Proverbi, adagi, motti e detti milanesi lettera iniziale A

Proverbi, adagi, motti e detti milanesi lettera iniziale A

 

 

Proverbi, adagi, motti e detti milanesi lettera iniziale A

Acqua in strada, tempesta in botega. (un adagio fatto apposta per questi tempi; infatti, i tipici fiumi brianzoli che attraversano Milano:  il Seveso e il Lambro, poco seguiti e maltenuti in ordine dalle Autorità competenti, ogni qualvolta piove un poco più del normale, straripano allagando i quartieri a nord di Milano e diverse cittadine brianzole). In realtà il proverbio vuole dire che quando piove, nei negozi si vede poca clientela e i commercianti subiscono un danno economico per via del calo delle vendite.


Alt de ciel de bocca. Questo adagio si riferisce a chi ha un buon appetito e buon stomaco, che non disdegna la buona tavola, anzi, è fra i suoi passatempi preferiti, e i Milanesi da sempre hanno dimostrato di essere degli ottimi palati, da quelli più fini ed esigenti a quelli un po’ più rustici che ben si adattano a quei tipici piatti come la cazzoeula, (pronuncia cassóla, od anche posciandra, oppure bottaggio: verze, cotiche, costine e puntine del maiale, salamelle) la polenta, il cotechino, la busecca (la trippa), il risotto (el risott giald de zafran: il risotto giallo fatto con lo zafferano) gli ossi buchi (i oss bus cont el risott). Perciò il cielo della bocca è chiaramente il palato, e se il palato è alto, ovvio che anche la bocca sia grande, e quindi….. buon  appetito!

 


 

A Milan, anca i moron fann l’uga. E’ un detto fra i più usati ed
anche fra i più belli e simpatici. I “moron” sono i gelsi, piante tradizionali lombarde che servivano per l’allevamento dei  bachi da seta (i bigatt) che si nutrivano delle foglie. Quindi assolutamente impensabile che i gelsi il cui legno è povero, stentato, cattivo possa fruttificare quelle delizia che è la frutta; però la città di Milano è una città caparbia, volonterosa, piena di iniziative, sempre all’avanguardia, quindi non è impossibile che l’industriosità meneghina riesca a far maturare anche l’uva sui gelsi.

 


A Natàl….. on sbragg d’on gall. Sbragg”, tradotto dal  dialetto vuole dire grida, strilli, urla. E perché il gallo strilla? Ecco la “spiega” come si diceva fra gli Alpini. Per molti mesi all’anno il sole i milanesi lo vedono poco, a dire la verità anche la “scighera” (la nebbia, che è quasi sparita, e in tutta sincerità, personalmente ne sento la mancanza; a proposito qualcuno la definisce anche bordiga, da bordegaa, che significa, sporco, sporcare). Dopo il Santo Natale, le giornate, se è presente il sole, possono contare qualche minuto in più di luce, come se fosse il canto di un gallo, un semplice e veloce chicchirichì.

 

                                                                                                                                                          


Anca la regina la g’ha bisogn de la sua vesina. Questo monito riguarda essenzialmente coloro, uomini o donne, che siano, che si sentono superiori, vuoi per superbia, vuoi per orgoglio, ai comuni mortali, e non sanno che anche i re e le regine, in parecchi casi hanno bisogno degli altri; a questo proposito mi sovviene un altro proverbio, non milanese, ma valido in tutto il pianeta: “Saranno grandi i papi, saranno grandi i re (e le regine) ma quando qui si siedono, son tutti come me!” provate a indovinare dove si seggono…..


Anca lù el g’ha la bocca de travèrs. Questo è un proverbio quanto mai azzeccato per certe vicissitudini odierne, riferite a determinati comportamenti, da parte di persone, anche di alto livello, come amministratori, politici e chi ne ha più ne metta, comportamenti che si traducono in quello che si chiamano: “bustarelle”, protezioni, corruzioni, favoritismi, la lista potrebbe continuare, ma fermiamoci qui, e spieghiamo il detto. La bocca del tizio è messa al punto giusto del viso ed è pronta a mangiare, l’arguzia sta in questo: questo tizio richiede un compenso per certe sue prestazioni, che non è affatto giustificato. Comunque questo adagio risale a tempi remoti, all’epoca in cui a Milano dominavano gli spagnoli. A quel tempo governatore di Milano era lo spagnolo Gonzalo Fernández de Córdoba, che ritroviamo anche nei Promessi Sposi, il quale con la scusa di erigere delle mura difensive al limite estremo della città che confinava con il contado, costruì quelle che divennero nei secoli successivi i Bastioni, conosciuti proprio come mura spagnole, tuttora visibili nella zona di Porta Romana. Con questa costruzione il Gonzales lucrò sugli appaltatori dei lavori, sui vari dazi a cui bisognava pagare un tributo da parte di chi entrava in città; fra l’altro le imprese che vi lavorarono per l’edificazione di queste mura, grate per le commesse, regalarono al Gonzales la celebre villa Simonetta.


 

Andà a cercàj col lanternin. Con questo proverbio andiamo a scomodare il buon Diogene di Sinope filosofo greco, ricordate?  Quello che cercava l’uomo con una lanterna, chissà se poi l’avrà trovato! In realtà è più probabile che l’adagio si riferisca a chi andava a pesca di gamberi, quelli d’acqua dolce naturalmente, quando era la stagione giusta, e di notte utilizzando una piccola lanterna. Il gambero furbescamente si appiatta sul fondo delle rogge cerca riparo nei sassi, ecco che allora il pescatore agitando la lanterna la luce che sprigiona diventa fastidiosa per i gamberi che cercano rifugio altrove e qundi muovendosi il pescatore li individua e lo cattura; essendo questo tipo di pesca abbastanza caparbia e naturalmente con una buona dose di pazienza, ecco che ci ricolleghiamo all’amico Diogene. Perciò i milanesi quando vedono un tizio che ostinatamente ricerca il classico “pelo nell’uovo” esclamano, «el va a cercàj col lanternin!».


