Leopardi e l'amore

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Leopardi e l'amore

POESIA IN ITALIA NEL PRIMO ‘800

 

Durante il romanticismo italiano la poesia lirica è piuttosto mediocre (vi sono solo esponenti come Berchet, Manzoni, il giovane Leopardi e Mercantini).

LIRICA PATRIOTTICA

à Tommaso Grossi (milanese), anche autore di novelle in versi, cioè poesie in genere di argomento amoroso e patetico, che hanno un intento narrativo; a volte hanno anche un intento sociale: per questo rientrano nella lirica patriottica

LIRICA DIALETTALE: tale lirica è scritta appunto in dialetto: è una scelta originale e coraggiosa. Ebbe buon successo, ma non una diffusione altissima.

à Carlo Porta (milanese), fu molto versatile e scrisse un po’ di tutto, cimentandosi anche in un abbozzo di traduzione dell’ ”Inferno” in milanese. Fu autore anche dell’ EPICA POPOLARE, cioè poemetti dedicati a raccontare disavventure di personaggi popolari (polemica anticlericale).

à  Giuseppe Giocchino Belli (romano), fu quasi esclusivamente poeta: scrisse oltre 2000 sonetti all’insegna di una comicità e una satira grottesca (polemica antinobiliare e anticlericale). Vi è in lui anche una rappresentazione satirica dell’aldilà cristiano. Ebbe più volte, prima di morire, la tentazione di bruciare le sue opere, ma non lo fece. Si ispirava vagamente alle “Pasquinate”, cioè versi satirici che comparivano attaccati ad un monumento romano, ilcui probabile autore si chiamava Pasquino

Giuseppe Giusti (romano), fu autore di satira poetica contro il Granduca di Toscana: usava spesso metafore tratte dal mondo animale: lo faceva per non incappare nella censura.

SECONDA GENERAZIONE DI POETI ROMANTICI

A cavallo tra la prima e la seconda metà del secolo, si diffonda la poesia di gusto “decadente”: è una poesia minore, di un Romanticismo minore e di maniera (si rifà in modo molto banale alla poesia romantica (si parla quasi di un’ “Arcadia romantica”).

 

GIACOMO LEOPARDI (1798-1837)

