Pirandello il berretto a sonagli

Pirandello il berretto a sonagli

 

 

 

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Pirandello il berretto a sonagli

IL BERRETTO A SONAGLI
Trama in più versioni
Il berretto a sonagli è tra i capolavori pirandelliani quello al quale il pubblico ha decretato maggior successo.
La vicenda, ambientata in una cittadina dell'estremo sud, è concentrata su un adulterio: Beatrice, moglie del Cavalier Fiorica, uno dei notabili del luogo, vuole cogliere in flagrante il marito, sospettato di avere una tresca con la moglie dello scrivano Ciampa. Con l'aiuto di un compiacente delegato di polizia, amico della famiglia, riesce nell'intento e i due amanti vengono sorpresi: è lo scandalo. La vendetta della tradita Beatrice sarebbe compiuta, ma l'onore del povero Ciampa è compromesso; solo uccidendo gli adulteri potrà riacquistare la rispettabilità. ma a questa soluzione così scontata in una trama verisitica, Pirandello ne contrappone una diversa e perfettamente aderente alle sue tematiche, proponendoci un finale "a sorpresa" e di potente teatralità.
Sospeso in una dimensione tragicomica, Il berretto a sonagli riconferma la visione pirandelliana dell'uomo: un burattino, un pupo, inesorabilmente aggrovigliato nel filo delle convenzioni.

L'apparire conta più dell'essere. Questa semplice frase racchiude in sé molte ipocrisie della nostra società. Talvolta, poi, la verità viene persa di vista, diviene una variabile secondaria.
Il concetto appena esposto è perfettamente applicabile anche alla commedia "Il berretto a sonagli" di Luigi Pirandello. La trama: la ricca borghese Beatrice vuole vendicarsi del marito che la tradisce con la moglie dello scrivano, il fedelissimo Ciampa.
Ed è proprio costui che, con strane argomentazioni filosofiche, cerca di distoglierla dal proprio intento, in nome del quieto vivere. La donna, però, non vuole sentire ragioni e addirittura decide di provocare uno scandalo che la renda finalmente libera dalle angherie della vita coniugale. Sceglie dunque di dar libero sfogo alla rabbia che la corrode e denuncia l'adulterio all'autorità locale. Beatrice, però, non riesce nel suo intento perché il marito viene sì sorpreso in compagnia dell'amante, ma senza che gli si possa attribuire flagranza di tradimento.
Tutto sembra quindi rientrare nella normalità, ma a questo punto è il mansueto Ciampa a rivendicare il dovere di difendere il proprio onore: dovrà uccidere i due amanti, è tenuto a farlo come logica conseguenza dello scandalo voluto da Beatrice, non conta se il fatto è accaduto o meno, tutti ormai credono che lui sia stato tradito, la reputazione di sua moglie è macchiata per sempre. C'è solo un modo per evitare la tragedia, Beatrice dovrà mostrare di essere pazza e andarsene per tre mesi in manicomio. Ogni cosa a questo punto andrà a posto e le malelingue verranno messe a tacere.

"A birritta cu i ciancianeddi" (questo il titolo in siciliano dell'opera) venne scritta di getto in una sola settimana nel 1916 per l'attore Angelo Musco. Tutto il testo si basa sul conflitto tra la realtà e l'apparenza. Per i protagonisti non c'è nessuna speranza di uscire da questa tensione, devono continuare a fingere, non possono liberarsi dalle catene di ciò che sembra, volutamente dimentichi di ciò che è. 
Così, nella ricca casa di Beatrice (una stanza elegante e fredda, con decorazioni alle finestre che sembrano alberi, ma anche sbarre) si consuma la tragedia, il dramma psicologico che coinvolge e sconvolge tutti. E' una sorta di tempesta che attraversa la scena quando la bella signora decide di liberarsi dalle catene della sua soffocante vita coniugale dando il via allo scandalo; sconvolge poi l'animo di Ciampa che vuole uccidere i due amanti, presunti o reali che siano. Ma come tutti i temporali si placa alla fine, riportando ogni cosa al proprio posto. Perché in conclusione non accade nulla, basta fingere ancora un pochino (per tre mesi, in manicomio) e ognuno potrà riprendere il proprio posto nella società.

La trama: insofferente all'omertà di una mentalità maschilista e provinciale, Beatrice Fiorica, ricca borghese, ricorre all'aiuto di una rigattiera trafficona, la Saracena, per ordire la vendetta contro il marito che la tradisce con la moglie del proprio scrivano, il dimesso, fedelissimo Ciampa.
Sorda ai consigli della fedele serva Fana, e disposta a sfidare l'ira del fatuo fratello Fifì e l'incomprensione della madre, Beatrice si mostra sprezzante di fronte alle esortazioni e alle ambigue argomentazioni filosofiche di Ciampa.
Costui cerca di dissuaderla dall'inopportuno proposito, e le consiglia di aprire nel suo cervello la corda civile, di assumere cioè quell'atteggiamento che, attraverso finzioni e ipocrisie, garantisce il quieto vivere. Ma lei è convinta che le sue ragioni meritino il disvelamento della verità, rifiuta anche di utilizzare quella che Ciampa chiama la corda seria, che in privato, senza far troppo chiasso, aggiusterebbe ogni cosa e decide di provocare uno scandalo che la renda finalmente libera.
Sceglie dunque di dar libero sfogo alla corda pazza, quella che grida a tutti, senza freni o inibizioni, ingiustizie e tradimenti e denuncia l'adulterio all'Autorità locale, il Delegato Spanò, amico di antica data, in bilico tra l'esigenza di rendere merito alla verità e quello di proteggere il buon nome della famiglia.
Il disegno della donna però fallisce, perché il marito viene sorpreso in compagnia dell'amante, ma senza che gli si possa attribuire flagranza di tradimento. Tutto sembrerebbe quindi rientrare nella normalità, mentre Beatrice si trova di fronte a un mondo in frantumi e ad un muro di generale disapprovazione.
Ma a questo punto è Ciampa, vittima anche lui di questa vicenda infamante, che rivendica il suo diritto a difendere il proprio onore: vera o falsa che sia questa relazione, per fugare qualsiasi sospetto dovrà uccidere sua moglie e il Cavalier Fiorica. La sua scelta è la logica, ineluttabile conseguenza dello scandalo voluto dalla cieca gelosia della signora Beatrice.
Solo una possibilità potrà evitare la tragedia: che il fatto non sia altro che l'incubo di una mente malata, e che la donna urli a tutti la propria pazzia...
CIAULA SCOPRE LA LUNA
I picconieri, quella sera, volevano smettere di lavorare senz'aver finito d'estrarre le tante casse di zolfo che bisognavano il giorno appresso a caricar la calcara. Cacciagallina, il soprastante, s'affierò contr'essi, con la rivoltella in pugno, davanti la buca della Cace, per impedire che ne uscissero.
         - Corpo di... sangue di... indietro tutti, giù tutti di nuovo alle cave, a buttar sangue fino all'alba, o faccio fuoco!
         - Bum! - fece uno dal fondo della buca. - Bum! - echeggiarono parecchi altri; e con risa e bestemmie e urli di scherno fecero impeto, e chi dando una gomitata, chi una spallata, passarono tutti, meno uno.
         Chi? Zi' Scarda, si sa, quel povero cieco d'un occhio, sul quale Cacciagallina poteva fare bene il gradasso. Gesù, che spavento! Gli si scagliò addosso, che neanche un leone; lo agguantò per il petto e, quasi avesse in pugno anche gli altri, gli urlò in faccia, scrollandolo furiosamente:
         - Indietro tutti, vi dico, canaglia! Giù tutti alle cave, o faccio un macello!
         Zi' Scarda si lasciò scrollare pacificamente. Doveva pur prendersi uno sfogo, quel povero galantuomo, ed era naturale se lo prendesse su lui che, vecchio com'era, poteva offrirglielo senza ribellarsi. Del resto, aveva anche lui, a sua volta, sotto di sé qualcuno più debole, sul quale rifarsi più tardi: Ciàula, il suo caruso.
         Quegli altri... eccoli là, s'allontanavano giù per la stradetta che conduceva a Comitini; ridevano e gridavano:
         - Ecco, sì! tienti forte codesto, Cacciagallì! Te lo riempirà lui il calcherone per domani!
         - Gioventù! sospirò con uno squallido sorriso d'indulgenza zi' Scarda a Cacciagallina.
         E, ancora agguantato per il petto, piegò la testa da un lato, stiracchiò verso il lato opposto il labbro inferiore, e rimase così per un pezzo, come in attesa.
         Era una smorfia a Cacciagallina? o si burlava della gioventù di quei compagni là?
         Veramente, tra gli aspetti di quei luoghi, strideva quella loro allegria, quella velleità di baldanza giovanile. Nelle dure facce quasi spente dal bujo crudo delle cave sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica quotidiana, nelle vesti strappate, avevano il livido squallore di quelle terre senza un filo d'erba, sforacchiate dalle zolfare, come da tanti enormi formicai.
         Ma no: zi' Scarda, fisso in quel suo strano atteggiamento, non si burlava di loro, né faceva una smorfia a Cacciagallina. Quello era il versaccio solito, con cui, non senza stento, si deduceva pian piano in bocca la grossa lagrima, che di tratto in tratto gli colava dall'altro occhio, da quello buono.
         Aveva preso gusto a quel saporino di sale, e non se ne lasciava scappar via neppur una.
         Poco: una goccia, di tanto in tanto; ma buttato dalla mattina alla sera laggiù, duecento e più metri sottoterra, col piccone in mano, a ogni colpo gli strappava come un ruglio di rabbia dal petto, zi' Scarda aveva sempre la bocca arsa: e quella lagrima, per la sua bocca, era quel che per il naso sarebbe stato un pizzico di rapè.
         Un gusto e un riposo.
         Quando si sentiva l'occhio pieno, posava per un poco il piccone e, guardando la rossa fiammella fumosa, della lanterna confitta nella roccia, che alluciava nella tenebra dell'antro infernale qualche scaglietta di zolfo qua e là, o l'acciajo del paolo o della piccozza, piegava la testa da un lato, stiracchiava il labbro inferiore e stava ad aspettar che la lagrima gli colasse giù, lenta, per il solco scavato dalle precedenti.
         Gli altri, chi il vizio del fumo, chi quello del vino; lui aveva il vizio della sua lagrima.
         Era del sacco lacrimale malato e non di pianto, quella lagrima; ma si era bevute anche quelle di pianto, zi' Scarda, quando, quattr'anni addietro, gli era morto l'unico figliolo, per lo scoppio d'una mina, lasciandogli sette orfanelli e la nuora da mantenere. Tuttora gliene veniva giù qualcuna più salata delle altre; ed egli la riconosceva subito: scoteva il capo, allora, e mormorava un nome:
         - Calicchio.
         In considerazione di Calicchio morto, e anche dell'occhio perduto per lo scoppio della stessa mina, lo tenevano ancora lì a lavorare. Lavorava più e meglio di un gio­vane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero: tanto che, intascandola, diceva sottovoce, quasi con vergogna:
         - Dio gliene renda merito.
         Perché, di regola, doveva presumersi che uno della sua età non poteva più lavorar bene.
         Quando Cacciagallina alla fine lo lasciò per correre dietro agli altri e indurre con le buone maniere qualcuno a far nottata, zi' Scarda lo pregò di mandare almeno a casa uno di quelli che ritornavano al paese, ad avvertire che egli rimaneva alla zolfara e che perciò non lo aspettassero e non stessero in pensiero per lui; poi si volse attorno a chiamare il suo caruso, che aveva più di trent'anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com'era); e lo chiamò col verso con cui si chiamava le cornacchie ammaestrate:
         - Tè, pà! tè, pà!
         Ciàula stava a rivestirsi per ritornare al paese.
         Rivestirsi per Ciàula significava togliersi prima di tutto la camicia, o quella che un tempo era stata forse una camicia: l'unico indumento che, per modo di dire, lo coprisse durante il lavoro. Toltasi la camicia, indossava sul torace nudo, in cui si poteva­no contare a una a una tutte le costole, un panciotto bello largo e lungo, avuto in elemosina, che doveva essere stato un tempo elegantissimo e sopraffino (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia, che a posarlo per terra stava ritto). Con somma cura Ciàula ne affibbiava i sei bottoni, tre dei quali ciondolavano, e poi se lo mirava addosso, passandoci sopra le mani, perché veramente ancora lo stimava superiore a' suoi meriti: una galanteria. Le gambe nude, misere e sbilenche, durante quell'ammirazione, gli si accapponavano, illividite dal freddo. Se qualcuno dei compagni gli dava uno spintone e gli allungava un calcio, gridandogli: - Quanto sei bello! - egli apriva fino alle orecchie ad ansa la bocca sdentata a un riso di soddisfazione, poi infilava i calzoni, che avevano più d'una finestra aperta sulle natiche e sui ginocchi: s'avvolgeva in un cappottello d'albagio tutto rappezzato, e, scalzo, imitando meravigliosamente a ogni passo il verso della cornacchia - cràh! cràh! - (per cui lo avevano soprannominato Ciàula), s'avviava al paese.
         - Cràh! cràh! - rispose anche quella sera al richiamo del suo padrone; e gli si pre­sentò tutto nudo, con la sola galanteria di quel panciotto debitamente abbottonato.
         - Va', va' a rispogliarti, - gli disse zi' Scarda. - Rimettiti il sacco e la camicia. Oggi per noi il Signore fa notte.
         Ciàula non fiatò; restò un pezzo a guardarlo a bocca aperta, con occhi da ebete; poi si poggiò le mani sulle reni e, raggrinzando in su il naso, per lo spasimo, si stirò e disse:
         - Gna bonu! (Va bene).
         E andò a levarsi il panciotto.
         Se non fosse stato per la stanchezza e per il bisogno del sonno, lavorare anche di notte non sarebbe stato niente, perché laggiù, tanto, era sempre notte lo stesso. Ma questo, per zi' Scarda.
         Per Ciàula, no. Ciàula, con la lumierina a olio nella rimboccatura del sacco su la fronte, e schiacciata la nuca sotto il carico, andava su e giù per la lubrica scala sotterranea, erta, a scalini rotti, e su, su, affievolendo a mano a mano, con fiato mozzo, quel suo crocchiare a ogni scalino, quasi un gemito di strozzato, rivedeva a ogni salita la luce del sole. Dapprima ne rimaneva abbagliato; poi col respiro che traeva nel liberarsi del carico, gli aspetti noti delle cose circostanti gli balzavano davanti; restava, an­cora ansimante, a guardarli un poco e, senza che n'avesse chiara coscienza, se ne sentiva confortare.
         Cosa strana: della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura, né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno stagno d'acqua sulfurea: sapeva sempre dov'era; toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno.
         Aveva paura, invece, del bujo vano della notte.
         Conosceva quello del giorno, laggiù, intramezzato da sospiri di luce, di là dall'imbuto della scala, per cui saliva tante volte al giorno, con quel suo specioso arrangolio di cornacchia strozzata. Ma il bujo della notte non lo conosceva.
         Ogni sera, terminato il lavoro, ritornava al paese con zi' Scarda; e là, appena finito d'ingozzare i resti della minestra, si buttava a dormire sul saccone di paglia per terra, come un cane; e invano i ragazzi, quei sette nipoti orfani del suo padrone, lo pesta­vano per tenerlo desto e ridere della sua sciocchezza; cadeva subito in un sonno di piombo, dal quale, ogni mattina, alla punta dell'alba, soleva riscuoterlo un noto piede.
         La paura che egli aveva del bujo della notte gli proveniva da quella volta che il figlio di zi' Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto squarciato dallo scoppio della mina, e zi' Scarda stesso era stato preso in un occhio.
         Giù nei varii posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera, quando s'era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i picconieri e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito, era scappato a ripa­rarsi in un antro noto soltanto a lui.
         Nella furia di cacciarsi là, gli s'era infranta contro la roccia la lumierina di terracotta, e quando alla fine, dopo un tempo che non aveva potuto calcolare, era uscito dall'antro nel silenzio delle caverne tenebrose e deserte, aveva stentato a trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla scala; ma pure non aveva avuto paura. La paura lo aveva assalito, invece, nell'uscir dalla buca nella notte nera, vana.
         S'era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichio infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.
         Il bujo, ove doveva essere lume, la solitudine delle cose che restavan lì con un loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile, quando più nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l'anima smarrita, che Ciàula s'era all'improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse inseguito.
         Ora, ritornato giù nella buca con zi' Scarda, mentre stava ad aspettare che il carico fosse pronto, egli sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara. E più per quello, che per questo delle gallerie e della scala, rigovernava attentamente la lumierina di terracotta.
         Giungevano da lontano gli stridori e i tonfi cadenzati della pompa, che non posava mai, né giorno né notte. E nella cadenza di quegli stridori e di quei tonfi s'intercalava il ruglio sordo di zi' Scarda, come se il vecchio si facesse ajutare a muovere le braccia dalla forza della macchina lontana.
         Alla fine il carico fu pronto, e zi' Scarda ajutò Ciàula a disporlo e rammontarlo sul sacco attorto dietro la nuca.
         A mano a mano che zi' Scarda caricava, Ciàula sentiva piegarsi, sotto, le gambe. Una, a un certo punto, prese a tremargli convulsamente così forte che, temendo di non più reggere al peso, con quel tremitìo, Ciàula gridò:
         - Basta! basta!
         - Che basta, carogna! - gli rispose zi' Scarda.
         E seguitò a caricare.
         Per un momento la paura del bujo della notte fu vinta dalla costernazione che, così caricato, e con la stanchezza che si sentiva addosso, forse non avrebbe potuto arrampicarsi fin lassù. Aveva lavorato senza pietà tutto il giorno. Non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora; ma sentiva che, proprio, non ne poteva più.
         Si mosse sotto il carico enorme, che richiedeva anche uno sforzo d'equilibrio. Sì, ecco, sì, poteva muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come sollevar quel peso, quando sarebbe cominciata la salita?
         Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu ripreso dalla paura del bujo della notte, a cui tra poco si sarebbe affacciato.
         Attraversando le gallerie, quella sera, non gli era venuto il solito verso della cor­nacchia, ma un gemito raschiato, protratto. Ora, su per la scala, anche questo gemito gli venne meno, arrestato dallo sgomento del silenzio nero che avrebbe trovato nella impalpabile vacuità di fuori.
         La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all'ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto.
         Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava di sopra, e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassù lassù si apriva come un occhio chiaro, d'una deliziosa chiarità d'argento.
         Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
         Possibile?
         Restò - appena sbucato all'aperto - sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d'argento.
         Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
         Sì, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
         Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
         Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C'era la Luna! la Luna!
         E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.
IL CORVO DI MIZZARO
Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno su per le balze di Mìzzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova.
- O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po'! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio!
Non è da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le gridò, ma da corvo; e naturalmente non fu inteso. Quei pastori si spassarono a tormentarlo un'intera giornata; poi uno di loro se lo portò con sé al paese; ma il giorno dopo, non sapendo che farsene, gli legò per ricordo una campanellina di bronzo al collo e lo rimise in libertà:
- Godi!
 
