Proverbi, adagi, motti e detti milanesi lettera iniziale M

Proverbi, adagi, motti e detti milanesi lettera iniziale M

 

 

Proverbi, adagi, motti e detti milanesi lettera iniziale M

Mandà giò cadènn. Da sempre le catene hanno simboleggiato la mancanza di libertà, la nequizia, l’insofferenza, virtù e  diritti calpestati; la storia dell’umanità è colma di storie tragiche di popoli che sacrificano se stessi per la luce della libertà. Ecco che il milanese quando pronuncia questo adagio non lo dice con la solita sottile e bonaria ironia, no, lo dice pensando a chi soffre, a chi è umiliato, a chi cade e non ha la forza di rialzarsi…..


Mangià a s’cepacazzuu. Questo è un detto che ben si riferisce ai “mangioni” a coloro che davanti a una tavola imbandita, pur di partecipare a quel convivio, arriverebbero a “noleggiare” la propria consorte, abbiamo detto “noleggiare” e non vendere, perché poi nella vita di tutti giorni, chi è che bada al “porcellon marito, intento al suo suggiar l’intingolo dal dito?” Spieghiamo il detto in questione: mangiare lo abbiamo subito capito, mentre la seconda parola è l’unione di due vocaboli, s’ceppà (spaccare) e cazzuu (mestolo),  quindi mangiare in quella maniera, vuole dire cibarsi ingurgitando senza un attimo di respiro qualsiasi cosa, oltre alla voracità con cui si divorano i cibi, questi “mangioni” devono avere anche uno stomaco di ferro.


 

Mangiass el fên in erba. Questo adagio è adatto come pochi alle campagne lombarde della Pianura Padana, dove la ricchezza d’acqua dovuta a fiumi, torrenti, geniali canalizzazioni, hanno fatto si oltre alle svariate produzioni agricole destinate all’alimentazione, vi è anche  una elevata produzione di fieno destinato all’allevamento del  bestiame; però, attenzione, il contadino conosce la sua terra, sa come lavorarla, a secondo delle stagioni, dei climi, perciò ne ha un estremo rispetto, il medesimo rispetto per i tempi che occorrono per avere ottime fienagioni, chi invece non ha pazienza non farà altro che consumare affrettatamente la preziosa erba che non produrrà come si deve e praticamente sarà come gettare al vento dei quattrini. Il proverbio si adatta a chi spende prima ancora di avere i quattrini in tasca.


Marz fioeu d’ona baltrocca; o ch’el fa bell, o ch’el pioeuv, o ch’el tira vent o ch’el, fiocca. E’ lampante il riferimento climatico al mese di marzo, un mese pazzerello, finisce l’inverno, con San Benedetto al 21 marzo, la rondine sotto il tetto, e l’arrivo delle rondine testimonia l’inizio della primavera, perciò un dolce tepore, le serate sono meno scure, i tramonti addolciscono il clima, i fiori germogliano, la primavera inizia il suo canto, s’inizia la semina negli orti….. però, nondimeno, il nome del mese deriva da Marte, il nome romano di Ares, dio della guerra, anche se la mitologia romana lo riconosce  anche come dio del tuono, della pioggia, della natura e della fertilità. Ed allora il buon meneghino, dovendo subire i capricci di questo  mese, lo definisce figlio di una prostituta (baltrocca-fiocca, anche baldracca) con l’umore alquanto variabile. In effetti, spesso e volentieri, questo mese è capace, in fatto di clima, di tutto e di più. Pioggia e neve a marzo per noi milanesi sono tutt’altro che una novità. Tanto per la cronaca: Marte era figlio di Giove e Giunone.

 


Mazza pioeucc. Allora, il pioeucc, avrete già capito che si tratta di un insetto a dir poco schifosamente sgradevole e colui che li ammazza (mazza) è sinonimo di persona avara, più che taccagna a cui unisce un’ostinazione che sconfina addirittura in un insensata follia. Infatti a un riccone spilorcio, spesso gli si dedica l’epiteto:”pioggiatt d’on scior”; anche perché questo ricco signore, i quattrini che ha accumulato, magari non sono stati proprio sudore della sua fronte o delle sue capacità, probabilmente potrebbe avere qualche cosa da nascondere, in buona sostanza, potrebbe essere anche un politico del giorno d’oggi, o un amministratore locale, perciò i soldi li ha fatti “…su la pèll d’ón pioeucc” (Ha scorticato la pelle di un pidocchio  per venderla).

 


 

Mèna toròn. L’adagio si riferisce all’antico lavoro artigianale per la fabbricazione del torrone: Prima dell’introduzione di sistemi meccanici, come le impastatrici, per produrre questa delizia del palato, gli ingredienti come le mandorle, il miele, e altro, venivano messi in grandi pentoloni, dove, a fuoco bassissimo, l’addetto a questo lavoro, doveva mescolare questo impasto per ore e ore, rischiando magari anche di addormentarsi. Logico che questo lavoro così ripetitivo era di una noia mortale. La solita arguzia milanese definisce quindi, una persona noiosa, che racconta sempre le solite storie, che gira e rigira sempre nelle solite cose: “On mèna toròn”

 


 

Mesteràasc… daneràsc. Queste due parole, apparentemente, dispregiative, indicano invece che talvolta i lavori più faticosi, magari anche volgari e che per farli non bisogna avere la puzza sotto il naso, talvolta sono mestieri che però compensano bene chi li esegue; il “mestieraccio” (mesteràasc) non è da intendersi un lavoro immorale, non sono ruberie o altre attività ladresche, tutt’altro, sono lavori onestissimi, dove le mani è vero che si sporcano, ma la coscienza è  più che pulita e l’onestà brilla come un diamante.


