Proverbi toscani Giuseppe Giusti

Proverbi toscani Giuseppe Giusti

 

 

Proverbi toscani Giuseppe Giusti

Abitudini, Usanze.

A usanza nuova non correre.
Prudenza conservativa che risiede massimamente nel popolo, quando egli segue suo proprio istinto e sua ragione.
Cavallo vecchio, tardi muta ambiatura.
Ambiatura, vale andatura di cavallo, asino o mulo, a passi corti e veloci, mossi in contrattempo.
Chi ha portata la tonaca puzza sempre di  frate.
Chi non è uso a portar le brache, le costure gli danno noja. Ciò che  s’usa non fa  scusa.
Non tutte le cose sono scusabili per dire: così s’usa, o così fanno gli altri. (SERDONATI.)
Consuetudine è una seconda  natura.
È difficile condurre il can vecchio a mano.
Mutare, cioè, gli abiti lunghi ed invecchiati.
È meglio ammazzare uno (o È meglio ardere una città) che mettere una cattiva usanza.       È meglio errar con molti ch’esser savio solo —    e
Meglio errar con molti che da sè stesso. È meglio volta che stravolta.
Il Veneziano dice: Xe megio na volta che na stravolta, e lo spiega così. — Cioè, è meglio prender  la vecchia strada, più lunga ma sicura, che non una che non sai dove riesca, e può condurti a rovina.  —  Stravolta: slogatura  d’un piede facile in  terreno  disuguale.
È un cattivo andare contro la corrente (o contro il vento.)  Il bue  mangia il fieno perchè  si ricorda che è stato    erba.
Vuol dire che s’ama spesso anche di memoria: amore buono, amore di gratitudine.
Il magnano tanto salta con le bolge quanto senza.
Abituato a  portarle sempre è come se non  le   avesse.
Il vino di casa (o il vino che si pasteggia) non imbriaca.
Perchè si usa temperatamente. Ma pure abbiamo:
Il pan di casa  stufa.
Proverbio fatto dagli stemperati.
La catena non teme il fumo.
Perchè ci sta sempre: Ab assuetis non fit  passio.
La moda va e viene —  e
Alla moda vagli dietro.
I due veramente fanno ai cozzi, ma la gente non se ne avvede, perchè quando a molti si vede fare una cosa, pare che tutti l’abbiano fatta sempre, e che sia la cosa più naturale del mondo quando anche sia la più bestiale.
Le cose rare son le più care —  ovvero
Cosa rara, cosa cara.
A uno che si faccia vedere di rado siamo soliti dire: ti sei reso prezioso.
Le buone usanze van tutte a perdersi.
Però
Le buone usanze vanno rispettate.
Le novità duran tre dì, e quando van di trotto, Le non duran più d’otto.
Cioè quando sono strepitose e in  gran   voga.
L’uso doventa natura. L’uso fa legge.


L’uso serve di tetto a molti abusi. L’uso vince natura.
Nessuna maraviglia dura più di tre giorni. Rana di padule sempre si salva —    e
La rana avvezza nel pantano, se ell’è al monte torna al piano.
Nè per caldo o per freddo o poco o   assai
Si può la rana trar dal fango mai. (Orlando Innamorato.)

Adulazione, Lodi, Lusinghe.

 

Ad ogni santo la sua candela.
Ad ogni potente la scappellata, dice l’ambizioso; a ogni donna gli occhi dolci, dice il libertino.
Adulatori e parasiti sono come i pidocchi  —   e
Can che molto lecca succhia sangue.
Campano sulla pelle altrui.
Anco il cane col dimenar la coda si guadagna le spese — e
Non dar del pane al cane ogni volta che dimena la coda. Bacio di bocca spesso cuor non tocca — e
Tal ti ride in bocca che dietro te l’accocca — e
V’è chi bacia tal mano che vorrebbe veder mozza — e
Tal ti fa il bellin bellino che ti mangerebbe il core.
Chi ci loda si dee fuggire, e chi c’ingiuria si dee soffrire. Chi loda per interesse, vorrebbe esser fratello del lodato.
Chi t’accarezza più di quel che suole, o t’ha ingannato o ingannar ti vuole. Chi ti loda in presenza, ti biasima in assenza —  e
Dio ti guardi da quella gatta che davanti ti lecca e di dietro ti graffia. Chi ti vuol male ti liscia il pelo.
Da chi ti dona, guardati.
Gola degli adulatori, sepolcro aperto.
In casa dell’amico ricco sempre ammonito; in quella dell’amico povero, sempre lodato. I panioni fermano, ma le civette chiamano.
La carne della lodola piace ad ognuno — e
Da Lodi (paese) passan tutti volentieri.
Lodi e lodola per lode, giochetti di parole.
La lingua unge e il dente punge.
La lode giova al savio e nuoce al matto.
La vita dell’adulatore poco tempo sta in fiore.
Vuoi tu un cuore smascherare? sappilo ben lodare.
L’ubriacato dalla lode s’apre a dir quello che non vorrebbe.

Affetti, Passioni, Gusti, Voglie.

 

A chi piace il bere, parla sempre di vino    — e
L’orso sogna pere —  e
Il porco sogna ghiande —  e
Scrofa magra, ghianda s’insogna. Acqua passata non macina più.
Si dice  delle  impressioni o  degli affetti dimenticati.
Affezione accieca ragione.
A gusto guasto non è buono alcun pasto —  e
Gusto guasto è come vin da  fiasco.


Gli stomachi, gli umori, gli affetti guasti,  per  non  confessare  il  puzzo  che  hanno  dentro,  lo  accusano fuori. —  Un Contadino dava il tabacco al Padrone, che avendone preso un poco, e accostato al naso poi lo  gettò via dicendo: «E’ sa di briccone;» e il Contadino: «Lustrissimo, l’enno le dita.»
Allo svogliato il mèle pare  amaro.
Amor non ha sapienza, e l’ira non ha consiglio. A molti puzza l’ambra.
Animo appassionato non serba pazienza. Aspetta il porco alla quercia.
Se vuoi cogliere l’uomo sul fatto, aspettalo dove egli suole capitare, dove ha il ripesco, dove lo tirano qualche sua necessità o voglia.
A vecchia che mangia pollastrelli, gli vien voglia di carne salata.
Dicesi quando alcuno lascia il meglio per attenersi a cosa men  buona.
Chi ha bocca vuol  mangiare.
Chi  ha buona cantina in casa non va pel  vino  all’osteria  —    e
Chi ha vitella in tavola non mangia cipolla. Chi maneggia il mèle si lecca le dita — e
Chi ha fatto il saggio del mèle non può dimenticare il lecco. Chi lecca i piatti, deve leccare in terra.
Chi non arde, non incende.
Cioè chi non s’infiamma nel bene operare, non induce gli altri a ben fare. (SERDONATI.) Ma vale per tutti          gli affetti: Si vis me flere, dolendum est Primum ipsi tibi. (ORAZIO.)
Chi non può, sempre vuole. Chi più arde più splende.
«Les  grandes pensèes viennent du coeur,»  dicono bene i Francesi:  e così pure  i grandi    fatti.
Chi più vuole, meno adopera.
Le voglie troppo intense riescono talvolta inerti e s’intricano in sè medesime, come l’acqua non sa uscire da un fiasco voltato all’ingiù, perchè il vaso è troppo grande e la bocca troppo stretta.
L’impetuosa  doglia  entro rimase,
Che volea tutta uscir con troppa fretta, ec. (ARIOSTO.)
Chi sempre beve non ha mai troppa sete  —    e
Colombo pasciuto, ciliegia amara  —   e
Chi non mangia ha del mangiato —  e
Chi non mangia a desco, ha mangiato di fresco —  e
Gallinetta che va per cà, o la becca o l’ha beccà: Se la non becca a desco, l’ha mangiato di  fresco.
Come saturo augel che non si  cali
Ove il cibo mostrando altri lo invita.    (TASSO.)
Chi troppo frena gli occhi, vuol dire che gli sono scappati.
Così faceva il padre Cristoforo: e queste cose bisogna lasciarle dire al Manzoni.
Con la voglia, cresce la doglia — e
Chi assai desidera, assidera. Dagli effetti si conoscono gli affetti. Dei gusti non se ne  disputa.
Dove la voglia è pronta, le gambe son    leggiere.
E al contrario:
Chi va in gogna, non fa il servizio volentieri.  E’ si può fare il male a forza ma non il bene — e
Per forza si fa l’aceto —  e
Cosa per forza non vale scorza.
«V. E. può farmi piangere ma non cantare» diceva il musico Marchesi al Generale Miollis.
Gatto che non è goloso non piglia mai sorcio  —    e
Se il tuo gatto è ladro, non lo cacciar di   casa.
Ma quello del gatto è brutto   mestiere.
Il cuore ha le sue ragioni e non intende ragione  —    e
Cuore malato non sente ragione. Il cuore non sbaglia.
Lo dicono particolarmente le madri nei presentimenti lieti e tristi del loro cuore: Nelle sue visïon  quasi  divino.
Il lupo sogna le pecore, e la volpe le galline.


Il diavolo può tentare, ma non precipitare.
Ognuno ha colpa de’ suoi errori; le tentazioni, le passioni, sono scuse povere.
Il potestà nuovo manda via il vecchio —    e
I santi nuovi metton da parte i vecchi — e    I santi vecchi non fanno più miracoli — e Ai  santi  vecchi  non gli  si  dà più incenso.
Gli amori nuovi fanno dimenticare i vecchi.
Le  nuove  cose  fanno  scordare  le  antiche; gli affetti si consumano.
L’abbondanza genera fastidio.
La lingua batte dove il dente duole.
Le belle cose piacciono a tutti fino a’ minchioni — e
Tutte le bocche son sorelle: ed aggiungesi da quella del lupo in fuori, che vuole tutto per sè.
Le cose vanno fatte quando se ne sente il bisogno. Mal si balla bene se dal cor non viene.
Il ballo è cosa da innamorati. Ma vale poi  anche  che  nessun  divertimento  ti  fa  pro,  se  non  vi  hai l’animo disposto. Nota qui male, che sta per   difficilmente.
Non è bello quel ch’è bello, ma è bello quel che piace.
Non manchi la volontà, che luogo e tempo non mancherà — e
Quando c’è la volontà, c’è tutto —   ovvero
La volontà è  tutto  (o  tutto  fa)  — e
A buona volontà non manca facoltà. Ogni granchio ha la sua   luna.
Quando la luna è tonda i granchi son pieni.  (SERDONATI.)
Per fare una cosa bene, bisogna esser tagliati a buona  luna.
A bene riuscire in una cosa, conviene esservi tagliati, cioè inclinati; essere in buona luna per farla, in buona disposizione, averne voglia.
Più da noi è bramato, chè più ci vien  negato.
Ruimus in vetitum e
Anco Adamo mangiò del pomo vietato. Quando è alta la passione
È bassa la ragione.
Sdegno e  vergogna  son pien d’ardire.
Se i desiderii bastassero, i poveri anderebbero in carrozza. Sotto  la  bianca  cenere, sta  la  brace ardente.
Tempo e fantasia si varia spesso — e
Si cambia più spesso di pensiero che di camicia. Vedere e non toccare, è un bello spasimare — e
Volontà è vita.
(Vedi: Piacere, Dolore.)

Agricoltura, Economia rurale.

 

Agli ulivi, un pazzo sopra (o da capo), e un savio sotto (o da piè.)
Come pure:
Leva da capo e poni da piè.
Cioè bisogna tagliar molto e molto sugare; ma il primo vale secondo i luoghi.
Albero che non fa frutto, taglia taglia.
Vale anche figuratamente.
All’apparir degli  uccelli non  gettar seme  in terra.
Si può  intendere anche del  non  far cose che poi ti sieno     guastate.
A mezzo gennaio, metti l’operaio.
I buoni contadini pigliano spesso a mezzo gennaio l’oprante  di  fuori  per  affrettare  i  lavori,  i  quali  è  bene sieno fatti innanzi alla    primavera.
A Natale, mezzo pane; a Pasqua, mezzo vino.


Significa che il contadino deve procurare d’avere in casa a Natale la metà del pane per il suo consumo, ed a Pasqua mezzo il vino per le imminenti faccende. Dicesi anche
A mezzo gennaio, mezzo pane e mezzo pagliaio.
Andare scalzo e seminar fondo, non arricchì giammai persona al mondo. Ara co’ buoi, e semina colle vacche.
Nel lavorare la terra giova fare il solco profondo, ma non tanto poi nella sementa; — e
Chi lavora la terra colle vacche, va al mulino colla pulledra (o colle somare).
Le quali portano poca soma; —   e
Ara poco (poco tratto) ma minuto e fondo se tu vuoi empire il granajo da cima a fondo.
Non deesi badare alla quantità, ma alla qualità nel lavoro della terra.
A San Martino la sementa del poverino — come   pure
Sta meglio il grano al campo, che al mulino.
In quei giorni il grano da seme vuole già esser sotterrato.
Avaro agricoltor non fu mai   ricco.
Beato quel campetto che ha siepe col fossetto.
Cioè difeso ed asciutto.
Casa fatta e vigna posta, non si sa quel che la costa.
Ma si dice anche:
Casa fatta e vigna posta, mai si paga quanto costa. —   e
Caro costa la vigna della  costa.
Casa fatta, possession disfatta  —  ovvero
Casa fatta e terra  sfatta.
È ben comprare casa in buon essere e podere trasandato.
Cavol riscaldato e garzon ritornato, non fu mai buono — e
Serva tornata non fu mai  buona.
Garzoni, gli opranti fissi nelle case dei contadini,  quelli  che  in  alcuni luoghi chiamano  mesanti,  perchè gli pagano a mese; ma se una volta gli  abbiano  licenziati,  non  è  bene  ripigliarli:  così  della  garzona,  o fante, o guardiana che non sia della famiglia.  Serva  è  generico,  e  s’intende  più  spesso  di  quelle  che stanno  a  servizio  nelle case.
Cento scrivani non guardano un fattore, e cento fattori non guardano un contadino. Chi affitta il suo podere al vicino, aspetti danno o lite o mal mattino — e
Chi affitta sfitta — ovvero
Chi affitta sconficca — e dicesi anche
Chi alluoga accatta.
La Toscana è tutta mezzerie: quindi gli affitti in discredito e non a torto, come speculazione da scioperati o da falliti.
Chi ara da sera a mane, d’ogni solco perde un   pane.
Cioè, da Ponente a Levante, perchè un lato d’ogni porca rimarrebbe senza sole.
Chi ara il campo innanzi la vernata, avanza di ricolta la brigata. —  e
È meglio una buona e secca scalfittura che una buona e molle   aratura.
Perchè:
Chi ara terra bagnata per tre anni l’ha dissipata. Chi ara l’uliveto addimanda il frutto — e
Chi lo letamina l’ottiene, chi lo pota lo costringe a fruttar bene. — ma
Il letame quand’è troppo forte alle piante dà la morte.
Se il letame è troppo possente abbrucia la capigliatura delle radici e non possono queste più ricevere e filtrare i sughi della terra. Allora il sugo fattosi glutinoso si condensa e fa talvolta morire le piante.
Chi assai pone (ed anche Chi lavora e Chi semina) e non custode, assai tribola e poco gode.
Chi ben coltiva il moro, coltiva nel suo campo un gran tesoro. Chi cava e non mette, le possessioni si  disfanno.
S’intende del concime, ed anche del     ripiantare.
Chi disfà bosco e prà, si fa danno e non lo sa —   e
Chi ha un buon prà, ha un tesoro e non lo sa.
Chi disse piano, disse tanto piano, che non ne toccò a tutti.
Nel primo caso piano vuol dire pianura, nel secondo vale a voce bassa. Questo gioco di parole sta a significare che le terre in pianura sono desiderate da molti.
Chi dorme d’agosto, dorme a suo costo.
L’estate non è stagione da oziare pe’ contadini: Qui stertit aestate, filius confusionis. (Proverbi.)


Chi fa le fave senza concio, le raccoglie senza baccelli.
Fare per seminare.
Chi ha bachi non dorma.
Chi ha carro e buoi, fa bene i fatti   suoi.
Chi ha quattrini da buttar via (o Chi ha del pan da tirar via), tenga l’opre e non ci   stia.
Tener l’opre, pigliare gente di fuori per fare un lavoro; —  e
Fa più il padrone co’ suoi occhi, che l’opre col badile.
Badile, strumento di ferro simile alla pala per cavar fossati.
Chi ha tutto il suo in un loco, l’ha nel foco.
Cioè in pericolo.
Chi ha un buon orto, ha un buon porco —   e
Chi non ha orto e non ammazza porco, tutto l’anno sta a muso torto. Chi ha vigna ha  tigna.
Usasi a Roma dove le vigne recano grandi fastidj. (SERDONATI.)
Chi ha zolle, stia con le  zolle.
Chi lavora di settembre, fa bel solco e poco rende. Chi lo beve (il campo), non lo  mangia.
Nei campi troppo vitati, la sementa rende poco.
Chi non ha il gatto mantiene i topi e chi l’ha mantiene i topi e il  gatto.
Vale che, chi tiene il custode dei campi per guardarli dai ladri, spesso non fa che mantenere il custode ed i ladri. Il che deve render cauti i proprietari nella scelta di questo custode. (PASQUALIGO, Prov. ven.)
Chi non semina non ricoglie.
Si usa anche figuratamente.
Chi non sa comprare compri giovane  —   e
Sulla gioventù non si fece mai male.
Nella compra del bestiame e in altre cose ancora.
Chi pianta datteri non ne  mangia.
Credesi che il dattero duri cento anni prima di dar frutto.
Chi pon cavolo d’aprile, tutto l’anno se ne ride.
Posto in aprile spiga presto, ma non fa grumolo.
Chi prima nasce, prima pasce.
Il grano seminato per tempo tallisce   meglio.
Chi semina buon grano, ha poi buon pane; chi semina il lupino, non ha nè pan nè vino. Chi semina con l’acqua, raccoglie col paniere — e
Chi semina nella mota raccolta vuota — e
Chi semina nella polvere, faccia i granaj di rovere — e
Le fave nel motaccio, e il gran nel polveraccio.
Nessuna sementa si fa bene nel terreno molle. Vero  è  però  che  l’ultimo  di  questi  proverbi  è  anche usato diversamente secondo i luoghi; ed in alcuni dispiace la sementa troppo asciutta. Tempo sementino chiamano quelle giornate coperte, ma non però troppo fredde, con un po’ di nebbia la mattina ed ogni        tanto una pioggerella, dopo la quale il capoccio esce fuori a  seminare  anche  a  rischio  di  dovere  per qualche altra scossetta rifarsi più volte, cogliendo il tempo ed agiatamente, come sogliono d’ogni faccenda.
Chi semina fave, pispola grano.
La miglior calorìa è quella delle   fave.
Chi semina in rompone (o arrompone) raccoglie in    brontolone.
Chi aspetta a rompere i campi a sementa, oppure,  chi  semina nel  campo solamente rotto e non rilavorato e messo a  seme, raccoglie poco.    (LAMBRUSCHINI.)
Chi semina sulla strada, stanca i buoi e perde la semenza. Chi vuol di vena un granajo lo semini di febbraio.
Chi vuole aver del mosto, zappi le viti d’agosto.
E un altro dice:
Chi pota di maggio e zappa d’agosto, non raccoglie nè pane nè mosto. Chi vuole ingannare il suo vicino, ponga l’ulivo grosso e il fico piccolino. Chi vuole il buon bacato, per San Marco o posto o nato —  e
A San Marco (25 aprile) il baco a processione    — e
A San Marco nato, a San Giovanni assetato. Chi vuole tutte l’ulive non ha tutto l’olio — e
Chi vuole tutta l’uva non ha buon  vino.


