Pascoli Lavandare parafrasi e analisi del testo

Pascoli Lavandare parafrasi e analisi del testo

 

 

 

I riassunti , gli appunti i testi contenuti nel nostro sito sono messi a disposizione gratuitamente con finalità illustrative didattiche, scientifiche, a carattere sociale, civile e culturale a tutti i possibili interessati secondo il concetto del fair use e con l' obiettivo del rispetto della direttiva europea 2001/29/CE e dell' art. 70 della legge 633/1941 sul diritto d'autore

 

 

Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione).

 

 

 

 

Pascoli Lavandare parafrasi e analisi del testo

G. Pascoli – Lavandare  (dall’opera Mirycae, 1891)
FORMA METRICA: madrigale (due terzine più una quartina). I versi sono endecasillabi. Rime incatenate (ABA CBC) nelle terzine: “nero-leggiero”; “pare-lavandare”; “viene-cantilene”; alternate (DEDE) nella quartina: “frasca-rimasta” (assonanza); “paese-maggese”. Rime interne: “dimenticato-cadenzato”; “sciabordare-lavandare”.


Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene.

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.

 

Parafrasi:
Nel campo arato a metà (la parte grigia sono le zolle secche, non lavorate; quella nera le zolle rivoltate dall’aratro), rimane un aratro senza buoi che sembra che sia stato dimenticato tra la lieve nebbia. E dal canale giunge, ritmico, il rumore dei panni sbattuti delle lavandaie, con frequenti colpi e lunghe cantilene: “Soffia il vento e cadono le foglie dal ramo, come neve, e tu ancora non torni al tuo paese. Quando sei partita, come sono rimasta! Come l’aratro in mezzo al campo non seminato”.

Figure retoriche:

  • Allitterazioni: della “r”: “resta” – “aratro” – “pare”; “gora” – “sciabordare” – “lavandare”; “frasca”, “torni”- “ancora” – “partisti” –“rimasta” – “aratro”; della “f”: “soffia”- “frasca”; di “s” e “t” nell’ultima strofa: “soffia”- “frasca” “sorni” “suo”- “paese” – “parsisi”- “rimasa” – “arasro” “maggese”;
  • Parole onomatopeiche: “sciabordare” (v. 6), “tonfi” (v.

   7);

  • Enjambement: “ pare / dimenticato” (vv. 2-3); viene /  

    lo sciabordare (vv. 4-5);

  • Sinestesia: “tonfi spessi” (v. 6);
  • Chiasmo: “tonfi spessi e lunghe cantilene” (v. 5);

   “il vento soffia e nevica la frasca” (v. 6);

  • Similitudine: “rimasta / come l’aratro in mezzo alla

    maggese” (v. 10);

  • Metafora: “nevica la frasca” (v. 7).


 

Commento:

Nella raccolta Myricae (parola latina, che significa “piccoli arbusti”, citazione virgiliana), Pascoli canta i motivi del mondo della natura, caricandoli di significati simbolici. Infatti, la sua poetica, detta “del fanciullino” (dal titolo di un saggio di poetica, da lui pubblicato nel 1897), consiste nel sapere trovare la poesia negli oggetti quotidiani, nella campagna e nella natura che ci circonda, osservandoli con lo stupore e la meraviglia di un bambino, che consentono di riscoprirne i lati segreti e la purezza originaria. Si tratta di componimenti generalmente brevi e lineari, che rappresentano quadretti di vita campestre che si caricano di significati misteriosi e spesso evocano l’idea della morte. È in quest’ottica che la celebrazione delle piccole cose e del “nido” si può leggere come un baluardo che il poeta erige contro le forze inquietanti e minacciose.
In Lavandare, i temi principali sono quelli dell’abbandono e della solitudine, rappresentati dall’immagine dell’aratro dimenticato in mezzo al campo deserto, che torna all’inizio e alla fine, conferendo alla poesia una struttura circolare ed assurgendo a simbolo dell’abbandono e della nostalgia. Già il titolo evoca un mondo quotidiano e semplice, quale è quello delle donne che lavano i panni al fiume; il lessico e la sintassi sono elementari e quotidiani, a differenza della struttura fonica, che è molto elaborata e ben studiata. Le pause marcate (dopo “buoi”, “dimenticato”, “spessi” e “partisti”), insieme all’enjambement dei versi 2-3, creano un ritmo spezzato e mesto, quasi a voler riprodurre le “lunghe cantilene” delle donne.
La prima strofa è statica e vi dominano le sensazioni visive: infatti, descrive un aratro fermo e abbandonato in un campo arato solo a metà e avvolto dalla nebbia. Nella seconda strofa, invece, le parole onomatopeiche (“sciabordare”, “tonfi”) contribuiscono al prevalere delle sensazioni uditive; le rime al mezzo, inoltre, ne velocizzano il ritmo: ora sono descritti i suoni dei panni lavati e i tristi canti delle lavandaie. La congiunzione coordinante “e” che apre la seconda strofa indica che le due scene descritte nelle prime due strofe sono accostate, ma nettamente distinte l’una dall’altra. Nella strofa finale, il ritmo risulta molto rallentato, per rendere l’idea della nenia cantata dalle donne, e viene istituito un parallelo tra la donna protagonista del canto, abbandonata dal marito, e l’aratro lasciato dai contadini in mezzo al campo. Gli ultimi versi sono tratti da canti popolari marchigiani.
Anche in Lavandare, che, a prima vista, potrebbe sembrare un bozzetto naturalistico, il “fumare” mattutino della nebbia, il cadere delle foglie, lo sciabordare delle lavandaie, gli oggetti semplici legati al mondo agricolo producono una sorta di “rivelazione”, perché l’oggetto diventa un simbolo, colto per la prima volta da un poeta fanciullino che scandaglia a fondo la realtà e suggerisce al lettore l’essenza vera di tutto ciò che lo circonda. Così, la rappresentazione apparentemente oggettiva della natura autunnale e dei gesti quotidiani delle donne diventa una proiezione simbolica dell’inquietudine e della profonda malinconia dell’animo del poeta.

 

 

G. Pascoli – X agosto (dall’opera Canti di Castelvecchio, 1903)
FORMA METRICA: sei quartine di decasillabi e novenari piani, in rima alternata (schema ABABCDCD). Parole in rima: “tanto-pianto”; “tranquilla-sfavilla; “tetto-insetto”; “spini-rondinini”; “tende-attende”; “lontano-piano”; “nido-grido”; “Perdono-dono”; “romita-addita”; “invano-lontano”; “mondi-inondi”; “immortale-male”.

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

Parafrasi:
San Lorenzo, io so perché un numero così grande di stelle brilla e cade attraverso l’aria tranquilla, perché un pianto così grande risplende nella volta del cielo. Una rondine stava ritornando al suo nido: fu uccisa: cadde tra i rovi: aveva nel becco un insetto: la cena per i suoi figlioletti. Ora è là, come se fosse in croce, che tende quel verme verso quel cielo lontano; e i suoi piccoli sono nell’oscurità ad aspettarla, pigolando sempre più piano. Anche un uomo stava tornando a casa: fu ucciso: disse: “Vi perdono”; e nei suoi occhi sbarrati restò soffocato un grido: portava in regalo due bambole… Ora là, nella casa solitaria, lo aspettano, lo aspettano inutilmente: lui immobile, sbigottito mostra le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, infinito, eterno, dall’alto dei mondi sereni, inondi di un pianto di stelle questo corpuscolo senza luce caratterizzato solo dal male.