  • È la figura poetica più importante del primo ‘800
  • Nasce a Recanati (nelle Marche), che faceva parte dello stato della Chiesa: questo spiega il clima sociale e culturale in cui Leopardi cresce (circondato da bigotti)
  • Figlio del conte Monaldo, la cui famiglia era abbastanza in decadenza a causa di dissesti finanziari ed economici): era un personaggio reazionario e molto bigotto, sostenitore della Restaurazione e con una certa chiusura
  • La madre di Leopardi, Adelaide Antichi; non aveva molti contatti con i suoi figli, perché amministrava i pochi beni della famiglia
  • L’infanzia di Leopardi non fu felice, ebbe pochi rapporti con il padre, di più con la madre, ma soprattutto con i fratelli Carlo e Paolina (a cui rimase sempre legato)
  • Fu seguito da precettori religiosi nella sua prima educazione (era tipico dell’aristocrazia studiare a casa)
  • Ebbe un fisico gracile e una salute cagionevole fin dall’infanzia
  • La sua prima educazione fu un’erudizione, perché puntava sui classici greci e latini, con poi anche un’impronta illuministica (grazie alla biblioteca del padre)
  • 1809-1816 studio matto e disperatissimo: infelicità, solitudine, ma anche di sofferenze fisiche a causa della sua malattia. Il suo disperato studio mina definitivamente la sua salute.
  • Traduce diverse opere dal latino e dal greco
  • Scrive la tragedia “Pompea d’Egitto” (alfieriana): sentimenti patriottici e civili dedicati al classicismo
  • Opere di erudizione, ma nessun testo letterario
  • 1816 conversione letteraria: in particolare opere di poesia, anche se i primi tentativi erano molto ingenui
  • Entra in corrispondenza con Pietro Giordani, che era l’unico modo per tenere i contatti con il mondo esterno; il grande isolamento è dovuto al fatto che vive a Recanati, lontano dai centri culturali, ma anche perchè la famiglia non gli permetteva di allontanarsi spesso dal palazzo
  • Inizia a scrivere lo “Zibaldone di pensieri” (1817- 1832), diario in cui periodicamente annota pensieri filosofici e letterari. Non era un’opera destinata alla pubblicazione, e fu pubblicata postuma da Carducci in un’edizione curata da lui. Tale scritto è una fonte per conoscere il pensiero di Leopardi e il suo concetto di letteratura
  • Comincia a desiderare di instaurare rapporti umani e coltiva interessi patriottici e civili: scrive “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”, anche se tutto ciò che sapeva degli affari patriottici l’aveva appreso dai libri; nonostante ciò, e il suo modo poco concreto e velleitario, era sincero e il suo intento serio
  • Nel “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”, Leopardi contesta la poesia romantica: è la risposta a Mme De Staël
  • 1819 tentativo di fuga da Recanati fallito: aveva chiesto più volte di lasciare Recanati per un soggiorno di studio a Roma, ma dopo il rifiuto tenta la fuga, che viene scoperta e fallisce
  • 1819-22 anni di studio e di composizione di opere importanti
  • 1922-23 con il permesso della famiglia fa un viaggio a Roma, dove ha una delusione perché trova un ambiente chiuso, bigotto e reazionario, quasi peggio di Recanati
  • 1924 torna a Recanati e inizia composizione di “Operette morali”, scritti in prosa di carattere filosofico. Nel ’27 ne pubblica la prima edizione (con editore Stella)
  • Comincia a viaggiare per alcune città d’Italia: a Milano entra finalmente  a contatto con un ambiente diverso
  • 1928-30 ultimo soggiorno a Recanati, definito da lui “16 mesi di notte orribile”. È stato costretto a tornare a causa di problemi economici e dall’aggravamento della sua malattia. È un periodo importante per le sue opere, scritte o cominciate a Recanati
  • Si trasferisce a Pisa
  • 1830-35 rompe definitivamente con la famiglia: diventa indipendente come letterato e studioso
  • Diventa amico del napoletano Antonio Ranieri
  • Fanny Targioni Tozzetti, di cui si innamorò senza essere ricambiato, per la quale scrisse 4 poesie di argomento amoroso di carattere pessimista: “Ciclo di Aspasia” (nome greco di prostituta amata da Pericle). Per i temi si può dire che non fu scritta proprio in suo onore
  • Edizione definitiva dei canti uscirà postuma pubblicata e curata da Ranieri
  • 1836-37 a Napoli, in una località vicina al Vesuvio, scrive gli ultimi canti, come “La Ginestra
  • Muore nel 1837 per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, che alla fine l’hanno reso quasi cieco.

 

PENSIERO

Leopardi fu un pensatore sistematico e coerente: non scrisse vere e proprie opere di filosofia. Il suo pensiero va rilevato da una serie di scritti che non hanno un corpus organico. A differenza dei critici dell’ ‘800, che svalutavano il suo pensiero, quelli odierni gli danno molta importanza. Nel prima parte del ‘900 Benedetto Croce diceva che il suo pensiero andava assolutamente svalutato.

  • Formazione di carattere illuminista: ha fiducia nella ragione (parte da posizioni molto vicine al sensismo, ma anche a Rousseau inizialmente
  • 1817-18 concezione del PESSIMISMO STORICO: il progredire della civiltà ha distrutto il rapporto che c’era fra l’uomo e la natura, che era fonte di illusioni per alleviare le sofferenze. L’uomo è infelice a causa della progressione dell’uomo nella storia, e dell’allontanamento dall’illusione
  • 1819-23 PESSIMISMO COSMICO: concezione nuova del pessimismo nella sua età matura, in cui Leopardi ha una concezione materialista dell’uomo e dell’universo (non crederà mai a Dio a qualcosa di trascendente, per questo è vicino a Foscolo e non può essere considerato un romantico). Il pessimismo diventa generale e irrisolvibile, e la natura è considerata come matrigna dell’uomo: non si prende cura di lui, ma lo ha creato solo per farlo soffrire. La natura lo ha creato per un bisogno istintivo di piacere, ma che l’uomo non può soddisfare a causa dei suoi limiti fisici: l’uomo pertanto è destinato ad essere infelice. È però un discorso che riguarda non solo l’uomo, ma tutti gli esseri viventi, tra cui anche le piante.

