Proverbi commento alla bibbia

Proverbi commento alla bibbia

 

 

Proverbi commento alla bibbia

La danza della sapienza nella creazione

«La sapienza nelle Piazze fa udire la sua voce»

 

Abbiamo davanti a noi un libro, quello dei Proverbi, che è emblematico per un genere letterario, quello della letteratura sapienziale.
È una letteratura nella quale si entra sempre con molto piacere perché è molto ricca e originale.
Si tratta di un itinerario in cui si vedranno tonalità profondamente di­verse. Alcune, molto familiari, sono quelle che io cercherò di sollecitare con una certa immediatezza; altre, invece, sono tonalità nascoste, recon­dite. C’è un vero e proprio arcobaleno sapienziale che è sepolto nell’in­terno di queste pagine non sempre facili.

L’opinione popolare quando sente parlare di sapienza e di proverbi im­magina che si entri in un orizzonte nel quale tutti più o meno trovino qualcosa di immediato, di diretto, di spontaneo. Questo è vero, ma il libro biblico dei Proverbi, un po’ paradossalmente, è anche un libro pie­no di segreti: si veda ad esempio, il c. 8, la pagina usata dal pittore come simbolo riassuntivo del ciclo.

In questa introduzione di ordine generale organizzerò il mio discorso un po’ scolasticamente. Indicherò tre grandi momenti che sono quasi come tre spunti per poter entrare in questo mondo della letteratura sapienziale. Un mondo complicatissimo, ricchissimo perché non tocca solo Israele: in realtà lo lambisce solo ai margini. La letteratura sapienziale, infatti, è soprattutto quella egiziana e mesopotamica ed è una letteratura altissima. In pratica corrisponde alla nostra filosofia o alla nostra teologia.

 

1. L’AMBIGUITÀ DELLA SAPIENZA

 

Inizio con una premessa sull’«ambiguità della sapienza». Questa ambi­guità ve la rappresento in maniera moderna, con due dichiarazioni con­trastanti. La prima riconosce la grandezza e l’importanza della sapienza: senza questa lampada non si potrebbe quasi camminare. Scrive Kant:

«Dice il sapiente, sulla scia di Socrate: quante cose ci sono che io non conosco».

E Kant immagina Socrate che cammina nell’interno di un mercato (vedendo quindi questo mondo affascinante, molteplice, policromo e poliformo, completamente diverso nei volti, nelle voci, nei compor­tamenti).

«Ma dice il saggio nel trambusto del mercato: quante cose ci sono di cui io non ho bisogno!».

La sapienza è anche saper «tagliare»: una grande intelligenza è selettiva, altrimenti abbiamo solo l’erudito che oggi può essere battuto irrime­diabilmente da un elaboratore elettronico. Non è così dell’uomo intel­ligente, del genio. È impossibile, folle, inutile la corsa del computer nei confronti del sapiente. La seconda testimonianza è di Oscar Wilde:

«La sapienza o l’esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori. Sono però più istruttivi gli errori dei grandi intelletti che non la verità dei piccoli intelletti».

Tutti i grandi filosofi hanno detto sicuramente delle cose che sono pazzescamente erronee; eppure il loro pensiero è talmente fecondo da aver condizionato tutta la cultura per secoli.

La sapienza ha continuamente questa ambiguità; è qualcosa di assolu­tamente perfetto ma anche di profondamente umano, caduco. L’espe­rienza è tante volte un rosario di fallimenti, di errori, che ci impedisce di farne altri o di farli fare ad altre persone.

 

2.  I CONTRASTI DELL’ESSERE

 

Il primo capitolo può essere definito, in maniera molto elementare, con una parola: hokmah (sapienza in ebraico), hakam, invece, è il «sa­piente». Se vogliamo precisare il valore di questa parola, potremmo dire che essa è simile ad una parola tedesca diventata quasi popolare anche nel linguaggio italiano: Weltanschauung (la visione del mondo). Hokmah è la capacità di essere delle persone che rientrano in se stesse dopo aver percorso un giro di 360°. È, in pratica, uscire, abbracciare il cosmo e Dio e rientrare ancora in se stessi elaborando tutto quello spettro di realtà che si sono viste. La hokmah è dunque una vera e propria filosofia, una ricerca sul senso di tutto l’essere e, in questa luce, possiamo dire che è un vero e proprio pianeta completo che ab­braccia totalmente l’esistere. Questo modo di percorrere tutto l’oriz­zonte e rinchiudersi poi in se stessi per elaborare (l’uomo è al centro della sapienza) comporta tutta una serie di contrasti che fanno parte del nostro essere sapienti, del nostro comprendere. C’è innanzitutto un contrasto tra un’esperienza «alta» e un’altra di tipo più «basso». È prima di tutto possibile guardare dall’alto. Pensiamo alla filosofia nobile, quella che trova le ragioni ultime, che ha una conoscenza so­fisticata, che elabora dei sistemi onnicomprensivi. Nel c. 8 del libro dei Proverbi troviamo un’elaborazione globale, dall’alto, di tutto il senso dell’essere. C’è anche un’altra strada, che potremmo invece de­finire «dal basso» ed è quella più popolare e folcloristica. La sapienza penetra anche quel mondo al quale di solito non attribuiamo dignità letteraria (la barzelletta ad esempio). Molti di questi testi racchiudono in sé una scintilla di sapienza.

Per questo tipo di sapienza «dal basso», ecco un paio di esempi presi dal libro dei Proverbi.

«Un anello d’oro al naso d’un porco, tale è la donna bella ma priva di senno». (Pr 11, 22)

Questa è veramente una tipica espressione popolare.
La letteratura sapienziale è continuamente venata di misoginia, di an-tifemminismo: è la tipica difesa del maschio, il quale ha sempre paura della donna, nonostante il suo atteggiamento di superiorità, in pratica riconosce che nelle donne c’è un mistero e allora lo attacca, lo demo­lisce, lo smitizza (le barzellette oscene sono segno il più delle volte di un’estrema immaturità e paura nei confronti della sessualità).
Ecco un secondo esempio:

«Sbattendo il latte ne esce panna, premendo il naso ne esce il sangue, spremendo la collera ne esce la lite». (Pr 30, 33)

È una banalità, se si vuole, però è uno schizzo, un bozzetto vivacissi­mo. Ecco allora il primo elemento: nel libro dei Proverbi e negli altri libri sapienziali biblici troviamo, proprio quasi come se gli occhi di questi autori fossero strabici, uno sguardo dall’alto e uno dal basso; ci incontriamo con alcune pagine nobilissime che si interrogano sulla vita e sulla morte e con altre pagine appunto che riguardano il quo­tidiano più modesto. La letteratura sapienziale può essere comparata ad una cinepresa, messa al centro di una piazza e fatta girare ininterrottamente per ventiquattro ore, cercando proprio di raccogliere dall’alba al tramonto gli uomini che escono, le donne che passano, il lavoro, il riposo... È quel tentativo di raccogliere tutto senza elabo­rarlo completamente perché già raccogliere il materiale significa in pratica avere una specie di filo interpretativo sotteso segreto.
Seconda antitesi: la sapienza sorge in ambiente aristocratico. Sappia­mo, studiandone un po’ le origini, che la sapienza sorge attorno al 3000 a.C. in un ambiente ben particolare: in Egitto e in Mesopotamia, nelle scuole di palazzo. Nel mondo sumerico abbiamo la cosiddetta edubba, che è la scuola per formare il principe ereditario, gli alti buro­crati dello Stato, i futuri boiardi, l’alta classe.

Nel c. 1, v. 5 del libro dei Proverbi, quando si parla della sapienza si usa una parola che è di solito tradotta in forme diverse, ad esempio ti dono del consiglio. L’espressione è interessante, in ebraico è tahbulòt, l’antica versione greca della Bibbia detta “dei Settanta” ha tradotto kubernesis. Il termine è appunto quello proprio della politica. Il vo­cabolo ebraico, apparentemente, sembrerebbe un plurale (il plurale femminile in ebraico si fa con la finale -òt). In realtà si tratta di un arcaico femminile di origine fenicia, per cui i Proverbi usano per defi­nire la sapienza nella sua funzione più alta un vocabolo arcaizzante e nobile, proprio delle scuole di palazzo, dell’arte del governo.

La sapienza è di origine aristocratica e proviene in particolare dal­l’Egitto. Ecco che cosa scrive Wen-Amon, un sapiente emigrato in Fenicia nell’XI sec. a.C. (è il momento in cui la sapienza entra anche con Salomone in Israele):

«È dall’Egitto, mia patria, che è uscita la sapienza per raggiungere il paese in cui vivo».

Oggi possediamo almeno una quindicina di raccolte sapienziali egizia-ne, veri e propri testi sistematici.

La sapienza però è anche «democratica».Di fronte alla grande sapien­za di corte si crea, lentamente, quella sapienza che nasce come se fosse un respiro di popolo. Il popolo contadino ha bisogno di sapere come sono i cicli della natura per potere lavorare nei campi: ecco allora che si affida a detti che vengono ripetuti (l’arte per esempio, ha continuato a rappresentare le stagioni con i lavori dei campi).

È quella sapienza, di cui si parlava sopra, che tocca prima di tutto il livello più basso, per poi salire un po’ di più. Altro elemento da sottolineare: la sapienza urbana e borghese a volte è in polemica con quella di corte. C’è anche la distinzione apparentemente paradossale secondo la quale la sapienza aristocratica è più progressista, mentre quella borghese è più tradizionalista e conservatrice. L’intellettuale e il nobile sono certamente più pronti a progettare e ad andare verso il futuro; il contadino, invece, il borghese e il basso popolo sono certa­mente molto più conservatori.

Terzo contrasto. Esiste una sapienza, soprattutto nel libro dei Proverbi e nel Siracide, che è ottimistica e che scopre l’armonia della natura, delle cose e loda Dio. Ma ad essa si oppone una sapienza pessimistica.

All’inizio del c. 8 del libro dei Proverbi si descrive la Sapienza che esce per le strade, parla dalle alture, dalle vie, dai crocicchi, dalle porte agli ingressi della città, dalle soglie degli usci. È presente in ogni luogo e invita ad ammirare l’armonia dell’essere, l’armonia cosmica. C’è la con­vinzione, come dice Pangloss il coprotagonista del Candido di Voltaire, che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. Questa visione ha certo un fondamento e sono le meraviglie che esistono nel cosmo e nell’uomo. Però è inevitabile che subito prenda piede anche la grande sapienza pessimistica, più alta dal punto di vista letterario e teologico. Essa punta invece l’obiettivo sulle «smagliature» dell’essere. Certamente possiamo dire che il mondo è mirabile, però, quando io sono malato, automaticamente, per me tutto il mondo diventa malato. Ecco allora il sorgere di una letteratura sapienziale pessimistica.

La letteratura pessimistica è ricchissima: cito ad esempio il famoso Dialogo di un suicida col suo ba (o anima) (2200 a.C.) del mondo egi­ziano (Papiro di Berlino 3024): è la storia in 156 linee, incomplete, di un uomo che decide di togliersi la vita perché non mette conto con­tinuare a vivere e la sua conclusione è di estrema desolazione, tanto è vero che in tedesco lo si è intitolato Lebensmùde (taedium vitae). Anche se andiamo nell’altra parte della Mezzaluna Fertile, il mondo mesopotamico, incontriamo testimonianze dello stesso genere. Em­blematico è il testo accadico «Io voglio celebrare il Signore della sa­pienza», che comprende circa 500 linee, composto nel 1500 a.C. Ecco una battuta per rendere l’idea del come siamo lontani dall’ottimismo del libro dei Proverbi:

«Il tormentatore (Dio) mi tortura tutto il giorno, nemmeno di notte mi lascia un istante; a forza di torcerli i miei tendini sono strappati, le mie membra sono slogate e gettate in un mucchio. Passo le mie notti nei miei escrementi come un bue, mi rotolo nella mia sporcizia come un montone».