Cioè che ad averlo buono vuolsi l’uva ben matura e non affrettarsi a  vendemmiare,  come  fanno  i contadini per la paura che sia rubata. E chi vuole tutto  l’olio  gli  conviene  aspettare  e  rassegnarsi  se qualche oliva gli casca. — Ma  il proverbio non tiene più, dacchè si è visto che le olive con  lo stare troppo  sulla  pianta  danno olio peggiore;  e dicesi  anche
Dal fiore al coppo vi è un gran trotto.
Detto dell’ulivo quando fiorisce molto, ma prima che sia a maturità vi sono di gran pericoli.
Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di  gennaio.
Chi vuole un buon potato, più un occhio e meno un   capo.
S’intende della vite, alla quale pure fanno dire:
Fammi povera, ti farò ricco — e
Ramo corto, vendemmia lunga.
Chi vuole un buon rapuglio, lo semini di luglio — e
Se vuoi la buona rapa, per Santa Maria (15 agosto) sia nata. Chi vuole un’oca fina
A ingrassare la metta a Santa  Caterina.
I contadini un po’ agiati mettono ad ingrassare delle oche, le quali sogliono poi uccidere a santa Lucia       (13 dicembre) e le conservano per la state, come più universalmente si suol fare del porco.
Chi vuole un pero ne ponga cento, e chi cento susini ne ponga un solo. Chi vuol vin dolce non imbotti agresto.
E nel figurato significa, chi vuole dolce vita non metta male.
Con un par di polli, si compra un  podere.
Lo  dicono  i contadini della  facilità  di mutar podere.
Da San Gallo (16 ottobre) ara il monte e semina la valle. Dice il porco, dammi, dammi, nè mi contar mesi nè  anni.
E dicesi anche:
Da vivo nessun profitto e da morto tutto —    e
Il porco vuol mangiare sporco e dormire   pulito.
Di settembre e  d’agosto, bevi il vin vecchio e  lascia stare il    mosto.
Non t’affrettare alla vendemmia; ma
D’ottobre il vin nelle doghe —  e
A vendemmia bagnata la botte è tosto consolata. Dove  è  abbondanza di  legne,  ivi è  carestia di biade.
Ne’ luoghi boschivi, ed anche nei terreni molto piantati; — e
Piante tante, spighe poche.
Dove non va acqua ci vuol la  zappa.
Cioè in collina.
Dove passa il campano nasce il  grano.
Il campano pende dal collo del becco, guida dell’armento che ingrassa i campi.
È meglio dare e pentire, che tenere e    patire.
Può intendersi d’ogni cosa, ma principalmente del bestiame. Giovano le spesse vendite ancorachè si guadagni poco, perchè a tenere le bestie lungo tempo sulla stalla consumano troppo.
È meglio un beccafico che una cornacchia.
Intende che s’abbiano a comprare bestie grasse.
Fammi fattore un anno, se sarò povero mio danno.
E altramente:
Fattore, fatto re.
Fattor nuovo, tre dì buono. Figlio di fava e babbo di lino.
Le fave quando riscoppiano dopo il gelo, fanno il loro frutto, non così il lino. (LASTRI.)
Formento, fava e fieno non si volsero mai bene.
È difficile che tutti tre provino bene lo stesso anno.
Gente assai, fanno assai, ma mangian troppo, (o grande schiamazzo e lavoro mai.)
Dei molti opranti a  giornata e dei   garzoni.
Giugno, la falce in pugno; se non è in pugno bene, luglio ne   viene.
Di luglio è tardi a segare il grano: ma fa poi male anco chi anticipa temendo che il sole troppo repente gli dia, come suol dirsi, la stretta; perchè
Non v’è la peggio stretta di quella della falce. Gran  fecondità  non  viene  a maturità.
Grano e corna vanno insieme.


Quando il primo è a buon mercato, il bestiame non è caro, e  viceversa.
Grano già nato non è mai perso. Gran pesto fa buon cesto.
Il bue lascialo pisciare e saziar di arare.
Il buon lavoratore rompe il cattivo    annuale.
Annuale, è voce solenne dei contadini per annata, cioè, per l’insieme delle stagioni, o del prodotto di un anno.
Il gran rado non fa vergogna    all’aja.
Loda seminare il grano rado. Quanto al gran turco dicesi:
Fatti in là fratello se tu vuoi che facciamo un bel  castello.
Cioè una bella pannocchia; — e
Scalzami piccolo e incalzami grande.
È il gran turco che parla: ed è savio consiglio seguìto dai buoni agricoltori. E quando si  dice:
Del fitto non ne beccan le passere,
deve intendersi che non ne beccano, perchè il grano viene di cattiva qualità, e le  passere, come gli altri  uccelli,  cercano  sempre  il migliore.
Il campo con la gobba dà la robba.
Il fieno folto si taglia meglio del   chiaro.
Nel  mentre  che  il  proverbio  accenna  un  fatto  chiaro  per  sè,  dà  anche  un  buon  consiglio  per    la
seminatura dell’erbe.
Il lino per San Bernardino (20 maggio) vuol fiorire alto o piccino. Il guadagno si fa il giorno della compra.
Detto  specialmente  del bestiame.
Il miglio mantiene la fame in casa.
Il miglio seminato spesso è a carico, e non leva la fame.
Il pennato è quello che fa la foglia.
Il gelso si rinforza tagliandolo per l’anno seguente;  ma il  coltello,  come dicono  i  nostri  villani, dev’essere ben tagliente onde non iscorticare quella pianta delicata, che altrimenti ne soffrirebbe assai, anzichè  averne vantaggio.
Il proprietario di campagna trema sei  mesi dal freddo e  sei  dalla paura.  Il sugo non è santo, ma dove casca fa miracoli.
Il vecchio pianta la vigna, e il giovine la vendemmia. Il vino nel sasso, ed il popone nel terren grasso.
In campo stracco, di grano nasce loglio.
In montagna chi non vi pota non vi magna. L’acqua fa l’orto.
La pecora ha l’oro sotto la coda.
Pel concime:  onde dice
La pecora sul c... è benedetta e nella bocca maledetta — ovvero
La pecora sarebbe buona se la bocca l’avesse in montagna ed il c... in   campagna.
Cioè il suo dente è fatale alle piante;    — e
La pecora è    per il povero, non il povero per la pecora.
Rende molto ma vuol esser trattata bene. (PASQUALIGO,    Prov. ven.)
La prima oliva è oro, la seconda argento, la terza non val niente. La saggina ha la vita  lunga.
Sta molto sotto terra prima di nascere; ma con un gioco di parole s’adopra pure a significare la felicità  del saggio.
La segale nella polverina e il grano nella pantanina.
La segale vuol terreno piuttosto sottile; il grano ama le terre grosse che si chiamano pantanine, perchè sono  atte  a  far  pantano. (LAMBRUSCHINI.)
La segale o il segalato fece morir di fame la comare. Lavora o abborraccia, ma semina finchè non diaccia — e
O molle o asciutto, per San Luca (18 ottobre) semina.  Lavoratore buono, d’un podere ne fa due; cattivo, ne fa un mezzo. Le bestie vecchie muoiono nella stalla de’ contadini minchioni.
Loda il monte e tienti al piano. L’orzòla, dopo due mesi va e ricôla.
Va’  e ricoglila.
Molta terra, terra poca; poca terra, terra molta.


La molta terra lavorata male, equivale alla poca, e viceversa: Laudato ingentia rura, Exiguum colito. (Georgiche.) E l’Alamanni

 

Che assai frutto maggior riporta il poco Quando ben culto sia, che il molto  inculto.
Neanche il contadino ara bene se non  s’inchina.
Non mi dare e non mi tôrre; non mi toccar quando son molle.
È la vite che parla; — e
Se tu vuoi della vite trionfare, non gli tôrre e non gli dare, e più di due volte non la legare — e
L’annestare sta nel legare.
Le viti si contentano di non esser governate, purchè non si spolpi il terreno intorno alle barbe con far semente che lo dissughino. — Non mi toccare quando son molle, appartiene al potare, e così il più di due volte non mi legare, che non avrebbe senso opportuno dove le viti vanno su’ loppi, ma per le viti  basse     vuol dire che il capo lasciato non sia tanto lungo da doverlo legare più di due volte. (LAMBRUSCHINI); — e
Vangami nella polvere, incalzami nel fango, io ti darò buon vino. Non s’ara come s’erpica.
Arare come s’erpica farebbe lavoro troppo leggiero; ma può valere figuratamente, che ogni cosa vuole il suo modo
Per arricchire bisogna invitire (o avvitire).
Cioè, piantar viti.
Per fare un buon campo ci vuole quattro    m
Manzi, moneta, merda e mano.
Per San Gallo (16 ottobre) para via e non fai    fallo.
Para via, conduci i bovi aggiogati sul campo per    arare.
Per San Luca chi non ha seminato si   speluca.
Si speluca, si batte l’anca e si mette le mani  ai  capelli.  Perciò  bisogna  arare  la  terra  sia  molle  o asciutta.  (PASQUALIGO,  Prov. ven.)
Per Sant’Andrea piglia il porco per la sèa (setola); se tu non lo puoi pigliare, fino a Natale lascialo andare — e
Per San Tomè, piglia il porco per lo piè.
I contadini un po’ agiati ingrassano un porco, il quale sogliono ammazzare al principio dell’inverno, e   serve  poi tutto  l’anno  pel consumo  della casa.
Per Santa Croce e San Cipriano semina in costa e semina in   piano.
Proverbio spagnuolo.
Per Santa Maria Maddalena (22    luglio) si taglia la vena.
Per Sant’Urbano (25 maggio) tristo quel contadino che ha l’agnello in mano. Poco mosto, vil d’agosto — ovvero
Poco vino vende vino, molto vino guarda vino —   o
Poco vino, vendi al tino; assai mosto, serba a agosto — e
Poca uva, molto vino; poco grano, manco pane.
Quando v’è molto vino, molto se ne beve, e  nell’estate  rincara; ma quando è poco, si fa  bastare: il  pane      si  finisce presto.
Poni i porri e sega il fieno, a qualcosa la chiapperemo. Pota tardi e semina presto,
Se un anno fallirai, quattro ne assicurerai. Presto per natura, e tardi per ventura.
Delle semente, che fatte tardi è gran ventura se corrispondono; per il che si dice:
Chi semina a buon’ora, qualche volta falla, e chi semina tardi, falla quasi sempre. Quando canta il Cucco v’è da far per tutto; o cantare o non cantare, per tutto c’è da fare. Quando canta il Ghirlindò (o Ghirlingò), chi ha cattivo padron mutar lo può.
Quando canta il Firinguello, buono o cattivo, tienti a  quello.
Ghirlingò o Zirlingò, è un uccelletto che canta la primavera; il Fringuello canta il verno; — e
Quando canta il Merlo, chi ha padron si attenga a   quello.
Canta di settembre e d’ottobre, vegnente il verno, nel quale tempo  è  mala  cosa  ai  contadini  trovarsi senza padrone. Il tempo utile per le disdette scade in Toscana a’ 30 novembre.
Quando canta l’Assiolo, contadin semina il fagiolo. Quando il grano ricasca, il contadino si  rizza.
Quando il grano ricasca è segno che v’è molta paglia, ossia, che il grano è fitto e rigoglioso. E però quando pure renda meno, perchè allettato, sempre si raccoglie più che quando è misero. (LAMBRUSCHINI.)  Il grano ritto sullo stelo accusa spica leggiera e piuttosto scarsa.


Quando il grano è  ne’ campi, è  di Dio e  de’ Santi; (o è  di tutti    quanti).
È sempre esposto a mille casi: ma
Quando è su’ granai (o solai) non se ne può aver senza denai. Quando la terra vede la vena per sett’anni la terra trema.
Smunge il terreno.
Quando luce e dà il sole, il pastor non fa  parole.
Esce subito con le pecore alla  campagna.
Quando mette la querciola, e tu semina la cicerchiola. Quanto più ciondola, più  ugne.
L’ulivo.
Quattrin sotto il tetto, quattrin benedetto — e Guadagno sotto il tetto, guadagno benedetto — e Dove  son  corna,  son quattrini.
Il guadagno della  stalla  è parte principalissima  nella  economia  del  podere.
Rivoltami, che mi vedrai.
Parla qui la terra chiedendo vanga, della quale dicesi: La vanga ha la punta d’oro  —   e
Chi vanga non l’inganna.
Cioè, con ellissi famigliarmente ardita: chi vanga, dal vangare non  è  ingannato;  il  vangare  non  lo inganna, non lo tradisce, gli porta frutto: e di chi va molto a fondo negli  scassi  fino  a  cercare  la  terra giovine.
Il curioso raccoglie frutto — e quindi
Vanga piatta poco attacca; vanga ritta, terra ricca; vanga sotto, ricca al doppio —  e
Vanga e zappa non vuol digiuno.
Cioè la vanga e la zappa vogliono uomo ben pasciuto che lavori forte. E dello strumento:
Chi  vuol lavoro degno, assai ferro e  poco  legno.
Cioè sia la vangheggiola lunga. Havvene altro grazioso usato in Sicilia che gli abbraccia tutti:
L’aratro ha la punta di ferro; la zappa l’ha d’argento;
D’oro l’ha la vanga; e quando vuoi far lavoro degno, metti tra la vanga molto ferro e poco legno.
Rovo, in buona terra covo.
Dove allignano i rovi, i roghi, la terra è buona pel grano. (LAMBRUSCHINI.)
San Luca, cava la rapa e metti la zucca. Se ari male, peggio mieterai.
Se d’aprile a potar vai, contadino, molt’acqua beverai e poco vino — e
Chi nel marzo non pota la sua vigna, perde la  vendemmia.
Bisogna aver potato prima.
Sega l’erba a luna nuova
E la vacca al bisogno trova.
Perchè allora più prontamente rigermogliano le erbe. Causa ne sarebbe la maggiore umidità dell’atmosfera  nei novilunii.
Se il coltivatore non è più forte della su’ terra, questa finisce col divorarlo. Se tagli un cardo in april, ne nascon  mille.
Se tu vuoi empir le tina, zappa il miglio in  orecchina.
Il miglio si fa spesso sulle prode addosso ai filari: quindi a zapparlo conviene andare a sentita, o quasi stare in orecchie, per non offendere le barbe alle viti.
Solco rado empie il granaio.
Tante tramute, tante cadute —  ovvero
Ogni muta, una caduta.
Corregge i padroni troppo facili a mutare i lavoratori; e i lavoratori troppo facili a mutar padrone.
Terra bianca, tosto stanca — e  all’incontro
Terra nera, buon grano mena. Terra coltivata, ricolta sperata. Terra magra fa buon frutto.
Genera frutta saporite.
Terren grasso villano a spasso.
Tra mal d’occhio e l’acqua cotta, al padron non gliene tocca.


Della raccolta delle fave: non gliene tocca, cioè, tra ’l maldocchio o i succiameli che le distruggono, e i contadini che le cuociono e se le mangiano innanzi di dividerle col padrone.
Tre cose vuole il campo: buon lavoratore, buon seme e buon tempo. Vigna al nugolo fa debol vino.
Cioè vigna  con  poco sole,  sia  colpa  del luogo dov’è posta  o dell’annata  oscura  e piovosa.
Vigna piantata da me, moro da mio padre, olivo dal mio nonno.
(Vedi Meteorologia.)

Allegria, Darsi bel tempo.

 

Allegrezza fa bel viso (o fa lustrare la pelle del viso). Allegria  segreta,  candela spenta.
L’allegrezza può esser gaudio del cuore segreto, ma propriamente l’allegria è tripudio di molti insieme    che abbiano voglia  di stare allegri quando anche non  abbiano    allegrezza  dentro.
A fare il vecchio si è sempre a tempo. Animo e  cera, vivanda  vera.
Buon animo e buon viso, pietanze che fanno pro; e non ne  godi  tu  solamente,  ma  chiunque  vive  o mangia teco. E perchè bastano da sè  sole,  è  motto  di  chi  si  scusa  dell’essere  scarso  nell’onorare  altrui  con  vivande scelte.
Chi gode un tratto, non stenta sempre — e Godiamo, chè stentar non manca mai — e Chi si contenta gode e qualche volta stenta: Ma è un bello stentar, che si  contenta.
Spesso  suol dirsi ironicamente  di chi vuol fare  a  modo suo;  —  e
Una voglia non fu mai  cara.
Ma chi disse:
Le voglie si pagano,
Aveva più esperienza.
Chi ride e canta, suo male spaventa —  e
L’allegria, ogni mal la caccia via. Chi se ne piglia,  muore.
Chi troppo ride ha natura di matto; e chi non ride è di razza di gatto. Chi vuol vivere e star bene, pigli il mondo come viene.
E più argutamente:
La morte ci ha a trovar vivi.
Doglia passata, comare dimenticata.
Faccia chi può, prima che il tempo mute: che tutte le lasciate sono perdute —  e
Ogni lasciata è persa.
Così si dice delle occasioni di darsi bel tempo.
Fatta la roba, facciam la  persona.
Cioè,  godiamocela;  e  dicesi pure:
Chi ha fatta la roba, può far la   persona.
Può  riposare: e usasi pure quando alcuno si leva  da  letto    tardi.
Gente allegra Iddio l’aiuta.
Grave cura non ti punga, e sarà tua vita lunga. Il pianger d’allegrezza è una manna.
Il piangere puzza a’ morti e fa male a’ vivi.  Il riso fa cuore —  e
Il riso fa buon sangue — e
Ogni volta che uno ride, leva un chiodo alla  bara.
(Vedi  Illustrazione I, in  fine  al volume.)
L’allegria è il primo rimedio della scuola salernitana. La roba non è di chi la fa, ma di chi la gode.
E dicesi per scherzo:
Chi non consuma, non  rinnuova.
Non è il più bel mestiere, che non aver pensiere.


Non s’ha se non quello che si gode. Palla in bocca e fiasca in  mano.
Para via malinconia, quel ch’ha da essere convien che sia. Pazzo è colui, che strazia sè per dar sollazzo altrui.
Pensiero non pagò mai debito —  o
Malinconia non paga debito — e
Un carro di fastidi non paga un quattrin di debito. Scrupoli e malinconia, lontan da casa  mia.
Va’ in piazza, vedi e odi; torna a casa, bevi e  godi.

Ambizione, Signoria, Corti.

 

Alla corte del Re ognun faccia per sè.
Chi a molti dà terrore, di molti abbia timore.
Multos timere debet, quem multi timent (PUBLIO SIRO); — e
Chi fa temere ogni uomo, teme ogni cosa.
Chi bene e mal non può soffrire, a grande onor non può venire — e
Chi attende a vendicare ogni sua onta, o cade d’alto stato o non vi  monta.
Il procedere dell’ambizioso vuole pazienza: è un farsi strada tra una folla d’accorrenti, e qualche botta pure si tocca; conviene beccarsela in santa pace e tirar  via.
Chi è in alto, non pensa mai al   cadere.
Pare così all’invidia che guarda dal sotto in su; e  chi  è  in  alto  mostra  la  faccia  sicura,  ma  in  quel mentre co’ piedi tasta se il terreno è    sodo.
Chi è più alto, è il bersaglio di tutti  —    e
La saetta non cade in luoghi  bassi.
Anche in Orazio: feriuntque summos Fulmina montes.
Chi è vicino alla pignatta, mangia la minestra calda. Chi ha prete o parente in corte, fontana gli risurge.
Dimostra che si sale di continuo a guadagno.  (SERD.)
Chi in corte è destinato, se non muor santo, muor disperato —  e
Chi vive in corte, muore in paglia — e
Chi serve in corte, muore allo spedale — e
Corte e morte, e morte e corte, fu tutt’uno. Chi servo si fa, servi aspetta.
Cuncta serviliter pro dominatione. (TACITO.) «Il me plaist de veoir combien il y a de lascheté et de pusillanimité en l’ambition; par combien d’abjection et de servitude il luy fault arriver à son but.» (MONTAIGNE.) Oh, quanti per giungere a comandare hanno piegato il groppone! e non è meraviglia se ci arrivano curvi, e se l’abitudine di curvarsi gli rende inabili a far cosa diritta.
Chi signoreggia, brameggia.
Non  gli basta  essere locato in  alto: più in  su, più in  su; e poi?    Ma
Chi comincia andare un po’ in su non vorrebbe finirla più. Chi tropp’alto monta, con dolor dismonta — e
Chi troppo sale dà maggior percossa — e
Chi monta più alto ch’e’ non deve, cade più basso ch’e’ non crede —  e
Chi troppo in alto sal, cade repente Precipitevolissimevolmente.
È meglio viver piccolo che morir grande. Fumo, fiore e corte, è tutt’uno.
I cortigiani hanno solate le scarpe di buccie di cocomero.
Sulla buccia del cocomero si sdrucciola facile.
I favori delle corti sono come sereni d’inverno e nuvoli di state.
Durano poco.
I gran personaggi o non hanno figliuoli o non son saggi. Il campanile non migliora la cornacchia.
Il luogo e il grado non muta la qualità del possessore.