Questa visione si manifesta  soprattutto nelle “Operette morali”, scritte nel ’24 e pubblicate nel ’27, in cui traspare una sapienza molto scettica e disincantata. Ha una debole speranza nella società umana: se gli uomini sono destinati alla sofferenza, questi devono coalizzarsi per far fronte alla nature (non c’è “misantropia” in Leopardi, me emerge sempre la positività del contatto umano).
Titanismo leopardiano: estrema protesta che Leopardi porta avanti contro forze più grandi di lui, come la natura ( > titanismo alfieriano, eroi romantici).

  • Per capire come la sua concezione di poesia e letteratura attraversa le varie fasi è importante lo “Zibaldone di pensieri”
  • 1818 “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” è un saggio in cui Leopardi risponde ad un articolo di Ludovico di Brema, che appoggia la De Stael. Il giovane Leopardi difende il classicismo e rifiuta il romanticismo perchè i romantici hanno spostato la poesia dalle cose alle idee: Leopardi ritiene che la poesia debba rinsaldare il rapporto tra uomo e natura, che il progresso e la storia hanno via via allontanato. Questo rapporto fra uomo e natura è la fruizione, attraverso i sensi, dell’illusione che le natura dona (sensismo).

Bisogna recuperare l’immaginazione: la poesia deve aiutare l’uomo a coltivare le proprie illusioni, ma ciò può avvenire solo tramite lo studio dei classici.

  • Leopardi è però vicino al romanticismo per singole inclinazioni:
    • Angoscia
    • Dolore
    • Atteggiamenti di isolamento
    • Titanismo ( > Jacopo Ortis)
    • Tensione verso l’infinito (nell’ambito della concezione naturalista, l’infinito non è paragonabile a Dio, è solo qualcosa di illimitato nel tempo e/o nello spazio)
  • Il linguaggio della poesia si contrappone a quello della scienza e della filosofia (che deve essere preciso e determinato). La poesia deve avere un linguaggio indeterminato.
  • Dopo il 1828 la concezione cambia:filosofia e poesia si fondono e lo scopo della poesia è denunciare il vero agli uomini (destinazione all’infelicità). Non può più avere un linguaggio in relazione allo scopo di far immaginare: il linguaggio deve essere determinato e non più vago. Queste considerazioni confluiscono nella “Ginestra”, sorta di testamento spirituale di Leopardi: componimento poetico.

 

OPERE

  • Tutte le poesie che destinò alla pubblicazione sono raccolte nei “Canti”, che riflettono le varie fasi della sua concezione filosofica attraverso un percorso articolato. L’edizione definitiva fu pubblicata postuma nel 1845 dal suo amico Ranieri.

Tra le poesie giovanili ci sono le canzoni civili, le prime due delle quali sono petrarchesche:

  • “All’Italia”
  • “Sopra il monumento di Dante”

C’è un contrasto netto fra la grandezza degli antichi e la servitù politica dell’Italia del tempo. Mostra una visione ingenua, priva di ogni contatto con la realtà: sogna una sorta di riscatto individuale per la patria (è una visione molto classicista). Lo stile formale è molto vicino alla poesia classica, il linguaggio è solenne, diverso da quello snello, moderno e più semplice dei canti successivi.

  • ’22 “Inno ai patriarchi”

“Alla primavera”
Leopardi affronta ancora il rapporto uomo-natura (passaggio verso il pessimismo cosmico). Tema delle illusioni e felicità di cui erano capaci gli uomini antichi: sorta di esaltazione delle popolazioni che allora si credeva vivessero ancora in condizioni primitive. Esaltazione della vita rustica e campestre.

  • 1821-22 Due canzoni del “suicidio”
    • “Bruto minore”
    • “Ultimo canto di Saffo”, che era una poetessa greca vissuta tra il VI e il VII sec. a.C.: brutta e sgraziata si sarebbe uccisa per porre fine alle sue sofferenze (era un modo  per ribellarsi alla sua vita).

Leopardi non propose mai il suicidio come mezzo per porre fine alle proprie sofferenze: meglio vivere e testimoniare il vero per aiutare gli altri
È anche il periodo in cui elabora il pessimismo cosmico.

  • 1823-27
    • “Alla sua donna” (’23)
    • “Al conte Carlo Pepoli” (’26)

Sono le uniche poesie di questo periodo di crisi interiore: visione della natura matrigna del pessimismo cosmico.
Si dedica alla prosa delle “Operette morali”, pubblicate per la prima volta nel ’27: sono brevi opere filosofiche scritte quasi tutte nel ’24. L’ultima edizione è quella postuma del ’34.
Descrive dialoghi che avvengono tra personaggi storici realmente esistiti, e a volte tra personaggi del mito.
In questa opera Leopardi è molto ironico e disincantato e sarcastico: non si creano illusioni e suggestioni particolari, ma viene semplicemente presentata la realtà agli uomini.
Il ’27 è l’anno della prima pubblicazione dei “Promessi sposi”, che si può considerare agli antipodi delle “Operette morali”.