Che impressione facesse al corvo quel ciondolo sonoro, lo avrà saputo lui che se lo portava al collo su per il cielo. A giudicare dalle ampie volate a cui s'abbandonava, pareva se ne beasse, dimentico ormai del nido e della moglie.
- Din dindin din dindin...
I contadini, che attendevano curvi a lavorare la terra, udendo quello scampanellìo, si rizzavano sulla vita; guardavano di qua, di là, per i piani sterminati sotto la gran vampa del sole:
- Dove suonano?
Non spirava alito di vento; da qual mai chiesa lontana dunque poteva arrivar loro quello scampanìo festivo?
Tutto potevano immaginarsi, tranne che un corvo sonasse così, per aria.
«Spiriti!» pensò Cichè, che lavorava solo solo in un podere a scavar conche attorno ad alcuni frutici di mandorlo per riempirle di concime. E si fece il segno della croce. Perché ci credeva, lui, e come! agli Spiriti. Perfino chiamare s'era sentito qualche sera, ritornando tardi dalla campagna, lungo lo stradone, presso alle Fornaci spente, dove, a detta di tutti ci stavano di casa. Chiamare? E come? Chiamare: «Cichè! Cichè!» così. E i capelli gli s'erano rizzati sotto la berretta.
Ora quello scampanellìo lo aveva udito prima da lontano, poi da vicino, poi da lontano ancora; e tutt'intorno non c'era anima viva: campagna, alberi e piante, che non parlavano e non sentivano, che con la loro impassibilità gli avevano accresciuto lo sgomento. Poi, andato per la colazione che la mattina s'era portata da casa, mezza pagnotta e un cipolla dentro al tascapane lasciato insieme con la giacca un buon tratto più là appeso a un ramo d'olivo, sissignori, la cipolla sì, dentro al tascapane, ma la mezza pagnotta non ce l'aveva più trovata. E in pochi giorni, tre volte, così.
Non ne disse niente a nessuno, perché sapeva che quando gli Spiriti prendono a bersagliare uno, guaj a lamentarsene: ti ripigliano a comodo e te ne fanno di peggio.
- Non mi sento bene, - rispondeva Cichè, la sera ritornando dal lavoro, alla moglie che gli domandava perché avesse quell'aria da intronato.
- Mangi però! - gli faceva osservare, poco dopo, la moglie, vedendogli ingollare due e tre scodelle di minestra una dopo l'altra.
- Mangio, già! - masticava Cichè, digiuno dalla mattina e con la rabbia di non potersi confidare.
Finché per le campagne non si sparse la notizia di quel corvo ladro che andava sonando la campanella per il cielo.
Cichè ebbe il torto di non saperne ridere come tutti gli altri contadini, che se n'erano messi in apprensione.
- Prometto e giuro, - disse, - che gliela farò pagare
E che fece? Si portò nel tascapane, insieme con la mezza pagnotta e la cipolla, quattro fave secche e quattro gugliate di spago. Appena arrivato al podere, tolse all'asino la bardella e lo avviò alla costa a mangiar le stoppie rimaste. Col suo asino Cichè parlava, come sogliono i contadini; e l'asino rizzando ora questa ora quell'orecchia, di tanto in tanto sbruffava, come per rispondergli in qualche modo.
- Va', Ciccio, va', - gli disse, quel giorno, Cichè. - E sta' a vedere, ché ci divertiremo!
Forò le fave; le legò alle quattro gugliate di spago attaccate alla bardella, e le dispose sul tascapane per terra. Poi s'allontanò per mettersi a zappare.
Passò un'ora; ne passarono due. Di tratto in tratto Cichè interrompeva il lavoro credendo sempre di udire il suono della campanella per aria; ritto sulla vita, tendeva l'orecchio. Niente. E si rimetteva a zappare.
Si fece l'ora della colazione. Perplesso, se andare per il pane o attendere ancora un po', Cichè alla fine si mosse; ma poi, vedendo così ben disposta l'insidia sul tascapane, non volle guastarla: in quella, intese chiaramente un tintinno lontano; levò il capo:
- Eccolo!
E, cheto e chinato, col cuore in gola, lasciò il posto e si nascose lontano.
Il corvo però, come se godesse del suono della sua campanella, s'aggirava in alto, in alto, e non calava.
«Forse mi vede», pensò Cichè; e si alzò per nascondersi più lontano.
Ma il corvo seguitò a volare in alto, senza dar segno di voler calare. Cichè aveva fame; ma pur non voleva dargliela vinta. Si rimise a zappare. Aspetta, aspetta; il corvo, sempre lassù, come se glielo facesse apposta. Affamato, col pane lì a due passi, signori miei, senza poterlo toccare! Si rodeva dentro, Cichè, ma resisteva, stizzito, ostinato.
- Calerai! calerai! Devi aver fame anche tu!
Il corvo, intanto, dal cielo, col suono della campanella, pareva gli rispondesse, dispettoso:
- Né tu né io! Né tu né io!
Passò così la giornata. Cichè, esasperato, si sfogò con l'asino, rimettendogli la bardella, da cui pendevano, come un festello di nuovo genere, le quattro fave. E, strada facendo, morsi da arrabbiato a quel pane, ch'era stato per tutto il giorno il suo supplizio. A ogni boccone, una mala parola all'indirizzo del corvo: - boja, ladro, traditore - perché non s'era lasciato prendere da lui.
Ma il giorno dopo, gli venne bene.
Preparata l'insidia delle fave, con la stessa cura, s'era messo da poco al lavoro, allorché intese uno scampanellìo scomposto lì presso e un gracchiar disperato, tra un furioso sbattito d'ali. Accorse. Il corvo era lì, tenuto per lo spago che gli usciva dal becco e lo strozzava.
- Ah, ci sei caduto? - gli gridò, afferrandolo per le alacce. - Buona, la fava? Ora a me, brutta bestiaccia! Sentirai .
Tagliò lo spago; e, tanto per cominciare, assestò al corvo due pugni in testa.
- Questo per la paura, e questo per i digiuni!
L'asino che se ne stava poco discosto a strappar le stoppie dalla costa, sentendo gracchiare il corvo, aveva preso intanto la fuga, spaventato. Cichè lo arrestò con la voce poi da lontano gli mostrò la bestiaccia nera:
- Eccolo qua, Ciccio! Lo abbiamo! lo abbiamo!
Lo legò per i piedi; lo appese all'albero e tornò al lavoro. Zappando, si mise a pensare alla rivincita che doveva prendersi. Gli avrebbe spuntate le ali, perché non potesse più volare; poi lo avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli altri ragazzi del vicinato, perché ne facessero scempio. E tra sé rideva.
Venuta la sera, aggiustò la bardella sul dorso dell'asino tolse il corvo e lo appese per i piedi al posolino della groppiera; cavalcò, e via. La campanella, legata al collo del corvo, si mise allora a tintinnire. L'asino drizzò le orecchie e s'impuntò.
- Arrì! - gli gridò Cichè, dando uno strattone alla cavezza.
E l'asino riprese ad andare, non ben persuaso però di quel suono insolito che accompagnava il suo lento zoccolare sulla polvere dello stradone.
Cichè, andando, pensava che da quel giorno per le campagne nessuno più avrebbe udito scampanellare in cielo il corvo di Mìzzaro. Lo aveva lì, e non dava più segno di vita, ora, la mala bestia.
- Che fai? - gli domandò, voltandosi e dandogli in testa con la cavezza. - Ti sei addormentato?
Il corvo, alla botta:
- Cràh!
Di botto, a quella vociaccia inaspettata, l'asino si fermò, il collo ritto, le orecchie tese. Cichè scoppiò in una risata.
- Arrì, Ciccio! Che ti spaventi?
E picchiò con la corda l'asino sulle orecchie. Poco dopo, di nuovo, ripeté al corvo la domanda:
- Ti sei addormentato?
E un'altra botta, più forte. Più forte, allora, il corvo:
- Cràh!
Ma questa volta, l'asino spiccò un salto da montone e prese la fuga. Invano Cichè, con tutta la forza delle braccia e delle gambe, cercò di trattenerlo. Il corvo, sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a gracchiare per disperato; ma più gracchiava e più correva l'asino spaventato.
- Cràh! Cràh! Cràh!
Cichè urlava a sua volta, tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due bestie parevano impazzite dal terrore che si incutevano a vicenda, l'una berciando e l'altra fuggendo. Sonò per un tratto nella notte la furia di quella corsa disperata; poi s'intese un gran tonfo, e più nulla.
Il giorno dopo, Cichè fu trovato in fondo a un burrone, sfracellato, sotto l'asino anch'esso sfracellato: un carnajo che fumava sotto il sole tra un nugolo di mosche.
Il corvo di Mìzzaro, nero nell'azzurro della bella mattinata, sonava di nuovo pei cieli la sua campanella, libero e beato.
   LA PATENTE
           Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d'occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D'Andrea soleva ripetere: «Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!
          Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant'anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D'Andrea.
          E pareva ch'egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e sconforto tutta la magra, misera personcina.
          Così sbilenco, con una spalla più alta dell'altra, andava per via di traverso, come i cani. Nessuno però, moralmente, sapeva rigar più diritto di lui. Lo dicevano tutti.
          Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D'Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è più triste, cioè di notte.
          Il giudice D'Andrea non poteva dormire.
          Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre; e metteva le più vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d'una di quelle stelle, e tra l'occhio e la stella stabiliva il legame d'un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l'anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.
          Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute. L'arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sè una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione. Costipazione d'anima, s'intende. E al giudice D'Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch'egli dovesse recarsi al suo ufficio d'Istruzione ad amministrare - per quel tanto che a lui toccava - la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.
          Come non dormiva lui, così sul suo tavolino nell'ufficio d'Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.
          Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio. Non solo d'amministrare la giustizia gli toccava; ma d'amministrarla così, su due piedi.
          Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d'aiutarsi meditando la notte. Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; così che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell'odiosa sua qualità di giudice istruttore.
          Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D'Andrea. E per quel processo che stava lì da tanti giorni in attesa, egli era in preda a un'irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.
          Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano. Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D'Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa più fare il bozzolo.
          Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a quell'angolo del tavolino dove giaceva l'incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall'esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.
          Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo. C'era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno. Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e sissignori - la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l'iniquità di cui quel pover'uomo era vittima.
          A passeggio, di parlarne coi colleghi, ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l'indice e il mignolo a far le corna, o s'afferravano sul panciotto i gobbetti d'argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell'orologio. Qualcuno, più francamente, prorompeva:
          - Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
          Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D'Andrea. Se n'era fatta proprio una fissazione, di quel processo. Gira gira, ricascava per forza a parlarne. Per avere un qualche lume dai colleghi - diceva - per discutere così in astratto il caso.
          Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d'un jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell'atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.
          Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti - eccoli là - gli stessi giudici?
          E il D'Andrea si struggeva; si struggeva di più incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l'esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l'occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo maiale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.
          Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d'un povero disgraziato, il giudice D'Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all'ufficio d'Istruzione. Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr'otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.
          Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno; ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno di aver fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
          Se n'accorse bene quella volta il giudice D'Andrea, appena alzò gli occhi a guardar il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr'egli era intento a scrivere. Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all'aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:
          - Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!
          Il Chiàrchiaro s'era combinata una faccia da jettatore, ch'era una meraviglia a vedere. S'era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d'osso, che gli davano l'aspetto d'un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.
          Allo scatto del giudice non si scompose. Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce:
          - Lei dunque non ci crede?
          - Ma fatemi il piacere! - ripeté il giudice D'Andrea. - Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.
          E gli s'accostò e fece per posargli una mano su la spalla. Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo, fremendo:
          - Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei, com'è vero Dio, diventa cieco!
          Il D'Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:
          - Quando sarete comodo... Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c'è una sedia, sedete.
          Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su le cosce la canna d'India a mo' d'un matterello, si mise a tentennare il capo.
          - Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo di non credere alla jettatura?
          Il D'Andrea sedette anche lui e disse:
          - Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo! Va bene così?
          - Nossignore, - negò recisamente il Chiàrchiaro, col tono di chi non ammette scherzi. - Lei deve crederci sul serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!
          - Questo sarà un po' difficile, - sorrise mestamente il D'Andrea. - Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro. Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
          - Via? porto? Che porto e che via? - domandò, aggrondato, il Chiàrchiaro.
          - Né questa d'adesso, - rispose il D'Andrea, - né quella là del processo. Già l'una l'altra scusate, son tra loro così.
          F il giudice D'Andrea infrontò gl'indici delle mani per significai che le due vie gli parevano opposte.
          Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici così infrontati del giudice ne inserì uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito.
          - Non è vero niente, signor giudice! - disse, agitando quel dito.
          - Come no? - esclamò il D'Andrea. - Là accusate come diffamatori due giovani
          perché vi credono jettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di jettatore e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.
          - Sissignore.
          - E non vi pare che ci sia contraddizione?
          Il Chiàrchiaro scosse più volte il capo con la bocca aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.
          - Mi pare piuttosto, signor giudice, - poi disse, - che lei non capisca niente.
          Il D'Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.
          - Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro. Forse è una verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.
          - Sissignore. Eccomi qua, - disse il Chiàrchiaro, accostando la seggiola. - Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio mortale nemico. Lei, lei, sissignore. Lei che crede di fare il mio bene. Il mio più acerrimo nemico! Sa o non sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio dell'avvocato Manin Baracca?
          - Sì. Questo lo so.
          - Ebbene, all'avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d'un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? La mia fama di jettatore!
          - Voi? Dal Baracca?
          - Sissignore, io.
          Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:
          - Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più sicura l'assoluzione di quei giovanotti? E perché allora vi siete querelato?
          Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D'Andrea; si levò in piedi, gridando con le braccia per aria:
          - Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l'unico mio capitale!
          E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d'India e rimase un pezzo impostato in quell'atteggiamento grottescamente imperioso.
          Il giudice D'Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté: Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai?
          - Che me ne faccio? - rimbeccò pronto il Chiàrchiaro. - Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche così male come la esercita, mi dica un po', non ha dovuto prender la laurea?
          - La laurea, sì.
          - Ebbene, voglio anch'io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.
          - E poi?
          - E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov'ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del jettatore! Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest'abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo! Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!
          - Io?
          - Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell'ignoranza? io dico la tassa della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d'avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!
          Il giudice D'Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l'angoscia che gli serrava la gola desse adito alla voce. Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a lungo.
          Questi lo lasciò fare.
          - Gli vuol bene davvero? - gli domandò. E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al più presto quello che desidero.
          - La patente?
          Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d'India sul pavimento e, portandosi l'altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:
          - La patente. 

    L'ERESIA CATARA
Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, socchiudendo gli occhi addogliati e, come soleva nelle piú gravi occasioni, prendendosi il capo inteschiato tra le gracili mani tremolanti che pareva avessero in punta, invece delle unghie, cinque rosee conchigliette lucenti, annunziò ai due soli alunni che seguivano con pertinace fedeltà il suo corso:
- Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell'eresia catara.
Uno de' due studenti, il Ciotta -  bruno ciociaretto di Guarcino, tozzo e solido -  digrignò i denti con fiera gioja e si diede una violenta fregatina alle mani. L'altro, il pallido Vannícoli, dai biondi capelli irti come fili di stoppia e dall'aria spirante, appuntí invece le labbra, rese piú dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi e stette col naso come in punto a annusar qualche odore sgradevole, per significare che era compreso della pena che al venerato maestro doveva certo costare la trattazione di quel tema, dopo quanto glien'aveva detto privatamente. (Perché il Vannícoli credeva che il professor Lamis quand'egli e il Ciotta, finita la lezione, lo accompagnavano per un lungo tratto di via verso casa, si rivolgesse unicamente a lui, solo capace d'intenderlo.)
E difatti il Vannícoli sapeva che da circa sei mesi era uscita in Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia di Hans von Grobler su l'Eresia Catara, messa dalla critica ai sette cieli, e che su lo stesso argomento, tre anni prima, Bernardino Lamis aveva scritto due poderosi volumi, di cui il von Grobler mostrava di non aver tenuto conto, se non solo una volta, e di passata, citando que' due volumi, in una breve nota; per dirne male.
Bernardino Lamis n'era rimasto ferito proprio nel cuore; e piú s'era addolorato e indignato della critica italiana che, elogiando anch'essa a occhi chiusi il libro tedesco, non aveva minimamente ricordato i due volumi anteriori di lui, né speso una parola per rilevare l'indegno trattamento usato dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano. Piú di due mesi aveva aspettato che qualcuno, almeno tra i suoi antichi scolari, si fosse mosso a difenderlo; poi, tuttoché -  secondo il suo modo di vedere -  non gli fosse parso ben fatto, s'era difeso da sé, notando in una lunga e minuziosa rassegna, condita di fine ironia, tutti gli errori piú o meno grossolani in cui il von Grobler era caduto, tutte le parti che costui s'era appropriate della sua opera senza farne menzione, e aveva infine raffermato con nuovi e inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle discordanti dello storico tedesco.
Questa sua difesa, però, per la troppa lunghezza e per lo scarso interesse che avrebbe potuto destare nella maggioranza dei lettori, era stata rifiutata da due riviste; una terza se la teneva da piú d'un mese, e chi sa quanto tempo ancora se la sarebbe tenuta, a giudicare dalla risposta punto garbata che il Lamis, a una sua sollecitazione, aveva ricevuto dal direttore.
Sicché dunque davvero Bernardino Lamis aveva ragione, uscito dall'Università, di sfogarsi quel giorno amaramente coi due suoi fedeli giovani che lo accompagnavano al solito verso casa. E parlava loro della spudorata ciarlataneria che dal campo della politica era passata a sgambettare in quello della letteratura, prima, e ora, purtroppo, anche nei sacri e inviolabili dominii della scienza; parlava della servilità vigliacca radicata profondamente nell'indole del popolo italiano, per cui è gemma preziosa qualunque cosa venga d'oltralpe o d'oltremare e pietra falsa e vile tutto ciò che si produce da noi; accennava infine agli argomenti piú forti contro il suo avversario, da svolgere nella ventura lezione. E il Ciotta, pregustando il piacere che gli sarebbe venuto dall'estro ironico e bilioso del professore, tornava a fregarsi le mani, mentre il Vannícoli, afflitto, sospirava.
A un certo punto il professor Lamis tacque e prese un'aria astratta: segno, questo, per i due scolari, che il professore voleva esser lasciato solo.
Ogni volta, dopo la lezione, si faceva una giratina per sollievo giú per la piazza del Pantheon, poi su per quella della Minerva, attraversava Via dei Cestari e sboccava sul Corso Vittorio Emanuele. Giunto in prossimità di Piazza San Pantaleo, prendeva quell'aria astratta, perché solito -  prima di imboccare la Via del Governo Vecchio, ove abitava -  d'entrare (furtivamente, secondo la sua intenzione) in una pasticceria, donde poco dopo usciva con un cartoccio in mano. I due scolari sapevano che il professor Lamis non aveva da fare neppur le spese a un grillo, e non si potevano perciò capacitare della compera di quel cartoccio misterioso, tre volte la settimana.
Spinto dalla curiosità, il Ciotta era finanche entrato un giorno nella pasticceria a domandare che cosa il professore vi comperasse.
- Amaretti, schiumette e bocche di dama.
E per chi serviranno?
Il Vannícoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe messo le mani sul fuoco che servivano proprio per lui, per il professore stesso; perché una volta lo aveva sorpreso per via nel mentre che si cacciava una mano in tasca per trarne fuori una di quelle schiumette e doveva già averne un'altra in bocca, di sicuro, la quale gli aveva impedito di rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.
- Ebbene, e se mai, che c'è di male? Debolezze! - gli aveva detto, seccato, il Vannícoli, mentre da lontano seguiva con lo sguardo languido il vecchio professore, il quale se ne andava pian piano, molle molle, strusciando le scarpe.
Non solamente questo peccatuccio di gola, ma tante e tant'altre cose potevano essere perdonate a quell'uomo che, per la scienza, s'era ridotto con quelle spalle aggobbate che pareva gli volessero scivolare e fossero tenute su, penosamente, dal collo lungo, proteso come sotto un giogo. Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si scopriva come una mezza luna cuojacea; gli tremolava su la nuca una rada zazzeretta argentea, che gli accavallava di qua e di là gli orecchi e seguitava barba davanti -  su le gote e sotto il mento -  a collana.
Né il Ciotta né il Vannícoli avrebbero mai supposto che in quel cartoccio Bernardino Lamis si portava a casa tutto il suo pasto giornaliero.
Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la famiglia d'un suo fratello, morto colà improvvisamente: la cognata, furia d'inferno, con sette figliuoli, il maggiore dei quali aveva appena undici anni. Notare che il professor Lamis non aveva voluto prender moglie per non esser distratto in alcun modo dagli studii. Quando, senz'alcun preavviso, s'era veduto innanzi quell'esercito strillante, accampato sul pianerottolo della scala, davanti la porta, a cavallo d'innumerevoli fagotti e fagottini, era rimasto allibito. Non potendo per la scala, aveva pensato per un momento di scappare buttandosi dalla finestra. Le quattro stanzette della sua modesta dimora erano state invase; la scoperta d'un giardinetto, unica e dolce cura dello zio, aveva suscitato un tripudio frenetico nei sette orfani sconsolati, come li chiamava la grassa cognata napoletana. Un mese dopo, non c'era piú un filo d'erba in quel giardinetto. Il professor Lamis era diventato l'ombra di se stesso: s'aggirava per lo studio come uno che non stia piú in cervello, tenendosi pur nondimeno la testa tra le mani quasi per non farsela portar via anche materialmente da quegli strilli, da quei pianti, da quel pandemonio imperversante dalla mattina alla sera. Ed era durato un anno, per lui, questo supplizio, e chi sa quant'altro tempo ancora sarebbe durato, se un giorno non si fosse accorto che la cognata, non contenta dello stipendio che a ogni ventisette del mese egli le consegnava intero, ajutava dal giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave, per fargli rubare i libri:
- Belli grossi, neh, Gennarie', belli grossi e nuovi!
Mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi sui muricciuoli.
Indignato, su le furie, quel giorno stesso, Bernardino Lamis con sei ceste di libri superstiti e tre rustiche scansie, un gran crocefisso di cartone, una cassa di biancheria, tre seggiole, un ampio seggiolone di cuojo, la scrivania alta e un lavamano, se n'era andato ad abitare -  solo -  in quelle due stanzette di via Governo Vecchio, dopo aver imposto alla cognata di non farsi vedere mai piú da lui.
Le mandava ora per mezzo d'un bidello dell'Università, puntualmente ogni mese, lo stipendio, di cui tratteneva soltanto lo stretto necessario per sé.
Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo servizio, temendo che si mettesse d'accordo con la cognata. Del resto, non ne aveva bisogno. Non s'era portato nemmeno il letto, dormiva con uno scialletto su le spalle, avvoltolato in una coperta di lana, entro il seggiolone. Non cucinava. Seguace a modo suo della teoria del Fletcher, si nutriva con poco, masticando molto. Votava quel famoso cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni, metà qua, metà là, e mentre studiava o scriveva, in piedi com'era solito, mangiucchiava o un amaretto o una schiumetta o una bocca di dama. Se aveva sete, acqua. Dopo un anno di quell'inferno, si sentiva ora in paradiso.
Ma era venuto il von Grobler con quel suo libraccio su l'Eresia Catara a guastargli le feste.
 