Il cortigiano è la seconda specie de’ ribaldi.  Il gran signor non   ode,
Se non adulazion, menzogna e frode. La prima scodella piace a tutti
E piaceva anche ai Farisei; — e
Ognuno vorrebbe il mestolo in mano. L’onore va dietro a chi lo   fugge.
L’onore (bada bene, o lettore) qui s’intende per gli onori; ed anche può intendersi per la celebrità, per la fama.
Meno male i calci d’un frate, che le carezze d’un cortigiano. Lontan da’ signori, lontan da’ disonori.
Nelle corti, la carità è tutta estinta, Nè si trova amicizia se non finta.
Nelle stracce e negli straccioni s’allevano di gran baroni. Non è buon anno quando il pollo becca il gallo.
Quando l’inferiore insorge contro al superiore, il debole contro al forte.
Non riposa colui che ha carco d’altrui.
Purchè vi pensi;  il che però sempre non    accade.
Ogni servo gallonato è un ozioso affaccendato.
«Qu’est-ce qu’on fait à la cour? Courir et attendre.» Paura de’ birri, desio di regnare, fanno impazzare. Penitenza senza frutto, epiteto della corte.
Per proverbio dir si suole,  Che tre cose il re non    ha:
Di mangiare il pan condito, Come noi dall’appetito:
Di veder levare il sole: Di sentir
E di udir la verità.
(GIROLAMO GIGLI.)
Signor di maggio dura poco.
Intendi il signore delle feste o allegrie che si facevano in Firenze nel mese di maggio.
Sotto la scuffia spesso è tigna  ascosa.
La scuffia era de’ magistrati, dei dottori, dei barbassori, prima d’essere delle donne.

Amicizia.

 

Al bisogno si conosce l’amico —   e
Calamità scuopre amistà.
Ama l’amico tuo col vezzo e col vizio suo. Amici da starnuti,
Il più che tu ne cavi è un Dio t’aiuti —   e
Amici di buon giorno, son da mettere in forno. Amici di profferta assai si trova.
Amici, oro, e vin vecchio son buoni per tutto. Amicizia da bagno, dura pochi dì.
Amicizia di genero, sole d’inverno.
Amicizia  di  grand’uomo  e  vino  di  fiasco,  la mattina  è  buono  e  la sera  è  guasto  (e anche
Amor di servitore o di donna e    vin di fiasco ec.).
Le due forme di questo Proverbio stanno insieme a significare come l’amicizia regga  poco quando non  è tra  eguali, ammonendoti a non  fidare sull’amicizia  del servitore, nè su quella  del grand’uomo (vuol dire      del potente) che ti vuole  servitore.
Amicizia riconciliata è una piaga mal saldata — e
Nè amico riconciliato, nè pietanza due volte cucinata.


Amico certo, si conosce nell’incerto.
Amico di montagna chi lo perde vi guadagna. Amico di tutti e di nessuno, è tutt’uno — e
Chi ama tutti non ama nessuno.
Quando fecero questi Proverbi non  conoscevano la potenza  degli affetti    umanitarj.
Amico di ventura, molto briga e poco dura —    o
Amico di buon tempo mutasi col vento —   ma
Chi sta fermo in casi avversi, buon amico può tenersi. Amico e vino vogliono esser vecchi — e
Amico vecchio e  casa nuova  — e
Non c’è migliore specchio dell’amico vecchio. Buona amistà è un altro  parentà.
Casa di terra, caval d’erba, amico di bocca, non vagliono il piede d’una mosca. Cattivo amico, pessimo marito.
Chi è diverso nell’oprare, non può molto amico stare — e
La musica ne’ dissimili, e l’amicizia ne’ simili — e
Pari con pari bene sta e dura.
Chi è gran nemico, è anche grande  amico.
Chi è  misero o mendico, provi tutti e  poi   l’amico.
È uno di quei Proverbi disperati che gli  uomini  fanno  quando  il  dolore  gli  irrita,  o  quando  hanno l’uggia  addosso.
Chi ha il santo ha anche il   miracolo.
Le amicizie, i parentadi vi sono utili al bisogno.
Chi manca a un sol amico, molti ne  perde.
Chi non ha amico o germano, non ha forza in braccio nè in mano. Chi offende l’amico, non la risparmia al fratello.
Chi visita nelle nozze e non nell’infermità, Non è amico in verità.
Chi vuole amici assai, ne provi  pochi.
Chi vuol conservare un amico, osservi tre cose:
L’onori in presenza, lo lodi in assenza, l’ajuti ne’ bisogni. Cogli amici non bisogna andar co’ se in  capo.
Ma è necessario animo pronto e franchezza     risoluta.
Conversazione in giovinezza, fraternità in vecchiezza.
I compagni di Collegio, d’Università, poi rimangono amici sempre: e non è questo il minor pregio della educazione comune.
Dove due amici s’incontrano, Dio gli fa da terzo (o v’entra per terzo).  È bene aver degli amici per tutto —   e
Gli amici son buoni in ogni piazza. —  e
Val più avere amici in piazza Che  danari nella cassa.
È male amico chi a sè è nemico.
È meglio imbattersi che andare apposta.
E anco:
È meglio imbattersi che cercarsi apposta.
Nell’amore,  nell’amicizia.
Esempi e  beneficj  fanno  gli amici.
Gli amici e gli avvisi aiutano fare  le    faccende.
Gli amici hanno la borsa legata con un filo di ragnatelo. Grande amicizia genera grand’odio.
In tempo de’ fichi non si hanno amici.
Vuol dire nelle dolcezze, nelle soverchie felicità, non si hanno amici veri.
I veri amici son come le mosche    bianche.
Rarissimi.
L’amicizia si dee sdrucire, non istracciare.
L’amicizie devono essere immortali, e le inimicizie mortali. L’amicizie si fanno in   prigione.


Si legano facilmente nella comune sventura.
L’amico accenna e non balestra.
Ammonisce  e  non offende.
L’amico dev’essere come il  denaro.
Cioè  di  metallo segnato.
L’amico non è conosciuto finchè non è perduto. Ne’ pericoli si vede chi d’amico ha vera fede — eL’oro s’affina al fuoco e l’amico nelle sventure.
Non da chi tiene, ma da chi vuol  bene.
Cioè si dee stare dalla parte non di chi è ricco ma da chi ci   ama.
Non si fa mantello per un’acqua sola.
Non si fa un amico per servirsene una volta sola.
Per fare un amico basta un bicchier di vino, Per conservarlo è poca una botte.
Prima di scegliere l’amico bisogna averci mangiato il sale sett’anni. Un nemico è troppo, e cento amici non bastano.
Val più un amico che cento parenti  —    e
Più vale il cuore che il sangue.

Amore.

Agli amanti fiora non gli creder mai.
A quelli che per lezio donano fiori alle donne; o a coloro che dicono fiorellini, cioè gentilezze accattate, galanterie viete.
Ama chi t’ama, e rispondi a chi ti  chiama.
L’amore chiede amore, e la benevolenza benevolenza; sono chiamate al nostro cuore che deve a quelle rispondere.
Ama chi t’ama, e chi non t’ama  lascia;
Chi t’ama di buon cuore strigni e  abbraccia.
Ed anche:
Amare e non essere amato è tempo perso. Amami poco, ma continua.
Perchè
Ben ama, chi non oblia.
Amante non sia chi coraggio non ha.
Nell’amore sono mali passi e battaglie molte: laonde Byron disse l’amore essere una faccenda ostile.
Amor che nasce in malattia, quando si guarisce se ne passa via. Amor dà per mercede, gelosia e rotta fede.
Amor di ganza, fuoco di paglia.
Ha in sè le cagioni del non poter essere continuo.
Amore è cieco, e vede da lontano. Amore è orbo, ma vede anche troppo. Amore e gelosia nacquero insieme,
Se amor venisse senza gelosia ec.,
è il principio d’una canzonetta del Boccaccio assai più gentile di molte sue prose.
Amore e signoria non soffron   compagnia.
Omnisque potestas Impatiens consortis erit. (LUCANO) E di finirla  son  deliberato,
Che compagnia non vuole amor nè stato. (BERNI, Orlando.)
Amore e tosse (ovvero amore, sonno e rogna) non si nascondono — e
Amori, dolori e danari non posson star celati. Amore è una pillola inzuccherata.
Amore fa amore, e crudeltà fa tirannia. Amore fa portar le calze vuote.
Cioè: dimagra le gambe.
Amor male impiegato vien mal rimunerato.


Amore non conosce misura — e
L’amore passa sette muri. Amore  non è  senza amaro.
Le passioni dell’orgoglio, perocchè sempre colpevoli, altro  non  hanno  che  amarezze:  in  sè  l’amore  è cosa  buona, e l’amaro vi si mesce, non  vi sta  proprio di    casa  dentro.
Amore non mira lignaggio nè fede nè vassallaggio. Amore non si compra nè si vende
Ma in premio d’amor, amor si rende. Amore non si trova al mercato.
Amore nuovo va e viene, ed il vecchio si mantiene — e
Amore vecchio non fa ruggine.
Amore onorato nè vergogna nè peccato. Amore vuol fede, e fede vuol fermezza. Amori di monaca e fiori di   mandorlo,
Presto vengono e presto vanno. Bella  faccia  il  cuore allaccia.
Calcio di stallone non fa male alla  cavalla.
A chi si vuol bene non si fa offesa che  dolga.
Chi ama crede — e
A chi s’ama si crede.
Che di leggier si crede a quel che s’ama.
Non è affetto vero senza stima che  partorisce  anche  fiducia;  chi  a  nulla  crede  ed  a  nessuno,  non  ebbe mai altro che un amore solo, l’amore di sè stesso: la fede è un affetto.
Chi ama il forestiero: in capo al mese Monta a cavallo, e  se ne  va al   paese.
Nota costrutto arrovesciato, che spesso ha grazia nei proverbi.
Chi ama, il ver non vede — e
Dove regna amore, non si conosce errore. Chi ama me, ama il mio  cane.
Chi ama, teme.
Chi arde e non lo sente, arder possa infino al  dente.
È proverbio delle ragazze che l’amore poco espresso credono essere poco sentito.
Chi ha l’amor nel petto, ha lo spron ne’ fianchi. Chi non ama, non ha cuore.
Chi non ha denari non faccia  all’amore.
Perchè
Amore  fa molto, il denaro fa  tutto.
Chi non piglia l’amante al laccio, resta in casa a guardare il   catenaccio.
Si dice delle ragazze che non sanno trovarsi un marito.
Chi perde la roba perde molto, ma chi perde il cuore perde tutto. Chi si volsero bene, non si volsero mai male — e
Dove è stato il fuoco, ci sa sempre di bruciaticcio. Chi si vuol bene, poco luogo tiene.
Perchè si ha caro lo starsi da  presso.
Chi soffre per amor, non sente pene.
Chi vuol bene a madonna vuol bene a messere. Chi vuol bene vede da lontano.
Chi vuol l’amor celato lo tenga bestemmiato.
Chi vuole che nessuno s’accorga del suo amore, dica male della cosa   amata.
Chi vuol essere amato convien che ami.
Amor che a nullo amato amar perdona. (DANTE.)
Usare larghezze e cortesie senza affetto, è tirare, come si suol dire, il pane con la balestra. «Ama» rispondeva Salomone (secondo la leggenda del medio evo) a chi si lagnava che il fare grande spesa gli guadagnasse poca benevolenza.
Cicisbei e ganzerini fanno vita da facchini (ovvero fan la vita de’ facchini). Con la disperazione  degli  innamorati  mai  non  la volse Orlando.
Contro amore non è consiglio —   e
Al cuore non si comanda.


Cosa che punge, amor disgiunge. Crudeltà consuma amore.
Delle pene d’amore, si tribola e non si more. Detto d’amore disarma rigore.
Di buone armi è armato, chi da buona donna è amato. Dove è l’amore l’occhio corre —  e
L’occhio attira l’amore.
In un ritrovo di persone sempre l’occhio si ferma sul nostro  amico;  in  una  festa  di  ballo  e  al  teatro, sopra  la  donna  amata; e così via  via  ci fermiamo a  guardare sempre l’oggetto del nostro  affetto.
Dove son donne innamorate morte, È inutile serrar finestre e porte — e
Tenere (custodire, guardare) due amorosi, È come tenere un sacco di  pulci.
Da troppa briga, troppo affanno. La frase: «Far la  guardia a un sacco di  pulci,» vale appunto; pretendere di guardare una cosa  difficilissima  a   custodire.
È lieve astuzia ingannar gelosia,
Che tutto crede quand’è in frenesia.
Frenesia, gelosia, eresia,
Mai son sanate per alcuna  via.
Gelosia viene per impotenza, per opinione e per esperienza. Gli uomini sono aprile quando fanno all’amore,
Dicembre quando hanno sposato.
Guardati da tre C, cugini, cognati e compari. Gusto pazzo, amor guasto.
I giuramenti degli innamorati sono come quelli dei marinari. Il core è il primo che vive e l’ultimo che muore.
L’embriologia e la fisiologia s’accordano a darci questo bello e mirabile insegnamento.
Il primo amore non si scorda mai — e
I primi amori sono i  migliori.
Proverbi veri e gentili.
La gelosia scuopre l’amore.
La lontananza ogni gran piaga  salda.
Come pure:
Lontan dagli occhi, lontan dal cuore.
(Vedi  Illustrazione II.)
L’amore a nessuno fa onore e a tutti fa dolore.
È vero degli amori e non   dell’amore.
L’amore del soldato non dura un’ora Dove egli va trova la sua    signora.
E a Venezia
L’amor del mariner no dura un’ora Per tuto  dove  ’l va lu s’innamora.
L’amore di carnevale muore in quaresima.
L’amore dinanzi ha il miele, e di dietro si attacca il fiele.
Amor et melle et felle est fecundissimus: gustu dat dulce, Amarum ad satietatem usque aggerit.  (PLAUTO.)
L’amore è principio del bene e del   male.
Amore alma è del mondo, ec. (Sonetto del TASSO.)
L’amore non fa bollire la pentola — e Quando la fame vien dentro la porta, L’amore  se ne  va dalla finestra.
Detto del maritarsi ad  uomo  povero.
L’amore si nasconde dietro una cruna d’ago.
L’amore è sottile ed acuto: un nonnulla basta agli amanti per intendersi.
L’amore si trova tanto sotto la lana che sotto la seta.
«A la ville on est plus aimable: on aime mieux à la campagne» (ROUSSEAU); — e
Amore e tigna non guarda dove si mette.
(Proverbio côrso.)


L’innamorato vuol essere solo, savio, sollecito e segreto. L’odio è cieco come  l’amore.
L’uomo è fuoco e la donna è stoppa; vien poi il diavolo e gliel’ accocca — e
Uomo e  donna in  stretto loco,
Secca paglia appresso al foco. (TOMMASÉO.)
Meglio minuzzoli con amore, che polli grassi con dolore. Nella guerra d’amor vince chi fugge  —  e
Chi non fugge,  strugge.
Non è più bell’amor che la vicina, La si vede  da sera e  da  mattina.
Non v’è sabato senza sole, non v’è donna senza  amore,  nè  domenica  senza  sapore,  (o senza credo) nè vecchio senza  dolore.
Ogni amore ha la sua spesa.
Si paga il più infimo. E il più alto si paga, non foss’altro di tempo, d’affanni, di cure   moltiplicate.
Ogni disuguaglianza amore agguaglia.
Bisogna che sia di quel buono, altrimenti due d’indole differente staranno accozzati in apparenza, ma poi ognuno tira l’acqua al suo mulino.
Egli (Amore) unisce per dar maggior martoro, Cuori troppo dissimili tra   loro.
Quando si vuol bene si ha sempre paura  —    e
Coll’amore sta il timore.
Res est solliciti plena timoris amor.
Quanto più s’ama, meno si conosce. Scalda più amore che mille fuochi. Sdegno d’amante poco dura.
Anzi:
Sdegno cresce amore.
Se ne vanno gli amori e restano i dolori. Senza Cerere e Bacco è amor debole e fiacco. Se occhio non mira, cuor non  sospira.
Si nescis, oculi sunt in amore duces. (OVIDIO.)
Se tu vuoi che ti ami, fa’ che ti brami.
La troppa frequenza porta noja, e la mancanza suscita il desiderio che tien sempre desta la  fiamma  d’amore.
Se vuoi condurre un uomo a imbarbogire, fallo ingelosire. Tanto è morir di male, quanto d’amore.

Astuzia, Inganno.

 

A gatto vecchio dàgli il topo giovane.    (CECCHI.)
A gatto vecchio, sorcio tenerello.
L’astuto cerca il balordo.
Anco le volpi vecchie si pigliano (o rimangono al laccio) —   e
Anco le civette impaniano. A’ sottili cascan le brache.
Bel giuoco di parola; anzi bel modo di porre in  immagine la  parola figurata:   E quel sottile ravignan patrizio Sì di frodi perito ec. (MONTI.)
A volte caccia chi non minaccia.
Bisogna far lo sciocco per non pagar il sale (ovvero il minchione per non pagar gabella).
Prima furbizie è il non parere furbo: il contadino che passa la porta, quando ha roba sotto che vuol nascondere, se ne va dinoccolato e tentennoni, sperando così meglio passare d’occhio ai gabellieri.
Bisogna pelar la quaglia (o la gazza) senza farla stridere. —    ovvero
Non pelar tanto la gallina che strilli — e
Buona quella lima che doma il ferro senza strepito. Buone parole e cattivi fatti, ingannano savi e matti — e


Da’ buone  parole e friggi.
Chi cerca fare impiastro, sa dove lo vuol porre. Chi fa una trappola, ne sa tender cento —  e
Chi ha rubato la vacca, può rubare il  vitello.
Chi ha accordato l’oste, può andare a dormire — e
Placato il cane, facile è rubare.
Chi s’abbia con doni o per altri modi assicurato il  favore  di quella  persona  che  può  dare  impaccio  a’ suoi disegni,  ha  (come  si dice) accomodato  il fornajo.
Chi ha a dar, domanda.
Chi non sa fingersi amico, non sa essere nemico. Chi non sa fingere, non sa regnare —  e
Il finger non è difetto, e chi finger non sa non è perfetto.
Chi non inganna, non guadagna —  e
Con arte e con inganno, si vive mezzo l’anno; Con inganno e con arte, si vive l’altra parte.
Chi tiene il piede in due staffe, spesso si trova fuora. Chi va per uccellar resta impaniato — e
L’ingannato è chi inganna — e
L’inganno va a casa dell’ingannatore  —   e
«L’ingannatore rimane sempre a’ piedi dell’ingannato,» scrive il Boccaccio;     e
La vipera (o la biscia) morde il ciarlatano (ovvero si rivolta al ciarlatano). Chi vuol fare onore all’amico, ciccia di troja e legna di fico.
Chi dice di voler fare onore all’amico per lo più lo  inganna e lo fa star male. La carne di troja è quella        che cuoce più tardi di tutte, e le legna di fico  son  quelle  che  fanno  il  fuoco  più  leggiero  e  lento  e  che arriva poco.
Con la volpe convien volpeggiare.
I Latini dicevano: «Cum Cretensi cretizare.»
Con traditori nè pace nè tregua.
Dove manca l’inganno, ivi finisce il danno.
Dove non basta la pelle del leone, bisogna attaccarvi quella della volpe. È meglio prendere che esser presi.
Furbo, vuol dir minchione.
Il consiglio del traditore è come la semplicità della volpe. Il Diavolo dove non può mettere il capo vi mette la coda. Il Diavolo è sottile, e fila grosso.
Il mal del traditore ne va col pelo.  Il mondo è di chi lo sa    canzonare.
I pastori per rubare le pecore si mettono nome lupi.  Il tordo si fa la pania da sè stesso.
La gatta caro vende, e il cavallo mezzo dona.
C’era una volta un uomo molto ricco, il quale venendo a morte, volle far testamento; e da  buon cristiano che egli era, provvide per l’anima sua, che il cappellano avesse materia di ricordarsi di lui; volendo che fosse venduto un cavallo che teneva in stalla, e dei denari fosse fatta limosina al detto  cappellano. L’erede che era un villano, non contento del molto che aveva avuto, pensò di attaccare una gatta al piè del cavallo, e così guidare l’uno e l’altra al mercato, e uno non vendere senza l’altra; sicchè, molti accostandosi per comprare il bellissimo cavallo, il mal villano li volgeva alla gatta dicendo loro, che non vendeva l’uno senza l’altra, e che voleva cento scudi della gatta, e dieci del cavallo; gli uomini per desiderio di questo, comprarono anche quella; onde il villano gabbando la sua coscienza e il testatore, fece limosina del cavallo al cappellano. Da questa novella ebbe origine il proverbio. (GOTTI.)
L’amore, l’inganno e il bisogno insegnano la rettorica. La volpe in vicinato non fa mai danno.
Molto sa il topo, ma però più il gatto. Non è traditore senza sospetto.
Occhio con occhio fa mal riscontro  —   e
Tra corsale e  corsale  non si guadagna se non barili vuoti  —   e
Tra furbo e furbo mai non si camuffa — e
Grattugia con grattugia non  guadagna,


disse il Pulci a proposito di due malvagi, anzi di due diavoli i quali non potevano farla bene insieme, nè l’uno guadagnare su l’altro; — e
In casa de’ ladri non ci si  ruba  —   e
In casa de’ sonatori non ci si balla — e    Un diavolo conosce (o gastiga) l’altro — e Tanto  sa  altri  quanto altri.
Per conoscere un furbo ci vuole un furbo e mezzo. Quando la volpe predica, guardatevi, galline — e
Consiglio di volpi, tribolo di galline — e
Quando le volpi si consigliano, bisogna chiudere il pollajo.
Che suole dirsi particolarmente delle donne.
Quel  che  è  fatto è reso.
Se il serpente non mangiasse del serpente, non si farebbe drago. Se se n’avvede me l’abbo, se non se n’avvede me la gabbo.
Si batte la sella per non battere il cavallo — e
Chi non può dare all’asino, dà al   basto.
Chi non  se la  può pigliare con  chi e’  vorrebbe, se la  piglia  con  chi e’  può.
Sottil filo cuce bene.
Tradimento piace assai, traditor non piacque  mai. Tutte le volpi alla fine si riveggono in pellicceria —    e
In pellicceria ci vanno più  pelli di volpe  che   d’asino.
Perchè  i furbi al serrare de’ conti capitano  peggio  degli  sciocchi.
Val più aver due soldi di minchione Che di molti: bravo.
Cioè torna più conto passar da minchione che avere plausi donde esce invidia. (Vedi, Frode ec.)