    • 1828-30 biennio in cui scrive i “Canti pisano-recanatesi”, chiamati così perché furono composti fra Pisa e Recanati: sono tra le cose maggiori composte da Leopardi. Un tempo venivano chiamati “Grandi idilli”, per distinguerli dai “Piccoli idilli”, cioè quelli giovanili (non esiste continuità fra i due).
      “Il Risorgimento” (1828 composto a Pisa) segna il ritorno di Leopardi alla prosa dopo la pausa: risorgimento sta ad indicare proprio la rinascita della poesia. Da questo momento deve spiegare il vero, e svelare l’inconsistenza delle illusioni. Il linguaggio non deve essere vago, ma il più possibile preciso e circoscritto.
    • “A Silvia” (1828) canzone libera, cioè  formata da un certo numero di stanze senza un metro ben preciso senza uno schema della rima definito. L’ultimo verso della stanza è settenario.
  • Dopo il 1830 scrive:
    “Ciclo di Aspasia”: 5 canti composti per l’amore di Fanny Targioni Tozzetti, sposata con un nobil uomo fiorentino, che lo respinse brutalmente.Aspasia è la prostituta amata da Pericle; da quest’opera emerge un quadro piuttosto sconsolato che rientra nel suo pessimismo.
    L’amore tra tutte le illusioni è quella che provoca maggior sofferenza

T2 à L’ infinito (pag.525)

L’ ”Infinito”, scritto nel 1819 a Recanati, fa parte di un gruppo di poesie, chiamato “Piccoli idilli”, che sono di argomento per lo più pastorale di tradizione greca.
Quelle curate dall’amico Ranieri sono nell’ordine che probabilmente voleva Leopardi, ma non certo in quello cronologico, a causa di ragioni tematiche.

È composto da 15 endecasillabi sciolti: descrive il momento in cui si trova sul monte Tabor, con una siepe di fronte che pone un limito visivo, che lo spinge a fantasticare su ciò che potrebbe esserci aldilà; ciò

  • Potrebbe esistere e non essere conosciuto
  • Potrebbe non esistere
  • Potrebbe esistere ed essere diverso da come immaginato

Questo istinto dell’uomo a immaginare cose infinite nello spazio e nel tempo è una caratteristica dell’uomo che lo usa per supplire alla sua infelicità. Si può immaginare non l’infinito, ma che oltre il limite oggettivo ci sia qualcosa di oggettivo. Tendenza dell’uomo a immaginare cose che non vede e non conosce. La capacità dell’immaginazione può essere riscoperta dall’uomo tramite la poesia.
La scienza e la tecnica ha fatto si che l’uomo moderno sappia più cose rispetto al passato, quindi che sia limitato nella capacità dell’immaginazione.
L’infinito per Leopardi è qualcosa di molto diverso dai Romantici: non è Dio, o qualcosa di trascendente, ma qualcosa di comunque materiale. C’è una chiara componente filosofica e un linguaggio più semplice e lineare rispetto a quello precedente. Svecchia il linguaggio della poesia, e si avvicina ad una certa normalità.
Nel v.8, cioè a metà, Leopardi passa dall’infinito spaziale a quello temporale: parte da un contrasto tra il rumore di queste piante e il silenzio di quel infinito. Lo stordimento di queste riflessioni è dolce e piacevole.
La lingua è più moderna rispetto alle “Canzoni civili” e agli “Inni”: il discorso è comunque elaborato dal punto di vista retorico.
Sono numerosi gli enjambements, importanti per dare una certa continuità. Usa delle espressioni volutamente vaghe: espressioni più vaghe, corrispondono a una maggiore espressione poetica (questo fa si che il lettore immagini e venga suggestionato da ciò che legge). Alcune parole creano suggestione al di là del loro significato.
Il riconoscere il valore evocativo è tipico della visione ottocentesca e romanticista, che in qualche modo anticipa la poesia di fine ‘800.