Anche quando abbiamo i primi testi teologici di un certo rilievo, come la cosiddetta «Teodicea babilonese» del 1000 a.C., composta da 27 strofe e 297 linee, il problema principale è cercare di giustificare Dio di fronte al male.

Persino il famoso poema dell’Epopea di Ghilgamesh è un testo pessi­mistico: nella decima tavoletta, quando il serpente ha morsicato l’al­bero della vita, si legge:

«Ghilgamesh, dove ti affretti? La vita che tu cerchi non l’avrai perché gli dei se la tennero solo per se stessi».

Due libri biblici per eccellenza, Giobbe e Qohèlet, sono due testi di profondo pessimismo e testimoniano la presenza di questo tipo di sa­pienza anche nella Sacra Scrittura.

3. L’ORIZZONTE SAPIENZIALE

 

La letteratura sapienziale deve affrontare alcune questioni radicali con un certo metodo. Possiamo dire che la domanda fondamentale, che la sapienza pone, l’ha formulata molto bene Qohèlet, sapiente pessimista:

«Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?».

La domanda fondamentale è filosofica: che senso ha l’essere e l’esiste­re? Basta solo che l’uomo, per un istante, spenga l’interruttore su tutte le distrazioni che gli impediscono di formulare le domande ultime; ba­sta soltanto che l’uomo smetta, per un istante, di formulare le doman­de penultime: Cosa vedremo? Cosa mangeremo? Dove andremo? Ed ecco che subito l’uomo autentico, cosciente, si trova di fronte a quella radicale domanda che gli serpeggia nella coscienza come una fredda serpe: Che senso ha la vita? Perché la morte? C’è Dio? Che cosa siamo noi in questi spazi immensi?
Naturalmente, queste domande impauriscono e la sapienza offre ri­sposte talora autentiche. Dio c’è; vivere è bello; la morte è un approdo felice o, comunque, una porta aperta sull’infinito.

E c’è l’altra sapienza che dice: Dio esiste, però tace; la vita è tutta tempestata di miserie; il vivere è una specie di maledizione; il mondo in cui siamo è un coacervo di contraddizioni; la morte è un approdo nel nulla.

Per rispondere a queste domande, analizziamo innanzitutto il metodo seguito. Si potrebbe tracciare come su di una lavagna due colonne:
mettendo sulla prima le espressioni che tradizionalmente il resto del­la Bibbia usa per rispondere a queste domande, e sulla seconda le espressioni che vengono di solito usate dai libri sapienziali. Ad esem­pio: quando negli altri passi biblici si parla di Dio, si usa il termine Jahweh, il Signore; nei libri sapienziali invece questo nome lo tro­viamo più raramente: si preferisce piuttosto usare il generico «Dio» Elohim, arrivando persino al paradosso di Qohèlet che usa l’articolo ha-Elohim (il Dio, la divinità). E questo è il nome generico con il quale si chiamava Dio in tutta la Mezzaluna Fertile. Dire «Signore» e dire «Dio», non è la stessa cosa: un ateo non potrà mai dire «il Signore», dirà invece «Dio, la divinità».

Analogamente, sulla colonna tradizionale troviamo sempre come pro­tagonista Israele, gli Israeliti, i figli di Israele. Nella letteratura sapien­ziale questi termini quasi scompaiono ed entra in scena una nuova figura che si chiama Adam (l’uomo). I personaggi sono universali. Si arriva al punto di coinvolgere, per il libro più bello dell’Antico Testa­mento, Giobbe, uno che non è ebreo: era un uomo di Uz, una regione esotica, uno dei figli d’Oriente. La tipizzazione è quella dell’uomo universale.

Facciamo un ulteriore passo avanti. Nei libri tradizionali della Bib­bia viene quasi sempre usata l’espressione: «Così dice Dio». I profeti entrano in scena con la parola di Dio (ne’ùm jhwh, «oracolo del Si­gnore»). Nella letteratura sapienziale, invece, rarissimamente si trova una espressione direttamente riferita a Dio. È la ragione dell’uomo che porta in sé l’avallo divino. È la ragione che cerca: non è Dio che mi si rivela direttamente, sono io che lo cerco con la mia mente e con la sua illuminazione. Per questo motivo è stato detto che la letteratura sapienziale, in un certo senso, è anche «razionalistica», non nel senso illuministico occidentale, ma perché privilegia la ragione come via al credere; sottolinea di più la ricerca rispetto all’epifania, alla teofania, propria della letteratura tradizionale.

Ancora: sulla colonna biblica tradizionale troviamo di continuo la pa­rola storia.

La Bibbia è il racconto di una storia solenne di grandi eventi nei quali si realizza la parola di Dio: chi non conosce l’esodo, oppure la grande conquista della terra promessa?

Nella sapienza la grande storia non c’è più. Il libro della Sapienza, ad esempio, parla dell’esodo, ma lo rappresenta come se fosse un esodo escatologico, cioè finale, glorioso, cosmico, per cui la realtà storica ormai si dissolve.

Nei testi sapienziali è in scena invece il quotidiano, l’esistente. In te-desco si distingue solitamente tra Sein e Dasein. L’essere, il Sein per eccellenza è quello dei libri tradizionali; in quelli sapienziali abbiamo il Dasein, «l’essere qui e l’essere là», l’essere modesto e quotidiano, l’esistente. La storia non è più quella dei grandi atti salvifici, è quella della donna che sta lavorando nell’interno della sua casa, è quella delle stagioni, la storia dell’orefice, dell’artigiano, di tutti quei piccolissimi quadretti di vita quotidiana.

È cambiata la prospettiva: nell’Antico Testamento, si parla continua-mente dell’alleanza fra l’uomo e Dio. Nel libro dei Proverbi invece troviamo la parola beni (alleanza) una volta sola, quando essa viene usata per parlare del matrimonio.

Vorrei da ultimo sottolineare questa diversità di metodo in due testi paralleli:

«Non avrai nei tuo sacco due pesi diversi, uno grande e uno piccolo.
Non avrai in casa due tipi di efa, una grande e una piccola. Terrai un peso completo e giusto, terrai un’efa completa e giusta, perché tu possa aver lunga vita nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti». (Deut 25, 13-15)

«Doppio peso e doppia misura sono due cose in abominio al Signore». (Pr20, 10)

 

Nel primo testo, tratto dall’antica legislazione biblica, vi è un ordine, nel secondo un consiglio. Nei libri sapienziali, infatti, non si avrà mai l’imperativo violento, ma piuttosto il consiglio dolce: il padre che in­segna al figlio, il maestro che consiglia il discepolo.
Ecco allora la prima conclusione: il metodo sapienziale è quello della ricerca globale. È una specie di umanesimo integrale che avvolge un p0’ tutta l’esistenza in una grande riflessione.

 

 

4. LE TRE GRANDI RELAZIONI

 

Per quanto riguarda il contenuto, possiamo riassumerlo teoricamente con una visione triangolare. Immaginiamo l’uomo messo al centro e da lui cominciamo a far dipartire tre raggi che cadono su tre punti diversi. Lo studio della letteratura sapienziale non consiste nell’indi­viduare i punti, ma i raggi, le relazioni. È una letteratura funzionale e pratica perché insegna a tendere i fili, a percorrere le strade che portano a quei punti.
Il primo punto è naturalmente Dio. Si tratta di una sapienza sempre credente, non atea, anche se qualche volta ha delle incrinature pessi­mistiche. Riassume molto bene tutto questo il titolo che è stato inciso tante volte sui portali di tante scuole, come ad esempio all’ingresso del collegio dove studiò Alessandro Manzoni:

«Il timore del Signore è il principio della scienza;
gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione». (Pr 1, 7)

Il punto di partenza, il primo nodo da stabilire è il rispetto di Dio.

Il secondo filo, naturalmente, è con il tuo simile, il tuo prossimo. Per stabilire questo rapporto si parte dalla relazione più alta, quella d’amo­re e su quella si misurano tutte le altre in decrescendo. Questo filo è teso e si ingrossa sempre di più perché è fatto di una matassa di colori. Prendiamo, ad esempio, il rapporto con la donna con tutte le sue di­mensioni difficili e a volte scandalose. Troviamo pagine misogine che sono da smitizzare perché appartengono ad una precisa cultura, ma sono anche da evidenziare come un dato di fatto, perché ironizzare sulla donna appartiene alla cultura di molti secoli e di molte regioni. È indubbio che nella Bibbia restiamo senza respiro quando vediamo questo filo così teso verso il basso. Leggiamo, con una certa vergogna, nel c. 42, 14 del Siracide:

«Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna, una donna che porta vergogna fino allo scherno».

 

Si tratta sempre di un modo strano ma reale per stabilire un contatto. Pensiamo ancora al rapporto con i magistrati, con i politici, con il fratello, con il padre, con i figli...

Nel terzo filo incontriamo un’altra realtà. L’uomo biblico non è l’uo­mo spirituale platonico, ma l’uomo che ha un rapporto sereno con la materia e con essa si trova bene.

È stato detto, e giustamente, che il libro del Deuteronomio e quello dei Proverbi sono due libri di santo materialismo, in cui si «godo­no» le cose. C’è un grande piacere nel toccare gli oggetti, nel vivere, nel mangiare, nel divertirsi, nell’appropriarsi di tutto l’orizzonte delle cose di questo mondo.

Ecco allora la scoperta del cosmo, della materia: una scoperta molto variegata, ma soprattutto filosoficamente rilevante.

Walter Benjamin, grande scrittore e pensatore austriaco, diceva:

«La creazione divina è completa quando le cose ricevono il nome dagli uomini».

Nella letteratura sapienziale c’è questa coscienza (e qui bisogna ri­farsi ad «Adamo» che dà il nome agli animali): è l’uomo che fa sì che le cose siano, perché se non ci fosse l’uomo, che senso avrebbe un panorama meraviglioso? C’è questa convinzione antropocentrica, un po’ pericolosa, ma anche estremamente suggestiva: l’uomo dovreb­be essere il liturgo della creazione, i decifratore del segreto mirabile di questo arazzo che lo circonda. Come dice i Salmo 148, dovrebbe portare nell’abside del cosmo ventidue creature (tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico) a cantare: una lode a Dio con lui e diretta da lui.

C’è quindi la convinzione che studiare la tecnica, la scienza è fonda­mentale. Il papiro egiziano Anastasi elenca liste sterminate di oggetti e di animali. Elencare significa dare i nome, conoscerle, possederle, penetrarle, pervaderle e averne coscienza e consapevolezza.

 

 

5.IL NODO DELLA SAPIENZA

 

Questo nodo fondamentale lo esprimiamo con un testo. È una pagina bellissima che sarebbe tutta da commentare e da sciogliere nell’inter­no soprattutto dell’ebraico, perché proprio qui si rivela l’impotenza della traduzione italiana. L’autore gioca moltissimo sull’aspetto fo­netico, sonoro delle parole. Del resto, anche i nostri proverbi sono normalmente in rima.

Il cantico è nel c. 8, 22-31 del libro dei Proverbi:

«Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d’allora.
Dall’eternità sono stata costituita,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline io sono stata generata.
Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi,
né le prime zolle del mondo;
quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso;
quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso;
quando stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le fondamenta della terra,
allora io ero con lui come architetto
ed ero la sua delizia ogni giorno,
dilettandomi davanti a lui in ogni istante;
dilettandomi sui globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».

Vorrei fissare l’attenzione sul v. 22 particolarmente significativo per scoprire il nodo che tiene insieme il Creatore e la creazione.

Vediamo di riuscire a comprendere, anche al di là dell’ebraico, il va­lore molto complesso di questo passo.

Il testo dice:

«Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività»;

la sapienza è quindi qualcosa di creato, che è in noi, che è nel mondo. Ma questa traduzione dall’ebraico non è sufficiente perché i verbo usato non è bara’ (creare), bensì qanah che significa, contemporanea­mente, «creare» e «generare»; letteralmente: «possedere, conquistare, acquistare».

