineffabile, dell'originale, per desiderio di distinzione, per non essere ripetitivi o soltanto documentari, stigmatizzando le vuote elencazioni; più spesso si nota una forte tentazione a cercare un colloquio con il passato antichissimo ed una mimesi completa con il paesaggio più docile ad ogni suggestione e ad ogni consonanza emotiva in una continua oscillazione fra l'archetipico e lo stereotipico; tutto questo perché il viaggio obbedisce sempre ad un bisogno soggettivo, intimistico o letterario che sia.
Malgrado ciò, l'immagine della Calabria si ricompone nella sua pienezza attraverso il filtro critico spesso più oggettivo dei viaggiatori perché meno politicizzato.
Il primo documento più antico, scoperto e pubblicato da qualche anno, ci offre la possibilità di conoscere qual è l'interesse che spinge i viaggiatori a visitare la nostra Regione e risale alla seconda metà del Cinquecento (1588/89).
E' di un viaggiatore anonimo, probabilmente un ricco borghese d'Orléans  "esprit curieux, doué de bonnes connaissances des auteurs classiques, intéressé à l'art de la Renaissance italienne et aux plaisirs méditerranéens (jardins, grottes, fontaines); il est aussi attentif au folklore, à l'art militaire, aux curiosités naturelles, aux musées, même aux premières techniques de rhinoplastie que l'on venait de développer en Calabre".
A Torpia (Tropea), infatti, un certo dottor Vianeo "faisoit profession de refaire des nedz à ceux qui ou par maladie ou par aultre accident l'avoient perdu, je desirois de voir ledict personnage, mais l'on me dict que depuis peu de temps il estoit mort, toutefoys qu'il avait lessé sa femme qui faisoit la mesme profession, mais qu'elle n'estoit si habile que son deffunct mary".
Il fatto era conosciuto in tutta l'Europa: ne parla Ambroise Paré (umanista e medico francese del Cinquecento) ed è confermato dal dottor Leonardo Fioravanti che nella sua opera Il tesoro della vita umana del 1582 dà addirittura una descrizione della tecnica impiegata, carpita con uno stratagemma. I due medici che la praticavano in quel tempo erano due fratelli Pietro e Paolo Vianeo, figli di Bernardino nipote di Vincenzo Vianeo.
L'idea di una Calabria isolata, staticamente chiusa e ripiegata su se stessa è in certo senso smentita dalla frequentazione della nostra terra anche per questo motivo più o meno estetico dovuto alla notorietà internazionale dei fatti riportati che riguardano anche la storia della chirurgia.
Questo viaggiatore, però, non ha attraversato i paesi interni della Calabria, non vi ha vissuto, ma ha visitato soltanto alcuni luoghi della costa tirrenica, avendo raggiunto la Sicilia con una barca, come avveniva allora.
Il libro Discours Viatiques de Paris a Roma et de Rome à Naples et Sicile ha un interesse documentario per le descrizioni, oltre che della Sicilia (penso alla Cattedrale di Monreale), di Tropea, del golfo di S.Eufemia, delle coste tirreniche, di Paola "chasteau duquel nacquit sainct Francois de Paule, premier fondateur de l'ordre des hommes aultrement Minimes, et lequel lieu de Paule est aujourd'huy en renom seulement à cause du monastere et du dict sainct qui l'a fondé".
Sappiamo, infatti, che S.Francesco era molto noto anche in Francia dove fu chiamato e dove morì verso la fine del xv secolo nelle braccia, si dice, di Francesco I.
Il viaggio sulle coste tirreniche ad iniziare dal santuario di Paola rappresenta un'attrattiva tanto suggestiva quanto molto praticata. Ancora agli inizi del Novecento i fratelli Du Fouchier, inizieranno il loro viaggio proprio da Paola, percorrendo la via consolare costiera. Oltre alle bellezze della costa essi evocano la leggenda del trafugamento delle spoglie di Murat dal castello di Pizzo da parte dei due figli e il fenomeno della "fata morgana" di Reggio. Gissing rimane affascinato non solo dai luoghi, ma dalla suggestione evocativa del nome di donna: Paola che accoglieva il viaggiatore in quanto rappresentava la porta della Calabria.
Questo itinerario obbedisce, quindi, a un desiderio costante, divenendo un piacere dell'animo.
Ma quando nasce il gusto del viaggio in Italia ed in Calabria?
Il grande storico francese Michelet attribuisce alla discesa di Carlo VIII, nel 1498, un valore di vera scoperta dell'Italia tanto da evocare la scoperta dell'America: una moltitudine di soldati rimasero abbagliati dallo splendore dell'arte, delle corti, dei castelli. Tutto era un inno alla vita: lo sfarzo, le feste, la gioia di vivere, la vita culturale. Il primato culturale e dinamico dell'Italia era innegabile, allora.
Dove poteva "verificare" Montaigne le sue conoscenze letterarie e "livresques" del suo Umanesimo? Dove poteva osservare l'Uomo, la cultura umanistica più avanzata se non in Italia?
E' vero che egli stigmatizza lo "stereotipico" dei viaggi perché si incentravano sul secondario (sulle minutaglie) e non sul "funzionale, strutturalmente funzionale", come avrebbe detto Lévy-Strauss, ma egli non ha la curiosità del vero viaggiatore che tutto osserva, come faranno gli Illuministi: egli è filosofo prima di essere umanista, appartiene al Cinquecento, segue solo i suoi interessi specifici e personali: desidera soltanto riconoscersi e ritrovarsi. Condivide lo stesso egotismo di Stendhal, ma non soffre del suo male: la forte emozione di fronte alle opere d'arte, la cosiddetta "sindrome di Stendhal", che ritroviamo integralmente in Destrée ancora nel Novecento! Egli si metteva in ginocchio davanti alle opere dei "Primitivi" (chiamati così per distinguersi dai moderni).
Du Bellay, come Rabelais, rimane estasiato davanti alle vestigia della grandezza e dell'austerità di Roma che richiama in "une générale description de sa grandeur et comme une déploration de sa ruine", ponendo le basi del "tema delle rovine"; egli prova una grande emozione davanti alla potenza ancora "visibile" di questo popolo di "géants".
