Proverbi eugubini

Proverbi eugubini

 

 

Proverbi eugubini

I modi di dire ed i proverbi, si sa, sono un concentrato di saggezza popolare ridotto in una frase che spesso presenta una rima. Nascono dalla cultura semplice e sono figli dell’esperienza, che è il nome che spesso diamo ai nostri errori. Ogni lingua ne ha di propri e spesso gli stessi concetti sono espressi con metafore diverse da Pese a Paese. Ad esempio, in Italia per dire che piove molto si usa l’espressione “a catinelle” mentre in Gran Bretagna, dove la pioggia è una costante, ma anche l’amore per gli animali è grande, uniscono le due cose ed affermano, di fronte ad un acquazzone, che “piovono cani e gatt”i (it rains cats and dogs). Anche il dialetto, che è un vero e proprio idioma, obbedisce a questa tendenza e spesso adegua i proverbi e i modi di dire italiani al proprio modo di parlare. Il dialetto di Gubbio prende spesso esempio dalla natura e dal mondo agricolo, anche nel formulare i propri proverbi. Ad esempio, il proverbio “chi troppo vuole nulla stringe” è perfettamente tradotto dall’eugubinissimo “scartocciao, scartocciao, so armasto co ‘l gaullo ‘nto le mano!”, dove scartocciare è l’azione del togliere le foglie che avvolgono le pannocchie, ed il gaullo è il torsolo a cui è attaccato il mais. Ma per tale esosa pretesa di ottenere tutto il possibile potremmo anche rifarci a “Anche te vui la botte piena e la moglie ‘mbriaca”. Uno dei primi proverbi dialettali che ho sentito è stato “bocca onta ‘n disse mai male”: ma pensate a quante sfaccettature questa massima si presta! Il primo significato, letterale, è quello che l’olio fa bene agli ingranaggi, quindi bisogna abbondare con i lubrificanti per cardini e catene vari. Un secondo significato più allargato potrebbe farci pensare che una persona sazia (che ha ancora l’alone di olio attorno alla bocca) non ha nessuna intenzione di protestare e ciò è già nel nostro DNA con il latino “panem et circenses”. Ma un terzo significato molto più attuale farebbe pensare che una persona corrotta è sicuramente assecondante. Non a caso, sinonimo di bustarella è oliatina.
Altro tipo di trasposizione dall’italiano all’eugubino è il caso di “buon sangue non mente”, che denota l’importanza della genetica per le doti ereditarie. Il nostro dialetto ha due varianti: “la stecca arvien dal legno” e “le cerque ‘n fanno le merangole”. Però in quest’ultimo caso la connotazione è piuttosto negativa e la locuzione viene usata quando un figlio ha ereditato non le doti ma i difetti del genitore, dal momento che le querce (cerque), a meno che non siano piantate dalle parti di Cernobyl, non possono produrre arance (merangole).
E che dire di “chi trova un amico trova un tesoro”? L’Eugubino, amico degli amici sì, ma pur sempre un po’ egoista, disincantato e realista, ha coniato “I mejo amici enno quelli che c’ho 'n tel portafoglio”.
Non sfuggono i nostri monumenti o la nostra storia: per una persona che cammina in modo fiero, in italiano usiamo “dritta come un fuso”, in eugubino si dice che è “dritta come ‘l fante del mercato”. Invece ad un tipo enigmatico e sfuggente diciamo che è “come le Tavole Eugubine, 'n ce se legge e 'n ce se scrive”.
L’insofferenza e la poca pazienza dell’Eugubino si palesano nei voraci momenti delle numerose grigliate primaverili: quante volte una persona con due fette di pane di fronte alla carne sfrigolante spinta dalla fame ha reclamato la sua braciola, nonostante fosse ancora al sangue, con la frase “cotte o non cotte, ‘l foco l’on visto!
La naturale diffidenza e circospezione della gente della nostra città si palesa con il detto “Si nno stamo più che atenti ce porteno via anche'l pignattino de' la ‘ncolla”, che sarebbe il piccolo recipiente del collante usato dai falegnami. Pensate che emozione quando mio zio Piero me la pronunciò nell’affollata metropolitana di New York! Mentre nazionale è il detto “portarsi via anche il ciborio” Infatti, sebbene possa sembrare dialettale, ciborio è termine italianissimo che designa quella struttura a baldacchino che sovrasta l’altare nelle chiese. Quando si facevano razzie nei luoghi di culto, il ciborio, di solito di marmo o di legno, a causa del suo peso e del suo ingombro, era l’unica suppellettile che non veniva sottratta.
Due proverbi sicuramente endemici sono “hi fatto la fine de ‘l gatto de Minelli” e “’n ce salva più manco ‘l por Fabbrini”.
Per quanto riguarda il primo, è tuttora ignota la tragica disavventura dell’incauto felino, per alcuni caduto in un pozzo, per altri investito da un’automobile, ma resta il fatto che sicuramente chi viene paragonato a tale specifico animale sicuramente non naviga in buone acque. Mi ricordo che da bambino, spinto dalla mia incipiente curiosità, andai a chiedere ai miei vicini di casa, una delle tante famiglie Minelli della nostra città, che fine avesse fatto il loro gatto…
Il secondo proverbio è legato ad un personaggio effettivamente esistito: il dott. Fabbrini, primario chirurgo dell’ospedale di Gubbio negli anni a metà del secolo scorso. Aveva fama di riuscire a mettere le mani laddove altri colleghi si rifiutavano, accettando e talvolta risolvendo casi disperati. A volte purtroppo il miracolo non riusciva, come avvenne per il giovane eugubino Umberto Paruccini colpito a morte dai tedeschi nel pomeriggio del 5 luglio 1944, mentre era impegnato in un’azione umanitaria. Il detto viene oramai utilizzato per casi più leggeri, ad esempio per una squadra di calcio ormai condannata alla retrocessione o per uno studente con varie insufficienze alla vigilia dello scrutinio di giugno. 
Capitolo a parte merita il folklore, con il Palio (“E’ fitto come ‘l tasso dei balestrieri”), ma soprattutto con la festa più sentita: il detto italiano“Siamo tutti sulla stessa barca” a Gubbio, vista la lontananza da mari o laghi, si trasforma in “Semo tutti sotto ‘n cero”. Oppure il nostro peculiare termine di paragone (“quello glie pia du stradoni!”). In conclusione, il dialetto eugubino, come del resto gli altri della nostra Penisola, utilizza caratteristiche della propria tradizione, cultura ed esperienza per tradurre detti nazionali; ma attenzione ad usare tali adagi solo con persone che li possano comprendere, altrimenti si avranno facce perplesse e malintesi. Un esempio? Estate, Riviera del Conero, con i miei amici organizziamo una grigliata di pesce sulla spiaggia, alla quale invitiamo la folta comunità eugubina presente in riva all’Adriatico e un nostro amico milanese, il quale a sua volta intende coinvolgere alcuni suoi conoscenti. Ma la sua proposta viene subito bocciata con un perentorio “Vecchio, ‘n fa’ gli omi pel cero!”

 

Fonte: http://www.zaccagni.it/scritti/I%20modi%20di%20dire%20ed%20i%20proverbi.doc

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