Questo verbo ha perciò due volti, come due sono i volti della sapienza che continuamente si canteranno.

L’autore conosce entrambi i verbi e li fonde insieme nel verbo qanah perché la sapienza è nella mente di Dio, è una sua idea, un progetto di Dio, è qualcosa di «increato», è una realtà divina, trascendente.

Il contenuto di questo progetto è creare le cose.

Affinché i progetto diventi efficace e reale, è necessario che diventi «noi», che si attui nelle cose di questo mondo. La sapienza allora è contemporaneamente qualcosa di divino e qualcosa di umano.

Ora si capisce perché questo inno è stato applicato subito a Gesù Cristo dalla tradizione cristiana: l’uomo-Dio.

La stessa espressione «all’inizio della sua attività» in ebraico è: reshìt darkò, che significa la primizia della sua via. La primizia, non solo cronologicamente parlando. Le primizie dei campi sono anche la cosa più preziosa.

L’autore, allora, con questa espressione, allude contemporaneamente a due cose: la sapienza è una cosa creata, è la prima di tutte le cose; ma al tempo stesso è anche qualcosa di superiore che assomiglia alla primizia preziosa e trascendente. In ebraico derek è la «via», ma anche la «vita». Perciò l’espressione significa contemporaneamente una via, una mappa, una planimetria di una realtà ma, al tempo stesso, anche la vigoria sessuale di una persona, la sua forza generatrice, la sua po­tenza, la sua vita.

La sapienza dice: io sono la realtà più preziosa della forza di Dio, ma anche la prima delle realtà create, perché le tengo insieme. La sapienza quindi è di Dio ed è anche nostra: c’è Dio il sapiente e c’è l’uomo sapiente. La stessa cosa è ripresa nella parte finale. Riprendo due particolari.

«Io ero con il Signore come architetto».

Abbiamo il vocabolo ebraico ‘amon che ricorre una volta sola nel­la Bibbia. Secondo la filologia comparata questo termine significa «architetto». La sapienza è l’architetto di Dio che costruisce questa cattedrale dell’essere nella quale l’uomo si aggira come un pellegrino stupito. Pensiamo a cosa noi non conosciamo ancora dell’universo; siamo ancora ai primi lembi di questo mantello divino.

D’altra parte è possibile con altre argomentazioni tradurre questo vocabolo con «fanciullo» e allora abbiamo un’immagine ancora più suggestiva che viene sviluppata in tutto ciò che segue.

Michelangelo, nella Cappella Sistina, rappresentando la creazione, raffigura la sapienza come un giovane meraviglioso ed armonioso che sta giocando nell’atelier immenso del cosmo. Dio è rappresentato come colui che gioca. Il gioco puro e creativo è, forse, il simbolo più alto per parlare di Dio.

Naturalmente, dobbiamo dimenticare i giochi che siamo soliti dare ai nostri bambini, quelli che si comprano a Natale, squallidi esempi dei giochi degli adulti che non ammettono nessuna creatività. Dobbiamo dimenticare i giochi degli stadi, forme di frenesie tribali. Dobbiamo invece cercare il gioco puro, quello che si trova nell’artista.

La sapienza potrebbe essere rappresentata come una fanciulla che danza.

La danza è il segno più alto dell’armonia e del gioco e non per nulla le grandi liturgie antiche hanno sempre avuto nel loro interno degli elementi che comprendevano la danza. Pensiamo alla danza mirabile dei Dervisci islamici, che è armonia con la danza del Creatore.

Infatti, le espressioni che seguono, che sono state tradotte con delizia e dilettandomi, si riferiscono ad un vocabolo ebraico molto più sug­gestivo. È il termine che è stato usato per festeggiare Davide vincitore contro Golia; per descrivere Davide che porta l’arca a Gerusalemme e danza davanti ad essa; è il termine usato da Zaccaria per descrivere i ragazzi che giocano nelle piazze della Gerusalemme del futuro.

Le espressioni, quindi, vogliono rappresentare la creazione come un’opera artistica, come un gioco supremo; architetto e fanciullo, quindi, si incontrano nello stesso significato.

È per questo che la teologia, in epoca recente, come in passato, ha tentato di esprimere l’atto creativo proprio ricorrendo all’immagine del riso, del gioco.

Se voglio parlare di Dio, devo riuscire a capire cos’è i gioco nella sua purezza suprema, nella sua capacità estrema di creatività. L’artista quando sta creando, veramente gioca, si diverte infinitamente, tra­scende le sue miserie, perde la sofferenza fisica. È vero perciò quello che diceva Pascal: anche con i più disperato dolore di denti, quando il pensiero ti avvolge la mente nella creazione, tu riesci a superare la sofferenza, sei veramente capace di passare oltre la radice delle cose.

Nel libro Homo ludens Hugo Rahner cita un monaco di San Gallo, Nokter, che cantava così la Chiesa:

«Ecce sub vite amoena Christe; ludet in pace omnis ecclesia tute in horto» (Ecco, o Cristo, sotto una vite amena tutta la Chiesa gioca in pace sicura nel giardino).

Molti teologi hanno cercato di utilizzare l’analogia «ludica», cioè han­no tentato di parlare di Dio attraverso l’arte, l’estetica. La poesia di­venta sorella della teologia. Anche Lutero ha espresso questo concetto parlando dell’Apocalisse:

«Allora l’uomo giocherà con cielo e terra e sole e con tutte le creature, e tutte le creature proveranno anche un piacere, un amore, una gioia lirica e rideranno con te o Signore e tu a tua volta, riderai con loro».

Lutero evoca la danza dell’inizio della creazione, i capolavoro di Dio, che ha avuto il suo acme nella creazione dell’uomo. Alla fine sarà an­cora una grande danza, sarà la ri-creazione. La nuova creazione (e notate il gioco di parole) sarà anche «ri-creazione» che per noi vuol dire divertimento, riposo.

Ecco allora l’ultimo elemento: la sapienza è una qualità che è in Dio e che è in noi. Non si possono scindere le due realtà. E allora ci si acco­sta alla sapienza con estremo amore, non con paura.

È molto discutibile la religiosità che ha paura dell’intelligenza, dell’ar­te, della libertà dell’espressione.

La forza della religiosità non risiede nell’oscurità, ma nella luce e la sapienza è proprio la testimonianza che i comprendere è una realtà limitata dell’uomo, ma è sempre una scintilla, un frammento della sa­pienza infinita.

Nella letteratura proverbiale anche le piccole cose che calpestiamo camminando (i verme, la mosca, la zanzara) sono presenti con la loro lezione.

C’è la convinzione profonda che bisogna cercare di sciogliere e di ca­pire la realtà tutta. Questa convinzione arriverà al paradosso estremo della qabbalah (la Cabala ebraica), quando si cercheranno i legami più sottili e più segreti di ogni cosa fino a diventare quasi maniacali. Ma l’idea è fondamentale. Non c’è nulla che non abbia senso, che non entri in questo grande progetto di Dio.

C’è anche un altro pensiero che vorrei che tutti avessimo ben im­presso nella mente leggendo i Proverbi. Lo troviamo espresso da un grande pensatore, il quale ha dovuto patire molto per il suo capire: Galileo Galilei. Come tutti i grandi e gli autentici uomini intelligenti era dotato di una profonda umiltà e semplicità:

«Infinita è la turba degli sciocchi,
cioè di quelli che non sanno nulla e dicono di sapere tutto.
Assai sono quelli che sanno pochissimo.
Pochi sono quelli che sanno qualche piccola cosetta.
Pochissimi quelli che sanno qualche particella.
Uno solo, Dio, è quello che (la) sa tutta la verità».

 

La  giornata  dell’uomo  dei  Proverbi

 

«Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo Padre,.,» (Pr 1,8)

 

 

 

Inizio con un particolare marginale, ma tipico della letteratura prover­biale biblica. Come abbiamo già detto essa è dotata (e questo avviene per tutta la letteratura sapienziale popolare, ed anche per quella nobile) di una carica di ironia e di sarcasmo che raggiunge qualche volta persino la cattiveria. Questa ironia deriva sia dalla scoperta bonaria della mise­ria dell’uomo, sia dalla scoperta gioiosa dell’orizzonte umano e dei suoi limiti che servono a creare una specie di fantasia nell’interno dell’uma­nità, evitando il tono troppo monocorde.

Riporto un esempio di ironia tratto dalla letteratura che è fiorita suc-cessivamente a quella proverbiale. Si tratta delle cosiddette storielle ebraiche, raccolte anche in un libretto di F. Fòlkel (Storielle ebraiche, ed. BUR, Rizzoli), le quali sono meno vivaci di quelle abbozzate nei Proverbi, ma ne esprimono bene l’atteggiamento.

Il testo che cito contiene anche un’altra caratteristica della letteratura sapienziale: l’autoironia. Noterete che in finale l’ebreo ironizza su se stesso; è un atteggiamento tipico soprattutto nella letteratura ebraica americana.

«Quando si racconta una storiella yiddish (letteratura ebraica mitteleu­ropea) ad un contadino, egli ride tre volte: quando gliela raccontano, quando gliela spiegano e quando riesce a capirla. Un borghese invece ride solo due volte: quando gliela raccontano e quando gliela spiegano, ma non riesce a capirla. Un ufficiale ride una sola volta: quando gliela raccontano, perché non vuole che gliela spieghino e se anche gliela spie-gassero, non la capirebbe mai. Se invece la si racconta ad un ebreo, egli dice: “Dio mio, io la conosco da sempre questa storia”».

L’approccio alla realtà avviene con questo filo ironico sempre dotato di un certo sapore, di un certo sale. Tutto questo si riscontra nel libro dei Proverbi.

 

 

 

1. LA QUESTIONE LETTERARIA DEI PROVERBI

 

La letteratura sapienziale è un grande orizzonte che va oltre le 6915 parole ebraiche di cui è composto i libro dei Proverbi. Rapportate alle 300.613 parole dell’Antico Testamento ebraico, sono soltanto il 2,3%. Si tratta quindi, tutto sommato, di una stilla.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che esiste un pentateuco sapien­ziale, almeno per quanto riguarda il canone cattolico, che comprende appunto Giobbe, i Proverbi, il Qohèlet, la Sapienza e il Siracide. La Sapienza e il Siracide non rientrano invece nel canone ebraico delle Sacre Scritture perché ci sono giunti in greco e quindi sono conside­rati «deuterocanonici». -

Questo pentateuco sapienziale si può ampliare fino ad arrivare ad un settenario, aggiungendo a questi cinque libri anche i Salmi e i Canti­co dei Cantici, perché, dalla tradizione giudaica, vengono tutti messi sotto lo stesso titolo: ketuvim («gli Scritti»). Ma i Salmi e il Cantico dei Cantici vivono di una loro autonomia, preziosità e splendore.

La letteratura sapienziale però non finisce qui. I cc. 1-3 della Genesi, per esempio, sono chiaramente letteratura sapienziale. Sono infatti una riflessione su ha-’adam, cioè sull’uomo. Si tratta di una letteratura sapienziale, filosofica, teologica.

In pratica sono un po’ paralleli a quel bellissimo cantico che abbiamo esaminato nella precedente lettura biblica e che troviamo in Pr 8, 22-31, dove si canta la sapienza che è, al tempo stesso, prima di tutte le cose, in quanto ha i medesimo volto di Dio ed è nelle cose e in noi perché tutti noi abbiamo una scintilla di quella sapienza. Il cosmo intero partecipa alla bellezza della creazione.

Nel 1953 un famoso esegeta tedesco, G. von Rai ha scritto un saggio nel quale sosteneva che la storia di Giuseppe, narrata nei cc. 37-50 della Genesi, è di natura sapienziale e non una pagina storica in senso stretto. È un racconto esemplare in cui ci sono dei personaggi che sono collegati ai patriarchi e all’esodo, ma che si presentano soprattutto come modelli di vita. Per questo sono rivestiti di molti elementi fittizi. Nel libro del Deuteronomio e negli stessi profeti si trovano spesso delle espressioni che sono veri e propri proverbi o dichiarazioni sa­pienziali. Lo stesso von Rad, in uno studio molto importante del 1960, ha sottolineato che la letteratura apocalittica (ad esempio quella di Daniele o di alcuni testi apocrifi) ha le sue origini in quella sapienziale, per cui è la figlia di questa letteratura dall’orizzonte così ricco.