Avarizia.

 

All’avaro accade come allo smeriglio.
Lo smeriglio è piccolo uccello di rapina, il quale, spesso, mentre insidia a uccelli minori di lui, viene sopraggiunto da altro maggiore,  che gli toglie  la  preda e la  vita.   (SERD.)
Chi accumula e altro ben non fa Sparagna il pane e  all’inferno   va.
Chi per sè raguna, per altri sparpaglia — e
A padre avaro (o cupido) figliuol prodigo. Chi serba, serba al  gatto.
(Vedi  Illustrazione III.)
Chi sparagna, vien la gatta e glielo magna. Chi serba, Dio non gli dà.
Chi si mette a stentare, stenta sempre. Chi troppo insacca squarcia le sacca. Denaro sepolto non fa guadagno — e
Il vin nel fiasco non cava la sete di corpo. De’ vizi è regina  l’avarizia.
Dio ha dato per penitenza all’avaro che nè del poco nè dell’assai si contenti. È gran pazzia il viver poco per morir ricco.
Viver poco vale stentare.
È meglio un dolor di tasca che di cuore.
I danari servono al povero di beneficio, e all’avaro di supplicio.     I danari son fatti per   ispendere.
La roba è fatta per i bisogni. L’avarizia è scuola d’ogni vizio. L’avarizia fa stentare gli altri   vizi.
L’avaro è come il porco, che è buono dopo    morto.


L’avaro è come l’idropico; quanto più beve, più ha sete. L’avaro è  procuratore  de’ suoi beni, e  non signore.
L’avaro non fa mai bene, se non quando tira le calze.
«Dall’avaro niun bene puote nascere, perchè l’avaro nulla fa a diritto, se non quando egli si muore.» (ALBERTANO.)
L’avaro non dorme.
L’avaro più che possiede più è mendico. L’avaro spende più che il liberale.
L’ultimo vestito ce lo fanno senza    tasche.
Di là non si porta  nulla.
Masseria, masseria, viene il Diavolo e portala via. Molti fanno prima la roba e poi la coscienza.
Nella cassa dell’avaro, il diavolo vi giace dentro.

Bellezza e suo contrario, Fattezze del  corpo.

 

A donna bianca bellezza non le manca (o per esser bella poco le manca) A donna di gran bellezza dagli poca larghezza.
Non la lasciare troppo libera di se stessa. A donna imbellettata voltagli le spalle. Allo specchio nè brutta nè vecchia.
Eppure ci vanno e ci stanno: o perchè non lo credono fedele, o perchè s’illudono.
Bella donna, cattiva testa.
Fastus  inest pulchris  sequiturque  superbia formam. (OVIDIO.)
Bella in vista, dentro è trista. Bella moglie, dolce veleno.
Bella testa è spesso senza cervello.
Oh quanta species, cerebrum non  habet!
Bella testa è talvolta una malvagia bestia. Bellezza di corpo non è eredità.
Bellezza è come un fiore che nasce e presto muore. Bellezza senza bontà è come vino svanito —   ma
Bontà passa beltà.
Beltà e follia vanno spesso in compagnia.
Le donne belle più invaniscono e fanno di più spropositi, perchè sono più lodate, più corteggiate, più ammirate: e questo è bene lo sappiano anche gli uomini lodati e corteggiati ed ammirati.
Beltà porta seco la sua  borsa.
Cioè, la donna bella trova sempre marito, anco senza dote; ma sventurata! col tempo perde le belle forme e con esse tutto l’amore, e si rimprovera o si sente rimproverare la sua povertà.
Brutto in fascia, bello in piazza.
Consolazione alle mamme che abbiano un bambino brutto: e al contrario le fattezze regolari ne’ bambini sovente poi si disformano:
Bello in fascia, brutto in piazza. Carne grassa sempre agghiaccia. Cera lustra, non va alla  giostra.
Pelle lucida indica salute fievole: «non va alla giostra» cioè non giunge a vecchia età.
Chi bella donna vuol parere, la pelle del viso gli convien dolere — e
Chi è brutta, e bella vuol parere, pena patisce, per bella  parere.
E accade poi che:
Le donne per parer belle si fanno brutte. Chi è bella ti fa far la  sentinella.
Chi è bello è bello e grazioso, chi è brutto è brutto e dispettoso.
Chi ha bella donna e castello in frontiera, non ha mai pace in   lettiera.
Non dorme mai sonni tranquilli.
Chi ha bella moglie la non è tutta   sua.
Chi ha buon cavallo e bella moglie, non istà mai senza  doglie.


Chi mi piglierà di notte, mi lascerà di giorno.
Si dice di donna  brutta.
Chi nasce bella, nasce maritata —  e
Le bellezze son le prime  spedite.
Le belle facilmente trovan marito; —   e
Chi nasce bella, non è in tutto  povera.
Ma  il  Serdonati all’opposto:
Le belle senza dote trovano più amanti che mariti.
Alla fine poi:
C’è carne da ogni taglio e ogni coltella. Le brutte si maritano e le belle —   e
Anche le zoppe si maritano —   e
Anche le mucche nere danno il latte bianco — e
Se non si maritassero altro che le belle, che cosa farebbero le brutte? Donna barbuta, co’ sassi la saluta —   e
Guardati dai cani e dai gatti —  e
Dalle donne coi mustacchi.
Di’ a una donna che è bella, e il diavolo glielo ripeterà dieci volte. Donna brunetta, di natura  netta.
Donna in treccia, cavallo in cavezza.
Perchè facciano bella mostra.
Faccia rara, mente avara.
Cioè, scarsa, gretta, meschina.
Gallo senza cresta è un cappone, Uomo senza barba è un minchione.
Barba virile decus, foeminarumque crines.
Gli alberi grandi fanno più ombra che frutto — e
Le case grandi dal mezzo in su non s’abitano — Le spezierie migliori stanno ne’ sacchetti piccoli — e Nella botte piccola ci sta il vin buono.
Dicono tutti e quattro figuratamente quello che in latino esprime la nota sentenza: homo longus raro sapiens; cui s’aggiunge però:  at si sapiens, sapientissimus; si dice poi    anche:
Troppo lungo non fu mai buono. Gli uomini non si misurano a canne. Grasso ventre, grosso ingegno.
Grossa testa non fa buon cervello — e
Capo grosso, cervello magro. Guancia pulita, fronte ardita.
Cattivo  accozzo:  prima  bellezza  è  il non saper d’esser bella.
Guardati da’ segnati da Cristo. Il bello piace a tutti.
Il bianco e il rosso va e vien, Ma il giallo si mantien;
Anzi il giallo è un color forte Che  dura  anche  dopo morte.
Questo proverbio si usa ironicamente e con mal vezzo contro chi abbia  un  colorito  giallastro.  (Prov. lomb.)
Il bruno il bel non toglie, anzi accresce le voglie. Il fumo va dietro ai belli.
Cioè, l’albagia, la burbanza, la  vanità.
I magri mangiano più dei grassi. La bella donna è un bel cipresso.
Senza frutto.
La bellezza ha belle foglie, ma il frutto amaro.
La bellezza non si mangia (o non si mette in tavola).
Si dice a chi si marita senza ricever dote od è senza patrimonio, ed è vero che quando uno si marita, deve dar sempre uno sguardo alle ricchezze; ma non si deve dire che nel matrimonio come nella guerra ci vogliono tre cose: danaro, danaro e poi danaro.


La beltà senza la grazia è un amo senza l’esca. L’occhio vuol la sua parte (o la sua diritta).
Mano piccolina, testina fina.
Non fu mai guercio senza malizia.
Non fu mai sì bella scarpa, che non doventasse una ciabatta — e Non fu mai sì vaga rosa che non diventasse un grattaculo — ma Scarpa ben fatta, bella ciabatta —  e
Quando si è belli si è sempre quelli.
Le belle forme restan sempre anche quando è svanita la freschezza della gioventù.
Occhio bello, animo fello; occhio presto, alma mesta; occhio ridente, alma mordente. Ogni rana si crede una  Diana.
Onestà e gentilezza sopravanza ogni bellezza. Orecchia lunga, vita  lunga.
Si dice ai bambini ai quali si suole, per appoggiare una riprensione, tirare le orecchie; e vuole significare che chi fu gastigato da fanciullo, sta in cervello da uomo, e vivrà  lungamente.
Poca barba e men colore, sotto il ciel non è il peggiore. Rosso, mal pelo.
Salute  e  vecchiezza  creano bellezza.
E all’incontro:
Bellezza e nobiltà danno ricchezze.
Se il grande fosse valente e il piccolo paziente e il rosso leale, ognun sarebbe eguale. Tanto è  dire  raperino, quanto ladro e  assassino  — e
Testa calva, piazza di pidocchi.
Tre cose son cattive magre, oche, femmine e capre. Una bella porta rifà una brutta  facciata.
Una bella bocca fa da sè sola un bel  viso.
Un bel naso fa un bell’uomo  —   e
Un bel cammino fa una bella stanza. Un neo cresce bellezza.
Si dice spesso anche nel morale, ma non s’intende poi così generalmente dagli uomini, i quali per una sgarbataggine, per un leggiero vizio nel conversare, ti pigliano a noia il più brav’uomo del mondo, e lo strapazzano e lo calunniano.
Uomo che ha voce di donna, e donna che ha voce d’uomo, guardatene. Uomo peloso, o forca o lussurioso, o matto o avventuroso.
Uomo piccolo uomo ardito.
Perchè ogni piccoletto è sempre ardito. (Orlando Inn.)
Uomo rosso e cane lanuto, più tosto morto che conosciuto — e
E il  ciel  ne  guardi  dalla tosse E da quei che ha il pelo rosso  E dal verme di  finocchio
E da quei ch’hanno un sol  occhio.
Rosso di pelo e moro e guercio e   zoppo,
Ad esser buon, Zoilo, faresti troppo    (MARZIALE.)
Vista torta, mal animo mostra; vista all’ingiù, tristo e non più; vista all’insù, o pazzo o tanto savio che non si possa dir  più.

Beneficenza, Soccorrersi.

 

A far servizio non se ne perde — e Piacere fatto non va perduto — e Chi  beneficio  fa,  beneficio aspetti.
Al carro rovesciato tutti gli danno    mano.
Si ama il caduto: la  misericordia  è impronta nell’uomo di origine     divina.
All’uomo limosiniero Iddio è tesoriero. A sè l’aiuto nega chi ad altri il nega.


Bisogna fare a giova giova.
Cavallo non stare a morire che l’erba ha da venire.
Detto per dimostrare che vane sono le promesse dove  son  necessari i    fatti.
Chi coi poveri è sgarbato, sarà sempre tribolato. Chi dà e ritoglie, il diavolo lo raccoglie.
Chi dà per ricevere, non dà  nulla.
Chi davvero aiutar vuole, abbia più fatti che parole. Chi del suo dona, Dio gli  ridona.
Chi fa carità è ricco e non lo sa —  e
La carità beato chi la fà. Chi fa la carità,
Se non la trova, la troverà.
Chi fa limosina, presta e non dona. Chi ha carità, carità aspetti.
Chi non dà a Cristo, dà al Fisco.
Chi non fa limosine, come malvagio diviene reo, e paga pene alla giustizia.
Chi non dà quello che ama, non riceve quello che brama. Chi non ha bisogno è in debito.
Inverso ai molti che hanno bisogno.
Chi non ha modo, offre la volontà.
Chi pensa al prossimo, al suo ben s’approssima. Chi ti dà un osso, non ti vorrebbe veder morto.
Chi ti dona, quando anche sia poco, mostra pure aver di te  compassione.
Col dire e col dare tutto s’ottiene. Donare è onore, pregare è dolore — e
Il dare fa onore e il chiedere è dolore —   e
Dono molto aspettato è venduto e non donato.
Non sa donare chi tarda a dare  —   e
Chi dà presto, è come se desse due volte.
Che donar prestamente,
È donar doppiamente. (Tesoretto.) — e
Il signor Donato gli è sempre il bene arrivato —    e
al contrario:
Il signor Donato è morto  allo  spedale.
Scherzi non belli, ma pur vi  sono.
È meglio un tieni tieni, che cento piglia piglia.
Donare di mal garbo è offrire un fiore che puzza, — ma
Chi dà per cortesia dà con allegria. Fa bene, e non guardare a  cui.
Gli uomini son come i tegoli, si danno da bere l’un con  l’altro.
E quando ciò fanno, cuoprono e fanno salubre la casa dove tutti  dimoriamo.
I benefizi dei morti van presto in   fumo.
Sono presto dimenticati. Si facciano dunque mentre che almeno fruttano verso noi gratitudine  dell’aver noi voluto il  bene.
Il caritatevole dà alla porta, e Iddio mette dentro dalle finestre.    Il  male  unisce  gli uomini.
Le necessità che tutti hanno sono legame di carità. E nelle comuni sofferenze gli uomini più si stringono, si collegano tra loro.
Il servizio torna sempre a casa col guadagno — e
Chi serve non erra —  e
Del servir non si pente —   e
Servi, e non badare a chi
o a chie, per maggior dolcezza di pronunzia e di suono come hanno usato anco gli scrittori; — e
Quando del ben servir mal si raduna, Non si deve incolpar se non fortuna.
Di questi proverbi non pigli scandalo chi la pensa liberamente. Non raccomandano il farsi servo, ma il rendere servigio; e chi rende servigio al suo simile non la sbaglia, perchè o più presto o più tardi lo


ritrova. Acciò il servigio reso sia puro e ben accetto, e’ bisogna farlo senza aspettarne ricompensa, chè se       no  è  carità pelosa.
Il titol di più onore è padre e difensore. L’avere non è solamente di chi    l’ha.
La limosina non fa impoverire —  anzi

L’elemosina mantiene la casa  —  e
La limosina è fatta bene anco al Diavolo. La mano che dà raccoglie.
Meglio un prossimo vicino che un lontano cugino — e
Acqua lontana non spegne il fuoco.
Gli aiuti che non sono pronti all’occasione, non giovano  nulla.
Meglio un aiuto che cinquanta consigli. Ogni aiuto è buono.
Ogni dieci anni un uomo ha bisogno dell’altro. Quel che si dona, luce; quel che si mangia, pute. Se il buon prospera, ognun prospera.
Servigio riaccende amore. Se vuoi piaceri, fanne.
Solo dir posso ch’è mio, quanto godo e do per Dio. Spesso si dà per forza quel che si nega per cortesia. Una mano lava l’altra, e tutte due lavano il  viso.
Può esser l’epigrafe della fratellanza e della    carità.
Un barbiere tosa l’altro.
Val più tacche tacche che Iddio vi  aiuti.
Tacche, è quel suono che fa la campanella quando si picchia alla porta: dicesi dei poveri che chiedono  la limosina e che son mandati in  pace.
Val più una buona faccia che un carro di complimenti. Vuoi guardare i tuoi frutti, siine cortese a tutti.
Guardare per custodire. È di Francesco da Barberino.

Benignità, Perdono.

 

Al male fatto, prego e perdono.
Anco i migliori hanno bisogno di perdono. Bisogna guardare alle mani e non agli occhi.
Cioè, perdonarla ai desiderii, ma guardarsi dalle male opere.
Carità unge, e peccato punge. Chi non può pagare, preghi.
Chi perdona senza obliare, non perdona che per metà. La dimenticanza è il rimedio dell’ingiuria.
La maggior gloria del vincere è perdonare al   vinto.
E al contrario:
Perdonare è da uomini, scordarsene è da bestie.
Perchè nel ricordarsene consiste la sanzione del bene e  del  male,  e  nella  vita  questa  memoria  è  uno degli elementi dell’esperienza, e costituisce un  criterio di direzione, ossia  la     prudenza.
Chi più intende, più perdona — e
Quando si è patito s’inclina a compatire  —    e
È meglio compatire ch’esser compatiti. Con le buone maniere tutto s’ottiene.
È meglio essere amato che temuto. Gentilezza corre la prima al perdono.
Il cane s’alletta più colle carezze che colla catena.
«E’ si dice che le carezze più che le catene fanno tuo il cane.» (CECCHI, Esaltazione.)
Il mèle si fa leccare, perchè è dolce.
Chi vuol essere amato, gli convien procedere dolcemente.


L’asino, per tristo che sia, se tu lo batti più del dovere tira calci. Le buone parole acconciano i mali fatti.
Lega più un vezzo che una collana.   Le buone parole non rompono i denti. Perdona a tutti, ma niente a  te.
Piccola acqua fa cessar gran vento — e
Ogni acqua spenge il fuoco —    e
La parola unge e la lacrima punge.
Punge  l’animo  di compassione.
Più vale un pan con amore, che un cappone con dolore. Qualche volta si vuol dar  passata.
Dare o darla o farla passata d’una mancanza o d’uno sbaglio, vale non lo gastigare, lasciar correre per quella volta.
Quando odi altrui mancamenti, chiudi la lingua fra i  denti.
Si pigliano più mosche in una gocciola di mèle che in un barile d’aceto — e
Una gocciola di mèle concia un mar di fiele.
Tira più un filo di benevolenza che cento para di buoi. Troppo  buono,  troppo minchione.
Tutti siamo figliuoli d’Adamo —  e
Tutti abbiamo fatto le nostre.

Bisogno, Necessità.

 

A chi è affamato, ogni cibo è grato — e
Ogni trista acqua cava la sete — e
Anche il vino c’ha la muffa, s’impara a bere — e
Lupo affamato mangia pan muffato. All’uomo meschino gli basta un ronzino. Bisogno fa buon fante — e
Il bisogno fa l’uomo bravo (o l’uomo  ingegnoso).
Al soldato la necessità e anche la stessa paura, danno sovente quelle abitudini che poi lo rendono valoroso.
Chi affoga, grida ancor che non sia  udito.
Grida perchè ha bisogno di gridare; ne’ grandi pericoli  chiedere  soccorso  è  istinto,  non  calcolo;  tanto  più grida,  quanto più vede mancare il soccorso   —    e
Quando l’acqua tocca il culo s’impara a  nuotare.
Chi affoga s’impiccherebbe alle funi del cielo (ovvero s’attaccherebbe ai rasoi) — e
Chi è portato giù dall’acqua, s’attacca a ogni spino. Chi ha fame non ha  sonno.
È meglio che mentisca io che il pane.
È meglio dir che pane è questo?, che: non ce n’è.
Quando è cattivo si dice che pane è questo? ma sempre è pane, e meglio che  nulla.
Fa forame il can per fame.
La fame sforza il cane a buscare, a rodere, ad entrare in luoghi chiusi.
Fame affoga fama —   e
Dalla fame la fama è sotterrata.
La fame costringe alcuno a far cose che gli apportan biasimo.
Il bisognino fa trottar la vecchia. Il bisogno fa dir gran cose.
In mancanza di cavalli gli asini trottano  —     e
Per bisogno di buoi s’ara con gli asini. La fame  caccia il lupo dal bosco  —  e
Cane affamato non cura bastone. La fame ha le spie per tutto.
La fame non conosce legge — e


Ventre digiuno non ode nessuno.
La salsa di San Bernardo (cioè la fame) fa buona ogni vivanda. La necessità non ha legge — e
La necessità torna in volontà.
Non c’è nessun male come il bisogno.
Per più non potere, l’uomo si lascia cadere.
Quando il lupo mangia il compagno, creder si dee sterile la campagna. Quando si ha fame il pane sa di   carne.
Chi ha bisogno di qualsiasi cosa non la guarda tanto per la sottile: ogni cosa    gli si affà.
Villano affamato è mezzo arrabbiato.