Quel giorno, appena rincasato, Bernardino Lamis si rimise al lavoro, febbrilmente.
Aveva innanzi a sé due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. Ogni parola doveva essere una frecciata per quel tedescaccio von Grobler.
Le sue lezioni egli soleva scriverle dalla prima parola fino all'ultima, in fogli di carta protocollo, di minutissimo carattere. Poi, all'Università, le leggeva con voce lenta e grave, reclinando indietro il capo, increspando la fronte e stendendo le pàlpebre per potere vedere attraverso le lenti insellate su la punta del naso, dalle cui narici uscivano due cespuglietti di ispidi peli grigi liberamente cresciuti. I due fidi scolari avevano tutto il tempo di scrivere quasi sotto dettatura. Il Lamis non montava mai in cattedra: sedeva umilmente davanti al tavolino sotto. I banchi, nell'aula, erano disposti in quattro ordini, ad anfiteatro. L'aula era buja, e il Ciotta e il Vannícoli all'ultimo ordine, uno di qua, l'altro di là, ai due estremi, per aver luce dai due occhi ferrati che si aprivano in alto. Il professore non li vedeva mai durante la lezione: udiva soltanto il raspío delle loro penne frettolose.
Là, in quell'aula, poiché nessuno s'era levato in sua difesa, lui si sarebbe vendicato della villania di quel tedescaccio, dettando una lezione memorabile.
Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza l'origine, la ragione, l'essenza, l'importanza storica e le conseguenze dell'eresia catara, riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi lanciato nella parte polemica, avvalendosi dello studio critico che aveva già fatto sul libro del von Grobler. Padrone com'era della materia, e col lavoro già pronto, sotto mano, a una sola fatica sarebbe andato incontro: a quella di tenere a freno la penna. Con l'estro della bile, avrebbe scritto in due giorni, su quell'argomento, due altri volumi piú poderosi dei primi.
Doveva invece restringersi a una piana lettura di poco piú di un'ora: riempire cioè di quella sua minuta scrittura non piú di cinque o sei facciate di carta protocollo. Due le aveva già scritte. Le tre o quattro altre facciate dovevano servire per la parte polemica.
Prima d'accingervisi, volle rileggere la bozza del suo studio critico sul libro del von Grobler. La trasse fuori dal cassetto della scrivania, vi soffiò su per cacciar via la polvere, con le lenti già su la punta del naso, e andò a stendersi lungo lungo sul seggiolone.
A mano a mano, leggendo, se ne compiacque tanto, che per miracolo non si trovò ritto in piedi su quel seggiolone; e tutte, una dopo l'altra, in men d'un'ora, s'era mangiato inavvertitamente le schiumette che dovevano servirgli per due giorni. Mortificato, trasse fuori la tasca vuota, per scuoterne la sfarinatura.
Si mise senz'altro a scrivere, con l'intenzione di riassumere per sommi capi quello studio critico. A poco a poco però, scrivendo, si lasciò vincere dalla tentazione d'incorporarlo tutto quanto di filo nella lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo, né un punto né una virgola. Come rinunziare, infatti, a certe espressioni d'una arguzia cosí spontanea e di tanta efficacia? a certi argomenti cosí calzanti e decisivi? E altri e altri ancora gliene venivano, scrivendo, piú lucidi, piú convincenti, a cui non era del pari possibile rinunziare.
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar la lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrí.
Scrupolosissimo nel suo officio, soleva ogni anno, in principio, dettare il sommario di tutta la materia d'insegnamento che avrebbe svolto durante il corso, e a questo sommario si atteneva rigorosissimamente. Già aveva fatto, per quella malaugurata pubblicazione del libro del von Grobler, una prima concessione all'amor proprio offeso, entrando quell'anno a parlare quasi senza opportunità dell'eresia catara. Piú d'una lezione, dunque, non avrebbe potuto spenderci. Non voleva a nessun costo che si dicesse che per bizza o per sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito o piú del necessario su un argomento che non rientrava se non di lontano nella materia dell'annata.
Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aveva scritte.
Questa riduzione gli costò un cosí intenso sforzo intellettuale, che non avvertí nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d'un violentissimo uragano che s'era improvvisamente rovesciato su Roma. Quando fu su la soglia del portoncino di casa, col suo lungo rotoletto di carta sotto il braccio, pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena dieci minuti all'ora fissata per la lezione. Rifece le scale, per munirsi d'ombrello, e si avviò sotto quell'acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la sua "formidabile" lezione.
Giunse all'Università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi. Lasciò l'ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un po' la pioggia di dosso, pestando i piedi; s'asciugò la faccia e salí al loggiato.
L'aula - buja anche nei giorni sereni - pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, entrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d'intravedere in essa, cosí di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell'aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svolto il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. A quali note sarebbe salito, allorché, finita la parte espositiva per cui non era acconcio quel tono di voce, si sarebbe lanciato nella polemica? Ma in quel momento il professor Lamis non era piú padrone di sé. Quasi morso dalle vipere del suo stile, sentiva di tratto in tratto le reni fènderglisi per lunghi brividi e alzava di punto in punto la voce e gestiva, gestiva. Il professor Bernardino Lamis, cosí rigido sempre, cosí contegnoso, quel giorno, gestiva! Troppa bile aveva accumulato in sei mesi, troppa indignazione gli avevano cagionato la servilità, il silenzio della critica italiana; e questo ora, ecco, era per lui il momento della rivincita! Tutti quei bravi giovani, che stavano ad ascoltarlo religiosamente, avrebbero parlato di questa sua lezione, avrebbero detto che egli era salito in cattedra quel giorno perché con maggior solennità partisse dall'Ateneo di Roma la sua sdegnosa risposta non al von Grobler soltanto, ma a tutta quanta la Germania.
Leggeva cosí da circa tre quarti d'ora, sempre piú acceso e vibrante, allorché lo studente Ciotta, che nel venire all'Università era stato sorpreso da un piú forte rovescio d'acqua e s'era riparato in un portone, s'affacciò quasi impaurito all'uscio dell'aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione. Giú, poi, nella bacheca del portinajo, aveva trovato un bigliettino del Vannícoli che lo pregava di scusarlo presso l'amato professore perché "essendogli la sera avanti smucciato un piede nell'uscir di casa, aveva ruzzolato la scala, s'era slogato un braccio e non poteva perciò, con suo sommo dolore, assistere alla lezione".
A chi parlava, dunque, con tanto fervore il professor Bernardino Lamis?
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell'aula e volse in giro lo sguardo. Con gli occhi un po' abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche nell'aula numerosi studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforzò a guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buja aula deserta, formavano quel giorno tutto l'uditorio del professor Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentí gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere cosí infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l'ora, dall'aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch'erano forse i proprietarii di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall'emozione, stese le braccia e si piantò davanti all'uscio per impedire il passo.
- Per carità, non entrate! C'è dentro il professor Lamis.
- E che fa? - domandarono quelli, meravigliati dell'aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito sulla bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
- Parla solo!
Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata.
Il Ciotta chiuse lesto lesto l'uscio dell'aula, scongiurando di nuovo:
- Zitti, per carità, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero vecchio! Sta parlando dell'eresia catara!
Ma gli studenti, promettendo di far silenzio, vollero che l'uscio fosse riaperto, pian piano, per godersi dalla soglia lo spettacolo di quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri nell'ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis.
- ... ma il manicheismo, o signori, il manicheismo, in fondo, che cosa è? Ditelo voi! Ora, se i primi Albigesi, a detta del nostro illustre storico tedesco, signor Hans von Grobler...
 