Sull’intero panorama sapienziale primeggia la figura di Salomone. Nel c. 10 del primo libro dei Re, la regina di Saba incontra Salomone e re­sta stupita di fronte al sapere di quest’uomo. Da qui nasceranno tutte le leggende che daranno origine alla fantasia secondo la quale i negus neghesti («il re dei re», cioè il re dell’Etiopia) era discendente da un figlio nato dal matrimonio tra Salomone e la regina di Saba.

Con Salomone si ha la testimonianza di un contatto, di un dialogo ecu­menico con le varie culture. Durante l’epoca salomonica i fermenti, le ricerche delle letterature circostanti vengono portate a Gerusalemme e lì rielaborate. Da questo incontro nasce la letteratura sapienziale ebraica. Ecco un esempio tratto da 1 Re 5, 9-14:

«Dio concesse a Salomone saggezza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare. La saggezza di Salomone superò la saggezza di tutti gli orientali e tutta la saggezza dell’Egitto.
Egli fu veramente più saggio di tutti, più di Etan l’Ezrachita, di Eman, di Calcol e di Darda, figli di Macol; il suo nome divenne noto fra tutti i popoli limitrofi Salomone pronunziò tremila proverbi, le sue poesie furono millecinque.
Parlò di piante, dal cedro del Libano all’issopo che sbuca dal muro; parlò di quadrupedi, di uccelli, di retti i e di pesci
Da tutte le nazioni venivano per ascoltare la saggezza di Salomone; venivano anche i re dei paesi ove si era sparsa la fama della sua sag­gezza».

È evidente che in questo ritratto si vuole raffigurare i sapiente. In filigrana si intravede l’uomo saggio, l’intellettuale ricco anche uma­namente.

La sapienza, perciò, abbraccia un orizzonte molto più esteso di questi cinque o sette libri. Su tutti domina la figura di Salomone.

 

 

2. LA MODALITÀ CON CUI SI ESPRIME LA SAPIENZA

 

La sapienza si esprime in diversi modi: proverbi, detti, inni, parabo­le ecc. ma la forma più caratteristica della letteratura sapienziale è il «proverbio» (ebr. mashal).

Ogni cultura ha escogitato il suo tipo di proverbio secondo le proprie esigenze linguistiche.

Diceva il filosofo Francesco Bacone:

«Il genio, la saggezza, lo spirito di una nazione si scoprono nei suoi proverbi».

Il termine mashal è in realtà molto generico in quanto indica: det­to, sentenza, aforisma, proverbio, allegoria, parabola, poesia. Esso ha però i suo valore soprattutto nell’interno del proverbio proprio come lo intendiamo noi.

Il proverbio, essendo come una scheggia, pur nella sua semplicità, è difficile da costruire perché raccoglie tutta la realtà in un piccolo frammento. -

Inoltre, bisogna creare una forma espressiva che colpisca subito la mente evitando un lungo discorso: quest’ultimo spegne la forza del messaggio che si vuole comunicare. Il proverbio deve andare diritto al cuore e alla mente anche della persona semplice, addirittura dello stupido, suggerisce il libro dei Proverbi, proprio perché ha più biso­gno di tutti di imparare.

Questi frammenti sono quindi molto complessi nonostante la loro bre­vità. Un grosso commento ai Proverbi di due autori spagnoli, Alonso Schòkel e Vichez Lindez, dedica ben quaranta pagine (esattamente dalla pagina 134 a 174 nella traduzione italiana, ed. Borla) per spie­gare i meccanismi interni a questi distici (si tratta, -infatti, solitamente di due versetti).

C’è innanzitutto il proverbio detto «quod» (in latino «perché, infatti») cioè i «proverbio evento» che ci fa balenare una cosa, una scenetta e su quella c’è già una lezione.

C’è poi un altro proverbio un po’ più sofisticato, più filosofico, detto «quia» o «cur» (in latino «perché»), che cerca anche di trovare una spiegazione alla rivelazione fatta sulla realtà.

Ma, soprattutto, una delle leggi fondamentali del proverbio è il paral­lelismo, che può essere sinonimico, antitetico e progressivo. «Sinonimico» significa ripetere due volte la stessa cosa da angolature diverse, cioè guardando la stessa realtà da due prospettive diverse, cogliendo due sfaccettature differenti:

«Il falso testimone non resterà impunito,
chi diffonde menzogne non avrà scampo». (Pr 19, 5)

Il primo verso è molto più solenne, da tribunale, il secondo è più quotidiano.

Il parallelismo «antitetico» invece, insiste su un determinato dato de­scrivendone anche il contrario:

«C’è chi fa il ricco e non ha nulla
c’è chi fa il povero e ha molti beni».

In 4, 18 troviamo un esempio di parallelismo «progressivo». Compor­ta due elementi paralleli ed un terzo in crescendo:

«La strada dei giusti è come la luce dell’alba, -che aumenta lo splendore fino al meriggio».

Uno dei risultati che si vogliono ottenere usando queste tecniche è i suono, la facilità dell’apprendimento, la costruzione della paronoma­sia, cioè dell’onomatopea fonetica.

Anche in italiano moltissimi proverbi sono costruiti sul gioco delle parole, sulle rime ed è perciò talora senza senso leggere dei proverbi in traduzione. Perdono di valore perché tutta la loro carica sta nella rima. La rima inoltre non appartiene solo alla poesia, alla letteratura o al ragionamento popolare, ma anche alla musica.

Pensiamo, ad esempio, al Carnevale degli animali di Saint-Saéns o a quel divertentissimo Duetto tra due gatti di Rossini, in cui il soprano deve imitare proprio il gatto miagolando.

Anche Schubert, con il suo Quintetto della trota tenta di imitare lo sci­volare del pesce nell’acqua; pure Mozart si è dedicato a questo genere nella cosiddetta Messa dei passeri e nelle Danze tedesche, imitando i canarino, i passeri ed altri uccelli.

C’è insomma l’esigenza costante di rima e di onomatopea: pensiamo soprattutto al Pascoli e alle sue poesie.

Tutte queste cose hanno un’importanza fondamentale, perché per­mettono di avere lezioni immediate, che rimangono nella mente, quasi come fossero delle biblioteche portatili autentiche, scritte, appunto, sulla viva pagina della memoria.

I francesi hanno inventato l’espressione che è secondo me la migliore descrizione della memoria: in francese imparare a memoria si dice par coeur, attraverso il cuore. È qualcosa che nasce -da un’assuefazione profonda, per cui la memoria che possediamo deve essere aiutata, sen­za disprezzare questo dono straordinario che tutti gli uomini hanno in misura diversa ma che devono sviluppare.

Ricordiamo, infine, sempre a proposito del mashal, la tecnica del con­trappunto.
Se noi raccogliessimo idealmente tutti i proverbi dell’umanità, ci ac­corgeremmo che moltissimi sono contraddittori tra di loro eppure sono veri. Questo perché la realtà stessa è contraddittoria. Non è la perfezione semplice e univoca di Dio. Ecco un esempio.

«Non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza
per non divenire anche tu simile a lui
Rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza
Perché egli non si creda saggio». (Pr 26, 4-5)

È indiscutibile che queste due rilevazioni sono entrambe vere, anche se contraddittorie.
Esiste quindi un’antitesi che è verità.

 

 

3. LA STRUTTURA DEL LIBRO DEI PROVERBI

 

Il libro biblico dei proverbi si compone di 31 capitoli, divisi dagli studiosi in tante parti: cinque parti, sette, otto e anche nove. Questo è dovuto al fatto che si tratta di collezioni diverse i cui confini non sono sempre nitidi, anche perché ad esse si aggiungono degli allegati
o appendici.

Ecco brevemente un tracciato schematico. Ricordo che i proverbi sono tutti di periodi diversi.

1.      La prima collezione è costituita dai cc. 1-9: è la più recente (500-400 a.C.), ma anche la più nobile e sofisticata.

2.      I cc. 10-22 formano la seconda collezione, detta anche «prima col­lezione salomonica». Essa si divide chiaramente in due parti: i cc. 10-15 che comprendono 184 proverbi dominati dal contrasto tra il giusto e l’empio; i cc. 16-22 che si compongono di 191 proverbi di stampo monarchico. Riflettono l’epoca di Salomone.

3.      Dalla seconda parte del cc. 22 (v. 17) fino al c. 24 inizia la terza col­lezione, formata da due allegati intitolati: «Le parole dei saggi». In apertura di questa terza collezione troviamo una cosa curiosa: la libera trascrizione di un testo sapienziale egiziano dell’XI sec. a.C. Abbiamo perciò l’osmosi tra Israele e l’Egitto: la Bibbia ha ricono­sciuto parola di Dio anche lo scritto di un pagano, considerandolo ispirato.

Leggiamo ad esempio il c. 23, 29-3 5:

«Per chi i guai? Per chi i lamenti?
Per chi i litigi? Per chi i gemiti?
A chi le percosse per futili motivi?
A chi gli occhi rossi?
Per quelli che si perdono dietro al vino
e vanno a gustare vino puro.
Non guardare il vino quando rosseggia,
quando scintilla nella coppa e scende giù piano piano;
finirà con il morderti come un serpente
e pungerti come una vipera.
Allora i tuoi occhi vedranno cose strane
e la tua mente dirà cose sconnesse.
Ti parrà di giocare in alto mare
o di dormire in cima all’albero maestro.
Mi hanno picchiato, ma non sento male.
Mi hanno bastonato, ma non me ne sono accorto.
Quando mi sveglierò? Ne chiederò dell’altro».

Questo ci dimostra come la Bibbia non abbia nessun imbarazzo, nell’accogliere al suo interno contributi esterni e notazioni profon­damente umane e quotidiane.

Ci sono inoltre delle indicazioni che riguardano la buona educazio­ne, l’etichetta, il savoir-faire, le virtù umane. Queste virtù, oggi tan­to calpestate, costituiscono invece per l’autore dei Proverbi, una componente della fede, della religione.

 

4.      La quarta collezione è costituita dai cc. 25-29 ed è aperta da un titolo:

«Anche questi sono proverbi di Salomone,
trascritti dagli uomini di Ezechia, re di Giuda». (Pr 25, 1)

Verso la fine dell’VIII secolo, quindi, Ezechia prese dei proverbi precedenti e li elaborò. Anche questi cinque capitoli si dividono chiaramente in due parti: 25-27 e 28-29. Come si vede la collezio­ne è stata costruita con un certo criterio, ma anche con notevole varietà.

La prima parte è folcloristica e inondata dalla natura: sabbia, pie­tre, fonti, acque, campi, fieno, spine, vento, nubi, pioggia, neve, freddo, calura, asini, cavalli, greggi, leoni, uccelli, capretti, orafi, tessitori, carpentieri, contadini... L’altra, invece, è molto più so-lenne, di tono etico, religioso, quasi curiale. Probabilmente era ad un livello superiore, usata all’interno dei palazzi.