 

SCHEDA à pensieri numerati tratti dallo “Zibaldone”

Tali pensieri, del 1820, si riferiscono all’ “Infinito” e alle sue tematiche. L’uomo immagina ciò che non esiste, o ciò che esiste, ma sotto una forma diversa (varietà delle cose). Non avrà sempre questa concezione dell’infinito, in modo particolare nel periodo del pessimismo cosmico. L’infinito rientra nella sua visione meccanicistica del mondo.

 

T4 à A Silvia (pag.534)

Il suo vero nome della protagonista è Teresa Fattorini: le ha cambiato il nome perché Teresa le sembrava poco poetico, e trae Silvia dall’ “Aminta” del Tasso. Non c’è nulla di realmente biografico nel testo: probabilmente la conobbe appena ed alla morì giovanissima di tisi. Ciò gli permette di fare un discorso più generale sulla natura matrigna. Leopardi fa un parallelo tra la vicenda di Silvia e la propria: anche lui non ha raggiunto la felicità che sperava.

La canzone è composta da 6 strofe, ognuna centrata su un momento della riflessione:

  • Il componimento si apre con una rievocazione di Silvia, di quando era giovane e la vedeva o la sentiva cantare mentre faceva i suoi lavori.
  • La descrizione della sua vita felice, in cui stava per entrare nella gioventù, cioè l’inizio della vita.
  • Descrizione della gioventù di Leopardi, durante la quale si perdeva negli studi, anche con un certo rimpianto.
  • Unisce i due destini e dice che la natura non ha mantenuto le sue premesse.
  • Svela il destino tragico di Silvia
  • Vi è un ulteriore parallelo tra i due destini: la speranza di Leopardi è morta all’apparire del vero (proprio come è morta Silvia). Tomba della speme, come quella di Silvia: voluta ambiguità tra la speranza e Silvia. Il componimento si chiude in modo piuttosto cupo.

La struttura è quasi circolare, in cui la fine rimanda all’inizio, in particolare all’occupazione di Silvia al telaio.
La parola “lieta” è in contrasto con “pensosa”,e “ridenti” con “fuggitivi”: si attenua in tutti e due i casi il significato della prima parola.
“Salivi” è l’anagramma di Silvia: apre e chiude la strofa con Silvia e salivi (ora si pensa che non sia affatto casuale).
La conclusione è cupa e messa in contrasto con quella allegra iniziale; ci sono molti enjambements e un chiasmo al v.62.

T5 à Le ricordanze (pag.538)

(1829) poemetto in endecasillabi sciolti, parla di Recanati, il natio borgo selvaggio, perché abitato da persone che lui disprezzava. Tema delle illusioni: il confronto con il passato è sempre un contrasto. Le descrizioni paesaggistiche sono elevate e vi è aspirazione a ciò che è ignoto e una protesta verso promesse non rispettate. Le immagini sono ancora vaghe e indefinite e aspirano a ciò che è ignoto nella fanciullezza. Anche qui è presente il tema della morte come in “A Silvia”, personaggio quasi rievocato.
L’ultima strofa rievoca una figura di fanciulla e la chiama Nerina (una delle ninfe compagne di Silvia nell’ “Aminta”); viene presentata come una ragazza di gioventù: è stato ipotizzato che si tratti ancora di Teresa. Nerina ha la stessa funzione di Silvia: vi è la rievocazione della fanciulla morta giovane, per spigare la crudeltà della natura, che non mantiene le sue promesse.

T7 à La quiete dopo la tempesta (pag.552)

Fa parte dei canti pisano-recanatesi, e composta nel settembre del ’29, è una canzone libera di 3 strofe dove si alternano versi settenari ed endecasillabi. L’ambiente è campagnolo (è uno sfondo ideale per in discorso filosofico) che riprende a respirare a dopo un fortissimo temporale. Dopo la tempesta c’è la quiete e tutti tornano ad essere sollevati. Apparentemente è un quadretto idillico, e la descrizione del borgo è manierata: non è recanati, ma qualsiasi borgo. Tutto questo fa da sfondo alla tesi filosofica per cui il piacere in sé non esiste, ma esiste in quanto cessazione del dolore: l’uomo si illude di provare piacere quando cessa l’affanno (piacere figlio d’affanno). L’unica cosa che rende definitiva la cessazione dell’affanno è la morte. La protesta contro la natura matrigna è in stile antifrastico: l’antifrasi è la figura retorica in cui si dice una cosa intendendo il contrario.