  MARSINA STRETTA

Di solito il professor Gori aveva molta pazienza con la vecchia domestica, che lo serviva da circa vent'anni. Quel giorno però, per la prima volta in vita sua, gli toccava d'indossar la marsina, ed era fuori della grazia di Dio.
Già il solo pensiero, che una cosa di così poco conto potesse mettere in orgasmo un animo come il suo, alieno da tutte le frivolezze e oppresso da tante gravi cure intellettuali, bastava a irritarlo. L'irritazione poi gli cresceva, considerando che con questo suo animo, potesse prestarsi a indossar quell'abito prescritto da una sciocca consuetudine per certe rappresentazioni di gala con cui la vita s'illude d'offrire a se stessa una festa o un divertimento.
E poi, Dio mio, con quel corpaccio d'ippopotamo, di bestiaccia antidiluviana...
E sbuffava, il professore, e fulminava con gli occhi la domestica che, piccola e boffice come una balla, si beava alla vista del grosso padrone in quell'insolito abito di parata, senz'avvertire, la sciagurata, che mortificazione dovevano averne tutt'intorno i vecchi e onesti mobili volgari e i poveri libri nella stanzetta quasi buja e in disordine.
Quella marsina, s'intende, non l'aveva di suo, il professor Gori. La prendeva a nolo. Il commesso d'un negozio vicino glien'aveva portate su in casa una bracciata, per la scelta; e ora, con l'aria d'un compitissimo arbiter elegantiarum, tenendo gli occhi semichiusi e sulle labbra un sorrisetto di compiacente superiorità, lo esaminava, lo faceva voltare di qua e di là, - Pardon! Pardon! -, e quindi concludeva, scotendo il ciuffo:
- Non va.
Il professore sbuffava ancora una volta e s'asciugava il sudore.
Ne aveva provate otto, nove, non sapeva più quante. Una più stretta dell'altra. E quel colletto in cui si sentiva impiccato! e quello sparato che gli strabuzzava, già tutto sgualcito, dal panciotto! e quella cravattina bianca inamidata e pendente, a cui ancora doveva fare il nodo, e non sapeva come!
Alla fine il commesso si compiacque di dire:
- Ecco, questa sì. Non potremmo trovar di meglio, creda pure, signore.
Il professor Gori tornò prima a fulminar con uno sguardo la serva, per impedire che ripetesse: - Dipinta! Dipinta! -; poi si guardò la marsina, in considerazione della quale, senza dubbio, quel commesso gli dava del signore: poi si rivolse al commesso:
- Non ne ha più altre con sé?
- Ne ho portate su dodici, signore!
- Questa sarebbe la dodicesima?
- La dodicesima, a servirla.
- E allora va benone!
Era più stretta delle altre. Quel giovanotto, un po' risentito, concesse:
- Strettina è, ma può andare. Se volesse aver la bontà di guardarsi allo specchio...
- Grazie tante! - squittì il professore. - Basta lo spettacolo che sto offrendo a lei e alla mia signora serva.
Quegli, allora, pieno di dignità, inchinò appena il capo, e via, con le altre undici marsine.
- Ma è credibile? - proruppe con un gemito rabbioso il professore, provandosi ad alzar le braccia.
Si recò a guardare un profumato biglietto d'invito sul cassettone, e sbuffò di nuovo. Il convegno era per le otto, in casa della sposa, in via Milano. Venti minuti di cammino! Ed erano già le sette e un quarto.
Rientrò nella stanzetta la vecchia serva che aveva accompagnato fino alla porta il commesso.
- Zitta! - le impose subito il professore. - Provate, se vi riesce, a finir di strozzarmi con questa cravatta.
- Piano piano... il colletto... - gli raccomandò la vecchia serva. E dopo essersi forbite ben bene con un fazzoletto le mani tremicchianti, s'accinse all'impresa.
Regnò per cinque minuti il silenzio: il professore e tutta la stanza intorno parvero sospesi, come in attesa del giudizio universale.
- Fatto?
- Eh... - sospirò quella.
Il professor Gori scattò in piedi, urlando:
- Lasciate! Mi proverò io! Non ne posso più!
Ma, appena si presentò allo specchio, diede in tali escandescenze, che quella poverina si spaventò. Si fece, prima di tutto, un goffo inchino; ma, nell'inchinarsi, vedendo le due falde aprirsi e subito richiudersi, si rivoltò come un gatto che si senta qualcosa legata alla coda; e, nel rivoltarsi, trac!/, la marsina gli si spaccò sotto un'ascella.
Diventò furibondo.
- Scucita! scucita soltanto! - lo rassicurò subito, accorrendo, la vecchia serva. - Se la cavi, gliela ricucio!
- Ma se non ho più tempo! - urlò, esasperato, il professore. - Andrò così, per castigo! Così... Vuol dire che non porgerò la mano a nessuno. Lasciatemi andare.
S'annodò furiosamente la cravatta; nascose sotto il pastrano la vergogna di quell'abito; e via.
Alla fin fine, però, doveva esser contento, che diamine! Si celebrava quella mattina il matrimonio d'una sua antica allieva, a lui carissima: Cesara Reis, la quale, per suo mezzo, con quelle nozze, otteneva il premio di tanti sacrifizii durati negli interminabili anni di scuola.
Il professor Gori, via facendo, si mise a pensare alla strana combinazione per cui quel matrimonio s'effettuava. Sì; ma come si chiamava intanto lo sposo, quel ricco signore vedovo che un giorno gli s'era presentato all'Istituto di Magistero per avere indicata da lui una istitutrice per le sue bambine?
- Grimi? Griti? No, Mitri! Ah, ecco, sì: Mitri, Mitri.
Così era nato quel matrimonio. La Reis, povera figliuola, rimasta orfana a quindici anni, aveva eroicamente provveduto al mantenimento suo e della vecchia madre, lavorando un po' da sarta, un po' dando lezioni particolari: ed era riuscita a conseguire il diploma di professoressa. Egli, ammirato di tanta costanza, di tanta forza d'animo, pregando, brigando, aveva potuto procacciarle un posto a Roma, nelle scuole complementari. Richiesto da quel signor Griti...
- Griti, Griti, ecco! Si chiama Griti. Che Mitri! - gli aveva indicato la Reis. Dopo alcuni giorni se l'era veduto tornar davanti afflitto, imbarazzato. Cesara Reis non aveva voluto accettare il posto d'istitutrice, in considerazione della sua età, del suo stato, della vecchia mamma che non poteva lasciar sola e, sopra tutto, del facile malignare della gente. E chi sa con qual voce, con quale espressione gli aveva dette queste cose, la birichina!
Bella figliuola, la Reis: e di quella bellezza che a lui piaceva maggiormente: d'una bellezza a cui i diuturni dolori (non per nulla il Gori era professore d'italiano: diceva proprio così «diuturni dolori/») d'una bellezza a cui i diuturni dolori avevano dato la grazia d'una soavissima mestizia, una cara e dolce nobiltà.
Certo quel signor Grimi...
- Ho gran paura che si chiami proprio Grimi, ora che ci penso!
Certo quel signor Grimi, fin dal primo vederla, se n'era perdutamente innamorato. Cose che capitano, pare. E tre o quattro volte, quantunque senza speranza, era tornato a insistere, invano; alla fine, aveva pregato lui, il professor Gori, lo aveva anzi scongiurato d'interporsi, perché la signorina Reis, così bella, così modesta, così virtuosa, se non l'istitutrice diventasse la seconda madre delle sue bambine. E perché no? S'era interposto, felicissimo, il professor Gori, e la Reis aveva accettato: e ora il matrimonio si celebrava, a dispetto dei parenti del signor... Grimi o Griti o Mitri, che vi si erano opposti accanitamente:
- E che il diavolo se li porti via tutti quanti! - concluse, sbuffando ancora una volta, il grosso professore.
Conveniva intanto recare alla sposa un mazzolino di fiori. Ella lo aveva tanto pregato perché le facesse da testimonio; ma il professore le aveva fatto notare che, in qualità di testimonio, avrebbe dovuto poi farle un regalo degno della cospicua condizione dello sposo, e non poteva: in coscienza non poteva. Bastava il sacrifizio della marsina. Ma un mazzolino, intanto, sì, ecco. E il professor Gori entrò con molta titubanza e impacciatissimo in un negozio di fiori, dove gli misero insieme un gran fascio di verdura con pochissimi fiori e molta spesa.
Pervenuto in via Milano, vide in fondo, davanti al portone in cui abitava la Reis, una frotta di curiosi. Suppose che fosse tardi; che già nell'atrio ci fossero le carrozze per il corteo nuziale, e che tutta questa gente stesse lì per assistere alla sfilata. Avanzò il passo. Ma perché tutti quei curiosi lo guardavano a quel modo? La marsina era nascosta dal soprabito. Forse... le falde? Si guardò dietro. No: non si vedevano. E dunque? Che era accaduto? Perché il portone era socchiuso?
Il portinajo, con aria compunta, gli domandò:
- Va su per il matrimonio, il signore?
- Sì, signore. Invitato.
- Ma... sa, il matrimonio non si fa più.
- Come?
- La povera signora... la madre...
- Morta? - esclamò il Gori, stupefatto, guardando il portone.
- Questa notte, improvvisamente.
Il professore restò lì, come un ceppo.
- Possibile! La madre? La signora Reis?
E volse in giro uno sguardo ai radunati, come per leggere ne' loro occhi la conferma dell'incredibile notizia. Il mazzo di fiori gli cadde di mano. Si chinò per raccattarlo, ma sentì la scucitura della marsina allargarsi sotto l'ascella, e rimase a metà. Oh Dio! la marsina... già! La marsina per le nozze, castigata così a comparire ora davanti alla morte. Che fare? Andar su, parato a quel modo? tornare indietro? Raccattò il mazzo, poi, imbalordito, lo porse al portinajo.
- Mi faccia il piacere, me lo tenga lei.
Ed entrò. Si provò a salire a balzi la scala; vi riuscì per la prima branca soltanto. All'ultimo piano - maledetto pancione! - non tirava più fiato.
Introdotto nel salottino, sorprese in coloro che vi stavano radunati un certo imbarazzo, una confusione subito repressa, come se qualcuno, al suo entrare, fosse scappato via; o come se d'un tratto si fosse troncata un'intima e animatissima conversazione.
Già impacciato per conto suo, il professor Gori si fermò poco oltre l'entrata; si guardò attorno perplesso; si sentì sperduto, quasi in mezzo a un campo nemico. Eran tutti signoroni, quelli: parenti e amici dello sposo. Quella vecchia lì era forse la madre; quelle altre due, che parevano zitellone, forse sorelle o cugine. S'inchinò goffamente. (Oh Dio, daccapo la marsina...) E, curvo, come tirato da dentro, volse un altro sguardo attorno, quasi per accertarsi se mai qualcuno avesse avvertito il crepito di quella maledettissima scucitura sotto l'ascella. Nessuno rispose al suo saluto, quasi che il lutto, la gravità del momento non consentissero neppure un lieve cenno del capo. Alcuni (forse intimi della famiglia) stavano costernati attorno a un signore, nel quale al Gori, guardando bene, parve di riconoscere lo sposo. Trasse un respiro di sollievo e gli s'appressò, premuroso.
- Signor Grimi...
- Migri, prego.
- Ah già, Migri... ci penso da un'ora, mi creda! Dicevo Grimi, Mitri, Griti... e non m'è venuto in mente Migri! Scusi... Io sono il professor Fabio Gori, si ricorderà... quantunque ora mi veda in...
- Piacere, ma... - fece quegli, osservandolo con fredda alterigia; poi, come sovvenendosi: - Ah, Gori... già! lei sarebbe quello... sì, dico, l'autore... l'autore, se vogliamo, indiretto del matrimonio! Mio fratello m'ha raccontato...
- Come, come? scusi, lei sarebbe il fratello?
- Carlo Migri, a servirla.
- Favorirmi, grazie. Somigliantissimo, perbacco! Mi scusi, signor Gri... Migri, già, ma... ma questo fulmine a ciel sereno... Già! Io purtroppo... cioè, purtroppo no: non ho da recarmelo a colpa diciamo... - ma, sì, indirettamente, per combinazione, diciamo, ho contribuito...
Il Migri lo interruppe con un gesto della mano e si alzò.
- Permetta che la presenti a mia madre.
- Onoratissimo, si figuri!
Fu condotto davanti alla vecchia signora, che ingombrava con la sua enorme pinguedine mezzo canapè, vestita di nero, con una specie di cuffia pur nera su i capelli lanosi che le contornavano la faccia piatta, giallastra, quasi di cartapecora.
- Mamma, il professor Gori. Sai? quello che aveva combinato il matrimonio di Andrea.
La vecchia signora sollevò le palpebre gravi sonnolente, mostrando, uno più aperto e l'altro meno, gli occhi torbidi, ovati, quasi senza sguardo.
- In verità, - corresse il professore, inchinandosi questa volta con trepidante riguardo per la marsina scucita, - in verità, ecco... combinato no: non... non sarebbe la parola... Io, semplicemente...
- Voleva dare un'istitutrice alle mie nipotine, - compì la frase la vecchia signora, con voce cavernosa. - Benissimo! Così difatti sarebbe stato giusto.
- Ecco, già... - fece il professor Gori. - Conoscendo i meriti, la modestia della signorina Reis.
- Ah, ottima figliuola, nessuno lo nega! - riconobbe subito, riabbassando le palpebre, la vecchia signora. - E noi, creda, siamo oggi dolentissimi...
- Che sciagura! Già! Così di colpo! - esclamò il Gori.
- Come se non ci fosse veramente la volontà di Dio, - concluse la vecchia signora.
Il Gori la guardò.
- Fatalità crudele...
Poi, guardando in giro per il salotto, domandò:
- E il signor Andrea?
Gli rispose il fratello, simulando indifferenza:
- Ma... non so, era qui, poco fa. Sarà andato forse a prepararsi.
- Ah! - esclamò allora il Gori, rallegrandosi improvvisamente. - Le nozze dunque si faranno lo stesso?
- No! che dice mai! - scattò la vecchia signora, stupita, offesa. - Oh Signore Iddio! Con la morta in casa? Ooh!
- Oooh! - echeggiarono, miagolando, le due zitellone con orrore.
- Prepararsi per partire, - spiegò il Migri. - Doveva partire oggi stesso con la sposa per Torino. Abbiamo le nostre cartiere lassù, a Valsangone; dove c'è tanto bisogno di lui.
- E... e partirà... così? - domandò il Gori.
- Per forza. Se non oggi, domani. L'abbiamo persuaso noi, spinto anzi, poverino. Qui, capirà, non è più prudente, né conveniente che rimanga.
- Per la ragazza... sola, ormai... - aggiunse la madre con la voce cavernosa. - Le male lingue...
- Eh già, - riprese il fratello. - E poi gli affari... Era un matrimonio...
- Precipitato! - proruppe una delle zitellone.
- Diciamo improvvisato, - cercò d'attenuare il Migri. - Ora questa grave sciagura sopravviene fatalmente, come... sì, per dar tempo, ecco. Un differimento s'impone... per il lutto... e... E così si potrà pensare, riflettere da una parte e dall'altra...
Il professor Gori rimase muto per un pezzo. L'impaccio irritante che gli cagionava quel discorso, così tutto sospeso in prudenti reticenze, era pur quello stesso che gli cagionava la sua marsina stretta e scucita sotto l'ascella. Scucito allo stesso modo gli sembrò quel discorso e da accogliere con lo stesso riguardo per la scucitura segreta, col quale era proferito. A sforzarlo un po', a non tenerlo così composto e sospeso, con tutti i debiti riguardi, c'era pericolo che, come la manica della marsina si sarebbe staccata, così anche si sarebbe aperta e denudata l'ipocrisia di tutti quei signori.
Sentì per un momento il bisogno d'astrarsi da quell'oppressione e anche dal fastidio che, nell'intontimento in cui era caduto, gli dava il merlettino bianco, che orlava il collo della casacca nera della vecchia signora. Ogni qual volta vedeva un merlettino bianco come quello, gli si riaffacciava alla memoria, chi sa perché, l'immagine d'un tal Pietro Cardella, merciajo del suo paesello lontano, afflitto da una cisti enorme alla nuca. Gli venne di sbuffare; si trattenne a tempo, e sospirò, come uno stupido:
- Eh, già... Povera figliuola!
Gli rispose un coro di commiserazioni per la sposa. Il professor Gori se ne sentì all'improvviso come sferzare, e domandò, irritatissimo:
- Dov'è? Potrei vederla?
Il Migri gl'indicò un uscio nel salottino:
- Di là, si serva...
E il professor Gori vi si diresse furiosamente.
Sul lettino, bianco, rigidamente stirato, il cadavere della madre, con un'enorme cuffia in capo dalle tese inamidate.
Non vide altro, in prima, il professor Gori, entrando. In preda a quell'irritazione crescente, di cui, nello stordimento e nell'impaccio, non riusciva a rendersi esatto conto, con la testa che già gli fumava, anziché commuoversene, se ne sentì irritare, come per una cosa veramente assurda: stupida e crudele soperchieria della sorte che, no, perdio, non si doveva a nessun costo lasciar passare!
Tutta quella rigidità della morta gli parve di parata, come se quella povera vecchina si fosse stesa da sé, là, su quel letto, con quella enorme cuffia inamidata per prendersi lei, a tradimento, la festa preparata per la figliuola, e quasi quasi al professor Gori venne la tentazione di gridarle:
- Su via, si alzi, mia cara vecchia signora! Non è il momento di fare scherzi di codesto genere!
Cesara Reis stava per terra, caduta sui ginocchi; e tutta aggruppata, ora, presso il lettino su cui giaceva il cadavere della madre, non piangeva più, come sospesa in uno sbalordimento grave e vano. Tra i capelli neri, scarmigliati, aveva alcune ciocche ancora attorte dalla sera avanti in pezzetti di carta, per farsi i ricci.
Ebbene, anziché pietà, provò anche per lei quasi dispetto il professor Gori. Gli sorse prepotente il bisogno di tirarla su da terra, di scuoterla da quello sbalordimento. Non si doveva darla vinta al destino, che favoriva così iniquamente l'ipocrisia di tutti quei signori radunati nell'altra stanza! No, no: era tutto preparato, tutto pronto; quei signori là erano venuti in marsina come lui per le nozze: ebbene, bastava un atto di volontà in qualcuno; costringere quella povera fanciulla, caduta lì per terra, ad alzarsi; condurla, trascinarla, anche così mezzo sbalordita, a concludere quelle nozze per salvarla dalla rovina.
Ma stentava a sorgere in lui quell'atto di volontà, che con tanta evidenza sarebbe stato contrario alla volontà di tutti quei parenti. Come Cesara, però, senza muovere il capo, senza batter ciglio, levò appena una mano ad accennar la sua mamma lì distesa, dicendogli: - Vede, professore? - il professore ebbe uno scatto, e:
- Sì, cara, sì! - le rispose con una concitazione quasi astiosa, che stordì la sua antica allieva. - Ma tu alzati! Non farmi calare, perché non posso calarmi! Alzati da te! Subito, via! Su, su, fammi il piacere!
Senza volerlo, forzata da quella concitazione, la giovane si scosse dal suo abbattimento e guardò, quasi sgomenta, il professore:
- Perché? - gli chiese.
- Perché, figliuola mia... ma alzati prima! ti dico che non mi posso calare, santo Dio! - le rispose il Gori.
Cesara si alzò. Rivedendo però sul lettino il cadavere della madre, si coprì il volto con le mani e scoppiò in violenti singhiozzi. Non s'aspettava di sentirsi afferrare per le braccia e scrollare e gridare dal professore, più che mai concitato:
- No! no! no! Non piangere, ora! Abbi pazienza, figliuola! Da' ascolto a me!
Tornò a guardarlo, quasi atterrita questa volta, col pianto arrestato negli occhi, e disse:
- Ma come vuole che non pianga?
- Non devi piangere, perché non è ora di piangere, questa, per te! - tagliò corto il professore. - Tu sei rimasta sola, figliuola mia, e devi ajutarti da te! Lo capisci che devi ajutarti da te? Ora, sì, ora! Prendere tutto il tuo coraggio a due mani: stringere i denti e far quello che ti dico io!
- Che cosa, professore?
- Niente. Toglierti, prima di tutto, codesti pezzetti di carta dai capelli.
- Oh Dio, - gemette la fanciulla, sovvenendosene, e portandosi subito le mani tremanti ai capelli.
- Brava, così! - incalzò il professore. - Poi andar di là a indossare il tuo abitino di scuola; metterti il cappellino, e venire con me!
- Dove? che dice?
- Al Municipio, figliuola mia!
- Professore, che dice?
- Dico al Municipio, allo stato civile, e poi in chiesa! Perché codesto matrimonio s'ha da fare, s'ha da fare ora stesso; o tu sei rovinata! Vedi come mi sono conciato per te? In marsina! E uno dei testimoni sarò io, come volevi tu! Lascia di qua la tua povera mamma; non pensare più a lei per un momento, non ti paja un sacrilegio! Lei stessa, la tua mamma, lo vuole! Da' ascolto a me: va' a vestirti! Io dispongo tutto di là per la cerimonia: ora stesso!
- No... no... come potrei? - gridò Cesara, ripiegandosi sul letto della madre e affondando il capo tra le braccia, disperatamente. - Impossibile, professore! Per me è finita, lo so! Egli se ne andrà, non tornerà più, mi abbandonerà... ma io non posso... non posso...
Il Gori non cedette; si chinò per sollevarla, per strapparla da quel letto; ma come stese le braccia, pestò rabbiosamente un piede, gridando:
- Non me n'importa niente! Farò magari da testimonio con una manica sola, ma questo matrimonio oggi si farà! Lo comprendi tu... - guardami negli occhi! - lo comprendi, è vero? che se ti lasci scappare questo momento, tu sei perduta? Come resti, senza più il posto, senza più nessuno? Vuoi dar colpa a tua madre della tua rovina? Non sospirò tanto, povera donna, questo tuo matrimonio? E vuoi ora che, per causa sua, vada a monte? Che fai tu di male? Coraggio, Cesara! Ci sono qua io: lascia a me la responsabilità di quello che fai! Va', va' a vestirti, va' a vestirti, figliuola mia, senza perder tempo...
E, così dicendo, condusse la fanciulla fino all'uscio della sua cameretta, sorreggendola per le spalle. Poi riattraversò la camera mortuaria, ne serrò l'uscio, e rientrò come un guerriero nel salottino.
- Non è ancora venuto lo sposo?
I parenti, gl'invitati si voltarono a guardarlo, sorpresi dal tono imperioso della voce; e il Migri domandò con simulata premura:
- Si sente male la signorina?
- Si sente benone! - gli rispose il professore guardandolo con tanto d'occhi. - Anzi ho il piacere d'annunziare a lor signori che ho avuto la fortuna di persuaderla a vincersi per un momento, e soffocare in sé il cordoglio. Siamo qua tutti; tutto è pronto; basterà - mi lascino dire! - basterà che uno di loro... lei, per esempio, sarà tanto gentile - (aggiunse, rivolgendosi a uno degli invitati) - mi farà il piacere di correre con una vettura al Municipio e di prevenire l'ufficiale dello stato civile, che...
Un coro di vivaci proteste interruppe a questo punto il professore. Scandalo, stupore, orrore, indignazione!
- Mi lascino spiegare! - gridò il professor Gori, che dominava tutti con la persona. - Perché questo matrimonio non si farebbe? Per il lutto della sposa, è vero? Ora, se la sposa stessa...
- Ma io non permetterò mai, - gridò più forte di lui, troncandogli la parola, la vecchia signora, - non permetterò mai che mio figlio...
- Faccia il suo dovere e una buona azione? - domandò, pronto, il Gori, compiendo lui la frase questa volta.
- Ma lei non stia a immischiarsi! - venne a dirgli, pallido e vibrante d'ira, il Migri in difesa della madre.
- Perdoni! M'immischio, - rimbeccò subito il Gori, - perché so che lei è un gentiluomo, caro signor Grimi...
- Migri, prego!
- Migri, Migri, e comprenderà che non è lecito né onesto sottrarsi all'estreme esigenze d'una situazione come questa. Bisogna esser più forti della sciagura che colpisce quella povera figliuola, e salvarla! Può restar sola, così, senza ajuto e senz'alcuna posizione ormai? Lo dica lei! No: questo matrimonio si farà non ostante la sciagura, e non ostante... abbiano pazienza!
S'interruppe, infuriato e sbuffante: si cacciò una mano sotto la manica del soprabito; afferrò la manica della marsina e con uno strappo violento se la tirò fuori e la lanciò per aria. Risero tutti, senza volerlo, a quel razzo inatteso, di nuovo genere, mentre il professore, con un gran sospiro di liberazione seguitava:
- E non ostante questa manica che mi ha tormentato finora!
- Lei scherza! - riprese, ricomponendosi, il Migri.
- Nossignore: mi s'era scucita.
- Scherza! Codeste sono violenze.
- Quelle che consiglia il caso.
- O l'interesse! Le dico che non è possibile, in queste condizioni...
Sopravvenne per fortuna lo sposo.
- No! No! Andrea, no! - gli gridarono subito parecchie voci, di qua, di là.
Ma il Gori le sopraffece, avanzandosi verso il Migri.
- Decida lei! Mi lascino dire! Si tratta di questo: ho indotto di là la signorina Reis a farsi forza; a vincersi, considerando la gravità della situazione, in cui, caro signore, lei l'ha messa e la lascerebbe. Piacendo a lei, signor Migri, si potrebbe, senz'alcuno apparato, zitti zitti, in una vettura chiusa, correre al Municipio, celebrare subito il matrimonio... Lei non vorrà, spero, negarsi. Ma dica, dica lei...
Andrea Migri, così soprappreso, guardò prima il Gori, poi gli altri, e infine rispose esitante:
- Ma... per me, se Cesara vuole...
- Vuole! vuole - gridò il Gori, dominando col suo vocione le disapprovazioni degli altri. - Ecco finalmente una parola che parte dal cuore! Lei, dunque, venga, corra al Municipio, gentilissimo signore!
Prese per un braccio quell'invitato, a cui s'era rivolto la prima volta; lo accompagnò fino alla porta. Nella saletta d'ingresso vide una gran quantità di magnifiche ceste di fiori, arrivate in dono per il matrimonio, e si fece all'uscio del salotto per chiamare lo sposo e liberarlo dai parenti inviperiti, che già l'attorniavano.
- Signor Migri, signor Migri, una preghiera! Guardi...
Quegli accorse.
- Interpretiamo il sentimento di quella poverina. Tutti questi fiori, alla morta... Mi ajuti!
Prese due ceste, e rientrò così nel salotto; reggendole trionfalmente, diretto alla camera mortuaria. Lo sposo lo seguiva, compunto, con altre due ceste. Fu una subitanea conversione della festa. Più d'uno accorse alla saletta, a prendere altre ceste, e a recarle in processione.
- I fiori alla morta; benissimo; i fiori alla morta!
Poco dopo, Cesara entrò nel salotto, pallidissima, col modesto abito nero della scuola, i capelli appena ravviati, tremante dello sforzo che faceva su se stessa per contenersi. Subito lo sposo le corse incontro, la raccolse tra le braccia, pietosamente. Tutti tacevano. Il professor Gori, con gli occhi lucenti di lagrime, pregò tre di quei signori che seguissero con lui gli sposi, per far da testimoni e s'avviarono in silenzio.
La madre, il fratello, le zitellone, gl'invitati rimasti nel salotto, ripresero subito a dar sfogo alla loro indignazione frenata per un momento, all'apparire di Cesara. Fortuna, che la povera vecchia mamma, di là, in mezzo ai fiori, non poteva più ascoltare questa brava gente che si diceva proprio indignata per tanta irriverenza verso la morte di lei.
Ma il professor Gori, durante il tragitto, pensando a ciò che, in quel momento, certo si diceva di lui in quel salotto, rimase come intronato, e giunse al Municipio, che pareva ubriaco: tanto che, non pensando più alla manica della marsina che s'era strappata, si tolse come gli altri il soprabito.
- Professore!
- Ah già! Perbacco! - esclamò, e se lo ricacciò di furia.
Finanche Cesara ne sorrise. Ma il Gori, che s'era in certo qual modo confortato, dicendo a se stesso che, in fin dei conti, non sarebbe più tornato lì tra quella gente, non poté riderne: doveva tornarci per forza, ora, per quella manica da restituire insieme con la marsina al negoziante da cui l'aveva presa a nolo. La firma? Che firma? Ah già! sì, doveva apporre la firma come testimonio. Dove?
Sbrigata in fretta l'altra funzione in chiesa, gli sposi e i quattro testimonii rientrarono in casa.
Furono accolti con lo stesso silenzio glaciale.
Il Gori, cercando di farsi quanto più piccolo gli fosse possibile, girò lo sguardo per il salotto e, rivolgendosi a uno degli invitati, col dito su la bocca, pregò:
- Piano piano... Mi saprebbe dire di grazia dove sia andata a finire quella tal manica della mia marsina, che buttai all'aria poc'anzi?
E ravvolgendosela, poco dopo, entro un giornale e andandosene via quatto quatto, si mise a considerare che, dopo tutto, egli doveva soltanto alla manica di quella marsina stretta la bella vittoria riportata quel giorno sul destino, perché, se quella marsina, con la manica scucita sotto l'ascella, non gli avesse suscitato tanta irritazione, egli, nella consueta ampiezza dei suoi comodi e logori abiti giornalieri, di fronte alla sciagura di quella morte improvvisa, si sarebbe abbandonato senz'altro, come un imbecille, alla commozione, a un inerte compianto della sorte infelice di quella povera fanciulla. Fuori della grazia di Dio per quella marsina stretta, aveva invece trovato, nell'irritazione, l'animo e la forza di ribellarvisi e di trionfarne.

MONDO DI CARTA
Un gridare, un accorrere di gente in capo a Via Nazionale, attorno a due che s'erano presi: un ragazzaccio sui quindici anni, e un signore ispido, dalla faccia gialliccia, quasi tagliata in un popone, su la quale luccicavano gli occhialacci da miope, grossi come due fondi di bottiglia.
Sforzando la vocetta fessa, quest'ultimo voleva darsi ragione e agitava di continuo le mani che brandivano l'una un bastoncino d'ebano dal pomo d'avorio, l'altra un libraccio di stampa antica.
Il ragazzaccio strepitava pestando i piedi sui cocci d'una volgarissima statuetta di terracotta misti a quelli di gesso abbronzato della colonnina che la sorreggeva.
Tutti attorno, chi scoppiava in clamorose risate, chi faceva un viso lungo lungo e chi pietoso: e i monelli, attaccati ai lampioni, chi abbajava, chi fischiava, chi strombettava sul palmo della mano.
- È la terza! è la terza! - urlava il signore. ¾ Mentre passo leggendo, mi para davanti le sue schifose statuette, e me le fa rovesciare. È la terza! Mi dà la caccia! Si mette alle poste! Una volta al Corso Vittorio; un'altra a Via Volturno; adesso qua.
Tra molti giuramenti e proteste d'innocenza, il figurinajo cercava anch'esso di farsi ragione presso i piú vicini:
- Ma che! È lui! Non è vero che legge! Mi ci vien sopra! O che non veda, o che vada stordito, o che o come, fatto si è...
- Ma tre? Tre volte? - gli domandavano quelli tra le risa.
Alla fine, due guardie di città, sudate, sbuffanti, riuscirono tra tutta quella calca a farsi largo; e siccome l'uno e l'altro dei contendenti, alla loro presenza, riprendevano a gridare piú forte ciascuno le proprie ragioni, pensarono bene, per togliere quello spettacolo, di condurli in vettura al piú vicino posto di guardia.
Ma appena montato in vettura, quel signore occhialuto si drizzò lungo lungo sulla vita e si mise a voltare a scatti la testa, di qua, di là, in su, in giú; infine s'accasciò, aprí il libraccio e vi tuffò la faccia fino a toccar col naso la pagina; la sollevò tutto sconvolto, si tirò sulla fronte gli occhialacci e rituffò la faccia nel libro per provarsi a leggere con gli occhi soltanto; dopo tutta questa mimica cominciò a dare in smanie furiose, a contrarre la faccia in smorfie orrende, di spavento, di disperazione:
- Oh Dio. Gli occhi. Non ci vedo piú. Non ci vedo piú!
Il vetturino si fermò di botto. Le guardie, il figurinajo, sbalorditi, non sapevano neppure se colui facesse sul serio o fosse impazzito; perplessi nello sbalordimento, avevano quasi un sorriso d'incredulità sulle bocche aperte.
C'era là una farmacia; e, tra la gente ch'era corsa dietro la vettura e l'altra che si fermò a curiosare, quel signore, tutto scompigliato, cadaverico in faccia, sorretto per le ascelle, vi fu fatto entrare.
Mugolava. Posto a sedere su una seggiola, si diede a dondolare la testa e a passarsi le mani sulle gambe che gli ballavano, senza badare al farmacista che voleva osservargli gli occhi, senza badare ai conforti, alle esortazioni, ai consigli che gli davano tutti: che si calmasse; che non era niente; disturbo passeggero; il bollore della collera che gli aveva dato agli occhi. A un tratto, cessò di dondolare il capo, levò le mani, cominciò ad aprire e chiudere le dita.
- Il libro! Il libro! Dov'è il libro?
Tutti si guardarono negli occhi, stupiti; poi risero. Ah, aveva un libro con sé? Aveva il coraggio, con quegli occhi, di andar leggendo per istrada? Come, tre statuette? Ah sí? e chi, chi, quello? Ah sí? Gliele metteva davanti apposta? Oh bella! oh bella!
¾ Lo denunzio! - gridò allora il signore, balzando in piedi, con le mani protese e strabuzzando gli occhi con scontorcimenti di tutto il volto ridicoli e pietosi a un tempo. - In presenza di tutti qua, lo denunzio! Mi pagherà gli occhi! Assassino! Ci sono due guardie qua; prendano i nomi, subito, il mio e il suo. Testimoni tutti! Guardia, scrivete: Balicci. Sí, Balicci; è il mio nome. Valeriano, sí, via Nomentana 112, ultimo piano. E il nome di questo manigoldo, dov'è? è qua? lo tengano! Tre volte, approfittando della mia debole vista, della mia distrazione, sissignori, tre schifose statuette. Ah, bravo, grazie, il libro, sí, obbligatissimo! Una vettura, per carità. A casa, a casa, voglio andare a casa! Resta denunziato.
E si mosse per uscire, con le mani avanti; barellò; fu sorretto, messo in vettura e accompagnato da due pietosi fino a casa.
 