Alcuni Umanisti ed una moltitudine di soldati avevano fatto nascere, dunque, il desiderio del grandioso, dell'artistico, dell'inesprimibile, creando il mito dell'Italia; così tanti artisti italiani vengono chiamati in Francia per realizzare opere d'arte, castelli, per poter godere dello stesso lusso e dello stesso splendore italiano. Del resto dai tempi di Cesare i Francesi conoscevano bene la grandezza dei Romani per averne subìto tutto il peso della "modernità".
I 104 Castelli sulla Loire, molti dei quali ben conservati e qualcuno tuttora abitato come quello dei Conti di Cheverny, anche oggi attirano i turisti da tutte le parti del mondo.
Il Cinquecento si chiude, dunque, con un grande interesse per l'Italia, la Calabria e la Sicilia che si concretizza in due direttrici ben precise: una storicistica, nostalgicamente legata al passato glorioso e spettacolare, l'altra paesaggistica.
Anche il Seicento italiano ha esercitato sui Francesi influssi concreti e visibili ancora oggi e non soltanto nella letteratura se è vero che si parla di "fascino geloso" dell'Italia.
Non abbiamo segni di viaggiatori importanti  in questo periodo in Calabria.
L'interesse per il viaggio nel Settecento può essere ricondotto a motivi umanistici, didattici e soprattutto  filosofici di tipo squisitamente illuministico che predilige i problemi più pragmaticamente legati alla realtà sociale e politica.
Pierre de Ville, un erudito di Lione propone in quel periodo (1734) il viaggio perché "rien n'est plus capable de polir les moeurs, de rafiner l'esprit, de donner du goust et de l'expérience, de procurer la connaissance des hommes que le voyage...".
Nel Settecento, dunque, l'osservazione diventa più completa e più complessa proprio in virtù dei valori illuministici.
Il principale viaggiatore che ci ha fornito un documento eccezionale della Calabria settecentesca, associata ai racconti di viaggio in Oriente e mosso dal desiderio di vivere un  cosmopolitismo culturale: "où les intellectuels faisaient commerce d'idées aussi glorieuses que celles de Tolérance et de Justice, de Civilisation et de Progrès, de Bonheur et de Paix", e la ricerca dell'esotico, è una figura singolare: Jean Claude Richard, abate di Saint-Non che descrive e rappresenta con disegni e grafici il fascino e la suggestione del paesaggio, dei costumi, delle tradizioni. E' un reportage illustrato che tramanda sino a noi immagini di una realtà oggi scomparse per sempre: "la turrita Rocca Imperiale, un ponte con pedaggio su di un corso d'acqua nei pressi di Sibari, gli alberi contorti di Corigliano ed il suo colossale acquedotto, l'operosa visione di Isola Capo Rizzuto, Catanzaro nido d'aquile, veramente terrazza sul mare, la solitaria Roccelletta oggi immersa fra gli ulivi, la selvosa Squillace, la torre cavallara di Pagliopoli, le rupi infernali di Capo Spartivento e di Scilla, le ville di Reggio ed i suoi fòndachi, le sedie di posta di Nicastro, la squallida piana di Sibari...".
"Il testo che accompagna l'album, dovuto ad un diario di Vivant Denon abbondantemente utilizzato da Saint-Non, commenta le eccezionali immagini riportate. Dal resoconto illustrativo del viaggio apprendiamo oltre alla situazione degli abitati, delle strade, dell'agricoltura, lo sviluppo e l'importanza delle città, il carattere fiero ma cortese e ospitale dei calabresi", come sottolinea Cesare Mulè.
Il mondo del concreto, del consumo, dell'edonistico ha sostituito, oggi, il mito, l'immaginario.
In quel tempo, però, il racconto di viaggio era un'esigenza sia del narratore che del lettore i quali costruivano e smontavano dei mondi, vivendo delle esperienze eccezionali, uniche, irripetibili perché facevano da contrappunto alla realtà del loro quotidiano e suscitavano l'interesse del pubblico a cui esso era rivolto.
Dal resoconto del breve ed interrotto viaggio di Sir Henry Swinburne emergono, unitamente alle "fedeli descrizioni di abitazioni, paesaggi, monumenti con un lievissimo humour del resto tipico degli anglosassoni... le condizioni sociali della regione, la rapacità dei feudatari, lo spopolamento delle campagne [già da allora!], la sfiducia nell'amministrazione della giustizia. "I baroni" - egli dice - "sono in genere molto lontani dal considerarsi i protettori, padri politici dei loro vassalli", anche se forse si può distinguere qualche rara eccezione, come ci suggerisce uno studio recente, premio "Sila", in cui si sostiene un diverso rapporto fra contadini e "latifondista". (Il latifondo-Petrusevich).
Lo stesso Swimburne, comunque, manifesta fiducia e speranza in una possibilità di ricchezza e di prosperità ove, però, i contadini non fossero più "angariati" e oggetto di soprusi che essi rigettano non prestandosi che malvolentieri ai lavori più umili dei campi: "Se il governo fosse più sollecito del bene generale che degli interessi particolari; se la giustizia fosse amministrata con maggiore onestà e imparzialità...; se le tasse fossero più equamente e giudiziosamente imposte e più benevolmente esatte; se il villano schiacciato dalla miseria avesse un rifugio dove cercare asilo nel giorno dell'oppressione, queste fertili campagne potrebbero sollevarsi dal presente stato di desolazione, e ricche, fiorenti città potrebbero risorgere lungo le spiagge oggi deserte". Un'opera meritoria, quella di Swinburne, per gli stimoli proposti, ma scarsamente recepibili sia dai governanti che da un popolo, forse fiero, ma certamente subalterno e incapace di reagire collettivamente.
D'altronde chi leggeva in quel tempo queste note di viaggio? E chi aveva la capacità critica e soprattutto la forza di implicare la collettività e dare esito a malcontenti appena percepibili?