Buona e mala fama.

 

Acqua torba non lava.
Si suol dire della giustificazione, quando c’è fatta da persona di mala  fama.
Chi acquista reputazione, acquista roba — e
Chi ha nome ha roba.
Chi all’onor suo manca un momento, non vi ripara poi in anni  cento.
L’onore perduto è come cristallo rotto che non si restaura, o il segno rimane.
Chi cammina un miglio pazzo, non torna a casa (o alla porta) savio.
Chi fa una volta una pazzia, sempre è tenuto  matto.
Chi è diffamato, è mezzo impiccato  —   e
Uomo condannato, mezzo decollato.
Condannato nella opinione degli altri uomini.
Chi è tenuto savio di giorno, non sarà mai pazzo di notte. Chi ha cara la gloria, il corpo ha  vile.
Chi mal cerca fama, se stesso  diffama.
Chi non può viver dopo morte, non è vissuto.
«Chi visse senza infamia e senza lodo» può dirsi davvero che non sia   vissuto.
Chi sprezza l’onore, sprezza Dio.
Chi tristo non è tenuto, se fa mal non è  creduto.
È mala cosa esser cattivo, ma è peggio esser conosciuto.
Non s’intende propriamente come suona; gli è come un dire al malvagio: bada bene che tu sei già conosciuto.
È meglio morir con onore, che vivere con vergogna —    e
Chi ha l’onore è un signore.
È meglio onore che boccone — e
È peggio la vergogna che il  danno. È  meglio  vestir  cencio con leanza
Che broccato con disonoranza
dicono i Lombardi.
E’ non si grida mai al lupo che non sia in   paese.
E’ non si dice mai pubblicamente una cosa d’uno ch’ella non sia o vera o presso che   vera.
Fa prima il credito, e poi va e dormi — e
Acquista riputazione, e ponti a sedere.
Ma la seggiola alle volte si rompe   sotto.
Fatti buon nome e piscia a letto, e’ diranno che hai sudato. Il gran tempo a’ gran nomi è gran veleno.
La buona fama è come il cipresso.
Che una volta tronco non rinverdisce mai più.
La fama è un microscopio.
Perchè alle azioni di persona in grido, si guarda per minuto e con sottigliezza.
L’onore è come il vento, va fuori per tutti i buchi.
Tappali dunque per non disperdere cotesto aroma della     vita.
L’onore è di chi sel fa.


L’onore porta l’oro, ma non l’oro l’onore.
Meglio una sassata nella testa, che una ferita nell’onore. Non si può tenere la lingua a  nessuno.
Ogni bello alfin svanisce, ma la fama mai perisce. Quando tutti ti dicono briaco, va a dormire — e
Quando tutti ti diranno che sei asino, e tu   raglia.
Difesa non hai contro al grido popolare; lascialo sbizzarrire e dàgli corda, che alla fine, quando sia ingiusto, se ne vergognerà.
Val più un’oncia di reputazione che mille libbre d’oro.

Buoni e Malvagi.

 

Al cattivo cane tosto vien la coda —    e
Ogni cattivo cane ha la coda  lunga.
Vale che ogni cattivo si trae dietro degli altri cattivi. Ma si dice pure:
A cattiva vacca Dio dà corte corna.
Perchè a uomini malvagi Dio dà poche forze; anzi la malvagità istessa è debolezza.
A cattivo cane, corto legame.
Il malvagio, il riottoso è necessità  costringere con  freno più duro    e con  legge più severa.
A chi vuol male, nè la casa nè il  focolare.
All’uom dabbene avanza la metà del cervello, al tristo non basta tutto (ovvero non basta quello che ha).
Il tristo s’impiglia nelle arti sue, si crea attorno difficoltà e pericoli; al galantuomo scorre più facile e  più sicura la vita.
Batti il buono, e’ mègliora; batti il cattivo, e’ peggiora. Benchè  regni, il cattivo sempre  serve.
Serve a se stesso, ch’è la peggiore delle servitù.
Chi è buono, ne fa  ritratto.
La bontà è campo che fruttifica da se medesimo.
Chi il tristo manda al mare, non aspetti il suo tornare. Chi nasce lupo non muore agnello.
I  tristi  non mutano.
Chi perdona ai tristi, nuoce  ai buoni  —   e
Col perdonar troppo a chi falla, si fa ingiuria a chi non falla. Contro i tristi è tutto il mondo armato.
Da fuoco ti guarderai, ma da uomo cattivo non potrai. Da uom dabbene, non hai che  bene.
Il cuore de’ bricconi è un mare in burrasca.
Il furfante  in ogni luogo trova tre  cose, osteria, prigione e    spedale.
Può cominciar bene, ma finisce male; serve all’appetito, ma il fine non guarda.
Il lupo d’esser frate ha voglia ardente Mentre  è  infermo; ma sano  se  ne pente.
Il pidocchio non ha faccia, e però sta  saldo.
Dicesi de’ furfanti senza vergogna.
In mille uno, in cento  nessuno.
Cioè, tra mille puoi trovare un galantuomo, ma in cento no. Proverbio disperato e non vero.
La perversità fa l’uomo guercio. L’eloquenza del tristo è falso acume. Le  tarme  stanno  nella semola.
Non è  malvagio eguale
A quel che si compiace del far male. O sassi o  pani,
Bisogna aver qualcosa in man pei cani. Quando vien la sera il malvagio si dispera.
Non è tanto paura di cosa che venga di fuori, quanto è paura del nemico che ha dentro a se   stesso.


Se lodi il buono, diverrà migliore; Biasima il tristo, e’ diverrà peggiore.
Un uomo nuoce a cento, e cento non giovano a uno. Usa col buono, e sta ben col cattivo —  e
Onora il buono perchè t’onori, onora il tristo perchè non ti disonori.
Sentenza  pagana:  diis  bonis ut faveant, diis  malis  ne noceant.

Casa.

 

A ogni uccello suo nido è bello —   e
Ogni uccello canta meglio nel suo nido che in quello degli altri — e
Ogni uccello fa festa al suo nido — e
Ogni formica ama il suo buco — e
Ogni  volpe  ama la sua buca (o la sua tana) —    e
Ogni tristo cane abbaia da casa sua. Beata quella casa che un battitor sol  ha.
Battitore è il martello che si usava alle porte di casa. «Il proverbio significa» beata quella famiglia che è unita e non ci sono divisioni, e quindi un  battitore  o  martello  serve  a  una  sola  famiglia:  due  o  più  essendo necessari se la  famiglia  è divisa  — e
Tutto fai, ma la casa con due porte mai — Se vuoi guardar la casa, fai un uscio solo — e La porta di dietro è quella che ruba la  casa.
Buona cosa è la messa udire, ma meglio la casa   custodire.
Detto per le donne.
Capannella dove si ride,
E non Palazzo dove si stride.
Proverbio lombardo.
Casa compìta, nell’altra vita.
In questa non se ne viene mai a  fine.
Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia.
A ognuno piace, comunque piccola, la casa sua; ed anzi, se piccola, riesce all’uomo più veramente sua,   e vi si sta più al  largo.
Casa mia, donna mia, pane e aglio vita mia —  e
Casa sua, vita sua.
La vita in casa si vive; e fuori di casa, o con la fatica si procaccia, o si dimentica nelle distrazioni: quel        che l’uomo è, vedilo in casa; la casa, la famiglia fanno il bene o il male della vita.
Casa mia, mamma mia.
In casa sua l’uomo si tiene sicuro, come il bambino sotto la mamma: la casa è cara come la mamma, e     sono quelli i migliori affetti —  e
Legami  mani e  piei, e  gettami  tra’ miei.
Casa nuova, chi non ve ne porta non ve ne trova. Casare, Casare, suona bene e porta   male,
Casare, qui vale metter su casa — e
A chi fa casa (o s’accasa) la borsa resta rasa. Casa senza abitanti nido di  topi.
Cattivo è quell’ uccello che rivela il proprio nido. Chi è a dozzina, non  comanda.
Chi ha buon catenaccio all’uscio non ha paura de’ Birri. Chi ha il mal vicino, ha il mal mattutino —  e
Chi ha il buon vicino, ha il buon mattutino —   e
Casa che ha il buon vicino, val più qualche forino. Chi non cura sua magione, non è uomo di ragione. Chi  non ha  casa, l’accatta.
Chi non ha casa, non ha contrada.
Chi vuol la casa monda, non tenga mai  colomba.


Dio ti salvi da un cattivo vicino, e da un principiante di violino — e
Nè mulo, nè mulino, nè fiume, nè forno, nè signore per vicino.
È meglio essere il primo a casa sua, che il secondo a casa d’altri —  e
(Vedi  Illustrazione IV.)
È meglio esser capo di lucertola, che coda di dragone, (o capo di gatto, che coda di leone, o capo di luccio, che coda di storione).
Nota  gli animali domestici o  nostrali contrapposti sempre a  quelli che a  noi sono   forestieri.
Gli uccelli che sono nel suo nido a tutti si rivoltano. In casa sua ciascuno è re —  e
Ognuno è padrone in casa sua. Innanzi il maritare, abbi l’abitare.
La bella gabbia non nutrisce l’uccello.
La casa e la moglie si godono più d’ogni altra cosa. La vicinanza è mezza parentela.
L’ulivo benedetto, vuol trovare pulito e netto.
Quando per la festa dell’ulivo le case sogliono benedirsi.
Monte, porto, città, bosco o torrente, Abbi se puoi per vicino o parente — e
Piè di montagna, porto di mare, fanno l’uomo profittare. Più vale il fumo di casa mia che l’arrosto dell’altrui.
(Vedi Mutar paese.)

Compagnia, buona e  cattiva.

 

A  chi  usa  collo  zoppo,  gli  se  n’appicca  —  o Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare — e Chi  vive  tra lupi, impara a urlare  —  e
Chi va a letto co’ cani, si leva colle pulci —  e
Chi tocca la pece, s’imbratta — e
Chi si frega al ferro, gli s’appicca la ruggine — e
Chi s’impaccia (o chi cucina) colle frasche, la minestra sa di  fumo.
Frasca, fraschetta è propriamente la donna vana, la civettòla. Ma nel proverbio s’intende anche dell’uomo sconclusionato o del mettimale e    dell’imbroglione.
Anco gli apostoli ebbero un Giuda.
Quando a un negozio qualunque molti debbono partecipare, è raro che tutti stieno saldi nel proposito  o che mantengano il segreto.
Buona compagnia, mezza la via — e
Prima cerca il compagno e poi la strada    — e
Nella buona compagnia non ci sta malinconia. Cane non mangia cane — e
Corvi con corvi non si cavano gli occhi. Chi accarezza la mula, buscherà de’   calci.
Chi s’accosta allo stizzoso, al capriccioso, al malefico, si può aspettare di non passarla liscia, e prima o poi di toccarne.
Chi disse star con altri, disse star sempre in   guai.
Ma che può l’uomo star sempre solo? e se con gli altri non sa vivere, la metà delle volte è colpa sua, e l’altra metà se la dividono i compagni.
Chi ha compagnia ha signoria — o
Chi ha compagno ha padrone.
Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello — e
Chi ha la volpe per comare, porti la rete a cintola. Chi loda San Pietro, non biasima San   Paolo.
Chi meglio ci cuoce, peggio ci manuca.
Quegli che sono più accosti a noi, ci sono peggiori nemici: quelli che da principio sono con noi vengono infine  a  farci male.


Chi molto pratica, molto impara —    e
Chi pratica impara, e guadagna sempre. Chi sta con fanciulli s’imbratta la  camicia.
E’ vi sono uomini fanciulli; e quel che è peggio fanciulli che non vanno a  scuola.
Chi va al mulino, s’infarina —  e
Chi fugge la mola, scansa la farina.
Chi schiva le male pratiche, scansa le macchie del  vizio.
Compagnia d’uno, compagnia di niuno; compagnia di due, compagnia di Dio; compagnia di tre, compagnia di re; compagnia di quattro, compagnia da matti — e
Due bene, tre meglio, quattro male, e cinque peggio. Compagno non toglie parte.
Il pigliare un compagno ne’ negozi o traffici non scema l’utile. (SERDONATI.)
Con un solo bue non si può far buon solco —  e
Uno da sè non può far nulla — e   Con la sola farina non si fa pane — e Assai mane fan presto il pane.
Può essere l’epigrafe della divisione del lavoro e dell’associazione nel medesimo.
Doglia  comunicata  è  subito  scemata. Da’ del tuo al diavolo, e levatelo di torno.
Di casa la gatta il topo non esce a corpo pieno. Dimmi chi tu pratichi, e ti dirò chi tu  sei.
«Dis-moi qui tu hantes,  je te dirai qui tu    es.»
Dio fa gli sciocchi, e loro s’accompagnano. Dov’è popolo è confusione.
Popolo, compagnia molta: ma può valere anche nel politico.
Dove molti galli cantano non si fa mai giorno. Dove son molti, son degli stolti.
Due piedi non istanno bene in una calza. Duro con duro non fa buon  muro.
Due volontà ostinate non possono mai convenire insieme nè far cosa buona. (SERDONATI.)
Gli storni son magri perchè vanno a stormi.
Dicesi quando essendo molti a fare un medesimo mestiere, tutti fanno poco guadagno.
I Giudei non istanno bene co’  Samaritani.
E proverbialmente mescolare gli Ebrei co’ Samaritani; di uomini e cose molto disuguali e repugnanti tra loro.
Il buono fa camera col buono.
Il cane in chiesa fu sempre il mal venuto. Il carbone o scotta o tinge.
Il ladro sta bene col malandrino.
Perchè i ladri stan ben col malandrino. (BERNI, Orlando.)
In chiesa co’ santi, e all’osteria co’     ghiottoni.
I troppi cuochi guastano la cucina (o la minestra)  —    e
Due non accesero mai lume.
La buona compagnia è mezzo pane — e
Accompàgnati con chi è meglio di te, e fagli le spese. La camicia che non vuole star teco e tu  stracciala.
La mala compagnia fa cattivo sangue. La mala vicina dà l’ago senza il filo.
Le cattive compagnie conducono l’uomo alla forca. L’ospite e il pesce in tre giorni   puzza.
Meglio soli che male accompagnati. Meno siamo a tavola, e più si mangia. Non ti far capo della compagnia,
Perchè è il capo che paga l’osteria.
La responsabilità verso la compagnia e verso i terzi cade tutta su di lui.
Ogni difforme trova il suo conforme. Ogni simile appetisce il suo simile.


Per un peccatore perisce una nave. Poca brigata, vita beata.
Quando i furbi vanno in processione, il diavolo porta la croce. Saluti di sbirri giustificano la persona.
Simili con simili, e impàcciati co’ tuoi.
Soli non si starebbe bene nemmeno in Paradiso. Tal guaina, tal coltello.
Cioè simile con simile; e si prende in cattiva parte.
Tanto è ladro chi ruba che chi tiene il sacco — e Anche chi tiene il piede aiuta a scorticare — e Tanto  è tenere  che scorticare.
Tra ’l cuoco e il canavaccio non è mai nimicizia. Tre fili fanno uno spago.
Vis unita fortior.
Tre furfanti fanno una forca.
Trista a quella pecora che ritorna al branco. Una pecora infetta n’ammorba una setta — e
Una pecora marcia (o rognosa)  ne guasta un branco  —   e
Una pera fradicia ne guasta un  monte.
Uvaque conspectâ livorem ducit ab uvâ. (GIOVENALE.) Come  avviene  in  questi anni.
Uno e nessuno è  tutt’uno.

Condizioni e Sorti disuguali.

 

Ai cani e ai cavalli magri vanno addosso le mosche — ovvero
Le mosche si posano sopra alle carogne.
Ai peggio porci vanno (o toccano) le meglio pere. Al leone  sta bene  la  quartana.
Il forte non teme il male, ed anzi gli può giovare qualcosa che lo moderi, lo attutisca, lo frolli, lo  temperi, lo ritenga dall’abusare la forza.
Al maggiore deesi l’onore.
Contra majorem nemo praesumit honorem.  (ACCURSIO.)
Al più potente ceda il più prudente.
Altri hanno mangiato la candela, e tu smaltisci lo stoppino. A nave rotta ogni vento è contrario.
Anche  la mosca ha la sua collera  —   e
La mosca tira i calci come può.
Quel Dio, che l’ire ha date al verme istesso, ec. (NICCOLINI.)
Anche un pagliaio è grande, e se lo mangia un asino.     A piccol forno poca legna basta —   e
Non si sazia meno una formica per un  granel  di  grano,  che  si  faccia  un  leofante  per  dieci staia —  e
Gran nave vuol grand’acqua — e
A gran lucerna grosso stoppino  —  e
Grasso monaco, grasso vitello. A rubar poco si va in galera — e
S’impiccano i ladrucci, e non i  ladroni.
Così diceva l’indiano al magno Alessandro, che di rubare se ne intendeva.
Cent’oche ammazzano un lupo.
Il grido dei molti imbelli ed inermi fa stare a segno anche il violento.
Chi contender non può spesso ha  contesa.
Perchè molti, conoscendo la debolezza e dappocaggine sua, gli fanno l’uomo addosso. (SERDONATI.)
Chi divide la pera (o il mèl) coll’orso, n’ha sempre men che parte.
Chi fa male, guadagna un carro di sale, e chi fa bene guadagna un carro di fieno.


Chi fila porta una camicia, e chi non fila ne porta due. Chi ha buona cappa, facilmente   scappa.
È detto dei ricchi o degli uomini potenti che trovano spesso delle gretole, e scappano via e non sono gastigati.  Simile all’altro:
I poveri s’ammazzano, e i signori s’abbracciano — e
Gli stracci (o i cenci) vanno   all’aria.
Cioè, i poveri son quelli che ne toccano: per esempio, uno del popolo che s’intricasse in qualche setta,    o in modo qualunque nelle faccende dei grandi, farà le spese alla giustizia, mentre che gli altri si salveranno — perchè
Chi ha denari e prati, non son mai impiccati —  e
I poveri sono i primi alle forche, e gli ultimi a tavola — e
Chi pratica co’ gran maestri, l’ultimo a tavola e il primo a’  capestri.
Gran maestri è come dire gran maliscalchi, gran barbassori, gran personaggi.
Chi ha denti, non ha pane; e chi ha pane, non ha denti — e
Il grano va a chi non ha sacca —  e
Chi tanto e chi  niente.
Chi ha il capo di cera, non vada al   sole.
Chi è debole di forze non s’esponga a’ pericoli.
Chi ha meno ragione, grida più forte,
per soverchiare gli altri;  talchè si  dice:
Chi più urla ha più ragione. Chi le tocca son  sue.
Le busse; nessuno poi gliele leva.
Chi lavora fa la gobba, e chi ruba fa la robba. Chi lavora lustra, e chi non lavora mostra.
Del lavoro dello artefice si fa poi bello l’uomo   ozioso.
Chi non ha che perdere, sempre perde.
I contadini poveri (dice il Serdonati, e così era a  tempo  suo)  sono  spesso  comandati  a  lavori  del Principe e de’ Padroni, dove son mal pagati, e perdono il tempo e le fatiche loro.
Chi non ha forza abbia la pelle  dura.
Si riferisce anco al morale: chi non  ha  virtù  di  sopportare  un  affanno,  preghi  Dio  di  averne  pochi,  o non  sentire  quelli  che ha.
Chi peggio fa, meglio l’accomoda.
Davvero? ma fortuna che in cento altri luoghi di questo libro si leggerà il contrario. Qualche volta sì l’accomoda: ma quanto dura il rammendo?
Chi perde ha sempre torto.
L’opinione universale piega sempre dalla  parte che rimane al disopra  —    e
Chi perse fu sempre dappoco — e La colpa è sempre degli offesi — e Chi  perde,  si gratti.
Chi più ne fa è fatto priore (o papa). Coda corta non para mosche.
Comandi chi può, e obbedisca chi deve. Contro la forza (o il fatto) ragion non vale — e
La forza caca addosso alla ragione. Disegno di pover uomo, mai non riesce. Dove molti peccano, nessuno si gastiga. Dove va il padrone, può ire il servitore.
È più fatica voler fare il signore senza sostanze che lavorar tutto il giorno. Gli sfacciati son sempre fortunati.
I granchi vogliono mordere le  balene.
Si dice quando un piccolo e di poca forza si vuol mettere a contrastare con un grande e gagliardo; quando il debole se la piglia col potente.
Il barbiere non si contenta del pelo.
Il buono a qualcosa è l’asino del pubblico.
Cioè, chi è buono a qualcosa, è condannato a fare per chi non è buono a nulla —   perchè
La diritta è serva della mancina.
Il cuculo fa l’ova nel nido della sterpazzuola.