Fu l'epilogo buffo e clamoroso d'una quieta sciagura che durava da lunghissimi anni. Infinite volte, per unica ricetta del male che inevitabilmente lo avrebbe condotto alla cecità, il medico oculista gli aveva detto di smettere la lettura. Ma il Balicci aveva accolto ogni volta questa ricetta con quel sorriso vano con cui si risponde a una celia troppo evidente.
- No? - gli aveva detto il medico. - E allora séguiti a leggere, e poi mi lodi la fine! Lei ci perde la vista, glielo dico io. Non dica poi, se me lo credevo! Io la ho avvertita!
Bell'avvertimento! Ma se vivere, per lui, voleva dir leggere! Non dovendo piú leggere, tanto valeva che morisse.
Fin da quando aveva imparato a compitare, era stato preso da quella manía furiosa. Affidato da anni e anni alle cure di una vecchia domestica che lo amava come un figliuolo, avrebbe potuto campare sul suo piú che discretamente, se per l'acquisto dei tanti e tanti libri che gl'ingombravano in gran disordine la casa, non si fosse perfino indebitato. Non potendo piú comprarne di nuovi, s'era dato già due volte a rileggersi i vecchi, a rimasticarseli a uno a uno tutti quanti dalla prima all'ultima pagina. E come quegli animali che per difesa naturale prendono colore e qualità dai luoghi, dalle piante in cui vivono, cosí a poco a poco era divenuto quasi di carta: nella faccia, nelle mani, nel colore della barba e dei capelli. Discesa a grado a grado tutta la scala della miopia, ormai da alcuni anni pareva che i libri se li mangiasse davvero, anche materialmente, tanto se li accostava alla faccia per leggerli.
Condannato dal medico, dopo quella tremenda caldana, a stare per quaranta giorni al bujo, non s'illuse piú neanche lui che quel rimedio potesse giovare, e appena poté uscire di camera, si fece condurre allo studio, presso il primo scaffale. Cercò a tasto un libro, lo prese, lo aprí, vi affondò la faccia, prima con gli occhiali, poi senza, come aveva fatto quel giorno in vettura; e si mise a piangere dentro quel libro, silenziosamente. Piano piano poi andò in giro per l'ampia sala, tastando qua e là con le mani i palchetti degli scaffali. Eccolo lí, tutto il suo mondo! E non poterci piú vivere ora, se non per quel tanto che lo avrebbe ajutato la memoria!
La vita, non l'aveva vissuta; poteva dire di non aver visto bene mai nulla: a tavola, a letto, per via, sui sedili dei giardini pubblici, sempre e da per tutto, non aveva fatto altro che leggere, leggere, leggere. Cieco ora per la realtà viva che non aveva mai veduto; cieco anche per quella rappresentata nei libri che non poteva piú leggere.
La grande confusione in cui aveva sempre lasciato tutti i suoi libri, sparsi o ammucchiati qua e là sulle seggiole, per terra, sui tavolini, negli scaffali, lo fece ora disperare. Tante volte s'era proposto di mettere un po' d'ordine in quella babele, di disporre tutti quei libri per materie, e non l'aveva mai fatto, per non perder tempo. Se l'avesse fatto, ora, accostandosi all'uno o all'altro degli scaffali, si sarebbe sentito meno sperduto, con lo spirito meno confuso, meno sparpagliato.
Fece mettere un avviso nei giornali, per avere qualcuno pratico di biblioteche, che si incaricasse di quel lavoro d'ordinamento. In capo a due giorni gli si presentò un giovinotto saccente, il quale rimase molto meravigliato nel trovarsi davanti un cieco che voleva riordinata la libreria e che pretendeva per giunta di guidarlo. Ma non tardò a comprendere, quel giovanotto, che - via - doveva essere uscito di cervello quel pover'uomo, se per ogni libro che gli nominava, eccolo là, saltava di gioja, piangeva, se lo faceva dare, e allora, palpeggiamenti carezzevoli alle pagine e abbracci, come a un amico ritrovato.
- Professore, - sbuffava il giovanotto. - Ma cosí badi che non la finiamo piú!
- Sí, sí, ecco, ecco, - riconosceva subito il Balicci. - Ma lo metta qua, questo: aspetti, mi faccia toccare dove l'ha messo. Bene, bene qua, per sapermi raccapezzare.
Erano per la maggior parte libri di viaggi, d'usi e costumi dei varii popoli, libri di scienze naturali e d'amena letteratura, libri di storia e di filosofia.
Quando alla fine il lavoro fu compiuto, parve al Balicci che il bujo gli s'allargasse intorno in tenebre meno torbide, quasi avesse tratto dal caos il suo mondo. E per un pezzo rimase come rimbozzolito a covarlo.
Con la fronte appoggiata sul dorso dei libri allineati sui palchetti degli scaffali, passava ora le giornate quasi aspettando che, per via di quel contatto, la materia stampata gli si travasasse dentro. Scene, episodii, brani di descrizioni gli si rappresentavano alla mente con minuta, spiccata evidenza; rivedeva, rivedeva proprio in quel suo mondo alcuni particolari che gli erano rimasti piú impressi, durante le sue riletture: quattro fanali rossi accesi ancora, alla punta dell'alba, in un porto di mare deserto, con una sola nave ormeggiata, la cui alberatura con tutte le sartie si stagliava scheletrica sullo squallore cinereo della prima luce; in capo a un erto viale, su lo sfondo di fiamma d'un crepuscolo autunnale, due grossi cavalli neri con le sacche del fieno alla testa.
Ma non poté reggere a lungo in quel silenzio angoscioso. Volle che il suo mondo riavesse voce, che si facesse risentire da lui e gli dicesse com'era veramente e non come lui in confuso se lo ricordava. Mise un altro avviso nei giornali, per un lettore o una lettrice; e gli capitò una certa signorinetta tutta fremente in una perpetua irrequietezza di perplessità. Aveva svolazzato per mezzo mondo, senza requie, e anche per il modo di parlare dava l'immagine d'una calandrella smarrita, che spiccasse di qua, di là il volo, indecisa, e s'arrestasse d'un subito, con furioso sbàttito d'ali, e saltellasse, rigirandosi per ogni verso.
Irruppe nello studio, gridando il suo nome:
- Tilde Pagliocchini. Lei? Ah già... me lo... sicuro, Balicci, c'era scritto sul giornale... anche su la porta... Oh Dio, per carità, no! guardi, professore, non faccia cosí con gli occhi. Mi spavento. Niente, niente, scusi, me ne vado.
Questa fu la prima entrata. Non se n'andò. La vecchia domestica, con le lagrime agli occhi, le dimostrò che quello era per lei un posticino proprio per la quale.
- Niente pericoli?
Ma che pericoli! Mai, che è mai? Solo, un po' strano, per via di quei libri. Ah, per quei libracci maledetti, anche lei, povera vecchia, eccola là, non sapeva piú se fosse donna o strofinaccio.
- Purché lei glieli legga bene.
La signorina Tilde Pagliocchini la guardò, e appuntandosi l'indice d'una mano sul petto:
- Io?
Tirò fuori una voce, che neanche in paradiso.
Ma quando ne diede il primo saggio al Balicci con certe inflessioni e certe modulazioni, e volate e smorzamenti e arresti e scivoli, accompagnati da una mimica tanto impetuosa quanto superflua, il pover'uomo si prese la testa tra le mani e si restrinse e si contorse come per schermirsi da tanti cani che volessero addentarlo.
- No! Cosí no! Cosí no! per carità! - si mise a gridare.
E la signorina Pagliocchini, con l'aria piú ingenua del mondo:
- Non leggo bene?
- Ma no! Per carità, a bassa voce! Piú bassa che può! quasi senza voce! Capirà, io leggevo con gli occhi soltanto, signorina!
- Malissimo, professore! Leggere a voce alta fa bene. Meglio poi non leggere affatto! Ma scusi, che se ne fa? Senta (picchiava con le nocche delle dita sul libro). Non suona! Sordo. Ponga il caso, professore, che io ora le dia un bacio.
Il Balicci s'interiva pallido:
- Le proibisco!
- Ma no scusi! Teme che glielo dia davvero? Non glielo do! Dicevo per farle avvertir subito la differenza. Ecco, mi provo a leggere quasi senza voce. Badi però che, leggendo cosí io fischio l'esse, professore!
Alla nuova prova, il Balicci si contorse peggio di prima. Ma comprese che, su per giú, sarebbe stato lo stesso con qualunque altra lettrice, con qualunque altro lettore. Ogni voce, che non fosse la sua, gli avrebbe fatto parere un altro il suo mondo.
- Signorina, guardi, mi faccia il favore, provi con gli occhi soltanto, senza voce.
La signorina Tilde Pagliocchini si voltò a guardarlo, con tanto d'occhi.
- Come dice? Senza voce? E allora, come? per me?
- Sí, ecco, per conto suo.
- Ma grazie tante! - scattò, balzando in piedi, la signorina. - Lei si burla di me? Che vuole che me ne faccia io, dei suoi libri, se lei non deve sentire?
- Ecco, le spiego, - rispose il Balicci, quieto, con un amarissimo sorriso. ¾ Provo piacere che qualcuno legga qua, in vece mia. Lei forse non riesce a intenderlo, questo piacere. Ma gliel'ho già detto: questo è il mio mondo; mi conforta il sapere che non è deserto, che qualcuno ci vive dentro, ecco. Io le sentirò voltare le pagine, ascolterò il suo silenzio intento, le domanderò di tanto in tanto che cosa legge, e lei mi dirà... oh, basterà un cenno... e io la seguirò con la memoria. La sua voce, signorina, mi guasta tutto!
- Ma io la prego di credere, professore, che la mia voce è bellissima! - protestò, sulle furie, la signorina.
- Lo credo, lo so - disse subito il Balicci. - Non voglio farle offesa. Ma mi colora tutto diversamente, capisce? E io ho bisogno che nulla mi sia alterato; che ogni cosa mi rimanga tal quale. Legga, legga. Le dirò io che cosa deve leggere. Ci sta?
- Ebbene, ci sto, sí. Dia qua!
In punta di piedi, appena il Balicci le assegnava il libro da leggere, la signorina Tilde Pagliocchini volava via dallo studio e se n'andava a conversare di là con la vecchia domestica. Il Balicci intanto viveva nel libro che le aveva assegnato e godeva del godimento che si figurava ella dovesse prenderne. E di tratto in tratto le domandava: - Bello, eh? - oppure: - Ha voltato? - Non sentendola nemmeno fiatare, s'immaginava che fosse sprofondata nella lettura e che non gli rispondesse per non distrarsene.
- Sí, legga, legga... - la esortava allora, piano, quasi con voluttà.
Talvolta, rientrando nello studio, la signorina Pagliocchini trovava il Balicci coi gomiti su i bracciuoli della poltrona e la faccia nascosta tra le mani.
- Professore, a che pensa?
- Vedo... - le rispondeva lui, con una voce che pareva arrivasse da lontano lontano. Poi, riscotendosi con un sospiro: - Eppure ricordo che erano di pepe!
- Che cosa, di pepe, professore?
- Certi alberi, certi alberi in un viale... Là, veda, nella terza scansia, al secondo palchetto, forse il terz'ultimo libro.
- Lei vorrebbe che io le cercassi, ora, questi alberi di pepe? - gli domandava la signorina, spaventata e sbuffante.
- Se volesse farmi questo piacere.
Cercando, la signorina maltrattava le pagine, s'irritava alle raccomandazioni di far piano. Cominciava a essere stufa, ecco. Era abituata a volare, lei, a correre, a correre, in treno, in automobile, in ferrovia, in bicicletta, su i piroscafi. Correre, vivere! Già si sentiva soffocare in quel mondo di carta. E un giorno che il Balicci le assegnò da leggere certi ricordi di Norvegia, non seppe piú tenersi. A una domanda di lui, se le piacesse il tratto che descriveva la cattedrale di Trondhjem, accanto alla quale, tra gli alberi, giace il cimitero, a cui ogni sabato sera i parenti superstiti recano le loro offerte di fiori freschi:
- Ma che! ma che! ma che! - proruppe su tutte le furie. - Io ci sono stata, sa? E le so dire che non è com'è detto qua!
Il Balicci si levò in piedi, tutto vibrante d'ira e convulso:
- Io le proibisco di dire che non è com'è detto là! - le gridò, levando le braccia. - M'importa un corno che lei c'è stata! È com'è detto là, e basta! Dev'essere cosí, e basta! Lei mi vuole rovinare! Se ne vada! Se ne vada! Non può piú stare qua! Mi lasci solo! Se ne vada!
Rimasto solo, Valeriano Balicci, dopo aver raccattato a tentoni il libro che la signorina aveva scagliato a terra, cadde a sedere su la poltrona; aprí il libro, carezzò con le mani tremolanti le pagine gualcite; poi v'immerse la faccia e restò lí a lungo, assorto nella visione di Trondhjem con la sua cattedrale di marmo, col cimitero accanto, a cui i devoti ogni sabato sera recano offerte di fiori freschi - cosí, cosí com'era detto là. - Non si doveva toccare. Il freddo, la neve, quei fiori freschi, e l'ombra azzurra della cattedrale. - Niente lí si doveva toccare. Era cosí, e basta. Il suo mondo. Il suo mondo di carta. Tutto il suo mondo.
 