Probabilmente perché, malgrado tutto, c'era una certa tranquillità (rassegnazione) e ricchezza, anche se mal distribuita. Infatti Swinburne così si esprime: “questo è forse il paese dell'universo più piccolo e fertile per tutte le specie di produzioni”. Infatti noterà le “ricche colture”, gli aranci di Corigliano alti come querce, la pianura ben coltivata di Tropea, i pascoli, il vino squisito, i frutti più deliziosi ed anche la bellezza delle donne. "Ma la caratteristica che emerge costantemente è quella dell'ospitalità che nega un luogo comune", sottolineata anche da Destrée nel Novecento.
I resti archeologici, dunque, i monumenti, le tombe, le iscrizioni, le statue, le monete e l'estremo contrasto sociale ed economico sono ormai delle costanti, divenendo dei topoi o se si vuole degli stereotipi.
Agli inizi dell'Ottocento il viaggio in Calabria è qualcosa di proibito, specialmente per i Francesi dopo il famoso decennio. Astolphe de Custine ce lo ricorda: "Les bonnes femmes, en France, lorsqu'elles veulent parler d'un homme perdu, disent: il court la Calabre!
In quel tempo, infatti, "L'Europe finit à Naples" scrive Creuze de Lesser. Il resto è Africa! E verso gli anni venti Gourbillon ribadiva lo stesso concetto, mentre Duret De Tavel, che aveva partecipato direttamente alla guerra nel deprecato decennio "esortava i viaggiatori ad arrestarsi 'dans la délicieuse capitale… où se réunissent la beauté de climat, les agréments et les jouissances que peut offrir la civilisation européenne'". Egli non poteva non esaltare Roma e, per contro, deprecare la Calabria per il "penoso ricordo di una tra le più dure e disagiate campagne di guerra, le lunghe marce, le imboscate e gli eccidi". E non era soltanto la "memoria di paesi incendiati, di capestri sulle piazze, dei compagni trucidati" che Duret De Tavel evocava senza indulgenze e senza intenti letterari, anzi! Era "una sensazione di profonda e paurosa solitudine, di silenzio antichissimo, di nera miseria contadina a dettare questo avvertimento".
Una visione un po’ diversa, più ironica e meno drammatica, appare nelle lettere di Courier che esprime il contrasto enorme fra la penosa situazione della guerra, la ferocia degli abitanti, soprattutto dei briganti, e l'estrema bellezza del paesaggio e della natura lussureggiante: "...la campagne, je ne sais comment vous en donner une idée. Cela ne ressemble à rien de ce que vous avez pu voir. Ne parlons pas des bois d'orangers ni des haies de citronniers... En voyant ces rochers, partout couronnés de myrte et d'aloès, et ces palmiers dans les vallées , vous vous croyez au bord du Gange ou du Nil, hors qu'il n'y a pyramides ni éléphants; mais les buffles en tiennent lieu, et figurent fort bien parmi les végétaux africains, avec le teint des habitants, qui n'est pas non plus de notre monde”.
Chateaubriand esaltava la bellezza di Roma e l'aspetto stupendo della campagna romana, dei suoi tramonti, dei suoi meravigliosi colli ben coltivati e verdeggianti. Bastava, quindi, visitare Roma o spingersi al massimo fino a Napoli, considerando anche il contrasto fra gli splendori della capitale del Regno delle due Sicilie e l'enorme arretratezza delle contrade più interne dove l'aspetto arcigno degli abitanti evidenziava una barbarie e una ferocia che sono alla base di delitti quasi quotidiani “onde la persuasione, invero singolare, 'che tale disposizione ai reati di sangue viene piuttosto incoraggiata che frenata, nella speranza di sterminare questa trista razza di gente per opera propria'”.
Questo abisso tra i fasti di Napoli e le altre province del Sud era sottolineato anche da Benedetto Croce, da Giustino Fortunato. D'altra parte, accanto a questa "visione" (ci sembra che oggi questa immagine della Calabria non sia molto diversa da quella di allora, vedi La disunità d'Italia di G.Bocca), tutta una letteratura fiorisce, specialmente nell'Ottocento attorno a un paesaggio docile ad ogni illusione sentimentale perché carico di storia antica e propizio alle proiezioni emotive per l'ignoto, l'esotico, il pittoresco che è un efficace antidoto contro la triste realtà quotidiana e la fuga dal presente, dall'esperienza drammatica del terrore della Rivoluzione francese.
Quando De Custine pensa di lasciare la propria madre a Napoli per raggiungere la Calabria egli dice: "je médite un projet dont la seule pensée me fait battre le coeur: c'est le voyage en Calabre". E quando è in procinto di partire per questa regione dice di trovarsi in un "accès de joie". Amalfi gli sembra una creazione di un "peintre en délire" e rimane incantato davanti a Paestum. Non così, però,davanti a Castelluccio, a Lauria che presentano un paesaggio arido, desolato, deserto. Proverà le stesse sensazioni davanti alle coste della Calabria: Paola, Nicotera, Palmi e soprattutto Bagnara e Scilla gli suggeriscono queste parole: "je me sens devenir fou, je ne dors plus, je ne mange plus; je contemple et je m'extasie". Certo, commenta la Rubino Campini, "lo stesso paesaggio è spesso frutto di una proiezione interiore, si illumina o si oscura a seconda dello stato d'animo del viaggiatore, come per altro c'era da aspettarsi da un autentico figlio di Renée".
Ma sono, tuttavia, contrasti che presenta anche la realtà oggettiva: il mulattiere che si ciba di cipolle è affiancato da ricchi proprietari con palazzi e servitù, come quel signore di Stilo arroccato nel suo lussuoso castello. E così prende corpo il contesto sociale e politico del paese, la sua drammatica situazione economica, le sue contraddizioni estreme: il problema della coscrizione e del brigantaggio, il contrasto fra lusso e indigenza esemplato in quella ricca dimora di Cosenza dove polli e galline arrivavano fino al letto dell'ospite. Ammirerà le colonie greche e albanesi per il loro pacifico e laborioso modo di vivere, vedendo nei loro figli, "confondendoli in un unico abbraccio" - l'immagine della raffinata cultura classica per la quale aveva manifestato simpatia Courier e che susciterà l'ammirazione di Stendhal proprio attraverso il racconto di Courier.