Il ferro lima il ferro.
Il leone ebbe bisogno del  topo.
Il piccolo fa il grande, e il grande fa il piccolo.
Gli Economisti dicono: l’operaio fa il capitalista, e viceversa: e ciò in  tutte  le  industrie  umane  sì  in grandi che in piccole proporzioni (Proverbi ven.)
Il piccolo fa quel che  puole, il grande  quel  che  vuole. I  più  buoni  son  messi in croce.
Il padrone  non va per  l’acqua.
Cioè, non si vuole incomodare.
Il pesce grosso mangia il minuto — ovvero
I pesci grossi mangiano i piccini. Il più ciuco è fatto priore.
Ira senza forza, nulla vale — e
Corruccio è vano senza forte mano.
La catena tanto lega il padrone quanto lo guarda.
Catena qui vale Catenaccio, e significa: il padrone esser legato dalle sue proprie difese; nel guardarsi essere  servitù  e miseria.
L’aquile  non  fanno  guerra a’ ranocchi  — e
L’aquila non piglia mosche.
Il forte, quand’è anche generoso, non se la piglia contro a’ deboli, e non attende a cose vili.
La capra non contrasta col leone.
La mosca pungendo la tartaruga si rompe il becco. La morte de’ lupi è la salute delle pecore.
La nave non va senza il battello, (o senza il brigantino).
Il debole segue il forte, il cliente il protettore. E delle cose:
Il più tira il meno.
Laonde:
Dove va la nave può ire il brigantino.
Vale che dove ne va il più, ne può andare anche il meno —  e
Ogni prete può menare il cherico. L’elefante non sente il morso della pulce. Le leggi sono come i   ragnateli.
Che le mosche vi rimangono, e i mosconi gli sfondano — e
I mosconi rompon le tele de’   ragni.
Le secchie si mettono a combattere col pozzo, e ne portano la testa rotta. Morso di pecora non passa mai la pelle.
Non a tutti vola il gufo.
Non si sente le campane piccole quando suonano le grandi. Ogni uomo è uomo, e ha cinque dita nelle  mani.
Ognuno ha da fare nel grado  suo.
Ci sono degli affanni o dei sopraccapi o degli impicci in ogni condizione ed in ogni stato.
Piccola pietra gran carro riversa —   e
Piccola scintilla può bruciare una villa — e
Piccola spugna ritiene acqua — e Piccolo ago scioglie stretto nodo — e Piccole ruote portan gran fasci —   e
Piccolo vento accende fuoco, e il grande lo smorza — e
Una piccola catena muove un gran  peso.
Quanti vanno alla forca che non n’han nè mal nè colpa! —  e
Il giusto ne soffre per il peccatore.
Sapienza di pover uomo, bellezza di p... e forza di facchino non valgono un quattrino. Spada in bassa mano, non è senza   taglio.
Tanto mangia il povero quanto il ricco.
Cioè: tanto ha bisogno di mangiare.
Uno fa i miracoli, e un altro raccoglie    i moccoli  — e
Uno fa le voci, e l’altro ha le noci    — e
Uno leva la lepre, e un altro la piglia — e


Uno semina, e un altro raccoglie. Uno ordisce la tela, e l’altro la tesse.
Che la tela ordisce un, l’altro la tesse. (BERNI.)
Un uomo ne val cento (o mille), e cento non ne vagliono uno.
(Vedi Mestieri, Professioni diverse.)

Conforti ne’ mali.

 

Chi non sa soffrire, non sa vivere. Dietro al monte c’è la china.
Dio manda il freddo secondo i panni.
«Dieu mesure le vent à la toison des brebis.» —    e
Dio manda l’agnello e poi il suo praticello  —   e
Dio manda la neve con la  luna.
Questo è dei Salmi, benchè ivi stia in altro  senso.
Dio non manda mai bocca, che non mandi cibo. Dio non manda se non quel che si può portare. Dopo il cattivo ne viene il buono.
D’un male nasce un bene —  e
Non c’è male senza bene.

È buona quando si può contare. Gioia e sciagura
Sempre non dura.
Gli scarpelli, la pietra la gli sciupa, e la pietra la gli   accomoda.
È dello Zannoni negli Scherzi comici.
Iddio solo può consolare, tutto il resto è un tribolare.
Il male non istà sempre dove si pone (o si posa), se non sopra i gobbi.     Il sempre sospirare molto   consola.
Il tempo sana ogni cosa.
I temporali più grossi sfogan più presto. In fine le s’accomodan tutte — e
Finimondo è per chi muore.
La disgrazia ci salva dall’imbarazzo.
Crediamo a dir vero sia d’origine straniera; ma è bello, il dubbio essendo morte, e il dolore vita.
La matassa quanto più è arruffata e  meglio s’accomoda.  La provvidenza val più delle   rendite.
Miseria confortata non è miseria.
Niente s’asciuga così presto come le lacrime.
Non è mai sì gran morìa, che non campi chicchessia. Non nevica tutto il verno.
Non si serra mai una porta che non se n’apra un’altra —  e
Quando Dio chiude una finestra apre una porta. Non tutte le pecore sono per il lupo.
Ogni male ha la sua ricetta. Pianto per morto pianto corto. Poco tossico, non attossica.
Quando il caso è  disperato, la provvidenza è vicina  —   e
Ogni domane porta il suo pane. Tutto il male non vien per nuocere.
Tutto s’accomoda fuorchè l’osso del collo. Una pulce non leva il sonno.
Una volta corre il cane, e     l’altra la lepre.
Una volta corre il tristo, un’altra il buono; alla fine la giustizia ha il suo  trionfo.
Un’ora di buon sole rasciuga molti bucati.
(Vedi Speranza)


Consiglio, Riprensione, Esempio.

 

A ben s’appiglia, chi ben si  consiglia.
Tanto seco stesso chi è savio, quanto con altri.
A cattivo consiglio campana di legno.
La campana chiama a consiglio, e se il consiglio dev’essere a male, meglio la campana non si   senta.
A chi consiglia, non gli duole il capo — e
Il sano consiglia bene il malato.
Cioè, facilmente, senza fatica.
Al cieco non si mostra la strada — e
Buone  ragioni male intese, sono perle  a’ porci   stese.
A chi non  intende è inutile   predicare.
Al prudente non bisogna consiglio.
Modo di escusarsi dal dare consiglio; ed è come dire: pensaci da te.
Capo lavato, bicchier risciacquato.
Lavare il capo ad uno, fargli una lavata di capo, o una risciacquata, sono modi frequentissimi che tutti significano: fare una sgridata, una strapazzata. Queste giovano sovente  all’ammonito  come  al  bicchiere giova  essere risciacquato.
Chi ben vive ben predica:
imperocchè
Contano più gli esempi che le parole.
Alle volte però
Si predica bene e si razzola (o si raspa) male. — e
Il frate predicava che non si dovea rubare, e lui avea l’oca nello scapolare.  Chi dà retta al cervello degli altri, butta via il suo (opuò friggersi il suo).
Chi meglio mi vuole, peggio mi fa.
È simile a
Chi mi vuol bene mi lascia piangendo, e chi mi vuol male mi lascia  ridendo.
Ed anche
Chi mi vuol bene mi fa arrossire, e chi mi vuol male mi fa  imbianchire.
I  veri amici dicono  il vero,  benchè  talora  dispiaccia;  ed  i piaggiatori ungono  gli stivali. (SERDONATI.)
Chi non crede alla buona madre, crede poi alla mala  matrigna.
Chi non accetta il consiglio de’ veri amici, cade poi sotto la mano de’ cattivi consiglieri.
Chi non teme il sermone, non teme il bastone. Chi predica al deserto, perde il sermone.
Chi si consiglia da sè, da sè si  ritrova.
Vae soli!
Chi segue il prudente, mai se ne pente — e
Chi segue il rospo, cade nel fosso — e
Chi ricorre a poco sapere, ne riporta cattivo parere. Chi trovò il consiglio, inventò la salute.
Chi vuol’ire alla guerra o accasarsi, non ha da  consigliarsi.
Le cose grandi bisogna farle tutte del suo.
Consiglio di due non fu mai buono.
Se non che par, che un proverbio degno V’abbia assaliti con siffatto tuono,
Che consiglio di due non fu mai buono. (SACCHETTI, Rime.)
Consiglio di vecchio non rompe mai la testa. Detto popolare spesso è un avviso salutare. Dice più un’occhiata che una  predica.
Dono di consiglio più vale che d’oro. Dove sta un pane, può stare una  parola.
Chi ti dà mangiare ti può ammonire.
Due teste fanno un quadrello.
È meglio la musica che la  battuta.
Meglio esser sgridati che battuti: batter la zolfa, per bastonare, modo toscano.


E’ sa meglio il pazzo i fatti suoi, che il savio quelli degli altri — ovvero
Più ne sa un pazzo a casa sua, che un savio a casa d’altri.   È un gran (o cattivo) sordo quello che non vuole intendere.
Dicesi di chi fa le viste di non udire, per non attendere a far ciò che gli è detto.
I consigli e il villano pigliali alla    mano.
Se indugi, ti  scapperanno.
Il consiglio del male  va raro  invano.
Il consiglio non va lodato, ma seguìto.
Il medico pietoso fa la piaga verminosa (o   puzzolente).
(Vedi Illustrazione V.)
Il tignoso non ama il pettine —   e
Caval rognoso non vuol lasciarsi strigliare.
La predica fa come la nebbia, lascia il tempo che trova.
La pulce  ch’esce  di dietro  l’orecchio  col diavolo  si consiglia.
Mettere una pulce nelle orecchie vale mettere un sospetto in cuore altrui.
Male altrui consiglia, chi per sè non lo piglia — e
Tale dà un consiglio altrui per uno scudo, che nol torrebbe per un quattrino. Non tutte le macchie si nettano con l’acqua  calda.
Ogni buon detto è fatto retto. Ogni pazzo vuol dar consiglio.
Quando è caduta la scala, ognuno sa   consigliare.
Quando il guardiano giuoca alle carte, cosa faranno i frati? Quei consigli son sprezzati che son chiesti e ben pagati.
Quel che ti dirà lo specchio non te lo dirà il consiglio.
Se ciascuno volesse emendare uno, tutti sarebbero emendati. Se un cieco guida l’altro, tutti due cascano nella   fossa.
Sotto consiglio non richiesto gatta ci cova (Vedi Illustr. VI.)  — e
Guardati da chi consiglia a fine di bene. Stiaffo minacciato non fu mai dato.
Suon di campana non caccia cornacchia.
Dicesi di chi fa il sordo.    (SERDONATI.)
Uomo avvisato, è mezzo salvo.
Come pure
Uomo avvertito, mezzo munito.
Val più una frustata che cento arri  là.
Cogli asini fa meglio il bastone che la voce o l’ammonizione. Quando ero ragazzetto, ho sentito spesso questo proverbio in  bocca al mio  maestro.
Vedono più quattr’occhi che due —    e
Sanno più un savio e un matto, che un savio solo.
E a Venezia leggiadramente:
Sa più il papa e un contadino, che il papa solo.
(Vedi Ostinazione, ec.)

Contentarsi della propria sorte.

 

A casa stretta, tu ti assetta.
A chi Dio vuol bene la casa gli  piace.
A fame pane, a sete acqua, a sonno panca.
La natura si contenta di poco.
Assai è ricco a chi non manca —  e
Chi non ha gran voglie, è  ricco  —  e
Chi il tutto può sprezzare, possiede ogni cosa.
Oh! quante sono le cose delle quali posso fare a meno: disse il filosofo  millantatore  di  se  medesimo, entrato che fu nella  casa  splendida  del  ricco.
A tutti n’avanza. — e


Tutto basta per vivere.
Chi è sano e non è in prigione, se si rammarica, non ha ragione. Chi ha buon pane e buon vino, ha troppo un  micolino.
Chi lascia il vicin per un mancamento, va più in là e ne trova cento. Chi non ha quattrini, non abbia  voglie.
Chi non può ber nell’oro, beva nel vetro. Chi non può far col troppo, faccia col  poco.
Chi non può fare come vuole, faccia come può. Chi non può slungarsi, si scorti.
Chi più brama, più s’affanna — e   Povero è quello che desidera assai — e Sempre stenta chi mai si  contenta.
Chi si contenta al poco, trova pasto in ogni loco. Chi si contenta,  gode.
Col poco si gode, e coll’assai si tribola. Cuor contento, e sacco al  collo.
Quando alcuno si contenta dello stato suo, non importa se andasse  mendicando.
Cuor contento, gran talento. Cuor contento, non sente stento.
Del bene e del mal tôrre, secondo quel che corre.
Dio dice a camparvi  non mi sgomento, a contentarvi sì.  E’ non è un per cento di sua sorte contento — e
Nessuno dice che il suo granajo è pieno.
Il contentarsi di poco è un boccone mal conosciuto. In tempo di carestia pan vecciato.
Piglia il bene quando viene, ed il male quando conviene. Poca roba Dio la loda. — e
Poca roba poco pensiero.
Se non puoi portare la seta, porta la  lana.
Se tu vuoi viver lieto, non ti guardare innanzi ma di dietro.
Guarda quelli che sono in  peggiore stato  di   te.
Tutti non possono avere la casa in piazza — e
Non tutti si può stare in Mercato nuovo.
Cioè, non tutti possono trovarsi nel terreno migliore.  Il  proverbio  ebbe  origine  da  questo,  che  le famiglie patrizie fiorentine in antico avevano le loro case nel centro della città, mentre quelle del contado abitavano nei borghi od oltrarno. Udito da un contadino che praticava Firenze dove il Mercato nuovo ha         le più ricche botteghe. E sta con l’antico «non cuivis homini contingit adire Corinthum.» — ma
Ogni casa vede il sole.
Tutti non possono stare a messa vicino al prete. Una campana fa a un comune (o a un  popolo).
Quando non c’è altro, una cosa può bastare a molti; beneficio dello stare  insieme.
Val più un buon giorno con un ovo, che un mal’anno con un    bue.
(Vedi  PazienzaRassegnazione.)

Contrattazioni, Mercatura.

 

A bue vecchio, campanaccio nuovo.
Perchè faccia miglior figura.
A buona derrata pensaci  —  e
Da’ buon (o da’ gran) partìti pàrtiti —   e
La buona derrata cava l’occhio  al  villano  — e
Sotto il buon prezzo ci cova la frode —   e
Le buone derrate vuotano la borsa.
La buona derrata, quando anche non abbia sotto l’inganno, ti vuota la borsa per la facilità del  comprare.


A chi compra non bastano cent’occhi; a chi vende ne basta uno  solo.
Chi vende è pratico della roba sua.
A chi fa bottega gli bisogna dar parole ad ognuno.
E peggio:
Artigiano che non mente, non ha mestier fra la gente. A chi stima non duole il corpo.
Non ha riguardo a stimare alto, perchè
Chi stima, non compra.
Al caro aggiungi danaro o lascialo.
Buon  mercato  inganna  chi  va  al  mercato. Buon pagatore non si cura di dar buon pegno. Carta canta e villan dorme —  ovvero
Carta canti e  villan  dorma  — e
Chi bene istrumenta, dorme sicuro — Chi ben istrumenta, ben s’addormenta — e Lettere in carta, denari in arca — e
Lo scritto non si manda in bucato. Carta vista mal non  acquista.
Chi baratta, imbratta — e
Chi baratta, ha rozze — e
Chi barattò lardo per lardo, tutto sa di garanzino.
Cioè, rancido; perchè, trattandosi di bestiame come d’ogni altra merce, sempre si cerca di barattare il disutile che non si potrebbe vendere a contanti, ed è mestiere da imbroglioni.
Chi ben conta, mal paga.
Chi biasima vuol comprare  —  e
(Vedi  Illustrazione VII.)
In casa loda, e in mercato  biasima.
Malum est, malum est, dicit omnis emptor. (Proverbi.) «Les choses de quoy on se mocque, on les estime sans  prix.» (MONTAIGNE.)
Chi buon guadagno aspetta, non si stanca.
Chi compra a tempo, vende nove per altri e un per sè.
Chi compra per pagare a tempo, fa un debito; e quando rivende, gli tocca sul prezzo pagare il debito e l’usura.
Chi fa mercanzia e non la conosce, i suoi denari diventan mosche. Chi ha denari da ricuperare, molte gite ha da  fare.
Chi mette il suo in sangue, la sera ride e la mattina   piagne.
Cioè chi traffica in bestiame si trova a delle perdite imprevedute per malattie o altri casi cui van  soggette le bestie. Ai contadini però, nonostante questo rischio, è altrove molto raccomandato l’industriarsi sulla stalla.
Chi non piglia uccelli, mangi la  civetta.
Chi non guadagna, è costretto a mangiarsi il  capitale.
Chi non fallisce, non arricchisce — e
Quando uno è fallito, è in  capitale.
Dei fallimenti dolosi. E per ischerzo.
Fallire far lire.
È per quelli che falliscono col morto in  cassa.
Chi più spende, meno spende.
Perchè
La buona roba non fu mai cara. Chi sa celare in parte i desir  suoi,
Compra la merce a miglior prezzo assai.
Chi sa perdere congiuntura, non s’adatti a mercatura. Chi traffica, raffica.
Chi va alla piazza, se ben non v’ha a far, e’ ve n’accatta. Chi va al mercato e mente, la borsa se ne  sente.
Alcuni fanno il fantino, e dicono d’aver avuto le merci a miglior prezzo che di vero non sono costate, e      così pagano  la  gabella  delle  bugie  e  nuocono alla borsa. (SERDONATI.)


Chi va in mercato e non è burlato, è sicuro in ogni lato. Colle lesine bisogna esser punteruolo.
Cogli  avari  bisogna  essere spilorcio.
Compra uno e vendi tre; se fai male, apponlo a me. Cosa cara tenuta, è mezza  venduta.
Cosa troppo vista perde grazia e    vista.
Omne  ignotum  pro  magnifico  est. (TACITO.)
Dà del tuo a chi ha del suo. Danari rifiutati non si spendono.
Dov’è il guadagno, si paga volentieri la pigione. È buon comprare quando altri vuol vendere.
Perchè
Roba profferta, mezzo buttata (o tirata)   via.
E più genericamente, d’ogni contratto o servigio.
Chi si profferisce è peggio d’un   terzo.
Toglie una terza parte del valore alla roba profferta, o a se medesimo.
Errore non fa pagamento.
È un cattivo (o mal) boccone quello che affoga —    e
I meglio bocconi son quelli che strozzano —    e
Cattivo quel guadagno che cagiona maggior danno — e
È meglio non acquistar che perdere.
Che il perder l’acquistato è maggior   doglia
Che mai non acquistar quel che l’uom voglia. (BERNI, Orlando.)
I danari fan la piazza.
Piazza è voce tecnica  di chi  va  al mercato,  e significa  mercato aperto.
Il cattivo riscuotitore fa il cattivo pagatore. Il  comprare  insegna spendere.
Il fine del mercante è il fallire; e il fine del ladro in sulle forche, morire — e
Gli avari ed i falliti facilmente stanno uniti.  In commercio ed in amore  sempre  soli.
In pelago lodato non pescare.
Le cose che sono stimate buone da tutti, sono da molti  occupate.
In piazza non aprir mai sacco.
I quattrini dell’avaro  due  volte vanno  al mercato.
Perchè comprando cattiva roba ci si torna presto.
La bottega non vuole alloggio.
La bottega non vuol gente che vi si fermino a cicalare.
La buona mercanzia trova presto recapito.
Si dice anche delle ragazze da marito.
La roba va dove  vale.
Assioma in cui sta la dottrina del commercio libero.
Mercante di vino, mercante poverino; mercante d’olio, mercante d’oro — e
Mercante di frumento, mercante  di tormento —   e
Cera, tela e frustagno, bella bottega e poco guadagno — e Ottone, rame e stagno, assai denari e poco guadagno — e Olio, ferro e sale, mercanzia reale — e
Pietra, calcina e sabbione, mercanzia da babbione. — e
Legna, fieno e cavalli mercanzia da disperati. Mercante litigioso, o fallito o pidocchioso.
Mercante e porco non si pesa che dopo morto. — o   meglio
Mercante e porco dammelo  morto.
Quanti negozianti di grande credito e tenuti per danarosi furono alla lor morte trovati come falliti!
Mercanzia non vuole amici.
Non guarda in viso gli uomini; e quando un mercante vi dice: «A voi faccio questo prezzo perchè siete amico;» allora fa pagare la roba più cara.
Misura e pesa, non avrai  contesa.
Nel mar grosso si pigliano i pesci grossi —    e
Nelle grandi acque si pigliano i pesci —    e


Vai al mare, se ben vuoi pescare.
Nelle città grandi, nei vasti emporii sono occasioni di maggiori guadagni.
Nè muli, nè mulini, nè compari cittadini, nè luoghi intorno ai fiumi, nè beni di comuni, non te ne impacciar mai, chè te ne  pentirai.
Non bisogna sviare (o spaventare) i colombi dalla    colombaia.
Cioè gli avventori, i bottegai, e chiunque porti utile o guadagno.
Non comprare da chi si fa pregare.
Non resta carne in beccheria per trista che la sia. Oggi si perde e doman si guadagna.
Pioggia in istrada tempesta in bottega.
La  pioggia  tiene  lontani i compratori.
Prima scrivi e poi conta; prima conta e poi scrivi. Stagione vende merce — e
Il temporale vende  merce.
Temporale nella sua più antica significazione vale tempo, congiuntura, opportunità, occasione.
Tanto è mercante quello che perde, che quello che guadagna. Vendi in casa, e compra in  fiera.
(Vedi  DebitoImprestiti, Mallevadorie.)