Allo stesso modo Leopardi finge di rivolgersi alla natura in tre momenti:

  • Fine della tempesta: il borgo riprende la sua vita
  • Spiegazione del perché tutti si sentono sollevati e rallegrati
  • Protesta contro al natura matrigna

Lo stile e la lingua sono poco letterari e molto semplici. Vi sono rime interne (come “tempesta” e “festa”).
Nel v.7  allitterazione della lettera A che indica la luminosità. La parola “fiume” è l’unica in cui la lettera U è in posizione tonica (allo stesso modo il fiume è l’unica macchia scura all’interno della valle).
v.38 aggettivi riferiti alle genti
v.41 sostantivi che sono i motivi che hanno spaventato le genti
Leopardi si rivolge alla natura fingendo di lodarla: l’aggettivo “cortese” della natura si collega per antifrasi a “offese” (rima in contrasto).

T9 à Il sabato del villaggio (pag.558)

Simile per il tema e periodo di composizione alla “quiete dopo la tempesta” (sono anche in posizione vicina nei canti, rispettivamente il 24 e il 25).
Qui la concezione filosofica è un po’ diversa: descrive il giorno e la sera del sabato, in cui sono tutti felici nel prepararsi alla festa della domenica. È un’illusione di felicità che nasce dall’attesa del giorno dopo (che rappresenterà la delusione): la felicità sta solo nell’illusione dell’attesa.
Come il sabato precede la domenica, la fanciullezza precede la giovinezza (che è la festa della vita); e proprio come la domenica non porta gioia, allo stesso modo non lo farà la giovinezza.
C’è un riferimento alle “Ricordanze” per il rimpianto della giovinezza, ma anche al tema affrontato in “A Silvia”.
La canzone libera è formata da 4 strofe in cui si alternano endecasillabi e settenari. Nella strofa iniziale vi sono immagini molto letterarie di personaggi che popolano il borgo di campagna. Contrasto tra la donzelletta e la vecchierella che siede insieme alle vicine a filare in un punto vicino all’occidente (dove il sole tramonta: la vecchietta è verso il finire della vita).

Pascoli, nel commentare questo testo, disse che non poteva avere in mano le rose e le viole, perché fioriscono in diversi periodi dell’anno: a Leopardi interessa solo il fattore simbolico.

Nella seconda strofa c’è l’allitterazione della lettera R, per evidenziare le difficoltà della vita.
L’ultima strofa è un invito al fanciullo a godersi la sua infanzia senza aspettare la giovinezza.
Sono numerose le rime interne.

T6 à Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (pag. 544)

Composto fra l’ottobre e l’aprile del 1830, alla vigilia della sua partenza da Recanati. Il tema è quello del pessimismo cosmico, che non colpisce soltanto le persone, ma anche gli animali. Qui la natura è vista come maligna e indifferente ai bisogni dell’uomo. È un componimento molto sentito dal punto di vista emotivo.
Affida il discorso poetico ad un pastore nomade dell’Asia, il quale si interroga sulla ragione della vita umana, sull’infelicità, e sulla natura ostile all’uomo. Leopardi utilizza nella finzione un pastore nomade come protagonista poiché da cronache di viaggi sapeva dell’esistenza di questi uomini, che hanno colpito la sua fantasia: in oriente hanno avuto pochi contatti con la civiltà “evoluta”, quella occidentale, e qui l’autore vuole portare un punto di vista di un uomo il cu stato è molto vicino a quello brado, naturale.
L’uomo rivolge alla luna una domanda, ed essa naturalmente non gli risponde: qui leopardi vuole sottolineare che la natura resta indifferente alle sofferenze dell’uomo. Il tono utilizzato non è antifrastico, bensì lirico e commosso.
Nella seconda parte del componimento, Concetto del tedio: qui leopardi parla della noia di vivere una vita che è sempre uguale, che non fa altro che farlo soffrire. Il pastore afferma che le bestie sono fortunate in quanto non sono mai assalite dalla noia, anche se in un secondo tempo si rende conto che la sofferenza è una peculiarità di tutti gli esseri viventi e che la sua era soltanto un’illusione.
Lo stile è ricco di richiami alla letteratura precedente e di artifici retorici. È una canzone libera formata da sei strofe di endecasillabi e settenari, in cui non c’è uno schema della rima, ma l’ultimo verso di ogni strofa finisce con –ale (funzione di rimando).
Il testo si apre con la domanda del pastore alla luna: vi è una similitudine tra la vita del pastore e della luna in quanto corpo celeste: lei sembra quasi appagata dalla sua vita ripetitiva. Il pastore fa sempre le stesse cose, vede sempre gli stessi paesaggi, e lui come la luna non spera nulla di diverso, tuttavia prova oppressione e tedio per la sua vita.