La Calabria è però anche il paese dove i torrenti vengono attraversati a guado, dove non è più possibile trovare accoglienza ed ospitalità senza una lettera di presentazione, dove la sporcizia sorprende un po' tutti: Maurel dirà più tardi nei suoi libri dedicati alle Villes d'Italie: "Si vous voulez savoir ce qu'est l'ordure, c'est à Cosenza que vous devez venir"... e non è il solo ad osservarlo. Lenormant, verso la fine dell'Ottocento, lamenta l'estrema precarietà igienica di un cosiddetto albergo di Vibo Valentia e a Nicastro quando chiede il cambio delle lenzuola si sente rispondere che solo due  viaggiatori vi avevano dormito e che quindi erano pulite.
Destrée, nel Novecento, apprezza, invece la città, descrive il Castello Svevo e il panorama che si può ammirare da lì, la Croce Bizantina, il mito e il mistero del tesoro di Alarico, ma non può non deprecare tanta “gente oziosa”. Maeterlinck e De Custine non si soffermano a descrivere Cosenza, ma  menzionano Rogliano e la strada per Catanzaro dove si corre il rischio di essere sequestrato dai briganti.
La Calabria, comunque, rimane sempre il paese degli “incredibili, stupendi paesaggi, delle tenaci tradizioni patriarcali, della calda umanità degli abitanti”, come dice ancora Rolfhs in pieno Novecento. Egli aveva due lettere di presentazione (B.Croce e G.Fortunato) come si usava allora, per essere sicuro di trovare ospitalità e buona accoglienza; si imbatte da fortunato linguista in una civiltà grecanica intatta (Bova) dove parlano ancora oggi il greco antico, qualcuno dice il greco bizantino (grico) e conosce anche quella occitanica di Guardia Piemontese, oltre che le popolazioni albanesi.
Paese di estremi contrasti, dunque, che viene definito da De Custine come un vero e proprio "habit d'arlequin": "Il y a autant de nations en Calabre que de villes! Les peuples de la côte ne ressemblent pas à ceux de l'intérieur; les Albanais sont différents des Italiens; les montagnards sont une autre nation que les habitants de la plaine; enfin il n'y a d'accord, ni dans les mœurs, ni dans les opinions de cette nation!"
Questa diversità del carattere composito dei Calabresi viene, invece, contenuta e compressa in una uniformità che va dal rassegnato fatalismo alla pigrizia, dalla incapacità alla barbarie perché è “una razza biologicamente inferiore per destino naturale” per cui sono “poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l'esplosione puramente individuale di grandi geni che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto”.
Questo giudizio di Gramsci (citato da P.Orsi) è stato dettato dal pessimismo, dalla tristezza per le condizioni obbiettive del proletariato del Sud, da un profondo desiderio di riscatto della Calabria, o da qualcos'altro?
E' vero, invece, che il nostro è stato sempre ed è un popolo disunito, discorde, individualista, un mosaico formato da razze diverse e non si può, quindi, ricomporre in un'immagine semplicistica che lo contenga nella sua globalità e unicità. E i motivi sono diversi!
Gissing, ripercorrendo le ragioni storiche del brigantaggio espresse da Lenormant richiama il passato di sofferenze e di gloria dei Calabresi: "Ci si ricorda di tutto quello che hanno sofferto... e di tutto quello che sono riusciti a fare malgrado i torti ricevuti. Razze brute si sono gettate, una dopo l'altra, su questa terra dolce e gloriosa, la sottomissione e la schiavitù sono state, attraverso i secoli, il destino di questo popolo. Dovunque si cammini si calpesta sempre un terreno che è stato inzuppato di sangue. Un dolore immemorabile risuona attraverso le eccitanti note della vivacità italiana. E' un paese stanco e pieno di rimpianti, che guarda al passato; banale nella vita presente e incapace di sperare veramente nel futuro". "Immagine" - commenta Mozzillo - "che non sarebbe dispiaciuta ad Alvaro e che riecheggia il pessimismo di Giustino Fortunato".
La Calabria ha vissuto, d'altronde, anche la triste pagina di desolante ed inquieta esperienza napoleonica.
Il testo di Caldora è eloquente in proposito.
Il generale Manhès ha eliminato verso la fine del famigerato decennio ben 470 briganti, catturandoli ed impiccandoli malgrado la promessa di condono, e negli anni cinquanta-sessanta si parla di duemila uccisioni, fra cui famiglie intere. Tutto ciò non avrà che conseguenze ancora più funeste.
Le atrocità perpetrate allora sono indescrivibili. Esistono documenti terrificanti che condannano i Francesi, ma che non assolvono certo i briganti, i quali, però, combattevano spesso per un motivo politico e, forse, ideale. Alcuni documenti ritrovati recentemente accrediterebbero l'idea che i processi sommari avvenuti a Cosenza contro i briganti erano dovuti a incomprensione fra i giudici che parlavano lingue diverse piuttosto che ad autentico desiderio di giustizia o di vendetta.
Verso la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento la situazione in Calabria appare meno drammatica, ma si incomincia a paragonarla al resto dell'Italia e all'Europa e, dal confronto, ne scaturisce un'immagine ancora più desolante anche se si cerca di valorizzare la sua specificità, mettendo l'accento sul fascino dei suoi scenari di rara bellezza che potranno salvarla appunto dalla  situazione di inferiorità e di ritardo secolare.
Lawrence, Gissing, Douglas, pur ripiegandosi nostalgicamente verso il suo glorioso passato ancora vivo per es. nella Colonna a Era Lacinia a Crotone, sottolineano le eccezionali bellezze, ovviamente da conservare e da utilizzare nel modo migliore, e auspicano la costruzione di una società più giusta. Anche F. Lenormant che si muove su una scia di ricordi storici, tristi e gloriosi della Calabria, pensa finalmente alle prospettive future legate al turismo per le memorie storiche e l'eccezionale territorio fiorente e suggestivo. In Sila, egli dice, "les touristes seront légions". I monti e il mare a così breve distanza offrono condizioni e risorse privilegiate da valorizzare!