 

5.      L’ultima parte, cc. 30-31, è formata da quattro frammenti proverbiali molto belli, provenienti da luoghi diversi e cuciti insieme. Ilprimo è di un tale Agur, re di Massa (probabilmente una tribù ismaelita araba). Siamo quindi, ancora una volta, in presenza di una sapienza esterna. La Bibbia dimostra uno spirito ecumenico e libero nel captare i valori delle altre culture:

«Io ti domando due cose, non negarmele prima che io muoia:
tieni lontano da me falsità e menzogna,
non darmi né povertà né ricchezza;
ma fammi avere il cibo necessario,
perché, una volta sazio, io non ti rinneghi
e dica: “Chi è il Signore?”,
oppure, ridotto all’indigenza, non rubi
e profani il nome del mio Dio». (Pr 30, 7-9)

Il secondo frammento è «numerico», in quanto si gioca sui numeri che hanno sempre una simbolica spirituale all’interno di tutte le culture. Esiste una scienza chiamata gematria o numerologia che dà dei valori simbolici ai numeri modellandoli su realtà ulteriori, soprattutto spirituali. Leggiamo i primi due versetti di questa se­zione,il 5 e il 6 del c.30:

«La sanguisuga ha due figlie: “Dammi! Dammi!”.
Tre cose non si saziano mai,
anzi quattro non dicono mai: “Basta!”:
gli inferi, il grembo sterile, la terra mai sazia d’acqua
e il fuoco che mai dice: “Basta!”». (Pr 30, 15-16)

L’autore usando pochissimi elementi (in ebraico sono una quin­dicina di parole) ha sceneggiato una situazione drammatica tutta particolare, partendo da una realtà concreta come la sanguisuga. Il paragrafo del c. 31, 1-9 è invece la sapienza di Lemuèl, un altro di questi sapienti dell’antico Oriente.

Infine abbiamo il quarto testo, c. 31, 10-31, che chiude tutto i libro dei Proverbi: il bellissimo inno alla donna sapiente.

 

 

4. LE FONTI DEI PROVERBI

 

a. L’esperienza

Il grande sapiente, incarnato nei diversi autori di questo libro, potreb-be essere paragonato al romanziere francese ottocentesco Honoré de Balzac. La sua Comédie humaine, infatti, è una specie di sguardo sulle vie, sulle strade, sulle piazze, con un certo distacco apparente, ma in realtà con molta passione e partecipazione.

Il punto di partenza è l’esperienza dell’uomo, cantata in mille modi nei quali tutti ci riconosciamo. Anche per questo i singoli proverbi sono espressi solitamente con parole semplici e limitate ma folgoranti.

Il celebre drammaturgo francese Jean Racine ha scritto le sue opere usando meno di mille vocaboli, riuscendo però a rendere benissimo tutte le sfumature dei sentimenti, delle passioni, dei drammi.

È quindi possibile essere molto chiari ed esprimere realtà profondissi­me, pur usando poche parole.

Qualche volta quelli che parlano in maniera estremamente sofisticata, confusa e tormentata, danno l’impressione di attingere ai pozzi più profondi della sapienza. In realtà, poi, salvo eccezioni, questo significa che hanno al loro interno una certa nebbia. Riuscire ad esprimere in modo chiaro la realtà vuoi dire renderla comprensibile comunque e sempre, anche se ciò può comportare qualche semplificazione.

Ecco qualche esempio di questa esperienza presa dal vivo. È qualcosa di concreto, di materiale, che colpisce; ma, al tempo stesso, è anche la lezione che bisogna imprimersi, andando oltre l’immagine:

«Chi accaparra il grano è maledetto dal popolo,
la benedizione è invocata sul capo di chi lo vende». (Pr 10, 26)

Ecco un altro esempio adatto alla cultura di tutti i tempi, ma anche così tipico della nostra burocrazia e della nostra politica, perché si tratta di un dato costante:

«Il dono è come un talismano per il proprietario:
dovunque si volga ha successo». (Pr 17, 8)

 

b. La tradizione        -

 

Questo secondo elemento è caratteristico della cultura che viene tra­mandata oralmente come lo è quella orientale.
Nessuno di noi è un autodidatta puro, ha cioè imparato tutto da solo:
ha sempre avuto un «insegnante». Anche l’autodidatta puro studia su libri scritti da altri. È difficilissimo, ma, a mio avviso, anche stu­pido, cominciare da zero, per conto proprio, perché l’umanità deve considerarsi sempre più un corpo che prosegue da quanto è già stato raggiunto.
La tradizione è indispensabile e noi incontriamo continuamente nel libro dei Proverbi questo schema: padre-figlio oppure maestro-disce­polo. Il padre e il maestro sono infatti i sapienti per eccellenza e ov­viamente anche i pedagoghi.
Questo tipo di pedagogia non può essere sic et simpliciter applicata oggi, in quanto è molto datata. Pone però in modo interessante il pro­blema del metodo di insegnamento.

Insegnare non è assolutamente una professione, anche se molti la de­vono fare per vivere. Insegnare è soprattutto una vocazione. Ci sono persone genialissime, ma che non dovrebbero mai salire su una catte­dra, perché non sono idonee ad insegnare e a comunicare.

La letteratura sapienziale, di sua natura, deve essere comunicata, es­sendo una guida di vita:

«Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre
e fate attenzione per conoscere la verità,
poiché io vi do una buona dottrina;
non abbandonate il mio insegnamento.
Anch’io sono stato un figlio per mio padre
tenero e caro agli occhi di mia madre». (Pr 4, 1-3)

La catena, come si vede, inizia nel passato.

Leggiamo anche i primi versetti del Salmo 78:

«Popolo mio porgi l’orecchio al mio insegnamento,
ascolta le parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca in parabole,
rievocherò gli arcani dei tempi antichi.
Ciò che abbiamo udito e conosciuto
e i nostri padri ci hanno raccontato,
non lo terremo nascosto ai loro figli;
diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza
e le meraviglie che egli ha compiuto». (Sal 78, 1-4)

Lo svolgimento di questa trama di atti salvifici continua poi per tutto lo scorrere del salmo.

Questa catena si snoda quindi nell’interno di tutto il popolo di Israele, anche per la fede, la quale viene ricevuta per trasmissione viva, per tradizione.
Ovviamente, poi, deve scattare l’adesione, come è attestato anche da Paolo:

«Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono mor­ti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana: anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto». (1 Cor 15, 3-11)

Nel c. 1, 8 -9 dei Proverbi si definiscono i consigli del padre come «la corona e la collana», sono cioè la realtà più bella che orna l’uomo:

«Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre
e non disprezzare l’insegnamento di tua madre,
perché saranno una corona graziosa sul tuo capo
e monili per il tuo collo». (Pr 1, 8-9)

Il padre rappresenta ovviamente il maestro, la generazione che ha già vissuto determinate situazioni ed ha riflettuto su questi temi e che può ora proporli.

«Chi risparmia il bastone odia suo figlio,
chi lo ama è pronto a correggerlo». (Pr 13, 24)

È questo un esempio di pedagogia, allora validissima, oggi forse un po’ da aggiornare, anche se un filo di verità lo contiene ancora. C’è l’elemento «correzione», cioè l’idea di una educazione non severa ma esigente.

 

c. La riflessione

 

E grande filosofo Martin Heidegger ha coniato questa espressione-proverbio:

«Denken ist danken»

(comprendere vuol dire anche lodare, ringraziare).

Dio ci ha dato lo splendore della ragione e questo bisogna ricordarlo ancor di più ora in cui trionfano i misticismi fatui, il sentimentalismo religioso e di altri generi. Si ha quasi paura della forza e della grandezza della ragione anche per la religione.

Il libro dei Proverbi ci ricorda invece l’estrema importanza del sapere, con una grande stima dell’uomo intelligente e un grande disprezzo, venato di ironia, nei confronti dello stupido, dello stolto, dell’igno­rante, dell’ottuso:

«Come il cane torna al suo vomito,
così lo stolto ripete le sue stoltezze». (Pr 26, 11)

La sapienza nasce anche dal «convegno» dei sapienti, dal ritrovarsi insieme e discutere. È una riflessione in dialogo.

d. La rivelazione

 

Non dobbiamo poi dimenticare che la rivelazione è la fonte più im­portante della sapienza. C’è la convinzione che all’interno di cose così modeste risuoni la voce di Dio. Qui ci troviamo veramente nel cuore del discorso.

Leggendo i libro dei Proverbi ci divertiamo perché troviamo i nostri vizi e le nostre virtù, gli splendori e le miserie, i giochi e i pianti, quegli estremi di cui si compone la vita. Non dobbiamo però mai dimentica­re che, per il credente, è parola di Dio e ciò significa che queste realtà hanno in sé un sigillo d’infinito.

Sono numerosissime le espressioni soprattutto nella prima collezione dei Proverbi che esprimono questa convinzione:

«È il Signore che dà la sapienza,
dalla sua bocca esce scienza e prudenza». (Pr 2, 6)

Facciamo attenzione alle parole usate: non solo intelligenza, realtà stu­penda di cui si deve sempre ringraziare Dio, ma neanche solamente la scienza, che si acquista con grande fatica e studi pazienti alla ricerca della verità. Queste due cose non bastano ancora: l’intelligente e lo scienziato non necessariamente sono il sapiente, i maestro, quello che lascia una scia nelle persone, quello che dice anche la banalità ma con un elemento - che le persone normali avevano trascurato. Essere sa­pienti, magari anche avendo poca intelligenza, è sicuramente un dono divino.

«Beato l’uomo che ha trovato la sapienza
e il mortale che ha acquistato la prudenza,
perché il suo possesso è preferibile a quello dell’argento
e il suo provento a quello dell’oro.
Essa è più preziosa delle perle
e neppure l’oggetto più caro la uguaglia». (Pr 3, 13-15)

 

 

5.  LA GIORNATA DELL’UOMO DEI PROVERBI

 

Il libro dei Proverbi in un certo senso è anche divertente. Esso ci ri­porta una sapienza, un’intelligenza, una scienza affascinante e non noiosa. D’altro canto, però, il ridere non è fine a se stesso, perché tutte queste cose rappresentano in qualche modo il nostro profilo umano e spirituale.

Uno studioso di questo libro ha detto:

«Guarda i Proverbi, specchiati e se non coincidono coi tuoi lineamenti è segno che devi correggerti».

E libro dei Proverbi ha una funzione educativa, pedagogica; non vuo­le creare una specie di ritratto del mondo, distaccato, asettico, ma tale che, una volta imparato, lo si trasformi.

Leggiamo insieme alcuni passi presi qua e là.

Gli animali fanno lezione:

«Quattro esseri sono fra le cose più piccole della terra, eppure sono i più saggi dei saggi: le formiche, popolo senza forza, che si provvedono il cibo durante l’estate; gli iràci, popolo imbelle, ma che hanno la tana sulle rupi». (Pr 30, 24-26)

Anche questi nostri fratelli minori ci devono insegnare qualcosa.

Abbiamo detto in precedenza che la vita è riso e lacrime:

 

«Anche fra il riso il cuore prova dolore
e la gioia può finire in pena». (Pr 14, 13)

A proposito del mercato, nel c. 20, 14 troviamo uno schizzo straordi­nario, un bozzetto dal vivo:

«‘Robaccia, robaccia’ dice chi compra: ma mentre se ne va, allora se ne vanta». (Pr 20, 14)

Bussa alla porta di casa un povero bisognoso:

«Non dire al tuo prossimo: «Va’, ripassa, te lo darò domani» se tu hai ciò che chiede». (Pr 3, 28)

La tragedia continua dei poveri sfruttati, delle ingiustizie, è sempre segnalata anche nell’ottimismo generale del libro dei Proverbi:

«C’è gente i cui denti sono spade
e i cui molari sono coltelli,
per divorare gli umili eliminandoli dalla terra
e i poveri in mezzo agli uomini». (Pr 30, 14)

Questa espressione viene ripresa anche dal profeta Michea.

Un altro elemento tipico della vita quotidiana, non solo di allora, è il chiacchiericcio:

«Nel molto parlare non manca la colpa,
chi frena le labbra è prudente». (Pr 10, 19)

Ed infine il pranzo, che è uno dei momenti in cui l’uomo si rivela mag­giormente per quello che è, manifestando i suo spirito, soprattutto se si tratta di un pranzo cordiale tra amici.

Ilcibo, d’altra parte, è legato anche ad elementi fondamentali per la sopravvivenza delle persone, è un grande simbolo di vita: l’uomo è an­che ciò che mangia, pur senza giungere a conclusioni eccessivamente materialistiche.