 

Figure retoriche:

  • Allitterazioni: “Lorenzo, stelle, tranquilla”; “Ritornava

        unrondine” (v. 5); “pigola sempre più piano” (v. 12);
attonitaddita” (v. 19); “atamo opaco” (v. 24);

  • Anafore: “ora è là, come in croce…/ ora là, nella casa…” (vv. 9 e

        17); “che tende…/ che attende… / chepigola”(vv. 9-12);
l’uccisero: cadde tra spini… l’uccisero: disse: Perdono” (vv. 6
e 14);

  • Metonimia: “nido… / che pigola” (vv. 13-14);
  • Sineddoche: “al tetto” (v. 5);
  • Sinestesia: restò negli aperti occhi un grido” (v. 15);
  • Similitudine: “come in croce” (v. 9);
  • Metafore: “sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla” (vv. 3-4);

        “nido” (v.13); “di un pianto di stelle” (v. 23); “atomo opaco del
Male” (v. 24);

  • Enjambements: “tanto / di stelle” (vv. 1-2); “tende / quel

       verme” (vv. 9-10); “addita / le bambole” (vv. 19-20); “mondi /
sereni” (vv. 21-22); “inondi / quest’atomo” (vv. 23-24).

 

Commento:
Nella lirica X Agosto, ricchissima di simboli, Pascoli, come in molti altri componimenti di Myricae, rievoca la tragedia dell’uccisione di suo padre, avvenuta il 10 agosto 1867, trent’anni prima della stesura della poesia. Il 10 agosto è, però, anche il giorno di San Lorenzo, quello in cui, secondo la tradizione popolare, si verifica il fenomeno delle stelle cadenti. Le stelle che cadono in quella notte, nell’immaginario pascoliano, rappresentano il pianto del cielo sulla malvagità degli uomini: quest’immagine rende l’idea di un cosmo profondamente umanizzato.
Prendendo le mosse dalla propria tragica vicenda personale, il poeta affronta i grandi temi del male e del dolore: gli elementi familiari e biografici vengono trasposti su un piano universale e cosmico. Così, la rondine e il padre uccisi, posti in evidente parallelismo (ritornava una rondine al tetto, v. 5 – anche un uomo tornava al suo nido, v. 13; “l’uccisero: cadde tra spini”, v. 6 -“l’uccisero: disse: Perdono”, v. 14; “ella aveva nel becco un insetto”, v. 7 – “portava due bambole in dono”, v. 16; “tende / quel verme a quel cielo lontano”, vv. 9-10 – “addita / le bambole al cielo lontano”, v. 20), diventano il simbolo di tutti gli innocenti perseguitati ed alludono scopertamente alla figura di Cristo, la vittima per eccellenza, che perdona i suoi carnefici sulla croce, richiamata già nel titolo, con il numero romano X. La rondine che stava tornando al suo nido portando un verme per i suoi piccoli, è stata uccisa durante il tragitto e li ha lasciati soli ed affamati; allo stesso modo, il padre del poeta viene ucciso mentre sta tornando a casa, il “nido” chiuso e protetto, portando due bambole in dono alle figlie, che ora lo aspettano vanamente, proprio come i piccoli della rondine aspettano la madre, ormai affamati e morenti. L’unica differenza tra la rondine e il padre in punto di morte sta nella parola “perdono” pronunciata dall’uomo.
La struttura del componimento è circolare (Ringcomposition), poiché esso si apre e si chiude con l’immagine del cielo inondato di stelle cadenti, simboli del dolore (vocativo “San Lorenzo”, v. 1 – vocativo “E tu, Cielo”, v. 21; “aria tranquilla”, v. 2 – “mondi / sereni”, vv. 21-22; “sì gran pianto”, v. 3 – “pianto di stelle”, v. 23). Il Cielo, ossia Dio, è sentito come lontano, distante, indifferente, separato dal mondo, capace solo di guardarlo dall’alto e di “piangere” sulle miserie umane, ma non di lenirne in nessun modo le sofferenze. Il male, personificato, è incomprensibile per l’uomo, che si sente sempre in balia di un insondabile destino. La Terra, nell’economia dell’universo, al cospetto dell’immensità del Cielo, non è altro che un “atomo opaco”, un minuscolo ed insignificante corpuscolo che non brilla neppure di luce propria.
Di fronte alla malvagità del mondo, l’unico rifugio, dovrebbe essere il “nido”, unico luogo protetto in cui trovare pace, ma la casa è anch’essa “romita”, solitaria, lacerata dalle tragiche vicende del mondo, dunque insufficiente a proteggere l’uomo, a cui non resta che invocare invano il “pianto di stelle” del cielo che lo soccorra e partecipi del suo dolore.