MUSICA VECCHIA
Davanti allo specchio, in gran fretta, tutta impacciata tra tante bocce boccette pomate calamistri, la signorina Milla finiva d'acconciarsi i capelli, quando udì il campanello della porta.
         - Ih che furia!
         E corse a chiuder l'uscio della camera che dava nella saletta d'ingresso. Appena chiuso, lo riaprì e, sporgendo il capo, disse piano alla servetta che accorreva alla scampanellata:
         - Fa' passare, Tilde. E di' che aspetti un momentino.
         Ritornata davanti allo specchio, si sorrise.
         Un po' di sangue le era affluito alle guance; niente, a confronto delle caldane d'una volta; ma pur quel poco, ecco, le rianimava tutto il visetto sciupato di vecchia bambola dagli occhi troppo grandi, dal nasino troppo piccolo.
         E nel volto così rianimato, non le stava ora quasi per grazia quel ciuffetto di capelli bianchi rialzato su la fronte, lì proprio nel mezzo? La signorina Milla alzò la mano per carezzarselo col pettine. Il gesto però le rimase a mezzo.
         Chi parlava nella saletta d'ingresso?
         Non poteva esser lui, di certo. Quando entrava lui, tremava il pavimento.
         Poco dopo, Tilde, con la scuffietta in capo e il grembiulino bianco su la veste nera, venne a presentarle un biglietto da visita. La signorina Milla vi lesse un nome sconosciuto: Maestro Icilio Saporini; guardò accigliata la servetta.
         - E chi è?
         - Un vecchietto piccolo piccolo, pulito pulito.
         - Un vecchietto? E che vuole? - tornò a domandare la signorina Milla, infastidita. - Ma non sai che devo uscire col signor Begler? Credevo che fosse lui. Ora come si fa?
         - Posso dirglielo...
         - Che vuoi più dirgli adesso? Chi è? che vuole da me?
         - Mah! - fece Tilde, stringendosi nelle spalle. - Parla tanto curioso... con un vocino di zanzara... Mi ha chiesto se stava qua la signora Margherita.
         - La mamma? - domandò con un sussulto la signorina Milla.
         - Già, se era ancora viva, - rispose Tilde. - Io gli ho detto che...
         Una nuova scampanellata più forte troncò la risposta.
         - Quest'è lui! - scappò detto alla signorina Milla; poi, correggendosi: - il signor Begler.
         La servetta sorrise sotto sotto. La signorina Milla richiuse l'uscio. Poco dopo, dal pianoforte del salotto venne una tempesta fragorosa di note: il segnale ansioso d'Isotta nel secondo atto del Tristano. Il signor Begler la chiamava ogni volta così.
         Accorse. Oh Dio... no, piano, piano! - Ma che piano! Balzando dal seggiolino del pianoforte, il signor Begler le si precipita incontro con le braccia levate, grosso, azzampato, il cappellaccio ancora in capo, ammaccato, rincalcato fino alla nuca. Dalle tese a spera, schizza tondo e irto di peli rossicci il faccione brozzoloso, paonazzo, in cui ghignano impudenti gli occhi.
         - E il kappello? senza kappello? Subito il kappello!
         La signorina Milla parò le mani in difesa, sorridendo, e nella penombra del salotto, ove oltre al pianoforte erano altri strumenti a corda e varii leggìi da musica, accennò all'altro ospite, di cui ancora il signor Begler non s'era accorto.
         Il maestro Icilio Saporini se ne stava tutto ristretto in sé, piccino piccino, lisciandosi con una mano guantata, che non pareva nemmeno, la rada zazzeretta argentea.
         - Il maestro... il maestro... - disse la signorina Milla, non ricordandosi più il nome per far la presentazione.
         - Saporini Icilio... - suggerì, a due riprese, con un fil di voce il vecchietto, e strisciò una riverenza.
         - Saporini, già! Il maestro Icilio Saporini, - ripeté la signorina Milla. - Il violoncellista Hans Begler. S'accomodino.
         Ma il Begler:
         - Nein, nein! - miagolò, accennando appena appena di togliersi il cappellaccio. - Nein, nein! krazie, pella mia! Niente akkomodo io; fado fia, fado fia! Non voghlio pértere konzerto per fisita questo sigh-nore. Krazie, pella mia! Riferisco, riferisco, karo sigh-nor.
         E, inchinandosi due volte goffamente, scappò via a tempesta, com'era venuto.
         La signorina Milla, conoscendone la furia, non si provò neanche a trattenerlo; mortificata, contrariata, afflitta, guardò il vecchietto, il quale, venendo così per caso a sapere che ella doveva recarsi a un concerto con quel signore, cominciò a storcersi tutto come un cagnolino, per scongiurarla d'andare: per carità, non si sarebbe dato pace, altrimenti, d'esser capitato in un momento così poco opportuno.
         - Su, su, il cappellino, il cappellino. Raggiungeremo il signore con una vettura. La accompagnerò io fino alla sala. Mi faccia questa grazia, per carità!
         - Ma io vorrei prima sapere...
         - Dopo, dopo...
         - Lei ha chiesto della mamma, - disse la signorina Milla. - Ma non c'è più la mamma!
         - Eh, me... me l'immaginavo, - balbettò il vecchietto. - Non dovrei esserci più, veramente, neanche io... Ottantun anni!
         - Ottantuno? - esclamò la signorina Milla. - La mamma è morta da sei anni.
         E, levando una mano a indicare il ritratto fotografico appeso alla parete:
         - Eccola là.
         Il maestro Icilio Saporini alzò gli occhietti che quasi gli sparivano fra le borse delle pàlpebre, e rimase un pezzetto a rimirare quel ritratto di vecchia incuffiata, che evidentemente non gli diceva nulla: scosse il capo, e con un sorriso afflitto cominciò a balbettare:
         - No... non mi... non mi... Quella, no... eh!... io, sa? io... no, no!
         Così balbettando, con due dita si stirava il colletto, come se tutt'a un tratto se ne sentisse serrar la gola. Diede un'ingollatina e riprese:
         - Lei, lei piuttosto... ecco, sì, lei... me la... me la richiama viva.
         - Io? proprio? - domandò meravigliata la signorina Milla. - Ma no, sa! Io non somiglio punto alla mamma... Ma che!
         Il vecchietto scosse un dito.
         - Non può saperlo, - bisbigliò. - Lei guarda ai lineamenti.. Ma la luce degli occhi?... le mosse?... il sorriso?... la voce?... Io ho conosciuto la sua mamma molto, molto prima di lei, signorina, in ben altri tempi! E lei non può... non può comprendere quello che io provo in...
         Non poté seguitare; trasse un fazzoletto e se lo recò agli occhi. Fu un momento. Si riprese subito e costrinse di nuovo la signorina Milla a prendere e a mettersi il cappellino per arrivare a tempo al concerto. In vettura, le avrebbe dato notizia di sé.
         Che notizia? La signorina Milla ne poté capire ben poco, quel giorno; e ne incolpò la sua ansia d'arrivare al concerto, l'esilissima voce del vecchietto, il frastuono della vettura. Ma poi? Da altre notizie raccolte riposatamente, nel silenzio del salottino, con tutta la buona volontà, non riuscì mai a comporsi chiaramente la storia (che voleva parer molto avventurosa e piena di strane vicende) di quel vecchietto. Il quale, mettendosi ogni volta a parlare di sé, pareva non sapesse da qual parte rifarsi, come se tuttavia si sentisse lontanissimo, e per arrivare a dir chi era dovesse fare un cammino infinito, attraverso a vie remotissime, intricate, irte d'intoppi, di siepi e tra una folla innumerevole che lo tirava di qua, di là, e gli sbarrava il passo di continuo.
         - Eh, ma poi... - sospirava - poi c'era... sicuro... e quando io... sì, perché quello là, come si chiamava?... quello là... no, veramente fu un altro... quell'altro, prima che...
         Si confondeva, si smarriva fra tanti minuti particolari, citando nomi ignoti, luoghi spariti o mutati, testimonianze di cose morte, che accompagnava con esclamazioni e sorrisi e gesti, come se a mano a mano vedesse e toccasse quel che diceva, o piuttosto che bisbigliava.
         Certo era questo, che aveva ottantun anni; che a poco più di venti, cioè nel 1849, alla caduta della repubblica, aveva abbandonato Roma e l'Italia, e che vi ritornava adesso, dopo circa sessanta anni passati in America, a New York.
         Teneva molto a far comprendere che si era compromesso allora più d'un po' nei moti rivoluzionarii... Eh, sì, dopo il famoso voltafaccia!
         - Il voltafaccia di chi?
         - Come di chi? Ma di Pio IX, santo Dio!
         La signorina Milla lo guardava con gli occhi di bambola, sbarrati. Sentendo ricordare tanti fatti, e personaggi, tutti così uno più « famoso » dell'altro, s'era accorta ch'era proprio deplorevole la sua ignoranza di storia contemporanea. E forse per questo non riusciva a intendere come e perché si fosse compromesso il maestro Icilio Saporini.
         C'era di mezzo la musica, senza dubbio: un certo inno patriottico. E c'era di mezzo anche un certo zio Nando. Sicuro. Uno zio Nando, rientrato in Roma nel 1846, dopo il famoso editto...
         Altro sbarramento d'occhi della signorina Milla. Che editto? Ma quello del perdono, perbacco! il famoso editto del perdono, col quale Pio IX, tra tanti delirii di entusiasmo, aveva dato principio al suo regno, accordando piena amnistia a tutti i condannati ed esuli politici dello Stato pontificio.
         - E anche allo zio Nando?
         - Anche allo zio Nando, sicuro!
         Ora, in casa di questo zio Nando pareva si raccogliessero i più ferventi patrioti d'allora. Il guajo era che il maestro Icilio Saporini li chiamava tutti per nome, questi ferventi patrioti. Diceva:
         - Pietro... eh, Pietro... valente medico, valente poeta...
         Chi fosse questo Pietro, valente medico, valente poeta, la signorina Milla dovette stentare un pezzo a capire. Ma Pietro Sterbini, santo Dio! il dottor Pietro Sterbini, quello della famosa congiura contro Pellegrino Rossi!
         - Ecco, sì... fu Pescetto che gli diede prima un urtone, un semplice urtone, qua, nel vestibolo della Cancelleria, Pescetto, cioè... come si chiamava di nome? Filippo... no, Pippo era un altro della congiura... Eh sì, Pippo!... Pippo Trentanove... Pescetto si chiamava Antonio Ranucci. Sì, ecco: Antonio, un urtone; e Giggi, Luigi Brunetti, figlio di Ciceruacchio, prima un pugno in faccia e poi, là, una coltellata alla gola... Ma chi li aveva messi su, la sera del 14, all'osteria del Fornajo, a Ripetta? Lui, Pietro, Pietro Sterbini; mentre la polizia si aspettava la botta da quelli della salita di Marforio congiurati per ridere, i fratelli Facciotti, Gennaro Bomba, Salvati e Toncher, che faceva la spia. Ma erano tutti... sa? come tante girandole apparecchiate, erano; e lui, Pietro. Pietro era la colombina che le incendiava tutte.
         Così raccontava il maestro Icilio Saporini col suo vocino di zanzara. E quel Pietro entrava in tutti i suoi racconti. Già alla signorina Milla pareva proprio di potergli stringere la mano, a Pietro, e farlo sedere lì, su una poltroncina del salotto.
         Neanche a dirlo, era dovuta anche a Pietro l'unica e non ben chiara compromissione del maestro Icilio Saporini negli affari politici dal 1846 al 1849. Sì, perché Pietro per la famosa ricorrenza del 21 aprile 1846, natale di Roma, dovendosi tenere una gran festa alle Terme di Tito, su all'Esquilino, per inneggiare al divino Pio IX, esaltato allora come secondo fondatore dell'eterna città, Pietro, valente medico, valente poeta, aveva composto un bellissimo inno, breve, di due strofette, con un ritornello:
 
Eri caduta; lévati, Madre di tanti eroi...
         Se le ricordava ancora parola per parola il maestro Icilio Saporini! E il ritornello:
Tu vivi in Campidoglio,
Tu sei regina ancor.
         Basta: era venuto a leggerlo (Pietro) in casa di zio Nando, questo suo inno, pochi giorni avanti.
         Dice (sempre lui, Pietro):
         - Tu, Icilio! - dice - ti sentiresti di musicarlo? - dice. - Lo canteranno - dice - gli studenti.
         Il maestro Icilio Saporini aveva, sì e no, diciott'anni, allora; non aveva ancor preso il diploma all'Accademia ma il sentimento stesso... eh, tutta l'anima gli cantava, in quei giorni! Ci s'era messo, e in una notte lo aveva musicato.
         Se non che Pietro... un vero tradimento! Dice:
         - Figliuolo mio, Magazzari, il maestro Magazzari s'è profferto - dice - di musicarlo lui!
         E il 21 aprile alle Terme di Tito su l'Esquilino, alla presenza di ottocento convitati, era stato cantato l'inno musicato dal Magazzari
         Ma allora? Anche ammesso che potesse considerarsi come una seria compromissione politica l'aver musicato un inno, quando ancora Pio IX si compiaceva degli osanna dei liberali, il Magazzari, se mai, non lui poteva essersi compromesso... Ma! La signorina Milla non poté capirci più che tanto.
         Del maestro Magazzari ella aveva sentito parlar più volte dalla madre che fino agli ultimi anni aveva serbato memoria di tutti i fatti e gli uomini, specialmente del mondo musicale romano d'allora: il nome del maestro Icilio Saporini non era venuto mai fuori dalle labbra di sua madre. E dunque agli occhi della signorina Milla il maestro Icilio Saporini rimaneva non solo nel presente, nella Roma d'oggi, uno sperduto che non riusciva a trovar posto; ma anche nel passato, in quel mondo d'allora, com'ella attraverso le notizie e le memorie della madre se l'era immaginato. Neanche in quel mondo ella riusciva a trovargli posto; certo perché egli non aveva saputo farselo né nel cuore, né nella memoria della madre. Come niente era adesso, niente era stato di certo anche allora.
         A dir vero, il Saporini non si dava alcun vanto. Una punta d'invidia e di gelosia la mostrava ancora per il Magazzari; e pregato insistentemente dalla signorina Milla sonò, o meglio, accennò sul pianoforte una frase... non tutto l'inno famoso... la frase che accompagnava i due versi della seconda strofetta di Pietro:
A te lo scettro, il soglio,
A te l'eterno allor...
         ma soltanto per far vedere quant'era più solenne, più maestosa, più ispirata di quella del Magazzari. E basta.
         Che aveva poi fatto là, in America, per sessant'anni di fila? Eh, da quella zazzeretta argentea era facile indovinarlo! Il maestro di musica italiano, come lo intendono degli italiani, tutti i signori forestieri, aveva fatto! Cioè, uno che strimpelli sulla chitarra, zazzeruto e con gli occhi imbambolati, l'antica e da noi dimenticata canzonetta di Santa Lucia:
Sul mare luccica
l'astro d'argento...
         E, a giudicar dall'apparenza, la professione del maestro di musica italiano doveva aver fruttato bene; il maestro Icilio Saporini doveva aver raccolto una discreta sommetta, con la quale aveva potuto attuare il sogno, chi sa quanto vagheggiato là, di venire a chiudere gli occhi in patria. Ma forse, povero vecchiettino, si figurava di ritrovar Roma quale l'aveva lasciata nel 1849.
         Roma, la sua Roma, quella che viveva per lui, nei suoi ricordi lontani, era invece sparita; scomparsi, morti, tutti i conoscenti della sua generazione.
         Arrivando da lontano, da tanto lontano, non s'immaginava certo di dover trovarsi davanti a un'altra lontananza irraggiungibile: quella del tempo.
         Dov'era giunto?
         Dalla Roma d'oggi a quella della sua gioventù, quanto cammino!
         E s'era messo, appena arrivato, per questo cammino, a ritroso, con l'animo pieno d'angoscia, a cercar nella Roma d'oggi le tracce dell'antica vita.
         Ora, passando per via del Governo Vecchio, s'era ricordato che vi stava il maestro Rigucci al numero 47, il maestro Rigucci dell'Accademia, che aveva una figliuola tanto bella, Margherita, sonatrice di arpa esimia... Chi sa! Poteva esser viva ancora! Ma era possibile che stésse ancora lì di casa? Era già una fortuna aver ritrovato, nella vecchia via, ancora in piedi, la casa. Non solo le case, ma anche tante e tante vie erano scomparse! Aveva salito la scala, solamente per il piacere di rimettere il piede su quei gradini della scala antica, umida, semibuja. Sul pianerottolo del secondo piano si era fermato e, guardando alla porta di mezzo... ah che balzo gli aveva dato il cuore in petto! La vecchia targa ovale, di rame, che recava il nome di Rigucci, era ancora li, sotto a un'altra, meno vecchia, col nome di Donnetti. E dunque stava li ancora? ah, lui, il maestro, no di certo; ma lei, Margherita? E aveva tirato il pallino del campanello.
         Eccola là, Margherita, la fanciulla tanto, tanto bella, esimia sonatrice d'arpa: quella vecchietta incuffiata, rinsecchita del ritratto...
         Ma che era stata per lui un giorno quella vecchietta?
         La signorina Milla aveva veduto commuoversi fino alle lagrime il maestro Icilio Saporini, guardando quel ritratto, ma tuttavia credette di poter concludere che sua madre, da giovane, non era stata mai altro per lui che la figlia del professor Rigucci dell'Accademia. Forse, si, egli era stato qualche volta nella casa del nonno, perché sapeva dire di tanti che vi convenivano; delle famose serate musicali che vi si tenevano in onore dei più celebrati maestri del tempo; delle fervide simpatie di cui godeva Margherita Rigucci, allora giovinetta e bellissima. Fors'anche, studentello, chi sa! s'era innamorato anche lui della figlia del professore; ma innamorato per conto suo, senza lasciare alcun ricordo, neppure del nome, in lei.
         La commozione si spiegava forse così: che in quella casa finalmente, dopo tanti giorni di vana e amarissima ricerca, il povero vecchietto sperduto era riuscito a rintracciare un vestigio della vita antica, un posticino ove sedere, dopo tanto cammino, senza sentirsi estraneo del tutto.
         Ma il piacere d'aver ritrovato questo posticino, questo cantuccio dei ricordi, cominciò in breve a essergli amareggiato da quel pianoforte li, da quegli altri strumenti musicali, che lo intronavano, che lo intontivano addirittura, con certe zuffe di suoni, ire di Dio, che facevano andare in visibilio tutti quei signori, stranieri per la maggior parte, che si riunivano nel salotto antico del
         maestro Rigucci, del maestro Rigucci adoratore di Rossini! E più di tutti facevano andare in visibilio la signorina Milla Donnetti, la nipote del maestro Rigucci, la figlia di Margherita Donnetti-Rigucci!
         Non diceva nulla, ma gli pareva una vera profanazione quella musica, lì, in quel salotto, che sapeva le divine melodie della più schietta musica italiana. Non diceva nulla, si faceva anzi più piccino che poteva, su la seggiola, e di tratto in tratto levava la manina guantata a lisciarsi, dietro, la zazzeretta, e alzava gli occhi al ritratto della sua vecchia Margherita.
         La signorina Milla lo vedeva con la coda dell'occhio e frenava a stento una risatina. Una sera gli sedette accanto e gli domandò:
         - Non le piace? Non si diverte?
         - Dico la verità, - le rispose piano, con un sorrisetto, - io... io guardo là... quella mia vecchietta là...
         - Me ne sono accorta!
         - Sì? La guardo e... sento cantar Rosina del Barbiere, sento cantare Amina...
         - Eppure, sa? - gli disse allora la signorina Milla. La mamma con gli anni si era... evoluta, convertita, eh sì! convertita alla musica nuova.
         - A questa? - chiese così sbigottito il vecchietto, che la signorina Milla non poté frenare questa volta la risata.
         - Tradimento?
         - Ma... ecco... scusi... - rispose egli, tutto imbarazzato. - Capisco, capisco bene che possa piacere a codesti signori forestieri: è la loro musica; la sentono così, amen! Ma noi? Abbiamo la nostra, le glorie nostre: Paisiello, Pergolesi, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi...
         Quella bufera del signor Begler, a cui la mattina seguente la signorina Milla riferì le amare rimostranze del vecchiettino, quando fu la sera, per fargli uno scherzo a suo modo, d'accordo con gli amici che componevano il quartetto, interruppe, a un certo punto, non so che languida diavoleria del Ciaicovski che pareva l'incubo d'un malato che ci avesse i cani in corpo, lasciò il violoncello, saltò al pianoforte e attaccò furiosamente l'aria del Rigoletto: "Questa o quella per me pari sono".
         Tutti scoppiarono a ridere. Il maestro Icilio Saporini si guardò prima attorno stordito, poi impallidì: forse sarebbe riuscito a dominarsi, se il Begler, rigirandosi di furia sul seggiolino a vite del pianoforte, non avesse gridato a tutti quelli che ridevano:
         - Ma perché? Ma pellissima musika da persaghlieri questa! Pellissima! pellissima!
         - La musica di Verdi, musica da bersaglieri? - disse allora il vecchietto, levandosi in piedi, tutto fremente d'indignazione nell'esigua personcina. - Ma io allora ho l'onore di dirle che lei, caro signore, non capisce nulla! che lei non ha... non ha...
         E con la mano, poiché la voce gli mancò, si mise a picchiarsi il petto, dalla parte del cuore.
         - Vorrei aver vent'anni di meno, - disse poi, mostrando le dita delle manine che gli tremicchiavano, per farle sentire la musica vera...
         - Col pirolì? - domandò il Begler. - Qua, qua, fenga qua... lei, pella mia.
         E andò a strappare dalla seggiola la signorina Milla; la fece sedere a forza al pianoforte, e le impose:
         - Sonate musika fostra!... tutta musika fostra!... io skommetto di mettere sempre in tutta musika fostra il pirolì.
         E fece con tre dita uno sgambetto sui cantini del pianoforte.
         - Così!
         Risero tutti di nuovo. Il maestro Icilio Saporini sperò per un attimo che la signorina Milla, la nipote del maestro Rigucci, non si prestasse a quello scherzo indegno. Felicissima invece, la signorina Milla si diede a sonare questo e quel pezzo delle opere italiane più famose; e pareva che scegliesse apposta quelli in cui più facilmente quel tedescaccio potesse cacciare il suo pirolì. E, ogni volta, uno scroscio di risa. Mira, o Norma, pirolì... ai tuoi ginocchi, pirolì.
         Il vecchietto dovette fare un violento sforzo su se stesso per non scappar via; finse di ridere anche lui, per non dare a vedere d'aversi a male di quello scherzo; andò parecchie altre sere, puntuale, alle riunioni in casa della signorina Donnetti; poi diradò le visite, con la scusa della fredda stagione e dell'età avanzata; infine non andò più.
         Ora un giorno la signorina Milla, cercando tra le vecchie carte della mamma, scoprì un foglio di musica ingiallito, spiegazzato, scritto a mano; credette dapprima fosse qualche bozza del nonno, e la buttò lì; finita la ricerca, rimise nello scaffale tutto il fascio delle carte; ma quel foglio di carta... come mai? eccolo lì di nuovo. Come se avesse voluto restar fuori. Lo guardò meglio, e quale non fu la sua sorpresa nel trovarvi un'arietta del maestro Icilio Saporini, allora forse non ancora maestro, un'arietta dedicata alla mamma, alla divina Margherita Rigucci, su i tenui versi del Metastasio:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor...
         Corse al pianoforte e la lesse. Oh, non era niente: stentatuccia, pretenziosetta; ma pure con certe ingenuità care, che facevano ridere e che commovevano a un tempo. Forse la mamma aveva cantato, da giovane, quell'arietta. Si provò a canticchiarla anche lei:
Nelle luci... nelle luci...
Nelle luci tue divine
Pace alfine
Pace alfine
Pace alfine trova il cor...
         Lo stesso giorno, mandò Tilde a chieder notizia del vecchiettino. Egli le aveva detto che, dopo la lunga ricerca, aveva finalmente trovato stanza in una vecchia casa di via Cestari, e le aveva descritto minutamente questa stanza, la padrona di casa che aveva quasi i suoi anni, i mobili antichi, un pianofortino nella stanza accanto, buono da sonarci ancora... la musica vecchia, almeno.
         Tilde, di ritorno, le annunziò che il vecchietto era infermo e che da parecchie settimane non usciva più di casa. La signorina Milla si propose di andarlo a visitare; se lo propose per otto giorni di seguito; ma, purtroppo, non trovò mai un momentino di tempo. Mandò di nuovo Tilde dopo gli otto giorni; e Tilde questa volta venne a dirle che il povero vecchiettino era proprio per andarsene.
         C'era a visita quel giorno il signor Begler; pur tuttavia la signorina Milla si commosse alla notizia. Nella commozione, ebbe un pensiero gentile e lo comunicò al signor Begler. Il signor Begler, con la boccaccia atteggiata al perpetuo ghigno muto, lo approvò. Andarono insieme alla casa del vecchietto; ma né l'uno né l'altra entrarono nella camera, ov'egli giaceva quasi inerte e come di cera su i guanciali; si fermarono nella stanza ov'era il pianofortino; la signorina Milla posò sul leggìo quel foglio di musica ingiallito, rinvenuto tra le carte della mamma, e si mise a cantar piano quell'antica arietta, quasi con voce che arrivasse da lontano:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor...
         Il maestro Icilio Saporini, ai primi accordi, schiuse gli occhi e guardò la vecchia padrona di casa, che sedeva vigile a piè del letto. Riconobbe la sua arietta d'un tempo? Forse no. Ma la voce... quella voce...
         Bisbigliò qualcosa, con gli occhi velati di lagrime. Forse un nome:
         - Margherita.
         A un tratto, mentre la voce di là seguitava a modular dolcemente: Nelle luci... nelle luci tue divine... pace alfine... pace alfine... pace alfine trova il cor... scattò stridulo, nei cantini, un beffardo PIROLÌ.
         Il vecchietto ebbe un sussulto; come colpito, riabbandonò il capo che aveva sollevato appena dai guanciali, quasi attratto dal canto. E non lo rialzò più.