Coscienza, Gastigo dei  falli.

 

A chi è in fallo, l’uno par due. A chi mal fa, mal  va.
A chi vuol male, Dio gli toglie  il   senno.
Antica massima, improntata di fatalità pagana: ma può anche significare che la prudenza in fine dei conti manca al colpevole; che non si presuma cuoprire coll’arte i falli commessi, e correggerne i mali effetti.
Ad ogni tristo il dì suo tristo.
A veder la croce da lontano, il ladro si segna.
La Croce suole porsi a indicare il luogo dove uno è stato ammazzato.
Benedetto chi si gastiga da se stesso. Ben va al mulino chi c’invia  l’asino.
È nostro il carico e il guadagno, o si facciano da noi le cose o per mezzo  d’altri.
Chi altri tribola, sè non posa — e
Chi altri agghiaccia, se stesso  infredda.
Chi di coltel ferisce, di coltel perisce —  ovvero
Chi di coltello fere, di coltello   pere.
Chi è  cagion del suo mal pianga se stesso.   Chi cerca trova, e talor quel che non vorrebbe. Chi delitto non ha, rossor non  sente.
Chi è giusto, non può  dubitare.
Chi è imbarcato col diavolo, ha a passare in sua compagnia. Chi è in difetto, è in sospetto — e
Chi è in peccato, crede che tutti dicano male di lui —  e
Chi ha coda di paglia, ha sempre paura che gli pigli fuoco. Chi fa, fa a sè.
Chi fa male, odia il lume.
Chi fa quel che non deve, gli intervien quel che e’ non crede.  Chi  ha  arruffato  la  matassa  la strighi.
Chi ha fatto il male, faccia la penitenza — Chi ha mangiato i baccelli spazzi i gusci — e Chi ha fatto la piscia a letto la rasciughi — e Chi imbratta, spazzi — e
Chi è imbrattato si netti.
Chi ha il cul nell’ortica, spesse volte gli formica.


Chi ha spago, aggomitoli.
Chi è in peccato, scampi  fuggendo.
Chi ha tegoli di vetro, non tiri sassi al vicino — e
Chi  ha testa (o cervelliera) di vetro  non faccia a’   sassi.
E chi ha una scheggia nell’occhio non riprenda il bruscolo nell’occhio altrui: a chi abbia il quale vizio proverbialmente  suol dirsi:
Tirati in là, paiolo, che la padella non ti tinga. Chi la fa, l’aspetti — e
Chi mal fa, male aspetta —  e
Quel che si fa, si rià — e   Chi non falla, non teme — e Chi non le fa, non le  teme.
Chi la fa, la mangi —  e
Chi l’ha fatta, si guardi.
Chi mal semina, mal raccoglie — e
Chi mal naviga, male arriva. Chi mal vive, poco vive.
Chi mangia il pesce, caca le   lische.
Chi rompe paga, e porta via i ciottoli (ovvero i cocci son sua). Chi  si scusa, s’accusa  — e
Difendere la sua colpa è un’altra colpa     — e
C’è chi risponde anco a chi non lo  chiama.
Dinota il sospetto del colpevole, l’excusatio non petita.
Chi non gastiga i delitti ne cagiona dei nuovi.
Non potrebbe questo proverbio esser principio ad un trattato criminale?
Chi non ha coscienza, non ha vergogna nè scienza. Chi pecca in segreto fa la penitenza in pubblico.
Chi soffre, sel merta.
Chi sta alle scolte, sente le sue colpe.
Chi sospetta è in fallo.
Chi sta bene con sè, sta bene con tutti. Come farai, così avrai.
Dappertutto c’è un testimonio.
E se non altri, vi sono la coscienza e  Dio.
Diavol reca, e diavol   porta.
Dimmi la vita che fai, e ti dirò la morte che farai. Dio acconsente ma non sempre.
Dio lascia fare, ma non sopraffare.
Dio non paga il sabato (aggiungono ma a otta e tempo) ovvero
Domeneddio non paga a giornate  —  e
Il giorno che si fa il debito non si va in prigione. Il gastigo può differirsi, ma non si toglie.
Dove lega la ragione coscienza pugne.
Dove il discorso intoppa, non sa trovare argomenti, la coscienza t’impedisce; e si dice pure:
Trist’a quella bocca (o musa) che non sa trovar la scusa. Gran peccato non può star  celato.
Guai a quel topo che ha un sol buco per salvarsi! Guarda alla pena di chi  falla.
Il diavolo le insegna fare, ma non le    insegna disfare  — e
Il diavolo insegna rubare, ma non nascondere — e
Il diavolo insegna a far le pentole, ma non i coperchi — e
Il diavolo la fa e poi la    palesa.
Il fuoco fa saltar le vespe fuori del vespaio.
Il gastigo fa lasciar la stanza del vizio, e il danno presente fa mutar parere. (SERDONATI.)
Il lupo avanti al gridare fugge.
Dicesi di quei che fatto alcun male si fuggono prima che la giustizia li scuopra. (SERDONATI.)
Il mondo paga chi ha da avere.


In bene e in   male.
I pensieri sono esenti dal tributo, ma non dall’inferno. La buona vita fa la faccia  pulita.
La coscienza è come il solletico. (Chi lo cura, e chi no.)
La coscienza vale per mille accusatori e per mille testimoni — e
La coscienza val per mille prove. La fine del corsale è annegare.
La paura guarda la  vigna.
Il timor del gastigo ritiene e raffrena i    malfattori.
La pena è zoppa, ma pure arriva.
Raro antecedentem scelestum deseruit pede poena claudo. (ORAZIO.)
La penitenza corre dietro al peccato.
La prima si perdona, alla seconda si bastona —  e
Alle tre si cuoce il pane (ovvero si corre il palio, o si dà il cavallo). La saetta gira gira, torna addosso a chi la tira —  e
Le saette non son foglie, chi le manda le raccoglie. La vendetta di Dio non piomba in fretta.
Le bestemmie fanno come le processioni.
Che ritornano di dove   ell’escono.
Mal non fare, paura non avere.
Molti hanno la coscenza sì larga, che avanza una nave di chiesa —   e
Molti hanno la coscenza dove i corbelli hanno la croce. Molti, poi che l’hanno avuto, piangon quel che han voluto. Nè malattia nè prigionia non fece mai buon uomo.
Mai! Così lavorano i proverbi, che fanno sentenze generali di ciò che accade pur troppo spesso.
Nessuno pecca sapendo peccare.
È bella sentenza, e vale come se dicesse: dei tanti che peccano non ve n’è uno che sappia peccare in modo che gli torni conto, che pecchi insomma con giudizio.
Non bisogna aver paura che de’ suoi peccati.
Non fu fatta mai tanto liscia di notte, che non si risapesse di giorno —   e
Quel che si fa all’oscuro apparisce al sole — e
Non si fa cosa sotto terra, che non si sappia sopra terra —  e
Non si caca mai sotto la neve, che non si scuopra — e Non nevica e non diaccia, che il sol non la disfaccia — e Se non vuoi che si sappia, non lo fare —  e
Tutte le cose vengono al palio —   e
Il tempo scuopre tutto.
Non importa andare a Roma per la penitenza.
La  portiamo dentro:
Palleat infelix quod proxima nesciat uxor.  (PERSIO.)
Non passa giubbilèo che ognun non sia  gastigato.
La colpa non si cancella mai senza che prima sia   punita.
Non ride sempre la moglie del ladro. Ogni coltello aspetta il suo coltello  —  e
Ogni fallo aspetta il suo laccio. Ognuno è figliuolo delle sue azioni. Peccati vecchi, penitenza nuova.
Per far di quel proverbio in me la   prova,
Che dice: a colpa vecchia pena nuova. (Orlando Furioso.)
Per una volta la si può fare anche a suo  padre.
Anche chi meglio conosce, può rimanere per una volta ingannato.
Poca scienza e molta coscenza. Qual asino dà in parete tal riceve.
Proverbio antico.
Qual pane hai, tal zuppa avrai.
Quando Dio vuol punire un uomo, spesso si serve dell’altr’uomo. Quando la lepre perde il passo, convien che cada in bocca a’   cani.


Rare volte il diavolo giace morto nella   fossa.
Rare volte i mali effetti delle nostre colpe e  il  gastigo  che  ne  consegue,  muoiono  insieme  con  noi: questo discende nelle famiglie, e con     esso le maledizioni.
Tal pensa salvarsi a pasqua, che è preso a mezza  quaresima.
Tante volte al pozzo va la secchia, ch’ella vi lascia il manico o l’orecchia — e
Tanto va l’orcio per acqua, che e’ si rompe    — e
Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino — e Tanto va la mosca al miele, che ci lascia il capo — e Tanto va l’oca al torso, che  ci lascia il becco  —    e
Tanto va la rana al poggio, che ci lascia la pelle —  e
Tanto va la capra al cavolo, che ci lascia il pelo —  e
Tanto  vola il parpaglione  intorno  al fuoco, che  vi  s’abbrucia.
Nota parpaglione (papillon), farfalla. Qui s’intende quella specie di  farfallone  che entra  per le  case,  e che si chiama in alcuni luoghi papazzucco e fiutola e   fiutino.
Tutti i nodi vengono al   pettine.
Ogni mala azione finalmente ha il suo gastigo. Ma vuol anche dire che ogni difficoltà o vizio d’una qualunque faccenda si manifestano alla fine.
Ugna di leone e lingua di gatto guariscon del matto.
Cioè il gastigo o il   biasimo.
Una ne paga cento (ovvero una le paga tutte). Vergogna è  a  far male.
Vale che delle cose buone o indifferenti non bisogna vergognarsi, ma delle cattive.

Costanza, Fermezza.

 

Al pan duro dente acuto.
Buona incudine non teme martello  —   e
Dura più l’incudine che il martello.
Qui il martello significa la violenza; e l’incudine la   resistenza.
Chi è fortificato, non è turbato. Chi indura, vale e  dura.
Chi sta saldo e costante nel proposito, vince ogni difficoltà.
Chi non c’è, non c’entri; e chi c’è, non si sgomenti. Chi non ha sentimento, riman senza  frumento.
Sentimento, col Vocabolario si tradurrebbe qui intelletto, senno: ma v’è qualcosa di più; v’è l’animo che    dà  forza al concetto  della mente.
Chi non sa dir qualche volta di no, cosa buona oprar non può. Chi non soffre, non vince.
Non vince gli ostacoli, non vince se stesso, ostacolo spesso peggiore d’ogni altro.
Cuor forte rompe cattiva sorte.
È un farsi maggior male, il lasciarsi vincere dal male. Fa il dovere, e non temere — e
Fa che devi, e sia che  può.
Il buon marinaro si conosce al cattivo tempo. La virtù sta nel difficile.
Mente intera, virtù vera —  e
Mente sicura, banchetto continuo.
Non arriva a godere chi non sa sostenere. Non è buon re, chi non regge sè.
Non s’incorona se non chi combatte. Ogni vento non scuote il noce.
Se fortuna travaglia un nobil core, Raro è che alfine non gli dia favore.
Vedi quanta  evidenza  di bei proverbi in  questa  materia.


Cupidità, Amor di se  stesso.

 

A chi ti porge il dito, tu piglia il dito e la mano.  Ad albero che cade, dàgli dàgli  —   e
Sopra l’albero caduto ognuno corre  a far legna  —   e
Quando la casa brucia tutti si scaldano. Ad altare ruinato non s’accende candela. Alle volte si dà un uovo per un bue.
Amato non sarai, se a te solo penserai.
A nessuno piace la giustizia a casa sua —  e
Ognuno ama la giustizia a casa d’altri. A san Donato falli sempre buon viso — e Ben venga chi ben porta — e
Porta teco, se vuoi viver meco —  e
Porta aperta per chi porta; e chi non porta, parta.
Chi reca danari o altro,  è certo  d’essere  il ben  venuto.  Suole  anche usarsi quest’altro  modo di dire:  Che la porta si vuole aprir subito a chi se la spinge innanzi co’ piedi; per avere cioè le mani ingombre di roba.
Chi ha il mestolo in mano, fa la minestra a modo suo —  e
Chi fa le parti, non parte.
Chi fa le parti agli altri, per sè non istà alla regola  comune.
Chi ha preso, mal sa lasciare — e si dice
A lasciar si è sempre a tempo.
I  Francesi: «Ce qui est bon à  prendre, est bon à   garder.»
Chi l’ha a mangiare, la lavi —  e
A chi dole il dente, se lo cavi.
Si dice  da  chi non  vuole  pigliarsi brighe  per altri.
Chi mangia solo, crepa solo.
Vae soli! L’abbandono nella vecchiezza e nelle necessità è la sorte dell’egoista.
Chi non dà quel che ha, non ha quel che vuole.
Chi non ha, darebbe; e chi non n’ha, ne vorrebbe —  e
Chi più n’ha, più ne vorrebbe.  Ciò ch’è utile, non è vergogna —  e
Chi è vergognoso, vada straccioso — e È meglio cento beffe che un danno — e Abbássati, e accónciati.
E rincarando la sentenza già di per sè poco onorata:
Meglio aver delle corna che delle croci. Ci son più cani che lepri —  e
Ci sono più sparvieri che  quaglie  —  e
Ci sono più trappole che topi.
Dicesi a chi cerca uffici o guadagni. Colui è mio zio che vuole il ben mio. Colui è  provvisto di poco  sapere,
Che s’ammazza per quel che non può avere.
Ammazzarsi qui vale: faticar molto.
Contento io, contento il mondo  —  e
Morto io, morto il  mondo.
Proverbi da nani presuntuosi, usati anche da certi brutti innamorati di se  medesimi.
Corpo satollo non crede al digiuno.
Del cuoio d’altri si fanno le correggie    larghe.
Della roba d’altri si spende senza risparmio.
Del mal d’altri l’uomo guarisce, e del proprio muore. Dov’è cupidità non cercar carità.
I desiderii non empiono un sacco. Il cane abbaja dove si pasce.


Il fornaio inforna sempre mai, ma non mai sè. Il lupo mangia ogni carne, e lecca la  sua.
Vale che ognuno risparmia sè e i suoi.
Il malato porta il sano.
Perchè le case dei poveri sono allora più assistite.
Il primo prossimo è se stesso —   e
È più vicino il dente che nessun  parente.
Le cose proprie ci muovono più che l’altrui.
Il ventre insegna il tutto.
La fiera par bella a chi vi guadagna.
E in  altro modo:
Ognuno loda il proprio santo. L’interesse è figliuolo del diavolo. L’utile  fa  pigliar parte.
Nel pigliar non si falla.
Non istanno bene due ghiotti a un tagliere.
Or romper mi convien  la  pazïenza
Che ad un taglier non pôn due ghiotti stare. (BERNI, Orlando.) — e
Non istanno bene due galli in un pollaio.
Ogni cane lecca la mola, mal per quel che vi si trova. Ogni gallina raspa a sè — e
Ogni grillo grilla a sè.
Ogni prete loda le sue reliquie. Ognuno auzza i suoi ferri.
Ognuno tira l’acqua al suo  mulino.
Ognuno per sè, e Dio per tutti — e
(Vedi  Illustrazione VIII.)
Ognun dal canto suo cura si prenda —  e
Ognun si pari le mosche con la sua coda. Ognun vuol meglio a sè che agli altri.
Suole anche dirsi che San Francesco prima si faceva la barba per sè, poi la faceva a’ suoi frati.

Il bel rendere, fa il bel prestare. Il ben fare è guerra al tristo.
Il galantuomo ha peloso il palmo della mano. Il galantuomo ha piacere di veder chiudere. La vigna pampinosa fa poca uva.
Cioè, chi promette molto, attiene poco.
Poc’uva fa la vigna pampinosa,
E il dire e il far non son la stessa cosa.  (RICCIARDETTO.)
E di profferte per cerimonia, ed anche di un discorso molto frondoso che sieno frasche senza costrutto, sogliamo dire proverbialmente:
Assai pampani, e poca uva.
Le parole legano gli uomini, e le funi le corna ai buoi — e
Il bue per le corna, e l’uomo per la parola. Le parole non empiono il corpo —  e
Le  parole  non s’infilzano.
Non se ne può far capitale, perchè non si conservano come le scritture,  le  quali  si  sogliono  tenere insieme infilzate — e
Le parole son pasto da libri.
Parola sta qui sempre in luogo di promessa, ma nell’ultimo si gioca sulla parola.
Non si cava mai la sete, se non col proprio vino.
Che poi non t’ubriaca, come dice un altro proverbio.
Non si dee dar tanto a Pietro, che Paolo resti indietro.
A ciascuno il suo avere: giustizia distributiva.
Non toccare il grasso colle mani unte.
Non ti s’attacchi alcuna  cosa.
Ognuno faccia col  suo.
Pesa giusto, e vendi caro  —  e
Caro mi vendi, e giusto mi  misura.
Così il compratore: ma il venditore poco   onesto:
Dieci once a tutti, undici a qualcuno e dodici a nessuno. Piuttosto pecora giusta, che lupo grasso.
Qui è gioco di parola: cosa giusta è cosa mezzana; giusto, nè grasso nè magro, nè grande, nè piccolo,  ec.
Pochi denari, e molto onore. Promessa ingiusta tener non è giusto.
Promettere e non mantenere è villania.
Promettere è una cosa, e mantenere è un’altra —    ovvero


Altro è promettere, altro è mantenere —  ma
Chi promette e non attiene, L’anima sua non va mai  bene.
Quel ch’è di patto, non è  d’inganno.
Tra galantuomini, una parola è un  istrumento.
Val più un pugno di buona vita, che un sacco di sapienza. Vuoi vendicarti de’ tuoi nemici? governati bene.
(Vedi  Virtù, Illibatezza.)

Prudenza, Accortezza, Senno.