Il socialista Destrée, che visita la Calabria nel 1928 ed è ormai l'ultimo vero "viaggiatore" anche perché il fascismo ha fortemente scoraggiato il viaggio, si incanta davanti ai resti archeologici, come Lenormant, ma non cede certo alle lusinghe di un passato idilliaco e percepisce la drammaticità della realtà attuale come la sottolinea Ernesto De Martino, il quale oppone alla vaghezza nostalgica, in verità non proprio di tutti i viaggiatori, un'analisi più rigorosamente scientifica, evidenziando la miseria e la rassegnazione del popolo meridionale. Rassegnazione e fatalismo che qualcuno attribuiva non solo a ragioni storiche e climatiche, con tutte le sue implicazioni, ma anche ad uno spirito cristiano, sottolineato da Goyau e percepito da Douglas.
Un cristianesimo reale, profondo, avrebbe dovuto costituire, però, "un valido incentivo a creare una società fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca esistenza, sulla collaborazione e l'impegno comune verso nuove forme di società", come dice mestamente Mozzillo. Ma si sa che c'è quasi sempre una dissociazione fra valori spirituali e valori terreni, più "umani".
Destrée ha un moto di ribellione soprattutto quando si rende conto che centinaia di contadini lavorano nelle campagne di Crotone per l'arricchimento di uno solo, abitante indisturbato di palazzi principeschi, come rileva anche Douglas non senza una punta di ironia, raccontando aneddoticamente quello che gli dice un interlocutore: "Gli Italiani ricchi a volte danno danaro in beneficenza. Ma quelli ricchissimi - mai! E a Crotone, dovete ricordarvene, tutti appartengono a quest'ultima classe".
Destrée ammira peraltro la laboriosità del popolo calabrese, affascinato dai ricami e dalle coperte prodotte a Cosenza e a S.Giovanni in Fiore e lamenta la possibile estinzione di tale attività a sostegno di un artigianato qualificante della Calabria, così come rimpiange la fine del colore locale, del folklore e lo scarso impegno a conservare e a valorizzare i resti di un passato glorioso. D'altro canto l'immagine suggestiva di un auto, la sua, che incontra un carro trainato da buoi, gli appare, nel suo stridente contrasto, come una visione concreta ed emblematica di due mondi: moderno, agile, proiettato verso il futuro più promettente l'uno; lento, flemmatico, statico l'altro. In quel breve tratto di strada, egli dice, si incontravano due Europe ed anche due Italie. Ma egli sottolinea anche l'enorme differenza con la realtà calabrese del primo Ottocento e la progressiva attenuazione dei fenomeni negativi segnalati da Lenormant e da Maurel. Un elenco delle leccornie e delle vivande caratteristiche della cucina calabrese e la segnalazione di alcuni vini tipici tende a sfatare la tradizionale avversione per il modo di alimentarsi dei Calabresi che, tuttavia, Douglas stigmatizza, pur apprezzandone la bontà: "E' più sana come materia prima", dirà, "ma di un'assurdità senza speranza come metodo. Il comune lavoratore comincia la giornata lavorativa con un ditale di caffè nerissimo. In condizioni così antigieniche, che lavoro ne potrà ricavare? Occorrono dieci uomini per fare il lavoro di uno; e tutti e dieci sono scontrosi e irritabili per l'intera mattinata, pensando solo all'ora di pranzo. A quell'ora, non c'è che dire, si rifanno del tempo perduto; almeno quei pochi che se lo possono permettere". Un giovane che dichiara di non aver fame, poi mangia come un "bue".
E'evidente il contrasto fra due mondi diversi, quello anglosassone di Douglas e il nostro, che qui si scontrano, ma è anche vero che l'osservazione non era fuori luogo: la dietologia oggi dà ragione a Douglas.
Anche Courier aveva sottolineato con ironica simpatia, malgrado la guerra, alcune delizie della terra di Calabria: "Le pays fournit de quoi satisfaire tous les appétits, poil et plume, chair et poisson; du vin plus qu'on en peut boire, et quel vin! des femmes plus qu'on en veut. Elles sont noires dans la plaine, blanches sur les montagnes, amoureuses partout. Calabraises et braise, c'est tout un". (Donna calabrese e brace fa "Calabrace").
Destrée non ha paura degli uomini, in quel periodo, perché il brigantaggio non esiste più in quanto essi "ont pris patente", come dice Maeterlink, e fanno quasi tutti gli albergatori.
Egli temerà soltanto i terremoti, contrariamente agli abitanti ormai rassegnati o assuefatti al fenomeno. L'automobile, egli dice, salverà la Calabria perché favorirà il turismo ed eliminerà il suo isolamento che, anche se relativo, specialmente quando  si incomincia a viaggiare in macchina, la tiene lontana dai grandi circuiti culturali ed economici.
Forse solo il turismo potrà favorire la nostra terra perché i turisti passano e rischiano relativamente, mentre gli industriali sono costretti ad abbandonare il campo! Il brigantaggio, infatti, non è finito. A mio avviso, esso è un fenomeno costante o ricorrente nella storia della Calabria. Esaminarne il senso e le motivazioni significa capire, anche se in una estrema semplificazione, il fenomeno della delinquenza più o meno organizzata di oggi. Molti studiosi, soprattutto antropologi e sociologi, oltre a individuarne le cause più recondite in una situazione di deterioramento economico-sociale e politico, non escludono cause storiche dovute appunto a mitologie collettive e letterarie consacrate dal tempo.
Quali sono state, infatti, le cause del brigantaggio e quali le mitizzazioni?
Il brigantaggio è stato motivato da una reazione ad un sopruso ricevuto, spesso a causa di insidie verso la propria moglie, in un miraggio di giustizia a tutti i costi proprio in virtù ed in nome di quella fierezza calabrese e del senso dell’onore;
- ha rappresentato, sotto lo stimolo delle stesse autorità politiche durante il periodo borbonico, una specie di impulso rivoluzionario fondato proprio sull'”impeto di sentimento e di passioni” tanto osannato e altrettanto deprecato;
- è stato dettato da un desiderio di protagonismo o da una specie di meccanismo di autodifesa esistenziale o di riscatto per sfuggire alla totale emarginazione in una società ingiusta e contraddittoria;
- è nato per contestare i valori di un ordine sociale ritenuto caotico e personalistico creato per il privilegio di pochi, forse in un anelito di libertà;
- è stato stimolato dall'aspirazione ad un contropotere economico immediato, suggerito dallo stesso potere politico (che cosa ha di diverso il mio contrabbando di armi da quello del Governo? dice, oggi, un trafficante d'armi).