PALLOTTOLINE !!!
Ventotto agosto. Benone! Pochi giorni ancora: meno che un mese. Benone!
E riponeva da parte il fogliolino del calendario insieme con gli altri precedenti, perché ottimo per...
- Ssss!
- Che c'è di male?
- Bada, vien gente,
- Zitta lì, zitta lì. Non ci sono; o, se mai: Il professore studia! di' così, di' così, mi raccomando.
Chiudeva subito l'uscio; poi, trac! accostava la persiana. Oh, e ora... Eccolo là: segnale a pagina 124.
<I>L'universo è finito o infinito ? Questione antica. È certo che a noi riesce assolutamente impossibile...
- Ufff! ufff! ufff! - tre volte di seguito, sempre allo stesso posto: lì, nel mezzo della fronte, ronzando. Ah, ma anche per le mosche, se Dio voleva, erano gli ultimi giorni di baldoria, come per gli «insetti umani» che, a piedi o su somarelli, s'inerpicavano fin lassù, a circa mille metri sul livello del mare. E per vedere che cosa infine? I laghi d'Albano e di Nemi: un paio d'occhiali insellato su quel gran naso con la punta all'insù, ch'è il Monte Cave.
Già cominciavano infatti a spesseggiare i giorni di nebbia: quella nebbia umida e densa che toglie lo spettacolo incantevole dei due laghi gemelli ora vaporosi ora morbidi come azzurri veli di seta: occhi, più che occhiali, tra le folte ciglia dei boschi di ippocastani; occhi della pianura laziale, in cui, come serpente lucido enorme, il Tevere, dall'oscuro grembo di Roma, visibile appena là in fondo, si svolge, ricomparendo qua e là nelle ampie volute, fino al mare visibile appena laggiù.
Ma nel mentre Jacopo Maraventano si fregava lieto le mani, tappato là, in quel camerino dell'Osservatorio Metereologico, al piano superiore dell'antico convento, situato con l'attigua chiesetta su la cima del monte; alla nebbia invadente imprecava all'incontro l'oste velletrano, che aveva avuto la cattiva ispirazione di ridurre a miseri camerini d'albergo le povere cellette dei frati cacciati via da quel loro alpestre romitorio, e tavole e tavolini aveva disposti per gli avventori su la spianata dietro al convento, dalla parte di levante, sotto un enorme faggio secolare.
- Asino! Ci ho piacere! Piacerone!
Quell'alta vetta di monte, di cui egli con la famigliuola pativa per tutto l'inverno i rigori crudissimi, la desolazione della neve, l'esiliante assedio della nebbia, la furia dei venti doveva con la bella stagione diventare per gli altri a un tratto luogo di delizia!
- Ecco la nebbia, asino! Ben ti stia! Piacere, piacerone!
Non la pensavano però come lui la moglie e la figlia Didina, già su i vent'anni, e neanche Franceschino, che pure era nato e cresciuto lassù. Per loro l'estate era una benedizione, e la sospiravano ardentemente in segreto tutto l'inverno. Potevano almeno sentire in quei mesi un po' di vita attorno e veder gente e scambiare qualche parola; e Didina, chi sa! poteva anche dar nell'occhio a qualche giovanotto, tra i tanti che salivano a visitare l'Osservatorio, ai quali la buona signora Guendalina, bruna, magra, ossuta, col volto bruciato dai rigori invernali, non mancava di ripetere, invece del marito, come poteva (cioè sempre con le stesse parole e gli stessi gesti), la spiegazione dei pochi strumenti per le osservazioni meteorologiche. Dopo la spiegazione presentava ai visitatori un registro, perché vi apponessero la firma e, accanto, qualche pensiero.
Lasciava andar certi sospironi la povera Didina rileggendo in quel registro, nelle serate d'inverno lassù, quei pensieri in margine e talvolta qualche poesiola: quella, per esempio, indirizzata proprio a lei (All'edelweiss di Monte Cave). Ah, il giovane poeta che l'aveva scritta chi sa dov'era ormai, se pensava più a lei, se sarebbe ritornato la ventura estate!
La signora Guendalina tentava, ma timida, d'indurre il marito rinchiuso a farsi vedere dai visitatori. Non foss'altro, per dovere d'ospitalità, diceva. Ma Didina, ogni qualvolta la madre si provava a muovere questo discorso, le dava sotto sotto gomitate: poi, a quattr'occhi, le faceva notare che, se il babbo non si persuadeva prima a farsi tagliare quell'aspra selva di capelli riccioluti e quel barbone mostruoso, arruffato che gli aveva invaso le guance fin sotto gli occhi, era meglio che non si lasciasse vedere.
La madre ne conveniva, sospirando; e alla domanda dei visitatori:
- Il professore dov'è?
- Il professore studia, - rispondeva con gli occhi bassi, invariabilmente.
Studiava davvero il Maraventano, o almeno stava immerso tutto il giorno nella lettura di certi libracci che trattavano d'astronomia, unico suo pascolo. La lettura però andava a rilento, poiché egli si lasciava distrarre dalla fantasia, rapire da ogni frase per le infinite plaghe dello spazio, da cui non sapeva poi ridiscendere più, come la moglie avrebbe desiderato. Ma ridiscendere perché? Per mostrare lì alla gente che veniva a frastornarlo, a seccarlo, e da cui una così sterminata distanza lo allontanava, come agisse un pluviometro o un anemometro, per far vedere i sismografi o i barometri? Eh via! Un giorno gli sapeva un anno, che quella processione di seccatori terminasse.
Per fortuna, dei pochi matti che avevano preso alloggio nel sedicente albergo, uno solo resisteva ancora alle incalzanti minacce del tempo. Già l'autunno si ridestava con certi sbuffi che scotevano là sulla cima la grave e stanca immobilità dei grandi alberi esausti; e quando quegli sbuffi non avevano alcun impeto contro le povere foglie moribonde, erano fitti ribocchi di nebbia, che si ergevano a onde, impigliandosi pigri tra i rami attediati, in basso stagnando sui laghi; o fumigavano qua e là dai boschi sottoposti, che pareva ardessero a lento, senza fiamma, senza crepito. Sembrava certi giorni che tutta l'aria si fosse raddensata in un fumo bianchiccio, umido, accecante: e allora la vetta del monte restava come esiliata dal mondo, e dalla spianata non si sarebbe potuto scorgere neanche a un passo il convento.
E tuttavia quell'ultimo matto resisteva lì.
Jacopo Maraventano non tardò a intenderne la ragione.
Una sera, dalla sua finestretta, per entro a quella nebbia fittissima, udì, o gli parve, certi bisbigli, che non potevano esser presi per gli acuti stridii che sogliono lanciare nell'aria i pipistrelli, o gli scojattoli su per i rami degli alberi.
Zitto zitto, quatto quatto, scese su la spianata. Né egli discerneva tra la nebbia gl'innamorati, né questi tra loro si discernevano.
Dall'alto sospirava una voce:
- Cadrà tanta neve... tanta neve...
- Dev'esser bello, - rispondeva dalla spianata l'altra voce.
- Bello sarebbe per me, se tu rimanessi qua; ma per te no, caro. Si muore di freddo, sai?
- Povero amore! Ma ora io debbo partire. Ti giuro però che tornerò tra poco.
- Non tornerai, ne sono certa. Io resterò per te, nel tuo cuore, il ricordo di un'estate in montagna...
La voce dalla spianata voleva protestare; ma Jacopo Maraventano tossì forte, e subito corse con le mani avanti, come un cieco, in direzione del convento, per tagliar la via al giovanotto che se la svignava radendo il muro. Venne proprio a cadergli tra le braccia. All'inciampone, indietreggiò, balbettando:
- Oh, scusi... Buo... buona sera, professore.
- Buona sera. Lei va a far le valige, non è vero?
- Sì... sissignore... Conto di partire domattina.
- Fa bene. Buon viaggio! Quassù non tira più buon'aria. E neanche il babbo si riesce più a scorgere...
- Come dice?
- Non dico a lei, dico a mia figlia. È vero, Didina, che con questa nebbia non scorgi più neanche il babbo tuo?
Ma Didina era già scappata in lagrime a rifugiarsi presso la mamma.
Con la partenza di quel giovanotto parve davvero che l'inverno si stabilisse finalmente lassù. L'oste chiuse l'albergo e, borbottando imprecazioni, se ne discese a Velletri.
Su la vetta ormai si udiva solo il vento parlare con gli alberi antichi. Jacopo Maraventano restava assoluto padrone della solitudine, libero in mezzo alla nebbia, signore dei venti, piccolo su quell'alta punta nevosa al cospetto del cielo che da ogni parte lo abbracciava e nel quale d'ora in poi poteva tornare a immergersi, a naufragare, non più infastidito o distratto. Assistendo, come gli pareva d'assistere con la fantasia, nel fondo dello spazio, alla prodigiosa attività, al lavoro incessante della materia eterna, alla preparazione e formazione di nuovi soli nel grembo delle nebulose, al germogliare dei mondi dall'etere infinito: che cosa diventava per lui questa molecola solare, chiamata Terra, addirittura invisibile fuori del sistema planetario, cioè di questo punto microscopico dello spazio cosmico? Che cosa diventavano questi polviscoli infinitesimali chiamati uomini; che cosa, le vicende della vita, i casi giornalieri, le afflizioni e le miserie particolari, le generali calamità?
E di questo suo disprezzo, non che della Terra, ma di tutto il sistema solare, e della stima che si era ridotto a far delle cose umane, considerandole da tanta altezza, avrebbe voluto far partecipi moglie e figliuola, che si lamentavano di continuo ora per il freddo ora per la solitudine, traendo da ogni piccola infelicità argomento di lagni e sospiri.
E le sere d'inverno, lassù, mentre Didina e la madre, infreddolite, se ne stavano raccolte in cucina e lui, senza neppure saperlo, sventolava davanti al fornello per far bollire la pentola, parlava loro delle meraviglie del cielo, spiegava la sua filosofia.
- Punto di partenza: ogni stella un mondo a sé. Un mondo, care mie, non crediate, più o meno simile al nostro; vale a dire: un sole accompagnato da pianeti e da satelliti che gli rotano intorno, come i pianeti e i satelliti del nostro sistema attorno al sole nostro, il quale, sapete che cos'è? Vi faccio ridere: nient'altro che una stella di media grandezza della Via Lattea. Ne volete un'idea? Trasportate nello spazio il nostro mondo - questo così detto sistema solare - a una distanza uguale... non dico molto - a poche migliaja di volte il suo diametro, cioè, alla distanza delle stelle più vicine. Orbene, il nostro gran sole sapete a che cosa sarebbe ridotto rispetto a noi? Alle proporzioni d'un puntino luminoso, alle proporzioni di una stella di quinta o sesta grandezza: non sarebbe più, insomma, che una stellina in mezzo alle altre stelle.
- Scusa, - interloquiva Didina, che insieme con la madre, non sapendo che fare, gli prestava ascolto, d'inverno. - Hai detto rispetto a noi. Ma, trasportando il sole, la terra non dovrà pure, per conseguenza...
- No, asinella! - la interrompeva il padre. - La terra lasciala qua. È un'ipotesi, per farti capace.
Didina alzava le spalle: non si capacitava.
- Che c'entra! Il sole è sempre il sole.
- E che cos'è? - le gridava allora il padre sdegnatissimo. - Ma lo sai che se Sirio sputa, il sole ti si spegne, come una candela di sego? Sappilo: - pah! si spegne.
- Jacopo, - diceva placidamente la signora Guendalina. - Se non ci metti altro carbone, ti si spegne pure il fuoco e l'acqua ti bolle per l'anno santo.
Egli allora scoperchiava la pentola, guardava dentro, poi rispondeva alla moglie:
- No, comincia a muoversi. Faccio vento, lo vedi. Ma veniamo ai nostri grandi pianeti. Care mie, alla distanza che vi ho detto, s'involerebbero addirittura al nostro sguardo, tutti, meno, forse, Giove... forse! Ma non crediate che potreste scorgerlo a occhio nudo! Forse con qualche telescopio di prim'ordine; e non lo so di certo. Pallottoline, care mie, pallottoline! Quanto a noi, alla nostra Terra, non se ne sospetterebbe nemmeno l'esistenza. E volete far sparire anche il sole? Basta, col beneplacito di Didina, senz'altro, là! retrospingerlo alla distanza delle stelle di prima grandezza. C'è? Non c'è? Uhm! Sparito.
Il vento cacciava dentro la stanza, attraverso la gola del camino, un mugolìo continuo, opprimente. Nei brevi intervalli tra una fase e l'altra del Maraventano pareva che il silenzio sprofondasse pauroso nella tenebra. Si udivano allora gemere gli alberi tormentati della vetta, e se questi alberi tacevano per un istante e si udiva invece da più lontano il frascheggiare confuso dei boschi sottoposti, lassù pareva si stesse sospesi tra le nuvole, come in un pallone. Ma se poi dal fornello scoppiava una favilla, le due donne sentivano il conforto di quella stanza familiare, illuminata, intepidita dal fuoco; e la immobilità delle stoviglie appese alle pareti e della povera e scarsa suppellettile rassettava il loro animo conturbato dal vento e dal panico della notte in quella orrenda solitudine alpestre.
Il Maraventano, sopra le regioni del vento, sopra le nuvole più alte, era rimasto intanto con la ventola da cucina in mano nella remotissima plaga dello spazio, dove un momento innanzi aveva lanciato, come un giocoliere i suoi globetti di vetro, tutto il sistema planetario, e scrollava il capo, con le ciglia aggrottate, gli occhi socchiusi e gli angoli della bocca contratti sdegnosamente in giù. A un tratto esplodeva tra il barbone abbatuffolato, come se ripiombasse su la terra, lì, in cucina:
- Bah!
E con la ventola faceva un largo gesto indeterminato. Poi riprendeva, con gli occhi immobili e invagati:
- Pensare... pensare che la stella Alfa della costellazione del Centauro, vale a dire la stella più vicina a questo nostro cece, alias il signor pianetino Terra, dista da noi trentatré miliardi e quattrocento milioni di chilometri! Pensare che la luce, la quale, se non lo sapete, cammina con la piccolissima velocità di circa duecento novantotto mila e cinquecento chilometri al minuto secondo (dico secondo), non può giungere a noi da quel mondo prossimo che dopo tre anni e cinque mesi - l'età cioè del nostro buon Franceschino che sta a sfruconarsi il naso col dito, e non mi piace... Pensare che la Capra dista da noi seicentosessantatré miliardi di chilometri, e che la sua luce, prima d'arrivare a noi, con quel po' po' di velocità che v'ho detto, ci mette settant'anni e qualche mese, e, se si tien conto dei calcoli di certi astronomi, la luce emessa da alcuni remoti ammassi ci mette cinque milioni d'anni, come mi fate ridere, asini! L'uomo, questo verme che c'è e non c'è, l'uomo che, quando crede di ragionare, è per me il più stupido fra tutte le trecento mila specie animali che popolano il globo terraqueo, l'uomo ha il coraggio di dire: «Io ho inventato la ferrovia!». E che cos'è la ferrovia? Non te la comparo con la velocità della luce, perché ti farei impazzire; ma in confronto allo stesso moto di questo cece Terra che cos'è? Ventinove chilometri, a buon conto, ogni minuto secondo; hai dunque inventato il lumacone, la tartaruga, la bestia che sei! E questo medesimo animale uomo pretende di dare un dio, il suo Dio a tutto l'Universo!
Qui il Maraventano e la moglie si guastavano.
- Jacopo! - pregava la signora Guendalina. - Non bestemmiare. Fallo almeno per pietà di noi due povere donne esposte quassù...
- Hai paura? - le gridava il marito. - Temi che Dio, perché io bestemmio, come tu dici, ti mandi un fulmine? C'è il parafulmine, sciocca. Vedi dond'è nato il vostro Dio? Da codesta paura. Ma sul serio potete credere, pretendere che un'idea o un sentimento nati in questo niente pieno di paura che si chiama uomo debba essere il Dio, debba essere quello che ha formato l'Universo infinito?
Le due donne si turavano gli orecchi, chiudevano gli occhi; allora il Maraventano scaraventava per terra la ventola, e gridando con le braccia per aria:
- Asine! asine! - andava a chiudersi nella sua stanzetta e, per quella sera, addio cena.
Simili scene avvenivano assai di frequente, poiché né Didina né la moglie volevano adattarsi alla filosofia di lui, specialmente quando avevano bisogno di qualche cosa.
- Diviene, - diceva loro il Maraventano - dal non sapere filare un ragionamento semplicissimo; dal non volere guardare in su un momentino. Oh Alfa del Centauro! oh Sirio, oh Capella! sapete perché piange Didina? Piange perché non ha una veste nuova d'inverno da farsi ammirare in chiesa, le domeniche, a Rocca di Papa. Roba da ridere!
- Roba da ridere; ma io mi muojo dal freddo, - rispondeva tra le lagrime Didina.
E il Maraventano:
- Senti freddo, perché non ragioni!
Non a parole soltanto dimostrava egli il disprezzo in cui teneva la terra e tutte le cose della vita. Soffriva di mal di denti, e talvolta la guancia per la furia del dolore gli si gonfiava sotto il barbone come un'anca di padre abate: ebbene, senz'altro, retrospingeva nello spazio il sistema planetario: spariva il sole, spariva la terra, tutto diventava niente, e con gli occhi chiusi, fermo nella considerazione di questo niente, a poco a poco addormentava il suo tormento.
- Un dente cariato, che duole nella bocca di un astronomo... Roba da ridere.
Sia d'estate, sia d'inverno, fosse nuvolo o sereno, si recava ai piedi, dalla cima del monte, fino a Roma. Avrebbe potuto spedire per posta da Rocca di Papa il bollettino meteorologico all'ufficio centrale; ma a Roma lo attendeva il maggior godimento della sua vita. Vi si tratteneva ogni volta una notte, e per grazia particolare dei Direttore del Collegio Romano la passava beatamente tutta intera al telescopio. La moglie, nel vederlo partire, tentava d'indurlo a servirsi della vettura da Rocca di Papa a Frascati o, almeno, della ferrovia da Frascati a Roma:
- Prenderai un'insolazione!
- Il sole, mia cara, ti serva: non è neanche buono da regolare gli orologi! - le rispondeva il Maraventano.
E il suo orologio, infatti, sul cui quadrante aveva scritto con inchiostro rosso: Solis mendaces arguit horas, non era regolato col tempo solare.
La distanza? Ma su la terra per lui non ci erano distanze. Congiungeva ad anello l'indice e il pollice d'una mano e diceva alla moglie sghignazzando:

  • Ma se la Terra è tanta...