  • Il nomade chiede alla luna se non sia stanca di ripercorrere sempre la stessa strada e qual è lo scopo della vita del pastore e dell’esistenza di tutti i corpi celesti.
    vv. 17-18: chiasmo, ma anche figura di suono, allitterazione della v (anche se non ha un significato particolare). Contrasto tra il breve vagare del pastore e l’immortalità degli astri.
  • La metafora dell’uomo anziano rappresenta la vita umana, che non ha alcun senso. Dopo la morte non c’è nulla il baratro, l’abisso che c’è dopo i luoghi scoscesi). Il sonno eterno è la cessazione della vita con il quale si dimentica tutto.
    Riferimento  alla tradizione letteraria del Petrarca; “Rerum vulgarium fragmenta”: “Movesi il vecchierel canuto et bianco”:pellegrinaggio a Roma del vecchio; “Ne la stagion che 'l ciel rapido inchina”: riferimento alla stanca vecchierella che si affanna e corre tutto il giorno, che però viene consolata da qualche breve riposo, e al pastore che si affatica tutto il giorno, ma che di sera trova sosta nella sua casa, a differenza di Petrarca che non trova pace nell’amor per Laura.
  • Immagine del bambino che nasce con fatica e si affaccia ad una vita di sofferenze, ed i genitori non possono fare cosa più gradita ai figli che il consolarli di essere venuti al mondo. Il pastore infine si chiede che senso abbia patire venendo al mondo per poi vivere una vita in questo modo.
    v 56: verbo durare (qui transitivo) significa sopportare: perché la dobbiamo sopportare?
    Luna intatta: eterna, ma non ancora toccata dagli uomini.
    Lucrezio: “De rerum natura”: anche lui pensava che la natura fosse matrigna. Immagine del naufrago gettato nudo sulla riva della spiaggia, privo di tutto, accostata a quello del bambino.
  • In questa strofa il pastore pone una serie di domande alla luna riguardanti il significato dell’esistenza umana, cercando di trovare una risposta al suo infinito patire, cercandola nella luna la quale conosce ogni cosa, che però ovviamente non gli risponde.
  • Il pastore si rivolge alle bestie e sembra illudersi che siano meno infelici di lui, che continuamente assalito dal tedio. È solo un’illusione, perché anche le bestie soffrono come tutti gli altri esseri viventi.
    Uso insistito degli enjambements, quasi per il proseguire delle domande che sovvengono al pastore.
  • L’unica strofa in cui il pastore non si rivolge a nessun interlocutore, ma in cui esprime un desiderio impossibile, quello di volare.
    cuna: sinonimo latineggiante di culla
    covile: tana
    vv. 137-138: uso insistente dell’anafora, con struttura non chiastica bensì parallela nei due versi.
    Ambivalenza del verbo errare:
    • Vagare
    • Significato metaforico di sbagliare: incapace di arrivare alla verità

Molto simile per certi aspetti al “Dialogo tra la natura ed un  Islandese”, in cui anche qui la natura è umanizzata, vista sottoforma di donna (visione ironica e dissacrante).

T13 à La ginestra, o fiore del deserto (pag. 578)

Viene composta della primavera del ’36 a Torre del Greco, vicino alle pendici del Vesuvio. Leopardi prende spunto da questo fiore che cresce sulle pendici aride del vulcano. Trae conclusioni sulla fragilità dell’uomo verso la natura, che in un istante può spazzare via la vita ed intere popolazioni. In questo componimento l’autore esorta tutti a prendere atto della situazione dell’uomo e ad allearsi contro la vera nemica, la natura.
Leopardi tendenzialmente prende le distanze dal nascente positivismo del secolo, filosofia improntata, sul progresso e su di un ingenuo ottimismo, che non è molto motivato

 

Fonte: http://firemusic.altervista.org/appunti/lett/05-leopardi.doc

Sito web da visitare: http://firemusic.altervista.org/

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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Leopardi e l'amore