La discussione sarebbe, qui, lunga e difficile, ma non si può disconoscere che ci siano delle linee di continuità che vanno discusse e approfondite o, almeno, problematizzate.
Il mito del brigante ha certamente eccitato la fantasia di molti scrittori e di moltissimi lettori. La letteratura legata al brigantaggio non è poca! A parte quella direttamente collegata con l'attualità più acuta del brigantaggio incoraggiato e legittimato dagli stessi Borboni contro i Francesi  (Duret De Tavel, Courier, Desvernois), verso la fine dell'Ottocento e agli inizi del Novecento ecciterà l'immaginazione  di molti viaggiatori. Douglas dedicherà un intero capitolo della sua Old Calabria alla storia di questo fenomeno. Del resto la letteratura calabrese è molto ricca in proposito.
Ancora oggi questo mito è molto forte e non soltanto per obbedire al senso della storia! Quante volte si invoca la giustizia e si grida ai soprusi con nostalgici riferimenti al tempo in cui ci si faceva giustizia da soli! Del resto il fenomeno non è del tutto scomparso ed è l'effetto della scarsa fiducia nella giustizia che anche oggi è ben motivata!
Un altro aspetto del brigantaggio non va qui sottaciuto.
Uno studioso dell'Università di Potenza ha evidenziato la parte non secondaria che hanno avuto le donne, come è il caso della brigantessa di Casole Bruzio Maria Oliverio sulla quale è stata discussa anche una tesi all'Università della Calabria. Una storia obiettiva e probante l’ha ricostruita Pietro D’Ambrosio in un bellissimo libro, ben documentato e curato da me.
Stendhal riporta con ammirazione la forza e la fierezza di una donna che uccide il brigante a cui aveva ceduto e poi si uccide. Aveva  scavato due fosse: in una seppellisce il brigante e nell'altra si lascia morire lei stessa.
Così Grant descrive i briganti: "uomini prestanti ed atletici, con alti cappelli a cono adorni di un nastro rosso che cadeva giù per le solide spalle, con giacche e pantaloni dai colori vivacissimi; sciarpe scarlatte di Seta di Palmi..., uose di cuoio legate alle gambe con fettuccine rosse, fucile, pugnale e fiaschetto ad armacollo. I capelli nerissimi... sopra le spalle... indizio di devozione al re e di odio ai francesi...". Immagine che trova riscontro nella letteratura teatrale calabrese ed anche in quella di alcuni viaggiatori dell'Ottocento (Dumas); manca solo il cappello a cono che Destrée non ha più trovato nel Novecento.
Oggi la Calabria è temuta appunto per un brigantaggio che si chiama diversamente. E' più moderno, più organizzato, forse più spietato.
Anche allora, però, si praticava il taglio di un orecchio al sequestrato per inviarlo alle famiglie e costringerle a pagare al più presto il riscatto.
Malgrado tutto, la Calabria rimane fortunatamente un mito il cui richiamo invita ad un ritorno alla fonte primaria, a quella "antica madre" di Virgiliana memoria e a cui aspirano tanti viaggiatori, archeologi nostalgici e fanatici d'arte primitiva. Gissing dirà, verso la fine dell'Ottocento, che il viaggio in Calabria è una categoria dello spirito! E André Gide voleva venire in Italia "à l'exemple de Goethe, pour vivre à son tour la renaissance de son âme et de son corps dans la terre du classicisme antique".
Il suo fascino, dunque, è sempre legato al suo clima, alle sue bellezze e alla sua storia: - Sibari, che Crotone ha annientato e di cui cercheranno tracce Lenormant, Douglas, Gissing, Destrée e tanti altri; - la Sila dove ripararono e si nascosero i "Brutti" (in latino) o “Brettii” (in greco) ribelli per sfuggire ai Romani che li cacciarono fin lassù, non concedendo più la cittadinanza romana e negando loro tutti i diritti acquisiti dagli altri assoggettati. Lenormant ribadisce con forza quello che ha appreso da Tito Livio.
Accanto a queste, altre immagini però rimangono nella memoria: Renan aveva detto di trovarsi in piena barbarie, e a Gissing avevano presentato un quadro avvilente dei calabresi: "i Cafoni vestiti di velluto, gli zappatori furibondi e primordiali, neanche cristiani a pensarci bene, con le loro feste e i loro santi sconosciuti", mentre Courier aveva descritto i Calabresi di "media statura, ben proporzionati, molto muscolosi; il loro colorito bruno, i loro occhi pieni di fuoco e di espressione".
Sono spesso schemi letterari preelaborati che considerano la Calabria staticamente ancorata su modelli classici e idilliaci, rassegnati a vivere una situazione ormai astorica senza prospettive e senza movimento in una specie di società elementare, embrionale. La stessa situazione sociale "vista" da Carlo Levi a Eboli: "estranea allo stato e alla storia... all'oscuro di ogni messaggio umano e divino" la cui storia "si è svolta nel suo nero silenzio, come la terra, in un sussulto di stagioni eguali e di eguali sventure... di un mondo dove l'uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria" e soprattutto "dove non possono esistere la felicità... né la speranza, che sono pur sempre dei sentimenti individuali, ma la cupa passività di una natura dolorosa".
"Tutto questo che infine si è voluto indicare come l'essenza stessa della 'civiltà contadina' lo rifiutiamo" - afferma Mozzillo - "come rifiutiamo ogni altra soluzione dettata da una più o meno cosciente falsificazione della storia meridionale in funzione polemica o politica. E lo rifiutiamo proprio nella misura in cui tutte queste interpretazioni del mondo contadino, dei suoi 'abiti teoretici', tendono a presentare un Mezzogiorno avulso dal tempo, calato in un dimensione astorica, sconosciuto all'Europa e ignaro di essa: un relitto, insomma, un angolo di medioevo in pieno ventesimo secolo, paradiso e riserva di etnologi e antropologi, di letterati esausti e di esteti sofisticati".