LA TRAGEDIA D'UN PERSONAGGIO
È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle.
Cinque ore, dalle otto alle tredici.
M'accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia.
Non so perché, di solito accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è veramente una pena trattare.
Io ascolto tutti con sopportazione; li interrogo con buona grazia; prendo nota de' nomi e delle condizioni di ciascuno; tengo conto de' loro sentimenti e delle loro aspirazioni. Ma bisogna anche aggiungere che per mia disgrazia non sono di facile contentatura. Sopportazione, buona grazia, sì; ma esser gabbato non mi piace. E voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine.
Ora avviene che a certe mie domande più d'uno aombri e s'impunti e recalcitri furiosamente, perché forse gli sembra ch'io provi gusto a scomporlo dalla serietà con cui mi s'è presentato.
Con pazienza, con buona grazia m'ingegno di far vedere e toccar con mano, che la mia domanda non è superflua, perché si fa presto a volerci in un modo o in un altro; tutto sta poi se possiamo essere quali ci vogliamo. Ove quel potere manchi, per forza questa volontà deve apparire ridicola e vana.
Non se ne vogliono persuadere.
E allora io, che in fondo sono di buon cuore, li compatisco. Ma è mai possibile il compatimento di certe sventure, se non a patto che se ne rida?
Orbene, i personaggi delle mie novelle vanno sbandendo per il mondo, che io sono uno scrittore crudelissimo e spietato. Ci vorrebbe un critico di buona volontà, che facesse vedere quanto compatimento sia sotto a quel riso.
Ma dove sono oggi i critici di buona volontà?
È bene avvertire che alcuni personaggi, in queste udienze, balzano davanti agli altri e s'impongono con tanta petulanza e prepotenza, ch'io mi vedo costretto qualche volta a sbrigarmi di loro lì per lì.
Parecchi di questa lor furia poi si pentono amaramente e mi si raccomandano per avere accomodato chi un difetto e chi un altro. Ma io sorrido e dico loro pacatamente che scontino ora il loro peccato originale e aspettino ch'io abbia tempo e modo di ritornare ad essi.
Tra quelli che rimangono indietro in attesa, sopraffatti, chi sospira, chi s'oscura, chi si stanca e se ne va a picchiare alla porta di qualche altro scrittore.
Mi è avvenuto non di rado di ritrovare nelle novelle di parecchi miei colleghi certi personaggi, che prima s'erano presentati a me; come pure m'è avvenuto di ravvisarne certi altri, i quali, non contenti del modo com'io li avevo trattati, han voluto provare di fare altrove miglior figura.
Non me ne lagno, perché solitamente di nuovi me ne vengon davanti due e tre per settimana. E spesso la ressa è tanta, ch'io debbo dar retta a più d'uno contemporaneamente. Se non che, a un certo punto, lo spirito così diviso e frastornato si ricusa a quel doppio o triplo allevamento e grida esasperato che, o uno alla volta, piano piano, riposatamente, o via nel limbo tutt'e tre!
Ricordo sempre con quanta remissione aspettò il suo turno un povero vecchietto arrivatomi da lontano, un certo maestro Icilio Saporini, spatriato in America nel 1849, alla caduta della Repubblica Romana, per aver musicato non so che inno patriottico, e ritornato in Italia dopo quarantacinque anni, quasi ottantenne, per morirvi. Cerimonioso, col suo vocino di zanzara, lasciava passar tutti innanzi a sé. E finalmente un giorno ch'ero ancor convalescente d'una lunga malattia, me lo vidi entrare in camera, umile umile, con un timido risolino su le labbra:
- Se posso... Se non le dispiace...
Oh sì, caro vecchietto! Aveva scelto il momento più opportuno. E lo feci morire subito subito in una novelletta intitolata Musica vecchia.
Quest'ultima domenica sono entrato nello scrittojo, per l'udienza, un po' più tardi del solito.
Un lungo romanzo inviatomi in dono, e che aspettava da più d'un mese d'esser letto, mi tenne sveglio fino alle tre del mattino per le tante considerazioni che mi suggerì un personaggio di esso, l'unico vivo tra molte ombre vane.
Rappresentava un pover uomo, un certo dottor Fileno, che credeva d'aver trovato il più efficace rimedio a ogni sorta di mali, una ricetta infallibile per consolar se stesso e tutti gli uomini d'ogni pubblica o privata calamità.
Veramente, più che rimedio o ricetta, era un metodo, questo del dottor Fileno, che consisteva nel leggere da mane a sera libri di storia e nel veder nella storia anche il presente, cioè come già lontanissimo nel tempo e impostato negli archivii del passato.
Con questo metodo s'era liberato d'ogni pena e d'ogni fastidio, e aveva trovato - senza bisogno di morire - la pace: una pace austera e serena, soffusa di quella certa mestizia senza rimpianto, che serberebbero ancora i cimiteri su la faccia della terra, anche quando tutti gli uomini vi fossero morti.
Non si sognava neppure, il dottor Fileno, di trarre dal passato ammaestramenti per il presente.
Sapeva che sarebbe stato tempo perduto, e da sciocchi; perché la storia è composizione ideale d'elementi raccolti secondo la natura, le antipatie, le simpatie, le aspirazioni, le opinioni degli storici, e che non è dunque possibile far servire questa composizione ideale alla vita che si muove con tutti i suoi elementi ancora scomposti e sparpagliati. E nemmeno si sognava di trarre dal presente norme o previsioni per l'avvenire; anzi faceva proprio il contrario: si poneva idealmente nell'avvenire per guardare il presente, e lo vedeva come passato.
Gli era morta, per esempio, da pochi giorni una figliuola. Un amico era andato a trovarlo per condolersi con lui della sciagura. Ebbene, lo aveva trovato già così consolato, come se quella figliuola gli fosse morta da più che cent'anni.
La sua sciagura, ancor calda calda, l'aveva senz'altro allontanata nel tempo, respinta e composta nel passato. Ma bisognava vedere da quale altezza e con quanta dignità ne parlava!
In somma, di quel suo metodo il dottor Fileno s'era fatto come un cannocchiale rivoltato. Lo apriva, ma non per mettersi a guardare verso l'avvenire, dove sapeva che non avrebbe veduto niente; persuadeva l'anima a esser contenta di mettersi a guardare dalla lente più grande, attraverso la piccola, appuntata al presente, per modo che tutte le cose subito le apparissero piccole e lontane. E attendeva da varii anni a comporre un libro, che avrebbe fatto epoca certamente: La filosofia del lontano.
Durante la lettura del romanzo m'era apparso manifesto che l'autore, tutto inteso ad annodare artificiosamente una delle trame più solite, non aveva saputo assumere intera coscienza di questo personaggio, il quale, contenendo in sé, esso solo, il germe d'una vera e propria creazione, era riuscito a un certo punto a prender la mano all'autore e a stagliarsi per un lungo tratto con vigoroso rilievo su i comunissimi casi narrati e rappresentati; poi, all'improvviso, sformato e immiserito, s'era lasciato piegare e adattare alle esigenze d'una falsa e sciocca soluzione.
Ero rimasto a lungo, nel silenzio della notte, con l'immagine di questo personaggio davanti agli occhi, a fantasticare. Peccato! C'era tanta materia in esso, da trarne fuori un capolavoro! Se l'autore non lo avesse così indegnamente misconosciuto e trascurato, se avesse fatto di lui il centro della narrazione, anche tutti quegli elementi artificiosi di cui s'era valso, si sarebbero forse trasformati, sarebbero diventati subito vivi anch'essi. E una gran pena e un gran dispetto s'erano impadroniti di me per quella vita miseramente mancata.
Ebbene, quella mattina, entrando tardi nello scrittojo, vi trovai un insolito scompiglio, perché quel dottor Fileno s'era già cacciato in mezzo ai miei personaggi aspettanti, i quali, adirati e indispettiti, gli erano saltati addosso e cercavano di cacciarlo via, di strapparlo indietro.
- Ohé! - gridai. - Signori miei, che modo è codesto? Dottor Fileno, io ho già sprecato con lei troppo tempo. Che vuole da me? Lei non m'appartiene. Mi lasci attendere in pace adesso a' miei personaggi, e se ne vada.
Una così intensa e disperata angoscia si dipinse sul volto del dottor Fileno, che subito tutti quegli altri (i miei personaggi che ancora stavano a trattenerlo) impallidirono mortificati e si ritrassero.
- Non mi scacci, per carità, non mi scacci! Mi accordi cinque soli minuti d'udienza, con sopportazione di questi signori, e si lasci persuadere, per carità!
Perplesso e pur compreso di pietà, gli domandai: - Ma persuadere di che? Sono persuasissimo che lei, caro dottore, meritava di capitare in migliori mani. Ma che cosa vuole ch'io le faccia? Mi sono doluto già molto della sua sorte; ora basta.
- Basta? Ah, no, perdio! - scattò il dottor Fileno con un fremito d'indignazione per tutta la persona. - Lei dice così perché non son cosa sua! La sua noncuranza, il suo disprezzo mi sarebbero, creda, assai meno crudeli, che codesta passiva commiserazione, indegna d'un artista, mi scusi! Nessuno può sapere meglio di lei, che noi siamo esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma più veri! Si nasce alla vita in tanti modi, caro signore; e lei sa bene che la natura si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione. E chi nasce mercé quest'attività creatrice che ha sede nello spirito dell'uomo, è ordinato da natura a una vita di gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale d'una donna. Chi nasce personaggio, chi ha l'avventura di nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna, non ha mica bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! Eppure vivono eterni perché - vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per l'eternità.
- Ma sì, caro dottore: tutto questo sta bene,- gli dissi. - Ma non vedo ancora che cosa ella possa volere da me.
- Ah no? non vede? - fece il dottor Fileno. - Ho forse sbagliato strada? Sono caduto per caso nel mondo della Luna? Ma che razza di scrittore è lei, scusi? Ma dunque sul serio lei non comprende l'orrore della tragedia mia? Avere il privilegio inestimabile di esser nato personaggio, oggi come oggi, voglio dire oggi che la vita materiale è così irta di vili difficoltà che ostacolano, deformano, immiseriscono ogni esistenza; avere il privilegio di esser nato personaggio vivo, ordinato dunque, anche nella mia piccolezza, all'immortalità, e sissignore, esser caduto in quelle mani, esser condannato a perire iniquamente, a soffocare in quel mondo d'artifizio, dove non posso né respirare né dare un passo, perché è tutto finto, falso, combinato, arzigogolato! Parole e carta! Carta e parole! Un uomo, se si trova avviluppato in condizioni di vita a cui non possa o non sappia adattarsi, può scapparsene, fuggire; ma un povero personaggio, no: è lì fissato, inchiodato a un martirio senza fine! Aria! aria! vita! Ma guardi... Fileno... mi ha messo nome Fileno... Le pare sul serio che io mi possa chiamar Fileno? Imbecille, imbecille! Neppure il nome ha saputo darmi! Io, Fileno! E poi, già, io, io, l'autore della Filosofia del lontano, proprio io dovevo andare a finire in quel modo indegno per sciogliere tutto quello stupido garbuglio di casi là! Dovevo sposarla io, è vero? in seconde nozze quell'oca di Graziella, invece del notajo Negroni! Ma mi faccia il piacere! Questi sono delitti, caro signore, delitti che si dovrebbero scontare a lagrime di sangue! Ora, invece, che avverrà? Niente. Silenzio. O forse qualche stroncatura in due o tre giornaletti. Forse qualche critico esclamerà: «Quel povero dottor Fileno, peccato! Quello sì era un buon personaggio!». E tutto finirà così. Condannato a morte, io, l'autore della Filosofia del lontano, che quell'imbecille non ha trovato modo neanche di farmi stampare a mie spese! Eh già, se no, sfido! come avrei potuto sposare in seconde nozze quell'oca di Graziella? Ah, non mi faccia pensare! Su, su, all'opera, all'opera, caro signore! Mi riscatti lei, subito subito! mi faccia viver lei che ha compreso bene tutta la vita che è in me!
A questa proposta avventata furiosamente come conclusione del lunghissimo sfogo, restai un pezzo a mirare in faccia il dottor Fileno.
- Si fa scrupolo? - mi domandò, scombujandosi. - Si fa scrupolo? Ma è legittimo, legittimo, sa! È suo diritto sacrosanto riprendermi e darmi la vita che quell'imbecille non ha saputo darmi. È suo e mio diritto, capisce?
- Sarà suo diritto, caro dottore, - risposi, - e sarà anche legittimo, come lei crede. Ma queste cose, io non le faccio. Ed è inutile che insista. Non le faccio. Provi a rivolgersi altrove.
- E a chi vuole che mi rivolga, se lei...
- Ma io non so! Provi. Forse non stenterà molto a trovarne qualcuno perfettamente convinto della legittimità di codesto diritto. Se non che, mi ascolti un po', caro dottor Fileno. È lei, sì o no, veramente l'autore della Filosofia del lontano?
- E come no? - scattò il dottor Fileno, tirandosi un passo indietro e recandosi le mani al petto. - Oserebbe metterlo in dubbio? Capisco, capisco! È sempre per colpa di quel mio assassino! Ha dato appena appena e in succinto, di passata, un'idea delle mie teorie, non supponendo neppure lontanamente tutto il partito che c'era da trarre da quella mia scoperta del cannocchiale rivoltato!
Parai le mani per arrestarlo, sorridendo e dicendo:
- Va bene... va bene... ma, e lei, scusi?
- Io? come, io?
- Si lamenta del suo autore; ma ha saputo lei, caro dottore, trar partito veramente della sua teoria? Ecco, volevo dirle proprio questo. Mi lasci dire. Se Ella crede sul serio, come me, alla virtù della sua filosofia, perché non la applica un po' al suo caso? Ella va cercando, oggi, tra noi, uno scrittore che la consacri all'immortalità? Ma guardi a ciò che dicono di noi poveri scrittorelli contemporanei tutti i critici più ragguardevoli. Siamo e non siamo, caro dottore! E sottoponga, insieme con noi, al suo famoso cannocchiale rivoltato i fatti più notevoli, le questioni più ardenti e le più mirabili opere dei giorni nostri. Caro il mio dottore, ho gran paura ch'Ella non vedrà più niente né nessuno. E dunque, via, si consoli, o piuttosto, si rassegni, e mi lasci attendere a' miei poveri personaggi, i quali, saranno cattivi, saranno scontrosi, ma non hanno almeno la sua stravagante ambizione.

L’UOMO DAL FORE IN BOCCA
ATTO UNICO
Persone del dialogo
L'uomo dal fiore in bocca
Un pacifico avventore


N. B. - Verso la fine, ai luoghi indicati, sporgerà due volte il capo dal cantone un'ombra di donna, vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti.
Si vedranno in fondo gli alberi d'un viale, con le lampade elettriche che traspariranno di tra le foglie. Ai due lati, le ultime case d'una via che immette in quel viale. Nelle case a sinistra sarà un misero Caffè notturno con tavolini e seggiole sul marciapiede. Davanti alle case di destra, un lampione acceso. Allo spigolo dell'ultima casa a sinistra, che farà cantone sul viale, un fanale anch'esso acceso. Sarà passata da poco la mezzanotte. S'udrà da lontano, a intervalli, il suono titillante d'un mandolino.
Al levarsi della tela, l'Uomo dal fiore in bocca, seduto a uno dei tavolini, osserverà a lungo in silenzio l'Avventore pacifico che, al tavolino accanto, succhierà con un cannuccio di paglia uno sciroppo di menta.
L'uomo dal fiore: Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è... Ha perduto il treno?
L'avventore: Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.
L'uomo dal fiore: Poteva corrergli dietro!
L'avventore: Già. E` da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegli impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini... Più carico d'un somaro! Ma le donne - commissioni... commissioni... - non la finiscono più. Tre minuti, creda, appena sceso di vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita; due pacchetti per ogni dito.
L'uomo dal fiore: Doveva esser bello! Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.
L'avventore: E mia moglie? Ah sì! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?
L'uomo dal fiore: Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
L'avventore: Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!
L'uomo dal fiore: Ma sì che lo so. Appunto perché lo so.
Pausa
Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.
L'avventore: Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare. Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, più brutto è, più misero e lercio, e più imbizzarriscono a pararlo con tutte le loro galanterie più vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto è la loro professione... - «Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo... di quest'altro... e potresti anche, se non ti secca (caro, il «se non ti secca») ... e poi, giacché ci sei, passando di là...» - Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? - «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura...» - Il guajo è che, dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.
L'uomo dal fiore: Oh bella! E perciò? L'avventore: Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in trattoria; poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All'uscita, dico, che faccio? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero?
L'uomo dal fiore: Non chiude, nossignore.
Pausa
E così, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?
L'avventore: Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati...
L'uomo dal fiore: No, no, non dico!
Pausa
Eh, ben legati, me l'immagino: con quell'arte speciale che mettono i giovani di negozio nell'involtare la roba venduta...
Pausa
Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata... ch'è per se stessa un piacere vederla... cosi liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza... La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l'altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell'arte; poi ripiegano da un lato e dall'altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l'involto, e legano cosi rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d'ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.
L'avventore: Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio.
L'uomo dal fiore: Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un'ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d'essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta... quel bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d'incartarlo.
Pausa
Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l'involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio... Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista... immaginando... - uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un'idea.
Pausa. - Poi, cupo, come a se stesso:
Ma mi serve. Mi serve questo.
L'avventore: Le serve? Scusi... che cosa?
L'uomo dal fiore: Attaccarmi cosi - dico con l'immaginazione - alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d'una cancellata.
Pausa
Ah, non lasciarla mai posare un momento l'immaginazione: - aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri... - ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire... sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. - Ma nella nostra, noi, non l'avvertiamo più, perché è l'alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì...
L'avventore: Sì, perché... dico, deve essere un bel piacere codesto che lei prova, immaginando tante cose...
L'uomo dal fiore: (con fastidio, dopo averci pensato un po'). Piacere? Io?
L'avventore: Già... mi figuro...
L'uomo dal fiore: Mi dica un po'. E` stato mai a consulto da qualche medico bravo?
L'avventore: Io no, perché ? Non sono mica malato!
L'uomo dal fiore: Non s'allarmi! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per essere visitati.
L'avventore: Ah, sì. Mi toccò una volta d accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.
L'uomo dal fiore: Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale...
Pausa
Ci ha fatto attenzione? Divano di stoffa scura, di foggia antica... quelle seggiole imbottite, spesso scompagne... quelle poltroncine... E` roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lì per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, bello. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti a cui basta questo arredo cosi, alla buona, decente, sobrio. Vorrei sapere se lei, quando andò con la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando. L'avventore: Io no, veramente...
L'uomo dal fiore: Eh già; perché non era malato..
Pausa
Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male.
Pausa
Eppure, quante volte certuni stanno li intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono.
Pausa
Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il rivedere la seggiola su cui poc'anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch'esso col suo male segreto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla.
Pausa
Ma che dicevamo? Ah, già... I1 piacere dell'immaginazione. - Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i clienti stanno in attesa del consulto!
L'avventore: Già... veramente...
L'uomo dal fiore:. Non vede la relazione? Neanche io.
Pausa
Ma è che certi richiami d'immagini, tra loro lontane, sono cosi particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze cosi singolari, che l'uno non intenderebbe più l'altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie.
Pausa
Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: - Avrebbero piacere quelle seggiole d'immaginare chi sia il cliente che viene a sedere su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? - Nessun piacere. E cosi io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un'occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che lo aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidi che posso supporre in lei.
L'avventore: Uh, tanti, sa!
L'uomo dal fiore: Ringrazii Dio, se sono fastidi soltanto.
Pausa
C'è chi ha di peggio, caro signore.
Pausa
Io le dico che ho bisogno d'attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui, ma cosi, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla.
Con cupa rabbia:
E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c'è, c'è, ce lo sentiamo tutti qua, come un'angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell'atto stesso che la viviamo, è cosi sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua... a queste noje... a tante stupide illusioni... insulse occupazioni... Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza... questa che ora qua è una noja... e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà... che gusto, queste lagrime... E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla... specialmente quando si sa che è questione di giorni. .
A questo punto dal cantone a destra sporgerà il capo a spiare la donna vestita di nero.
Ecco... vede là? dico là, a quel cantone... vede quell'ombra di donna? - Ecco, s'è nascosta!
L'avventore: Come ? Chi. . . chi era ?...
L'uomo dal fiore: Non l'ha vista? S'è nascosta.
L'avventore: Una donna?
L'uomo dal fiore: Mia moglie, già.
L'avventore: Ah! la sua signora ?
L'uomo dal fiore: (dopo una pausa). Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d'andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. E` come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che più lei le prende a calci, e più le si attaccano alle calcagna.
Pausa
Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare. Non mangia, non dorme più. Mi viene appresso, giorno e notte, così, a distanza. E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti. - Non pare più una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverati per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; e ha appena trentaquattro anni.
Pausa
Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: - Stupida! - scrollandola. Si piglia tutto. Resta li a guardarmi con certi occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza.
Di nuovo a questo punto, la donna sporgerà il capo.
Ecco, guardi... sporge di nuovo il capo dal cantone.
L'avventore: Povera signora!
L'uomo dal fiore: Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch'io me ne stessi a casa, quieto, tranquillo, a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amorose e sviscerate cure; a godere dell'ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c'era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola del salotto da pranzo. - Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l'assurdità... ma no, che dico l'assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d'Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di li a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale. Case, perdio, di pietra e travi, sene sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell'uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. - Le sembra possibile?
L'avventore: Ma forse la sua signora...
L'uomo dal fiore: Mi lasci dire ! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei passa per via; un altro passante, all'improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso ». E con quelle due dita protese, la piglia e butta via... Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l'hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l'altro. Ora io,
si alzerà.
caro signore, ecco... venga qua...
lo farà alzare e lo condurrò sotto il lampione acceso.
qua sotto questo lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi, qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce d'una caramella: - Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma... La morte, capisce? è passata. M'ha ficcato questo fiore in bocca, e m'ha detto: - «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!»
Pausa
Ora mi dica lei, se con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e quieto, come quella disgraziata vorrebbe.
Pausa
Le grido: - Ah sì, e vuoi che ti baci? - «Sì, baciami» - Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l'altra settimana, s'è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m'ha preso la testa e mi voleva baciare... baciare in bocca... Perché dice che vuol morire con me.
Pausa
È pazza...
Poi con ira:
A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro... lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco... cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno...
Riderà.
No no, non tema, caro signore: io scherzo!
Pausa
Me ne vado.
Pausa
Ammazzerei me, se mai...
Pausa
Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo... come due labbra succhiose... Ah, che delizia!
Riderà. - Pausa
Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura.
Pausa
Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra...
Pausa
E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. - All'alba, lei può fare la strada a piedi. - I1 primo cespuglietto d'erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò.
Pausa
Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando.
Riderà. Poi:
Buona notte, caro signore.
E s'avvierà, canticchiando a bocca chiusa il motivetto del mandolino lontano, verso il cantone di destra; ma a un, certo punto, pensando che la moglie sta li ad aspettarlo, volterà e scantonerà dall'altra parte, seguito con gli occhi dal pacifico avventore quasi basito.

 

Fonte: http://www.inpicciolettabarca.it/italiano/pirandello.doc

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