«Quando siedi a mangiare con un potente,
considera bene che cosa hai davanti;
mettiti un coltello alla gola, se hai molto appetito.
Non desiderare le sue ghiottonerie, sono un cibo fallace». (Pr 23, 1-3)
«Un piatto di verdura con l’amore
è meglio di un bue grasso con l’odio». (Pr 15, 17)
«È piacevole all’uomo il pane procurato con la frode,
ma poi la sua bocca sarà piena di granelli di sabbia». (Pr 20, 17)

Possiamo concludere affermando che da cose piccole si possono trar­re grandi lezioni.

Esprimiamo questo nesso tra mistero e realtà quotidiana con la te­stimonianza di un’altra sapienza orientale, quella indiana, espressa dal poeta Tagore. Egli ci raccomanda di non cercare Dio in luoghi aureolati, diversi dal nostro mondo quotidiano, bensì di cercarlo nel microcosmo che ci circonda; la nostra prima vocazione, anche se ricopriamo cariche importanti, è di essere fedeli nelle piccole cose. Tagore costruisce la trama della sua lirica su detti dell’antica tradizione vedica indiana:

«A mezzanotte l’aspirante asceta annunciò: “Questo è il tempo di lasciare la mia casa e di andare in cerca di Dio. Ah, chi mi trattenne tanto a lungo in questa illusione!”.

Dio sussurrò: “Io”.

Ma l’uomo aveva le orecchie turate. Con un bimbo addormentato al suo seno, sua moglie dormiva placidamente su un lato del letto — la famiglia, la vita quotidiana di cui i Proverbi parlano spesso —. L’uomo disse: “Chi siete voi che mi avete ingannato per tanto tempo?” — non permettendogli di raggiungere i vertici della mistica, dell’ascesi—.
-          
Ancora la voce mormorò: “Essi sono Dio”.

Ma egli non intese.

Il bimbo pianse nel sonno e si strinse accanto alla madre.

Allora Dio comandò: “Fermati, sciocco, non abbandonare la tua casa!”. Ma egli ancora non udì.

Dio allora tristemente sospirando, disse: “Perché il mio servo mi abban­dona per andare in cerca di me? »

Sapienza e stupidità si confrontano -

«Donna irrequieta è follia»


 

1. CONSIDERAZIONI INIZIALI

 

Prima di iniziare i terzo ed ultimo nostro percorso all’interno del li­bro dei Proverbi, vorrei fare alcune considerazioni preliminari che ci aiutino ad introdurci lentamente in un tema molto spinoso e delicato, come annuncia il titolo stesso, e sottolineare ancora una volta quel colore — un color seppia — che attraversa qua e là la collezione dei Pro­verbi e, sistematicamente, i proverbi in generale di tutti i tempi. Sono piccole cattiverie che hanno però un fondo di verità; sono espressioni di sarcasmo, di ironia, qualche volta anche di superficialità, sempre permeate di realtà. Pensiamo, ad esempio, a frasi simili a questa, tratta dalla cultura inglese:

«La conversazione languiva, come spesso accade quando si parla bene del prossimo».

Il grande Bernanos, uomo abbastanza provocatorio pur nella sua so­lidità religiosa, amava moltissimo il tocco dell’ironia. Di fronte ad un avversario abbastanza feroce disse:

«Nell’aldilà, lei ed io avremo indirizzi diversi».

Questa caratteristica di coniare giochi di parole o motti di spirito provocatori ed intinti appunto un po’ nel nero appartiene proprio al sottofondo costante della letteratura proverbiale.

La prima ragione di questo fatto è legata ad un tema di grande im­portanza che ci fa quasi da guida, orientando tutta la collezione dei Proverbi e un p0’ tutta la sapienza tradizionale, soprattutto quella ortodossa e tradizionale. Si tratta della cosiddetta «legge della retri­buzione» o «legge della nemesi immanente». Secondo questa norma, delitto e castigo sono sempre insieme, così come giustizia e premio. È una visione molto ottimistica; è il desiderio di ordinare questo mon­do in cui, purtroppo, non vediamo tanto facilmente i delitto castigato e la giustizia premiata. Ecco allora uno sforzo quasi utopico o didasca­lico di vederlo e di affermano, quasi al di là della realtà stessa. Si costruiscono così molti proverbi in cui si cerca di condannare i male e di vederlo quasi afflosciare, dissolversi sotto l’incombere di Dio stesso. Alcune volte si preferisce addirittura ricorrere al principio della nemesi immanente, ritrovando all’interno del male già la puni­zione.

Facciamo un esempio curioso, in quanto lo si ritrova in tre versioni diverse di altrettanti autori:

«Chi scava una fossa vi cadrà dentro
e chi rotola una pietra, gli ricadrà addosso». (Pr 26, 27)

«Chi scava una fossa ci casca dentro
e chi disfà un muro è morso da una serpe.

Chi spacca le pietre si fa male
E chi taglia la legna corre pericolo  (Qo 10,8-9)

In un testo egizio arcaico, precedente sia ai Proverbi che a Qohèlet, troviamo invece:

«Chi rimuove una pietra, gli ricadrà sul piede».

Notiamo perciò la costanza dell’immagine per esprimere una con­vinzione ottimistica: il male noi possiamo irriderlo, anche se sembra qualche volta dirompente e trionfante, perché è destinato ad essere schiacciato dalla legge cosmica, storica della retribuzione.
Qohelet e Giobbe reagiranno proprio a questa legge della retribuzio­ne, perché guardando l’orizzonte si accorgeranno che molto spesso il delitto è premiato e la giustizia viene misteriosamente castigata.

La seconda considerazione si riferisce a un certo gusto radicale che nasce da una lettura del reale continuamente in bianco e nero, per contrasti. Tanto è vero che gli studiosi hanno ormai fatto delle vere e proprie codificazioni dei Proverbi sulla base di raccolte antitetiche.

Ci sono, per esempio, dei proverbi destinati al giusto, a cui se ne contrappongono subito altri relativi all’empio. Si parla del sapiente e dello stolto, dell’attivo e dell’ozioso, di chi ama Dio e di coloro che io odiano.

Solitamente i proverbi più vivaci prendono in giro i vizi e i difetti delle persone: l’ingiusto, il disonesto, lo stupido, il folle, l’ignorante, il pigro; sono senz’altro delle macchiette che si possono colorare con maggiore vivacità. -

C’è infine una terza ed ultima considerazione: la letteratura proverbia­le ama l’intelligenza. Essa infatti è, come è stato detto, in un certo sen­so «razionalista», perché ama un’intelligenza sfrangiata, che accoglie un ventaglio di tonalità, di colori, di forme. Si tratta di un’intelligenza pratica, attiva, concreta, creatrice, ma anche, al tempo stesso, fantasio­sa, rasentando persino la furbizia e l’astuzia.

Nel libro dei Proverbi troviamo quindi una grande stima per l’uomo intelligente. La persona sapiente è chi può fare bonaria ironia, giudi­cando, con sano distacco, senza essere giudice implacabile.

L’ironia autentica è infatti una pennellata. Solo quando diventa sarca­smo pesante non è indizio di intelligenza. Per questo motivo non esito ad affermare che i libro dei Proverbi è un testo moderno.

Esso sottolinea inoltre, continuamente, come l’intelligenza che costi­tuisce la grandezza dell’uomo, sia una cosa fragilissima, in quanto ba­sta solamente un soffio per passare dal versante della sapienza a quello della stupidità.

Il noto teologo Emi Brunner scrisse nel 1947 un’opera intitolata L’uo­mo in rivolta, esprimendo questa tesi serpeggiante nel libro dei Pro­verbi con una frase impressionante ma vera:

«L’uomo è un essere spirituale che sogna l’eternità e crea opere eterne, ma basta la perdita della piccola ghiandola della tiroide per trasformar­lo in un ebete».

 

Dobbiamo però anche dire che i mistero dell’intelligenza non sarà mai sondato abbastanza, anche in questi tempi in cui si è tentato inve­ce di celebrare sempre di più forme che non appartengono al sapere dell’uomo.

Anche per la religione occorre tornare allo splendore della luce della ragione, che è uno degli strumenti privilegiati per conoscere Dio.

Dicono gli scienziati che la corteccia cerebrale di una persona si com­pone di dieci miliardi di cellule e di un milione di miliardi di con­nessioni. Contando le connessioni al ritmo di una al secondo, ci vor­rebbero trentadue milioni di anni. Inoltre, la somma di tutti i modi possibili di interazione tra i neuroni supererebbe di diversi ordini di grandezza quella degli atomi, che si trovano nel mondo. E cervello, quindi, esaminato anche in questa prospettiva «materialistica» si ri­vela come una realtà talmente superiore da costringere ad una cele­brazione della grandezza dell’intelligenza e della sapienza, così come viene fatta dalla letteratura sapienziale.

Un Salmo sapienziale, il 139, dice:

«Ti ringrazio, Signore,             -
perché mi hai fatto una meraviglia».

Entriamo ora in un elemento delicato: la tipizzazione negativa fem­minile. Esaminando i testi, si vedrà che questa tipizzazione non è così drammatica, perché la tipizzazione femminile della stoltezza (kesilut) ha, come parallelo perfetto, la tipizzazione femminile della sapienza (in ebraico il femminile hokmah).

Inizialmente queste rappresentazioni femminili hanno delle ragioni puramente grammaticali. In quest’ottica si potrebbe dire che le lodi rivolte alla donna, non si riferiscono tanto a lei, quanto alla sapienza. Analogamente tutte le volte che si attacca la donna stupida, in realtà si vuole colpire la kesilut, la stoltezza.

Bisogna comunque prendere atto che la componente negativa è cer­tamente superiore. La lotta contro la stupidità, vista come femmina, è un dato che attraversa tutti i secoli e ad un certo momento ci si di­mentica che si sta condannando la stupidità, e ci si ferma a biasimare la donna.

Le ragioni sono archetipiche e nascono dalla paura nei confronti della donna. Da qui nasce l’idea della donna tentatrice: Adamo ed Eva,

Giuseppe e Potifar, Sansone e Dalila, per restare in ambito biblico. Esiste una misoginia che trae origine da motivazioni studiate dalla psicanalisi e dall’antropologia culturale; si tratta di un fenomeno sedi­mentato a livello popolare e intellettuale. Oscar Wilde diceva:

«Dio creò la donna per ultima perché non voleva consigli mentre creava l’universo».

E ancora:

«La detesto, dice la donna di un’altra donna, come se fossimo amiche intime».

Sempre Oscar Wilde:

«È superfluo vendicarsi di una donna, ci pensa già il tempo».

Tornando indietro nel tempo, sentiamo nella canzone del duca, nel Rigoletto di Verdi:

«La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier».

Una rappresentazione dell’assoluta insicurezza: la donna non è stabile, bensì sabbia sulla quale non si può costruire nulla. Nel canto XIV della Gerusalemme liberata del Tasso c’è un’altra dimensione: la donna ap­pare come spumeggiante creatura, quasi come un animale grazioso:

«Femmina è cosa garrula e fallace, vuole e disvuole
e fonde l’uomo che s’en fida».

Nel libro del Qohèlet troviamo descrizioni simili, se non peggiori.

«Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci:
una rete il suo cuore, catene le sue braccia.
Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.
Vedi io ho scoperto questo, dice Qohèlet,
confrontando una ad una le cose, per trovarne la ragione.
Quello che io cerco ancora e non ho trovato è questo.
Un uomo su mille l’ho trovato:
ma una donna fra tutte
non l’ho trovata». (Qohèlet 7, 26-28)

Nel Siracide troviamo un passo che è un’espressione molto viva del­l’incarnazione della parola di Dio persino nei luoghi comuni:

«Non essere geloso della sposa amata,
per non inculcarle malizia a tuo danno.
Non dare l’anima tua alla tua donna,
sì che essa s’imponga sulla tua forza.
Non incontrarti con una donna cortigiana,
che non abbia a cadere nei suoi lacci.
Non frequentare una cantante,
per non esser preso dalle sue moine.
Non fissare il tuo sguardo su una vergine,
per non essere coinvolto nei suoi castighi.
Non dare l’anima tua alle prostitute,
per non perderci il patrimonio.
Non curiosare nelle vie della città,
non aggirarti nei suoi luoghi solitari
Distogli l’occhio da una donna bella,
non fissare una bellezza che non ti appartiene.
Per la bellezza di una donna molti sono periti
per essa l’amore brucia come fuoco.
Non sederti mai accanto a una donna sposata,
non frequentarla per bere insieme con lei
perché il tuo cuore non si innamori di lei
e per la tua passione tu non scivoli nella rovina». (Sir 9, 1-13)

Prima ancora del Siracide, Pitagora aveva formulato il principio della polarità maschile e femminile: c’è un principio del bene che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo; c’è un principio del male che ha creato i caos, le tenebre, la donna.