G. Pascoli – Il gelsomino notturno (dall’opera Canti di Castelvecchio, 1903)
FORMA METRICA: sei quartine di novenari a rima alternata (ABAB)


E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

 

Parafrasi:

Al calare delle tenebre (nell’ora in cui il poeta rivolge il pensiero ai suoi cari morti), si aprono i gelsomini, fiori notturni. Le farfalle notturne sono comparse tra i fiori bianchi. Da un bel po’ di tempo ormai i versi degli uccelli sono cessati: solo in una casa in lontananza ancora si bisbiglia. I piccoli uccelli dormono sotto le ali della madre, come gli occhi dormono sotto le ciglia. Dai calici aperti dei fiori proviene un odore simile a quello delle fragole rosse. Lontano, nella sala risplende una luce. L’erba cresce sulle fosse dei morti. Un’ape arrivata in ritardo ronza, trovando tutte le cellette già occupate. La costellazione delle Pleiadi splende nel cielo azzurro e, come una chioccia i suoi pulcini, si trascina dietro le sue stelle. Per tutta la notte si spande il profumo dei fiori che il vento porta con sé. La luce accesa va su per la scala, risplende al primo piano della casa, si è spento… Quando giunge l’alba, si chiudono i petali del fiore un po’ sgualciti; dentro la parte del fiore, molle e nascosta, dove stanno i semi, germoglia una nuova felicità, perché è stata concepita una nuova vita.

 

Figure retoriche:

  • Enjambements: “viburni / le farfalle” (vv. 3-4); “si esala /l’odore” (vv. 9-10); “azzurra / va” (vv. 15-16); “s’esala / l’odore” (vv. 17-18); “i petali / un poco gualciti” (vv. 21-22);
  • Metonimie: “casa” (v. 6); “nidi” (v. 7);
  • Sineddoche: “ciglia” (per “palpebre”) (v. 8);
  • Sinestesie: “l’odore di fragole rosse” (v. 10); “pigolio di stelle” (v. 16);
  • Metafore: “un’ape tardiva sussurra” (v. 13); “aia azzurra” (v. 15); “urna” (v. 23);
  • Similitudine: “come gli occhi sotto le ciglia” (v. 8);
  • Onomatopea: “bisbiglia” (v. 6); “sussurra” (v. 13); “pigolio” (v. 16);
  • Personificazione: “una casa bisbiglia” (v. 6); “un’ape tardiva sussurra” (v. 13);
  • Analogia: “la Chioccetta per l’aia azzurra / va col suo pigolio di stelle” (vv. 15-16); “si cova, / dentro l’urna molle e segreta / non so che felicità nuova” (vv. 22-24); “petali / un poco gualciti” (vv. 21-22).

 

Commento:

I Canti di Castelvecchio si propongono di continuare il programma poetico iniziato con la precedente raccolta Myricae: alle immagini quotidiane della vita di campagna, si alternano continuamente i temi della tragedia famigliare e delle ossessioni segrete del poeta, come l’eros e la morte. La collocazione delle liriche all’interno della raccolta è attentamente studiata secondo un ordine che segue quello delle stagioni.
La poesia Il gelsomino notturno, a prima vista, potrebbe apparire una descrizione impressionistica e vivida di un paesaggio notturno, in cui si alternano immagini naturali e umane, colte attraverso diversi tipi di sensazioni intrecciate: la lirica comincia e si conclude con l’immagine dei «fiori notturni», i gelsomini, pertanto presenta un sorta di circolarità e unitarietà tematica che, a livello puramente denotativo, consiste nella narrazione di ciò che avviene durante una notte. Occorre, tuttavia, specificare che è dedicata alle nozze dell’amico Gabriele Briganti: come Pascoli stesso esplicita in una nota, essa rievoca allusivamente, solo per analogia, la prima notte di nozze in cui è stato concepito un figlio. Già la “e” iniziale pare alludere a qualcosa che viene prima e non viene esplicitato, allusivo, segreto. Allora, i riferimenti alla casa che “bisbiglia” col lume ancora acceso andranno letti come una velata allusione alla fecondazione che lì sta avvenendo, simile a quello che si verifica all’interno del fiore; il colore rosso e il profumo che si esala per tutta la notte assumono una forte carica sensuale, diventando una sorta di invito all’amore. Il fiore che si apre al calar delle tenebre e all’alba racchiude dentro di sé il segreto della fecondazione è un chiaro simbolo sessuale, mentre, ad esempio, i “petali un poco gualciti” alludono alla perdita della verginità.
Ma l’inno di Pascoli non è un gioioso epitalamio: il poeta è escluso dalla gioia della fecondazione, può solo vagheggiarla da fuori e da lontano (pur cogliendone ogni minima sensazione, anche quelle impercettibili), ma ne resta del tutto escluso, come “l’ape tardiva” resta fuori dalla sua celletta. In questa chiave vanno lette le immagini di morte, che costantemente si alternano a quelle amorose (“i miei cari”, “le fosse”, “l’urna”) e i frequenti riferimenti al “nido” (le “ali”, le “celle”, la “Chioccetta”, il “pigolio di stelle”), il luogo simbolico e rifugio protettivo in cui si racchiudono gli affetti famigliari del poeta: la tragedia famigliare ha distrutto il nido, impedendogli ogni legame che non sia quello con i cari defunti che continuano a vivere come lugubri presenze. Uscire dal “nido” e partecipare appieno alla vita, per il poeta, significherebbe tradire un vincolo sentito come sacro. L’amore e la morte si legano in un cerchio indissolubile: le immagini di morte nascondono il segreto della vita: ogni elemento si può, infatti, associare a diverse aree semantiche fra loro opposte: luce vs oscurità; rumore vs silenzio; riparo vs esclusione; tali opposizioni, poi, si ricollegano tutte all’antitesi vita vs morte. Il sereno quadro notturno, dunque, è percorso da intime tensioni, per comprendere le quali occorre penetrare in profondità nella psicologia del poeta. Il generale senso di mistero è accentuato dal valore polisemico e metaforico di termini come “urna” (il recipiente che contiene le ceneri dei morti, ma anche l’ovario del fiore, dove nasce nuova vita) e dall’indeterminatezza spazio-temporale.
Il testo si presenta come una serie di immagini apparentemente slegate, collegate solo per analogia, sparse senza un preciso ordine: a fornire tale impressione contribuisce anche la costruzione quasi sempre paratattica, accentuata anche dagli asindeti.

 

 

Fonte: https://germogliando.files.wordpress.com/2016/01/g-pascoli.docx

Sito web da visitare: https://germogliando.files.wordpress.com

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

Il testo è di proprietà dei rispettivi autori che ringraziamo per l'opportunità che ci danno di far conoscere gratuitamente i loro testi per finalità illustrative e didattiche. Se siete gli autori del testo e siete interessati a richiedere la rimozione del testo o l'inserimento di altre informazioni inviateci un e-mail dopo le opportune verifiche soddisferemo la vostra richiesta nel più breve tempo possibile.

 

Pascoli Lavandare parafrasi e analisi del testo

 

 

I riassunti , gli appunti i testi contenuti nel nostro sito sono messi a disposizione gratuitamente con finalità illustrative didattiche, scientifiche, a carattere sociale, civile e culturale a tutti i possibili interessati secondo il concetto del fair use e con l' obiettivo del rispetto della direttiva europea 2001/29/CE e dell' art. 70 della legge 633/1941 sul diritto d'autore

Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione).

 

Pascoli Lavandare parafrasi e analisi del testo

 

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano!" Isaac Newton. Essendo impossibile tenere a mente l'enorme quantità di informazioni, l'importante è sapere dove ritrovare l'informazione quando questa serve. U. Eco

www.riassuntini.com dove ritrovare l'informazione quando questa serve

 

Argomenti

Termini d' uso, cookies e privacy

Contatti

Cerca nel sito

 

 

Pascoli Lavandare parafrasi e analisi del testo