A sostegno del suo "rifiuto" di questa categorizzazione della Calabria egli ascrive la "fecondità" dovuta al "miracolo greco" e ai contatti che di secolo in secolo essa ha avuto con tante e diverse civiltà, anche se si è fermata per lunghi anni allo stato preindustriale, anche se tuttora è attardata dal peso di vaste plaghe isolate e tagliate fuori dalla circolazione della vita europea e secondo alcuni rigenerata e vivificata soltanto dalla chiesa cattolica. E' evidente che il ruolo della chiesa con tutto il messaggio spirituale e, perché no, artistico e culturale non si può disconoscere! Basti pensare che ogni villaggio nasce attorno ad una chiesa ed anche il castello ne possedeva una. I monasteri e i conventi, dove venivano ospitati pellegrini, viaggiatori ed anche briganti, hanno ancora delle biblioteche ricchissime con testi antichi di ogni genere. Si potrebbe discutere soltanto sul ruolo che essa ha avuto, se ha contribuito, cioè, allo sviluppo della società o alla sua stagnazione, come dicevo prima, in una rassegnata accettazione per un motivo escatologico o in vista di un premio metafisico. Il suo impegno sociale più concreto risale a tempi recenti: adesso scorre il "Centesimus annus". E' innegabile, però, il contributo culturale dei pellegrini che si recavano in Terra Santa attraverso la via dei grandi santuari, donde la teoria della diffusione delle favole e dei  racconti di origine orientale. E in Calabria non seguivano soltanto le grandi arterie! Alcuni documenti ritrovati accrediterebbero Spezzano Piccolo come un luogo di passaggio per la Terra Santa. Vi sono scritti il numero dei pellegrini e la somma pagata per i pernottamenti.
I libri di Rousseau, di Voltaire, di Montesquieu che si trovavano anche in alcune biblioteche sia pure di ricchi borghesi o di nobili terrieri dimostrano, inoltre, che la Calabria non era poi tanto un'isola e, ovviamente, neanche felice.
Quali sono dunque le conclusioni che si possono trarre alla fine di un'analisi del racconto di viaggio ben lungi dall'essere esaurita? 
Secondo uno studio sociologico sui Cosentini, la situazione storica delle diverse Province giustifica la differente situazione sociale odierna, per cui Cosenza della piccola proprietà terriera è più dedita al terziario, Crotone, dove imperava il latifondo, conserva un contrasto sociale più profondo, e Catanzaro, erede di una società, a detta di Swinburne, formata da "intellettuali colti e raffinati, mercanti ricchi e arditi", ha una vocazione più amministrativa e commerciale.
Certo è una estrema sintesi ed una semplificazione forse superficiale, ma probante. D'altronde la contraddittorietà e la frammentazione della nostra società non sono affatto mutate ai nostri giorni. Rimangono ancora i segni di una eredità storica che manifesta alcune tendenze più attenuate ed altre ancora più estremizzate, ma in una linea di continuità evidente.
Pur riscontrando una certa riduzione dei grandi contrasti economici, sono rimasti, invece, tanti contrasti sociali e politici che hanno acuito le contraddizioni.
Dal punto di vista antropologico, la situazione non è molto diversa, a mio avviso: l'individualismo è forse più esasperato e sembra che raramente sia di segno positivo, come suggeriva Gramsci; il più delle volte è rivolto verso il male: l'"impeto di sentimento e di passioni" fa parte ormai di un immaginario collettivo che si concretizza nel desiderio di esercitare la propria forza attraverso l'imposizione del proprio "Io". Il brigantaggio non è stato un modello, elevato quasi a livello di valore, a cui si sono ispirati tante giovani leve che vivevano senza motivazioni vere e che non hanno saputo resistere a tali facili tentazioni?
Altri modelli dello stesso tipo non sono forse presenti, oggi, sotto forme più subdole o più esplicite, stimolando molte voglie imitative? La prospettiva di un successo immediato non è una tentazione forte in una società individualistica? L'esercizio di un potere economico capace di condizionare la politica, la contestazione della società organizzata non sono delle costanti che obbediscono alla volontà di protagonismo ad ogni costo?
L'intreccio tra mafia e potere politico non corrisponde alla stessa volontà di potere o di contropotere organizzato?
E' forse un malinteso desiderio di rivalsa di una classe per tanti secoli subalterna o emarginata, dimenticando che il riscatto sociale passa per altre vie?
La perdita di quel codice d'onore che costituiva la fierezza di una volta è soltanto il segno della degenerazione dei tempi per il modernismo o, più verosimilmente, per l'individualismo imperante? Bisogna ricordare che l'individualismo, laddove travalica i limiti del legittimo desiderio di esercitare la propria libertà, diventa presupposto di anarchia e sintomo di aspirazione al totalitarismo!
Se lo sviluppo di ogni società conosce fasi ed impulsi diversi, certamente la delinquenza ha subito un processo di accelerazione facendo dei salti di qualità, mentre le altre attività che dovrebbero segnare il progresso positivo sono indicatori preoccupanti di stagnazione proprio per questa triste presenza mafiosa che tutto pervade e frena.
Possiamo credere che la forza individuale, l'ingegno acuto, il sentimento, la passione, la fierezza siano un segno positivo dei politici quando il privato è prevalente nella gestione della cosa pubblica?
Quali modelli si debbono dunque seguire se quelli buoni sembrano essere così sparuti e sono in ogni caso più difficili da imitare?
I giovani che seguono certi esempi sono vittime della loro fragilità, come afferma qualche sociologo, in una società senza veri valori, o sono gli "eroi" moderni, considerando certi antichi e nuovi parametri di valutazione?
Il "parere" è più importante dell'"essere", come faceva rilevare Rousseau, e il consumismo è uno "status symbol", come l'automobile di grossa cilindrata?