Mett su pôo d’aria de Brianza. Ah, la Brianza, questo splendido, dolce territorio, ricco di verde, di colline, di bellissimi corsi d’acqua, sì, magari un po’ inquinati, ma voi non ditelo in giro, di boschi, di aria dolce e frizzante, ricca di ville ove la nobiltà meneghina trascorreva  gli ozi estivi, dove i locali vivevano decorosamente, contenti del  lavoro che dava la Sorella terra, dove guardando nel viso i giovani brianzoli e brianzole, si notava l’amabile colorito roseo, indice di quel benessere contadino che tutti invidiavano, e la prova probante la forniva la signora madre quando diceva alla figliola: “Ma va no in gir inscì smorta, mett su un pôo de Brianza!” la “brianza” altro non  erano che rossetti, ciprie e tutto ciò che rendeva il viso della ragazza intrigantemente civettuolo, e quanti “pistola” si dislenguavano (si scioglievano) ai piedi della ragazza.


M’hann faa su… ! Semplicissimo! Mi hanno preso, metaforicamente, poi sempre metaforicamente mi hanno incartato come un salame, e poi mi hanno fregato! Questa era talvolta la conclusione di una massaia che era andata a far la spesa e il negoziante o la negoziante aveva talmente abbindolato di parole, come un bravo prestigiatore, la donna, che alla fine aveva comperato anche quello che proprio non le serviva, o peggio ancora, un qualche cosa di pessima qualità. Se poi vogliamo di frasi indicanti una fregatura subita, ce ne sono a iosa.


Miée che sècca?... marì che pècca! Sono sicuro che tutti hanno compreso questo adagio, le cui origini si perdono con la notte dei tempi… eh, sì, perché una moglie che comincia a  diventare brontolona, scrupolosa, noiosa, bisbetica oltre misura, salvo poi farsi perdonare facendo….. beh! l’avete capito tutti cosa deve fare. Se però la sua pedanteria peggiora di giorno in giorno, ecco che il consorte troverà conforto dalla migliore amica della moglie; è giusto però porsi una domanda: ma siamo proprio sicuri che il marito è immune da ogni peccato, e se fosse tutto il contrario: “marito pistola, moglie  s’invola”.


Milanes ariôs. Quanto mai vero questo adagio. Di autentici milanesi, almeno quelli nati a Milano, da genitori anch’essi nati nella città lombarda, se ne contano veramente pochi. Ad essere sinceri questa ariosità, tempo addietro si riferiva a coloro che erano nati in Brianza e poi in generale a quelli nati in Lombardia. Poi questa ariosità si è alquanto estesa, abbracciando tutta la penisola.. e qui è d’obbligo inserire alcune parole di una fra le più belle canzoni milanesi e non solo, scritte dal carissimo, grandissimo Giovanni D’Anzi, il Maestro nella canzone della “Madonnina” così diceva:

“Si, vegnì senza paura num ve slongaremm la man

tutt el mond a l'è paes, a s'emm d'accòrd,
ma Milan, l'è on gran Milan”.

 

E chi interpretava la canzone? Il grande Alberto Rabagliati, il “Raba” per gli amici.

Credo che non occorra più alcun commento.


Mort el foeugh e freggia l’acqua. Il fuoco è da sempre il primario simbolo dell’uomo, adorato come un dio gli antichi attribuivano a queste fiamme poteri ultraterreni. Tornando ai giorni nostri il fuoco, a parte la simbologia guerresca, il fuoco ha sempre identificato una  casa, una famiglia, quella legna messa ad ardere in un caminetto, in una stufa, ha visto consumarsi gioie, dolori, tristezze, allegrie, e chi scrive vi garantisce che avendo vissuto dalla nascita sino agli anni della maturità, in una casa dove in ogni stanza c’era un caminetto, ed erano parecchie queste stanze, oltre alle stufe, da sempre ha dovuto vedersela con i ricordi di quei momenti, quando la legna crepitava gioiosamente sugli alari e allegre scintille, le “monachine”, salivano verso il camino. Ebbene, il detto in questione, sta proprio a significare che se il fuoco, quello che abbiamo in noi, quello che da vita a una casa, non riusciamo a tenerlo acceso e quindi si spegne (muore) ecco anche l’acqua, un bene inestimabile, diventare fredda (freggia) diventando ghiaccio, e la vita s’incupisce precipitando nel nero più assoluto.

 

Fonte: http://www.circolomorbegnese.it/000anno2014/proverbimilano_m.pdf

Sito web da visitare: http://www.circolomorbegnese.it

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