Finiamo questa antologia antifemminista con un testo accadico del 2300 a.C; è i celebre «Dialogo di un pessimista»:

«Il servo dice al padrone: non amare, mio Signore, non amare. La don­na è un pozzo, una cisterna, una fossa, la donna è un pugnale di ferro ben affilato che taglia la gola dell’uomo».

Come spiegare questa costante?

C’è una frase nei Proverbi che riassume questa misoginia consideran­do la donna come una realtà che disturba l’orizzonte:

«Meglio abitare in un deserto
che con una moglie litigiosa e irritabile». (21, 19)

Si tratta certamente di un proverbio fisso, uno stereotipo, perché lo ritroviamo ancora più caricato nel Siracide c. 25, 15: -

«Preferirei abitare con un leone e con un drago
piuttosto che abitare con una donna malvagia».

Alla base di tutto questo c’è sicuramente una letteratura fatta da ma­schi. Erano soprattutto loro che la codificavano e la elaboravano. An­che a livello proverbiale-popolare la donna non era coinvolta. In secondo luogo, queste espressioni non le possiamo assolutamen­te addurre in sé come parola di Dio, perché sono il segno della sua incarnazione e vanno quindi messe in parallelo con le pagine sulla violenza nell’interno della Bibbia. Respirano un clima, un comporta­mento, un’atmosfera, una visione del mondo che è caratteristica delle culture di tutti i tempi soprattutto a livello popolare, espressione di una serie di ragioni archetipiche che appartengono anche all’uomo della Bibbia. Ecco quindi l’importanza di non leggere mai la Bibbia in maniera fondamentalista, per non arrivare ai limiti di alcune sette maniacali, come quella degli Ebioniti, la quale considerava la donna solo un elemento negativo, indegna di essere salvata e come tale asso­lutamente fuori dal circuito della Chiesa.

Nessuna pagina della Bibbia deve essere presa alla lettera perché, come dice s. Paolo ai Corinzi,

«La lettera uccide, lo Spirito dà vita!». (2 Cor 3, 6)

 

Ci sono però anche elementi positivi: la tipizzazione della donna nella sapienza.

Consideriamo ora tre testi. I primi due sono positivi, ed i terzo, anche se negativo, costituisce un capolavoro della letteratura mondiale.

2. SAPIENZA E STUPIDITÀ

 

Analizziamo il primo testo, che si può definire «intermedio»: è positi­vo ma con un’attenzione a tutte e due le dimensioni. Immaginiamo di essere in una città con una piazza un po’ più alta del­le altre, una specie di acropoli, dove vi sono due donne ad un banco di vendita. Queste donne sono presentate come se fossero la «donna-Sapienza» e la «donna-Stupidità».

Vediamo innanzitutto la Sapienza, la quale prepara una specie di casa con sette colonne.

Su questo numero sette si è a lungo studiato, anche se risulta evidente che il sette rappresenta sempre la perfezione. Qualcuno ha pensato che sia dovuto al fatto che, escludendo il primo capitolo introduttorio dei Proverbi, ora siamo al nono e quindi abbiamo passato sette capito­li. Altri invece hanno supposto che il testo volesse riferirsi ai sette cieli, ai sette pianeti, alle sette aree terrestri, in quanto la casa della sapienza è cosmica. Qualcun altro ha pensato alle sette colonne del tempio e questa potrebbe essere l’idea della sapienza come luogo di culto. All’interno della tradizione cristiana si è poi iniziato a parlare dei sette sacramenti e dei sette doni dello Spirito Santo, ma questa è un’inter­pretazione libera, allegorica, posteriore.
A parte questi tentativi di interpretazione la Sapienza offre, sul punto più alto della città, il pane e il vino, che sono i grandi simboli estremi della vita e della gioia:

«La Sapienza si è costruita la casa,
ha intagliato le sue sette colonne.
Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino e ha imbandito la tavola.
Ha mandato le sue ancelle a proclamare - -sui punti più alti della città:
“Chi è inesperto accorra qui!”. A chi è privo di senno essa dice:
“Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato.
Abbandonate la stoltezza e vivrete,
andate diritti per la via dell’intelligenza”». (Pr 9, 1-6)

Nel versetto finale troviamo una triade tipica della letteratura sapien­zale: via, vita, sapienza. Sono tre cose che si devono cucire insieme, perché la via è il grande simbolo della vita e deve essere sempre illu­minata dalla lampada della sapienza. -

L’autore immagina che a questo grido risponda solamente poca gente, non essendo un invito affascinante, in quanto privo di curiosità, di morbosità, di segretezza, trattandosi semplicemente di pane e vino. La seconda scena del dittico si svolge dall’altra parte della piazza, dove l’altra donna prepara il suo banchetto:

 

«Donna irrequieta è Follia,
una sciocca che non sa nulla.
Sta seduta alla porta di casa,
su un trono, in un luogo alto della città,
per invitare i passanti
che vanno diritti per la loro strada:
 “Chi è inesperto venga qua!”.
E a chi è privo di senno essa dice:
“Le acque furtive sono dolci,
il pane preso di nascosto è gustoso”.
Egli non si accorge che là  
sono le ombre e che i suoi invitati
se ne vanno nel profondo degli inferi». (Pr 9, 13-18)

Troviamo ancora una volta la stupidità che scimmiotta la sapienza, favorita in questo dal fatto di rivestire molti abiti, presentandosi come più affascinante, mentre la verità è una sola, ha un abito solo. La stu­pidità può rivestirsi anche dell’abito della sapienza, incantando con l’offerta di cose proibite. Si tratta sempre di cose semplici come l’ac­qua e il pane, ma sono furtive e nascoste.

La conclusione è alquanto significativa: come la maga Circe trasfor­mava i suoi ospiti in animali, così la stoltezza muta i suoi discepoli in esseri non stupidi, ma, molto peggio, in esseri morti.

Nel c. 5, 5 dei Proverbi troviamo infatti:

«I suoi piedi scendono verso la morte,
i suoi passi conducono agli inferi».

Dietro questo aspetto solenne del trono dorato e del banchetto ricco di cibi raffinati, segreti, misteriosi, si profila lo scheletro della morte. Non sono cibi che nutrono e alimentano, anche se hanno sembianze affascinanti.

3. LA TENTAZIONE

 

Nel secondo quadro, c. 7, troviamo la descrizione della donna fatale nel senso latino di fatum, cioè che porta alla rovina.

Ci sono interpretazioni diverse degli studiosi sull’identità di questa donna.

Uno studioso svedese aveva addirittura ipotizzato che si trattasse di una donna straniera, che aveva fatto un voto di prostituzione sacra. In alcuni riti orientali questo comprendeva anche i congiungersi sessual­mente con un amante occasionale che i dio mandava per sciogliere un voto.
In effetti, in questo capitolo troviamo alcuni elementi come il voto da sciogliere, la luna, il sacrificio, ma si tratta di un’interpretazione troppo contorta. –

Un’altra interpretazione invece ha un’anima di verità molto più consi­stente: nel testo si nota che la donna è «straniera».

Quest’espressione, in ambito biblico, rappresenta la prostituta sacra. Si tratta, quindi, non di un peccato sessuale, ma di un peccato teolo­gico. Cedendo a questa donna si rinnega Dio.

Si tratta praticamente di quel sesso, oggi adorato e trasformato in un Moloch, che fa perdere qualsiasi gusto effettivo della sessualità. Uno che si abitua alla pornografia come cibo normale, ha perso sicuramen­te qualsiasi ricchezza di eros. Si diventa non solo frustrati, ma anche inetti a godere la completa bellezza della sessualità; per non parlare ovviamente della capacità di amare.

È un idolo sempre più esigente che umilia e fa morire l’uomo e la sessualità autentica.

È quindi anche un peccato dei nostri tempi, ma è per eccellenza un peccato teologico. Si cede di fronte agli idoli, a religiosità così comode e accattivanti, ma alla fine devianti e deformanti.

Non escludiamo però neppure una terza possibilità che si basa princi­palmente sul v. 4, dove si chiama la sapienza «mia sorella».

Nel linguaggio orientale i termine ‘ahotì non si traduce propriamente con mia sorella, ma piuttosto con mia amata. È il titolo che si dà alla fidanzata, alla sposa, perché si intende nel senso della dichiarazione della Genesi: tu sei la mia stessa carne. Nel Cantico di Cantici lo sposo dice:

«Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?
Sotto il melo ti ho svegliata; là, dove ti concepì tua madre,
là, dove la tua genitrice ti partorì». (Ct 8, 5)

Si vogliono quasi ritrovare le radici, le sorgenti, in modo tale che il filo della vita non sia in alcun punto distaccato dall’amore dei due.

Si entra così nel problema dell’adulterio, della rottura di un amore, del tradimento, tanto è vero che nei vv. 19-20 c’è anche il riferimento al marito assente. -

In questo capitolo il sapiente è rappresentato come un uomo distac­cato che guarda dalla finestra alla sera, quando il crepuscolo sta ormai avvolgendo tutto i groviglio delle strade per cui le figure sono un po’ confuse. Egli se ne sta in casa sua a godersi i fresco serale e l’oscurità che sta per incombere. È questo un tema frequente nella letteratura sapienziale:

«L’occhio dell’adultero spia il buio
e pensa: “Nessun occhio mi osserva!”». (Gb 24, 15)

«L’uomo infedele al proprio letto
dice fra sé: “Chi mi vede?
Tenebra intorno a me e le mura mi nascondono;
nessuno mi vede, che devo temere?
Dei miei peccati non si ricorderà l’Altissimo”». (Sir 23, 25-26)

Avvolto in questa cappa di tenebre c’è poi anche un notturno ben più tragico e diverso nel c. 5, 2-8 del Cantico dei Cantici, dove la sposa è costretta ad uscire per non aver accolto, per pigrizia, il suo uomo. Lo va a cercare disperata e viene addirittura violentata dalla ronda notturna. È la sposa che parla:

«Io dormo, ma il mio cuore veglia.
Un rumore! È il mio diletto che bussa:
“Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia;
perché il mio capo è bagnato di rugiada,
i miei riccioli di gocce notturne”.
“Mi sono tolta la veste; come indossarla ancora?
Mi sono lavata i piedi; come ancora sporcarli?”.
Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio
e un fremito mi ha sconvolta.
Mi sono alzata per aprire al mio diletto
e le mie mani stillavano mirra,
fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello.