Andà giò col so. Questo è un proverbio forse caduto in disuso il cui significato è ripreso proprio dall’andamento dell’astro solare, che tutti  i santi giorni tramonta, e secondo la stagione più o meno velocemente. Questo avvenimento immutabile dalla creazione dell’universo, ha assunto presso i “meneghini” un significato che talvolta è al confine della modestia e un vivere alquanto in modo frugale, se non proprio poveramente. Riguarda chi vive alla giornata, chi stenta a far quadrare il bilancio familiare. In famiglia, quando la moglie è arrivata alla fine del misero conquibus che il marito le ha dato per le spese famigliari, ecco che «la padrona de cà», detta anche «la resgióra», la rampa el marì, e ghe le canta giò ciara: Cara el mé omm, voo giò col so! (Traduzione: prende il marito e glielo dice chiaramente. Caro il mio marito, non ho più soldi, cerca di far qualcosa!) e il marito che fa? Mette mano al portafogli e cerca quel poco che gli è rimasto… e quel giro con gli amici all’osteria è andato a farsi benedire…..


Andà giò piatt. Ai piatti, come oggetti della tavola, ci si riferisce in quanto essi sono lisci, piani e che nel contempo sono importanti perché in essi si consuma il pasto quotidiano, infatti, il cibo è quello che ci sostiene nelle fatiche di tutti i giorni, perciò quando vogliamo dire qualche cosa, cerchiamo di farlo nel modo migliore, che tutti lo possano capire, in buona sostanza, facciamolo semplicemente, proprio come un piatto, liscio e senza spigoli e senza fare per antonomasia come le volpi, ovvero, i furbacchioni. «ohe, dritto, cuntela giusta, và giò piatt!».


Andà in cà Busca. Oppure, come dicevano in famiglia “andà in Via Busca”. Il significato è il medesimo, ed è rivolta soprattutto ai  bambini e alle bambine, un po’ monelli/e e un po’ diavoletti/e, che dopo aver commesso qualche marachella, una prima volta perdonata dai genitori, una seconda volta, pure, alla terza, ti avviso che “te vet in Via Busca” ovvero ti becchi dei sonori scapaccioni, così impari, e chi scrive aggiunge: “…eccome se imparavo, ringrazio la mia cara mamma per avermele suonate, erano delle sante sberle che hanno inculcato rispetto, educazione, onestà”. Tornando al nostro proverbio, è evidente che la parola Busca significa buscare, prendere, aspettarsi un giusto castigo; inoltre questa parola contraddistingueva un cognome alquanto diffuso in Lombardia.


 

Andà in d’ona cassa e tornà in d’on bàull. Questo simpatico adagio, direi piuttosto una deliziosa presa in giro, la raccontiamo così: due amici, l’Ambroes e Luis (Ambrogio e Luigi) s’incontrano per strada, Ambrogio sa che Luigi ha la passione dei viaggi, infatti, è tornato di recente da un soggiorno a Roma, dove certamente avrà visitato tutte le bellezze che la capitale offre ai turisti.
Ambrogio:   “Ohe,   varda    chi    l’è    che    se    ved,    el    mè    amis Luis; man dì che te see tornà da Roma, dai, cunta sù”. E il Luigi comincia a raccontare la magnificenza romana in fatto di arte, i giardini, i palazzi, come si mangia e via di questo passo…
Ambrogio è impressionato e un po’ invidioso da quello  che l’amico gli racconta, a un certo punto gli fa una domanda: “Allora, el Colosseo come l’è?” e il Luigi, cadendo dalle nuvole, risponde: “Colosseo, boh! Cosa l’è, ‘na robba che se mangia?”. In questa ridicola risposta del Luigi c’è la spiegazione del detto, che può anche essere riassunto dicendo che in certi casi la gente ha le “fette di salame” sugli occhi e non fa nulla per guardarsi attorno, per migliorarsi, anzi, preferisce starsene chiuso in una “cassa” e se proprio deve cambiare,  rinchiudersi in un “baule”. Non sa che un bel giorno la sua cassa sarà di un altro tipo, da dove non potrà più uscire…..


 

Andà per rann. Le rane nella gastronomia milanese è sempre stato un piatto d’eccellenza, celebre e gustoso “el risott cont i rann”. Questi animaletti venivano presi di notte, lungo i fossi, gli stagni, utilizzando una piccola lucerna, una volta presi venivano posti in un cesto. Il detto vuole quindi significare che talvolta vi sono difficoltà, ostacoli o delle contrarietà che tentano d’impedire la realizzazione di un certo  progetto, perciò è come lavorare quasi al buio, con un piccolo lume che certamente non rischiara a sufficienza ed è anche facile sbagliare.

 


 

April ….. nanca on fil. Sulle stagioni, tutte e quattro naturalmente, non mancano di adagi, soprattutto per chi lavora la terra. Ben conosciuti sono quelli come, aprile, dolce dormire, oppure maggio, vai adagio; sono questi dei proverbi che riguardano la persona e come è abbigliata, facendo capire che anche a primavera inoltrata non bisogna mai fidarsi, il freddo può ritornare improvviso, perciò ad aprile non fidarti, stai ancora ben riparato con gli abiti, non toglierti neanche un filo….. perché in fatto di tempo la prudenza non è mai troppa.

 

Fonte: http://www.circolomorbegnese.it/000anno2014/proverbimilano_a.pdf

Sito web da visitare: http://www.circolomorbegnese.it

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