Bisogna sottolineare, però, che esiste, com'è ovvio, anche la Calabria sana, viva, attiva, ma questa non si presta facilmente ad essere percepita fino in fondo perché più appartata, nascosta, silenziosa rispetto all'altra faccia negativa che risulta più amplificata e risonante proprio per effetto dei mezzi di comunicazione che obbediscono ad esigenze di psicologia di massa e di spettacolarità.
Per questo motivo la Calabria non è facilmente percepibile dall'esterno dalla gran parte della gente e non lo è stata forse nemmeno per i viaggiatori spesso frettolosi e deformati da filtri e schemi mentali stabilizzati su modelli diversi.
Certo, lo scenario delle bellezze e delle suggestioni del paesaggio, il colore del mare relativamente pulito, ma forse più pulito che altrove, le vestigia di un glorioso passato vagheggiato dai grandi viaggiatori, le risorse naturali di cui ci ha fornito la natura sono inconfutabili e nessuno ce li può negare. Ma trovano una adeguata utilizzazione, attraverso la creazione di servizi e strutture, oppure anche qui la speculazione individuale distruggerà tutto irrimediabilmente?
Il fatto è che manca la concordia, la forza decisionale perché l'"habit d'arlequin" rispecchia ancora oggi l'estrema parcellizzazione di un tessuto sociale, una classe politica disgregata, e non solo per il colore diverso del partito, che non trova la forza collettiva di assumere un atteggiamento unitario per la risoluzione dei problemi regionali.
Ecco perché la diffidenza nella collettività, soprattutto nella classe dirigente e nel potere economico, la forte urbanizzazione, le sacche di incultura, la prevaricazione sono caratteri costanti, dei "fils rouges" di una società un tempo solo corrotta e oggi anche corruttrice per l'esempio disinvolto con cui essa pratica e ufficializza la corruzione.
Le colpe del potere politico, dunque, sono evidenti adesso come allora... e sono state stigmatizzate da quasi tutti i viaggiatori che si sono interessati della situazione sociale e hanno suggerito soluzioni e rimedi di estrema lungimiranza. Maurel chiedeva: "l'industrializzazione della regione in armoniosa convivenza con l'agricoltura, il potenziamento di questa, sistemi di irrigazione dei campi..., il rimboschimento delle zone poco utili all'agricoltura, una effettiva riforma fiscale... la riduzione del debito pubblico, l'elevazione del livello intellettuale e materiale delle popolazioni, prestiti a fondo perduto, infine l'introduzione di un sistema federativo, le regioni". Destrée pensava che l'elevazione del livello culturale si risolvesse in un miglioramento generale delle condizioni di vita, continuando la tradizione illuministica di Voltaire che attribuiva all'ignoranza ogni tipo di barbarie e il ricorso alla guerra.
I neo-egoisti (come qualcuno chiama i politici) hanno, grosse colpe, ma anche il privato cittadino ha le sue se usa la forza individuale di cui tanto si è parlato in funzione di un bene personale. Destrée sottolineava l'individualismo esasperato e la diffidenza nel prossimo come cause principali della scarsità di cooperative che erano fiorenti in altre province italiane e soprattutto all'estero.
Se l'individuo esaurisce il suo talento a schiacciare gli altri anziché rendersi conto che il bene comune si risolve anche a suo vantaggio; se la democrazia permette la crescita di poteri paralleli o trasversali non si realizzerà mai quell'auspicata "polifonia armonica" della società calabrese che finalmente potrebbe vivere con la forza autonoma delle sue Istituzioni (con più poteri, ma con maggiore onestà) e soprattutto dei suoi individui finalmente capaci di perseguire prioritariamente, ognuno nelle proprie funzioni e competenze, finalità collettive esemplari non certo di tipo burocratico, ma frutto di partecipazione e di solidarietà!
Se, invece, chi fa il proprio dovere è additato come uno sciocco o un deviante, se il politico è, e deve essere, spregiudicato e clientelare altrimenti è destinato a soccombere, se il privato è prevalente sul pubblico, se la norma è la complicità, chi penserà al bene generale?
La speranza di un cambiamento non ci deve, tuttavia, abbandonare, e la profonda tristezza che provavano alcuni viaggiatori di fronte ad una situazione di estrema povertà, di ingiustizia sociale, di abbandono, di enorme contrasto con la situazione dell'Italia del Nord ci dovrà sostenere per operare nel modo più giusto e più adeguato, confidando soprattutto non più soltanto sul potere centrale, ma su noi stessi, e rinunziando all'illusione di un passato glorioso che non esiste più ormai da molto tempo.
Cicerone commentava già che: "Magna Graecia nunc non est"! Certo i bronzi di Riace e tanti altri cimeli e opere d'arte esistono e non debbono avere una durata effimera!
Si può, perciò, pensare a degli itinerari turistico-culturali, archeologici, salvaguardando l'identità e la specificità della nostra Calabria con tutto lo scenario, possibilmente intatto, delle sue bellezze capaci di favorire, come suggerivano alcuni viaggiatori, la presenza continua di turisti.
Dobbiamo promuovere, inoltre, in ossequio anche a Maurel che lo auspicava, la nascita di industrie pulite e favorire gli imprenditori locali a cui stiano a cuore le nostre sorti in uno spirito nuovo di solidarietà e di collaborazione per un superamento di quell'individualismo esasperato, dei contrasti, dei compromessi e delle connivenze da cui nasce la debolezza delle Istituzioni e l'incapacità a bene operare.
Questo è il messaggio più importante, a mio avviso, che si può ricavare dalla letteratura di viaggio, che non è futile moralismo e non vuole essere facile sociologismo; il mio sguardo sulla situazione della nostra bella e amara Regione forse risente di una certa temperata tristezza simile a quella dei viaggiatori, ma è certamente segno di partecipazione attiva e di impegno vivo perché mi coinvolge completamente. D'altro canto questa mia visione della letteratura di viaggio è ben lungi dall'essere esaustiva e non la ritengo esaurita, ma è molto probante e certamente stimolante proprio per quel "dovere di fare" evocato da molti uomini d'ingegno e di buona volontà che non sono, a mio avviso, "solitarie palme in un arido e sterile deserto".

 

 

Fonte: http://www.centrumlatinitatis.org/cle_it/chisiamo/Rende/viaggiatori.doc

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