Ho aperto allora al mio diletto,
ma il mio diletto già se n’era andato, era scomparso.
Io venni meno, per la sua scomparsa.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato,
l’ho chiamato, ma non m’ha risposto.
Mi han trovato le guardie che perlustrano la città,
mi han percosso, mi hanno ferito,
mi han tolto il mantello le guardie delle mura.
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
se trovate il mio diletto, che cosa gli racconterete?
Che sono malata d’amore!». (Ct 5, 2-8)

Leggiamo ora il c. 7 del libro dei Proverbi:

«Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti.
Osserva i miei precetti e vivrai, il mio insegnamento
sia come la pupilla dei tuoi occhi.
Légali alle tue dita, scrivili sulla tavola del tuo cuore.
Di’ alla sapienza: “Tu sei mia sorella”,
e chiama amica l’intelligenza,
perché ti preservi dalla donna forestiera,
dalla straniera che ha parole di lusinga.
Mentre dalla finestra della mia casa
stavo osservando dietro le grate,
ecco vidi fra gli inesperti,
scorsi fra i giovani un dissennato.
Passava per la piazza, accanto all’angolo della straniera,
e s’incamminava verso la casa di lei,
all’imbrunire, al declinare del giorno,
all’apparir della notte e del buio.
Ecco farglisi incontro una donna,
 in vesti di prostituta e la dissimulazione nel cuore.
Essa è audace e insolente, non sa tenere i piedi in casa sua.
Ora è per la strada, ora per le piazze,
ad ogni angolo sta in agguato.
Lo afferra, lo bacia
e con sfacciataggine gli dice:
“Dovevo offrire sacrifici di comunione;
oggi ho sciolto i miei voti;
per questo sono uscita incontro a te per cercarti e ti ho trovato.
Ho messo coperte soffici sul mio letto,
tela fine d’Egitto;
ho profumato il mio giaciglio di mirra,
di aloè e di cinnamòmo.
Vieni, inebriamoci d’amore fino al mattino,
godiamoci insieme amorosi piaceri,
poiché mio marito non è in casa,
è partito per un lungo viaggio,
ha portato con sé il sacchetto del denaro,
tornerà a casa il giorno del plenilunio”.
Lo lusinga con tante moine,
lo seduce con labbra lascive;
egli incauto la segue,
come un bue va al macello;
come un cervo preso al laccio,
finché una freccia non gli lacera il fegato;
come un uccello che si precipita nella rete
e non sa che è in pericolo la sua vita.

Ora, figlio mio, ascoltami,
fa’ attenzione alle parole della mia bocca.
Il tuo cuore non si volga verso le sue vie,
non aggirarti per i suoi sentieri,
perché molti ne ha fatto cadere trafitti
ed erano vigorose tutte le sue vittime.
La sua casa è la strada per gli inferi,
che scende nelle camere della morte». (Pr 7)

Nel brano troviamo il tema frequente della casa, con le sue stanze impreziosite di lino egiziano e ricche di profumi.

Tra le righe leggiamo inoltre una specie di scusa della donna: ho fatto un voto e devo consumano, con riferimento al c. 7 del Levitico, dove si dice che portando a casa la carne di un sacrificio di comunione, essa va consumata entro quel giorno e i giorno dopo, mentre il resto dovrà essere bruciato. Si ricorre cioè ad una scusa sacrale. La prostituzio­ne sacra si rivestirebbe quindi di motivazioni in apparenza nobili. In realtà, entrando in quella camera tra i lini e i profumi, si entra negli inferi.

 

4. LA DONNA PERFETTA

 

L’ultimo testo dei Proverbi che analizziamo è invece positivo: si tratta di un inno acrostico alfabetico, in quanto la prima parola di ogni ver­setto comincia con una lettera diversa secondo l’ordine dell’alfabeto ebraico.

Questo cantico mette in scena una donna concretissima, con una re­sponsabilità abbastanza sorprendente nell’antico Vicino Oriente.

Non dobbiamo però stupirci di questo, perché l’autore, in filigrana, ci rimanda sempre alla Sapienza e alle capacità pratiche che essa dona al suo fedele.

Questa donna è quasi l’ideale compagna della vita e possiamo imma­ginare che, dopo la lezione del maestro durata 31 capitoli, i discepoli siano cresciuti e siano pronti per affrontare la strada del mondo. Ilfiglio è pronto per sposarsi e va a cercare la donna giusta, cioè la sa­pienza che si dovrà veder rispecchiata anche nella moglie.

La descrizione di questo saluto del maestro contiene un paio di elemen­ti che vanno sottolineati. Ilprimo elemento è i realismo: non c’è poesia; della bellezza della donna si parla ma in maniera molto indiretta.

Un’altra cosa che stupisce è l’assenza dell’amore, nonostante la Bib­bia sia tutt’altro che priva di questa dimensione. Basti pensare a pa­gine intensissime di amore, come i Cantico dei Cantici, la storia di Rut, quella di Osea. Qui, invece, il tema non viene considerato. Tutta l’impostazione può essere definita quasi commerciale. Non dobbiamo comunque dimenticare che nell’antico Vicino Oriente il matrimonio comprendeva i mohar, un vero e proprio trattato economico tra due clan, per cui la dimensione economica non era assolutamente da tra­scurare.

Il secondo elemento si riconduce alle mani sempre attive della donna messe in primo piano. Il cervello, l’intelligenza così tanto lodata non è mai la speculazione pura ed astratta, ma una meditazione che si dira­ma come lezione e insegnamento ma anche come azione.
Tanto è vero che i rabbini arriveranno al punto di insegnare, sempre all’interno delle loro scuole antiche, un mestiere (Paolo, ad esempio, durante la sua formazione rabbinica aveva imparato a costruire i teli delle tende).

Contemporaneamente nei vv. 25-26, si descrive prima il vestito nei suoi tessuti e nella sua fabbricazione e poi si ritrae anche il vestito spirituale della dignità di questa donna. Abbiamo quindi un ritratto della Sapienza ambivalente in quanto molto idealizzato, ma anche for­se molto concreto.

Leggiamo, allora, il testo.

«(Alef) Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore.

(Bet) In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto.

(Ghimel) Essa gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.

(Dalet) — Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani.

(He) — Ella è simile alle navi di un mercante, fa venire da lontano le provviste.

(Wau) — Si alza quando ancora è notte e prepara il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche.

(Zain) — Pensa ad un campo e lo compra e con il frutto delle sue mani pianta una vigna.

(Het) — Si cinge con energia i fianchi e spiega la forza delle sue braccia.

(Tet) — È soddisfatta, perché il suo traffico va bene, neppure di notte si spegne la sua lucerna.

(Iod) — Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita.

(Kaf) Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero.

(Lamed) Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste.

(Mem) Si fa delle coperte, di lino e di porpora sono le sue vesti.

(Nun) Suo marito è stimato alle porte della città dove siede con gli anziani del paese.

(Samech) Confeziona tele di lino e le vende e fornisce cinture al mercante.

(Ain) Forza e decoro sono il suo vestito e se la ride dell’avvenire.

(Pe) Apre la bocca con saggezza e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà.

 (Sade) Sorveglia l’andamento della casa; il pane che mangia non è frutto di pigrizia.

(Qof) I suoi figli sorgono a proclamarla -beata e suo marito a farne l’elogio:

(Resh) “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”.

(Sin) Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare.

(Tau) Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino alle porte della città». (Pr 31, 10-31)

 

CONCLUSIONI

 

Chiudendo questa breve analisi del libro dei Proverbi, vorrei sottoli­neare un proverbio sorprendente che troviamo nell’ultima collezione. Riguarda l’amore nei confronti della donna. Nella sezione cosiddetta «numerica», proveniente forse anche da un ambito esterno ad Israele, ci colpisce una frase stranissima che rappresenta il mistero dell’amore tra il giovane e la ragazza dipinto in maniera quasi impressionistica, per immagini:

«Tre cose mi sono difficili,
 anzi quattro, che io non comprendo:
il sentiero dell’aquila nell’aria,
il sentiero del serpente sulla roccia,
il sentiero della nave in alto mare,
il sentiero dell’uomo in una giovane». (Pr 30, 18-19)

Il passo nella sua frase finale descrive non soltanto la via dell’amore, ma anche l’abbraccio sessuale e il mistero della nascita che affiorerà da questo incontro.

Il libro dei Proverbi infine ci suggerisce una cosa che dobbiamo con­tinuamente riproporre a noi stessi: il bisogno di uno che consigli, di un maestro, l’importanza di non essere soli quando si è nei momenti più oscuri.

Il profeta Isaia descrive molto bene questo dramma della solitudine, dovuta non solamente alla mancanza di affetto, ma anche all’assenza di punti fissi:

«Guardai ma non c’era nessuno,
tra costoro nessuno era capace di consigliare;
nessuno da interrogare per averne una risposta». (Is 41, 28)

E questa è una grande maledizione.

 

 

 

Piste di approfondimento

 

1.      La sapienza è un fenomeno presente in tutte le culture e in tutte le società. I Proverbi diventano anche un invito a raccogliere, con­servare e valorizzare questo patrimonio umano in cui si manifesta una specie di rivelazione divina «naturale» e primordiale, legata al concetto stesso di creazione. L’impegno del credente è quello di allargare gli orizzonti della sua fede in un dialogo fecondo con le culture, con le diverse esperienze, con la ricerca dell’uomo. D’altra parte la sapienza biblica è anche un modello di «inculturazione» del messaggio rivelato all’interno di nuove coordinate sociali, di nuovi linguaggi, di nuove esigenze.

 

2.      La sapienza biblica ci invita a celebrare l’uomo, la sua razionalità, la sua esperienza non come opposti alla rivelazione, all’atto di fede, ma come componenti necessarie ed esaltanti. È per questo che coi libri sapienziali si dà valore anche alle virtù umane, al galateo, alla dignità nelle relazioni, all’umanesimo integrale. È per questo che la natura umana è considerata come la base sulla quale far fiorire l’impegno della fede. Un’opera di educazione ai valori umani costi­tuisce una parte decisiva della catechesi.

 

3.      La sapienza proverbiale è anche un’esaltazione dell’armonia del­l’essere, dell’approfondimento scientifico e filosofico, della critica e dell’intelligenza. È un appello a reagire contro le tentazioni di un vago misticismo spiritualista e a costruire un contrappunto positi­vo tra fede e scienza. E giusto deve essere formato anche a livello culturale e deve imparare a detestare la volgarità, la superficialità, l’ottusità, la stupidità, i luoghi comuni.

 

4.      La sapienza pone interrogativi seri riguardo alle relazioni che l’uo­mo deve stabilire con Dio, col creato e col suo simile. Si ha, così, la definizione di una vera e propria morale ben articolata sui vari settori della giustizia, della fedeltà, dell’amore, della vita matrimo­niale e familiare, dell’ecologia, dell’onestà professionale, della vita socio-politica ecc.

 

5.      Si potrebbe approfondire i concetto teologico di «sapienza» come modello di elaborazione del rapporto «Dio-creato» e come via per conoscere il mistero di Dio. Si pensi alla cosiddetta «teologia estetica» sviluppata da H. V. von Balthasar nella sua opera Gloria. Si analizzino accuratamente questi testi sapienziali: Giobbe c. 28; Proverbi ce. 8-9; Siracide ce. i e 24; Baruc 3, 9-4, 4 ; Sapienza ce. 6-9. Un ulteriore allargamento d’orizzonte potrebbe essere quello che sviluppa la sapienza nel Nuovo Testamento alla luce della figu­ra del Cristo. I testi fondamentali potrebbero essere: i Corinzi cc. 1-3; Colossesi 1, 15-20; Giovanni e. 1; 6, 35-50.

 

 

 

Bibliografia

 

A livello generale:

M. GILBERT, La Sapienza e Gesù Cristo, Gribaudi, Torino 1981.
G. VON RAD, La sapienza in Israele, Marietti, Torino 1975.
A. VANEL, Alle radici della sapienza, Gribaudi, Torino 1978.

Sul libro dei Proverbi:
G. BELLIA - A. PASSARO, Il libro dei Proverbi, Piemme, Casale Monferrato 1999.
G. BERNINI, Proverbi, Edizioni Paoline, Roma 1984.
A. BONORA, Proverbi-Sapienza, Queriniana, Brescia 1990.
S. PINTO, Ascolta figlio, Città Nuova, Roma 2006.
G. RAVASI, Nel cuore dell’uomo, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988.
L. A. SCHÒKEL - J. VILCHEZ LINDEZ, I Proverbi, Borla, Roma 1988.

 

Fonte: http://www.oratoriosalesianobarriera.org/down/Proverbi%20a.doc

Sito web da visitare: http://www.oratoriosalesianobarriera.org

Autore del testo: G.Ravasi

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