 

Accerta il corso, e poi spiega la vela. Assai avanza chi fortuna  passa.
Interrogato Sieyès come egli avesse passato quegli anni del Terrore: «Ho vissuto,» replicava; ben parendogli  aver  fatto assai.
Bisogna guastare il male con le punte delle dita. Bisogna essere più furbi che  santi.
Bisogna navigare secondo il vento —   e
Chi piscia contro il vento, si bagna la camicia. Bocca chiusa e occhio aperto,
Non fe’ mai nessun deserto.
Deserto, cioè misero, derelitto.
Buona la forza, meglio l’ingegno. Chi ben congettura, bene indovina. Chi ben giudica, bene elegge.
Chi ben si guarda, scudo si rende —  e
Chi si guarda, Dio lo guarda. Chi è avvisato, è armato.
Avvisato (spiega la Crusca) accorto, avveduto, savio.
Chi è minchion, suo danno —  e
Chi è minchione, resta a casa —  e
La parte del minchione è la prima mangiata — e
L’ultima rendita è quella dei minchioni. Chi è savio, si conosce al mal  tempo.
Chi ha fatto la pentola, ha saputo fare anche il   manico.
Chi sa far le cose, sa fare anche il modo come  pigliarle.
Chi nasce tondo, non muor quadro.
Chi non guarda innanzi, rimane indietro — e
Chi dinanzi non mira, di dietro sospira.
Chi non ha giudizio, perde la cappella e il benefizio. Chi non ha testa (o giudizio), abbia gambe.
Chi non vede il fondo, non passi  l’acqua.
Chi piglia la lancia per la punta, la spezza o non la leva di terra. Chi sta a casa, non si    bagna.
Questo si dice dell’uomo cauto: ma  ve n’è un     altro:
Chi va a casa, non si bagna.
E significa che è poco male pigliare la pioggia quando tornando a casa tu puoi mutarti  tutto  o  scaldarti. E figurat. è il rumores fuge dei Latini.
Chi teme il cane, si assicura dal morso. Chi sta a vedere, ha due terzi del gioco.
Si dice dell’avere il vantaggio colui che sagacemente si sta di mezzo, e lascia tentare agli altri le cose pericolose.
Chi vive contando, vive cantando.
Cioè chi ben conta, chi ben ragiona i fatti suoi, se    la passa bene.
Chi vuol saldar piaga, non la  maneggi.


Con un po’ di cervello si governa il mondo    — e
A chi ha testa, non manca  cappello.
Si sa approvecciare, non gli manca il bisognevole: ma cappello anticamente significava corona  o  altro segno d’onore:
Ed in sul fonte
Del mio battesmo piglierò il cappello.   (DANTE.)
Cosa prevista, mezza provvista.
Dalla prudenza viene la pace, e dalla pace viene l’abbondanza. Di notte parla piano, e di giorno guardati d’intorno.
Disavvantaggio muta pensier nel saggio.
Donasi l’ufficio e la promozione, e non la prudenza nè la discrezione. Dove non è ordine, è disordine — e
Dove non è regola, non ci sta frati.
È meglio aver la paura, che la paura e il danno —  e
Chi non teme pericola —   e
Chi non teme, non si guarda; chi non si guarda, si   perde.
Paura e timore si pigliano qui per l’antiveggenza    del pericolo.
È meglio cader dal piede, che dalla vetta    — o
Meglio cascar dall’uscio che dalla finestra. Guarda che tu non lasci la coda   nell’uscio.
Che tu non sii preso quando ti credi bell’e scampato.
Guarda il tuo coltello dall’osso.
Il coltello si rompe o sfila quando incontra l’osso; e  così  la  volontà  dell’uomo,  quando  vuol  dare  di punta  contro a  certe difficoltà,  le quali è meglio   scansare.
Il bello è  star nel piano, e  confortare i cani   all’erta.
Quindi stare nel piano di Bellosguardo, cioè al sicuro. Ma rassomigliano troppo quei noti versi d’un assai cattivo moralista.
Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,
E terra magnum alterius spectare laborem.  (LUCREZIO.)
Il  Cristo e  i  lanternoni  toccan  sempre  ai più minchioni.
Nelle Processioni delle Confraternite portare il Crocifisso e i lanternoni è tra gli ufficii il più faticoso.
Il  male  previsto è  mezza sanità.
Il minchione di quest’anno se n’accorge quest’altr’anno — e
Chi non si governa bene un anno, sta cinque che non ha allegrezza. Il mondo è come il mare,
E’ vi s’affoga chi non sa nuotare  —   e
Mondo rotondo chi non sa nuotar vassene a fondo. Il piano ha occhi, e il bosco orecchi.
Nel piano ti scuoprono gli occhi altrui; nel bosco gli orecchi altrui.
Il vedere è facile, e il prevedere è difficile. I minchioni si lasciano a  casa.
In letto stretto mettiti nel mezzo.   I piselli son sempre  nelle  frasche.
Piselloni son detti gli uomini semplici che sempre vivono    impacciati.
La briglia regge il cavallo, e la prudenza l’uomo. La prudenza non è mai troppa.
Largo ai canti.
Propriamente vuol dire che passeggiando bisogna girar largo alle cantonate, d’onde può venirti addosso un pericolo o una offesa non preveduta. E figuratamente: alle difficoltà che spuntare non riesce, girare attorno e scansarle.
Mal va la barca senza remo. Non si fa più lunga  strada,
Che quando non si sa dove si vada. Non si può sforzare le carte.
Proverbio tolto dal gioco.
Ogni cosa va presa per il suo verso.
Cioè, pigliare il gomitolo o la matassa di queste umane faccende da quel capo donde poi elle si possono facilmente svolgere; che si dice trovare il    bandolo.
Quando brucia nel vicinato, porta l’acqua a casa   tua.


Quando tu puoi ir per la piana, non cercar l’erta nè la scesa.
Anzi:
Per andare a piano si scendon molte miglia. Quando tu vedi il lupo, non ne cercar le pedate. Senno vince astuzia.
Si può imporre la legge, ma non la prudenza. Temperanza t’affreni, e prudenza ti meni.
Un occhio alla pentola, e uno alla gatta —  e
Occhi che veggono non invecchiano.
Ma
Per i ciechi non è mai giorno. Uomo assalito è mezzo perso.
E parimente:
Uomo affrontato è mezzo  morto.
Uomo colto all’improvviso.
Uomo nasuto di rado cornuto.
Nasuto, latinamente, avveduto accorto.
Val più un moccolo davanti che una torcia di  dietro.
(Vedi Riflessione, Ponderatezza.)

Regole del giudicare.

 

Ai segni si conoscon le balle — e
Chi porta la cappa è degli ufiziali.
O come dicevano più anticamente degli statuali; di quelli ch’erano in ufizio, o si direbbe oggi, al governo.
Al batter del martello si scuopre la magagna. Alla prova si scortica l’asino.
Alla vista si conosce il cuore. Al paragone si conosce l’oro. Al pelo si conosce l’asino.
Ed anche:
Gli asini si conoscono al basto — e
Al ragliar si vedrà che non è leone. A pazzo relatore, savio ascoltatore.
A sentire una campana sola si giudica  male.
«Priore, odite l’altra parte;» era scritto sopra lo stallo del Priore o Pretore o Giudice, nel Tribunale di Lucignano.
Bisogna guardare a quello che si fa, non a quello che si   dice.
Ed a chi predica bene e razzola male ironicamente si attribuisce questo:
Fate quel che dico e non quel che faccio. Chi non è buon turco, non è buon cristiano. Chi non mi vuole non mi merita.
Chi non sa di male, non sa di bene.
Cioè, non sa di nulla, ch’è il peggio: mancanza d’affetti è in sè principio di  malvagità.
Chi ode, non disode.
Chi ode dir male, non ode il più delle volte la difesa, e crede quel che si dice.
Chi tosto giudica, tosto si  pente.
Chi vuol dell’acqua chiara, vada alla  fonte.
Chi vuol esser chiaro d’una cosa, vada alla sorgente; la guardi, cioè, nel punto d’onde essa deriva, o la domandi alla  persona  che  più  la sa.
Chi vuol troppo provare, nulla prova. Dal frutto si conosce l’albero.
Dall’unghia si conosce il leone. Dell’albero non si giudica dalla scorza.
Delle cose che tu vedi, sbattine tre quarti; e di quelle che tu senti, sbattine   più.


Danari e santità, metà della metà — e
Denari, senno e fede, ce n’è manco l’uom crede — e
Quattrini e fede, meno ch’un si crede.
Di cose fuor di credenza, non fare isperienza. Dietro il fumo vien la fiamma.
Dimmi chi fosti, e ti dirò chi sei. Dimmi chi sono, e non mi dir chi  ero.
Gli uomini vanno veduti in pianelle, e le donne in  cuffia.
«Il fault pour iuger bien à poinct d’un homme, principalement controller ses actions communes, et le surprendre en son touts les iours.»    (MONTAIGNE.)
Il buon dì si conosce da  mattina.
Dai loro principii si conoscono le cose; e suole dirsi anco dei giovani che bene incominciano.
Il diavolo non istà sempre in un luogo    — e
Il diavolo non letica mai   solo.
Il torto non è mai tutto da una parte  sola.
Il fine dimostra la cosa.
Il mercante si conosce alla fiera —   e
Al toccar de’ tasti si conosce il buon organista — e
Al suon si conosce il campanello. Il panno al colore, il vino al sapore. Il verosimile, è nemico del vero.
I pazzi si conoscono a’ gesti —   e
Al bere e al camminare si conoscon le donne — e
Al pisciar si conoscon le cavalle. La buccia ha da somigliare al legno. La vista non si cura con gli  occhiali.
Ma le virtù o le qualità d’un uomo vogliono essere giudicate a nudo, senza ammennicoli nè rincalzi.
La volpe si conosce alla coda — e
La troppa coda ammazza la volpe — e
La volpe ha paura della sua  coda.
Perchè la fa distinguere da lontano, e perchè rimane facile alla tagliola.
Le cattive nuove volano —  e
La mala nuova la porta il vento —    e
Lunga via, lunga bugia.
Delle cose lontane non  se ne può  sapere il   vero.
Lo sbadiglio non vuol mentire,
O ch’egli ha sonno, o che vorrìa dormire, O ch’egli ha qualcosa che non può  dire.
L’uomo si conosce in tre congiunture, alla collera, alla borsa ed al bicchiere. Nell’oscuro si vede meglio con uno che con due occhi — e
Vede più un occhio solo, che cento uniti  insieme.
L’autore  non  era  pel suffragio universale.
Non creder lode a chi suo caval vende, nè a chi dar moglie intende. Non dir quattro, finchè non è nel sacco.
Come origine del proverbio il Dal medico narra il fatto di un frate mendicante che mentre stavasi sulla via ad aspettare la carità, venne alla finestra una donna con dei pani, a ricevere i quali il frate aprì il suo sacco numerando ciascuno che vi cadea dentro. Al quarto ch’era per aria, il frate disse: e quattro. Ma il pane invece di cadere nel sacco gli battè sulla testa. (PASQUALIGO. Racc. Ven.)
Non si vende la pelle prima che s’ammazzi l’orso. Non d’onde sei, ma d’onde pasci.
Non giudicar la nave stando in terra.
Non giudicar l’uomo nel vino, senza gustarne sera e mattina.
Non giudicar le passioni se tu non le hai provate.
Novelle di Banchi (o di mercato), promesse di fuorusciti, favole di commedianti.
Quanto credibili ognun  sa. Banchi era  la  via  più frequentata  di Roma,  ed  il ritrovo  dei novellisti.
Ogni cosa che senti non è suono — ma
La campana non suona se qualcosa non  c’è.
Se un romore nasce, un qualche motivo ve n’è sempre.


Ogni stadera ha il suo contrappeso.
Pallidezza nel nocchiero, di burrasca segno vero. Quando l’oste è sull’uscio, l’osteria è vuota.
Quando passano i Canonici, la processione è finita. Sacco legato fu mal giudicato.
È risposta  delle donne gravide a  chi promette loro  maschio o   femmina.
Sempre si dice più che non è. Tale è il fiore, qual è il colore.
Tre cose son facili a credere, uomo morto, donna gravida e nave rotta. Val più  un testimone di vista che  mille d’udita  —   e
Aver sentito dire è mezza   bugia.
Perchè di cosa sentita dire non si è mai certi: con questa regola i giornalisti starebbero freschi.
Vedendo uno, il conosci  mezzo; e  sentendolo parlare, il conosci  tutto  —  e
Apri bocca, e fa ch’io ti conosca — e
Non ti maneggio, se non ti pratico.

Regole del Trattare e del Conversare.

 

A caval donato non gli si guarda in  bocca.
Si quis dat mannos, ne quaere in dentibus annos.
Ambasciatore non porta pena.
(Vedi  Illustrazione XXVI.)
A star troppo con la gente se gli viene a noia — e
Si sta più amici a stare un po’ lontani. A tavola e a tavolino si conosce la gente.
Cioè, a desinare ed al gioco si conosce quel ch’uno è in conversazione, che non è poi tutto  l’uomo.
Bisogna fare il muso secondo la  luna.
Trattare, comportarsi a seconda delle circostanze.
Burlando si dice il vero — e
Non v’è peggior burla che la   vera.
In burla diciamo cose che dette sul serio male sarebbero tollerate.
Cani e villani lascian sempre l’uscio aperto.
Per ischerzo s’aggiungeva: e nobili Veneziani. In Francia: e Italiani; i quali vuol dire o che non hanno freddo o che non si guardano.
Chi ben non usa cortesia, la guasta.
Chi canta a tavola e a letto, è matto perfetto. Chi dà spesa, non dia  disagio.
Si usa dire a chi è convitato a casa altrui, perchè non si faccia    aspettare.
Chi dona il dono, il donator disprezza. Chi ha creanza, se la passa   bene,
Chi non ne ha, se la passa meglio.
A  modo  di scherzo.
Chi non rispetta, non è rispettato. Chi non si ricorda spesso discorda.
Chi parla per udita, aspetti la mentita.
Chi scrive a chi non risponde, o è matto o ha bisogno. Chi si scusa senz’essere  accusato,
Fa chiaro il suo peccato.
Chi sta discosto, non vuol giostrare.
Chi sta a sè non vuole  dimestichezza.
Chi sta in ascolterìa, sente cose che non  vorrìa.
Chi tace acconsente; e chi non parla, non dice niente. Chi va alle nozze e non è invitato,
Ben gli sta se n’è cacciato (o torna a casa sconsolato). Dare che non dolga, dire che non dispiaccia — e


Non dar che dolga, e non ischerzar sul vero. Dimmi  quel  ch’io  non  so,  e  non  quel  ch’io  so. Di quel che non ti cale, non dir nè ben nè male.     È meglio esser cortese morto che villan   vivo.
È più caro un no grazioso che un dispettoso. Gioco di mano, gioco di villano — e
Il giocar di mani dispiace fino a’ cani  —   e
Tasto di mano, sta lontano. Guardati da chi ride e guarda in  là.
Ch’è atto di beffa —  e
Da quei tai che non ridon mai, Sta’ lontan come da’ guai.
I misantropi, i taciturni sono stimati uomini di cattivo augurio e di carattere nocivo.
Guardati in tua vita, di non dare a niun mentita —   e
La mentita non vuol rispetto. Il dire fa dire — e
Una parola tira l’altra.
Il discorrere fa discorrere: ma più sovente quest’ultimo suole accennare al provocarsi con lo scambio di parole che offendano, e nelle quali andando innanzi vien sempre fatto di rincarare.
Il domandare è lecito, il rispondere è cortesia —   ma
Cortesia schietta, domanda non  aspetta.
Il tacere è rispondere a chi parla senza ragione    — ma
Molto vale e poco  costa,
A mal parlar buona risposta. In casa d’altri loda tutti
Fino i figli cattivi o brutti, Fino al gatto che ti sgraffigna Fino al can che ti mordigna.
(Raccolta Lombarda.)
In chiesa e in mercato, ognuno è licenziato.
Sono luoghi d’eguaglianza: s’arriva e si parte senza bisogno di salutare nessuno. Ed  anche:
In chiesa nè in mercato non andar mai  accompagnato.
In chiesa per starci quanto ci pare, in mercato per comprare a piacimento.
I paragoni son tutti odiosi.
Cioè, i paragoni tra uomo e uomo, e peggio tra donna e donna.
La burla non è bella, se la non è fatta a tempo — ma
Burla con danno, non finisce l’anno. La carta non doventa rossa.
Negli affari scabrosi, quando la parola offende, scrivere è miglior partito. Anche si dice del chiedere, al che uno s’arrischia meglio per lettera.
La parola non è mal detta, se non è mal presa. La ragione vuol l’esempio.
Pochi hanno voglia o capacità di tener dietro a un ragionamento; ma gli esempi sono figure che saltano subito agli occhi di tutti, e s’imprimono poi nell’animo perchè vi destano un affetto.
L’aspettare rincresce —  e
Ogni ora par mille a chi  aspetta.
Le buone parole ungono, e le cattive pungono. Le lettere non ridono.
Cioè, delle parole scritte si valuta più il peso che il tono.
Le licenze son cento, e l’ultima è Vatti con Dio —  e
Si dà licenza in più  modi.
A disfarsi d’uno, più modi si hanno: o spiattellargli la cosa chiara, o fargli mal nel viso, o adoperare perch’egli di te si   disgusti.
Lo sciocco parla col dito.
Meglio è non dire, che cominciare e non finire.
Nè occhi in lettere, nè mani in tasca, nè orecchi in segreti d’altri. Nè in tavola nè in letto si porta rispetto.
Son bisogni della vita, non si fa complimenti.


Non domandare all’oste se ha buon vino. Non metter bocca dove non ti tocca.
Non nominare la fune in casa dell’impiccato.
E parimente:
Rammentare il boia, rammenta la fune. Non rammentar la croce al diavolo.
Non si rammentano i morti a tavola. Ogni bel gioco dura un poco — e
Scherzo lungo non fu mai buono. Ogni parola non vuol risposta — e
Non bisogna ripescare tutte le secchie che cascano  —     e
Non si vuol pigliare tutte le mosche che volano.
Contro coloro che fanno caso d’ogni minima contrarietà, d’ogni parola a traverso.
Ogni vero non è ben detto.
Onestà di bocca assai vale e poco costa — e Onor di bocca assai giova e poco costa — e A parole lorde, orecchie  sorde.
Perchè
Le parole disoneste, vanno attorno come la peste. Onestà sta bene anche in  chiasso.
Parole di bocca e pietra gettata, Chi le ricoglie perde la giornata.
Parole di complimento non obbligano. Per un bel detto si perde un amico —    e
I bei detti piacciono, ma non chi gli dice.
Intende le spiritosaggini, gli epigrammi, i motti che fanno ridere a spese altrui; ma ironicamente dicesi:
Meglio perder l’amico che un bel   detto.
Per un brutto viso, si perde una buona  compagnia.
Per uno sgarbo.
Più vale l’ultimo che il primo   viso.
Più conto si tiene della  cera  che ti fa  l’amico alla  partita, che di quella  che ti    fa  all’arrivo.
Prima di domandare, pensa alla risposta — e
Chi domanda ciò che non dovrebbe, Ode quel che non vorrebbe.
Quel che tu vuoi dire in fine, dillo da principio.
A chi va troppo per le lunghe, a chi ti mena a cavallo, come non voleva madonna  Oretta.
Salutare è cortesia, rendere il saluto è obbligo.
(Vedi  Illustrazione XXVII.)
Sotto nome di baia cade un buon pensiero. Tanto è dir pietra in uscio, come uscio in pietra.
«Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir d’amour; (e per variare la frase): D’amour vos beaux    yeux me font mourir, belle marquise, ec. (Lezione d’un maestro di rettorica). (MOLIÈRE.)
Una berretta manco o più, è un quattrino di carta l’anno, Poco ti costano, e amici ti fanno.
Cavar di berretta e scriver lettere, mantengono quelle relazioni di urbanità che si chiamano amicizie.
Una parola imbratta il foglio. Una cortesia è un fiore — e
Cortesia di bocca, mano al cappello, Poco costa ed è buono e bello.
Zucchero non guastò mai vivanda — e
Zucchero e acqua rosa, non guastò mai alcuna   cosa.
Accennano a quella dolcezza di modi la quale esprime bontà vera; ma de’ piaggiatori, degli sdolcinati, de’ melliflui si dice al contrario:
Il troppo zucchero guasta le vivande —   e
Il troppo dolce stomaca.


Religione.

A chi ben crede, Dio provvede. A chi crede non duole la morte.
A chi è in disgrazia di Dio, le capre il cozzano (ovvero rompe il collo per una pagliucola).
E al contrario:
Quando Dio aiuta, ogni cosa  riesce.
Al  ben  far non  far dimora, perchè  presto  passa l’ora. Ama Dio, e non fallire; fa del bene e lascia dire    — ovvero
Ama Dio di cuore, e lascia dir chi  vuole.
Lasciar dire chi vuole senza il pensiero di Dio sarebbe cosa molto pericolosa, perchè sarebbe fare a suo modo senza norma che diriga o che assolva la volontà.
A quel che vien di sopra non è riparo    — e
Contro Dio non è consiglio  —  e
Dove Dio pon la mano, ogni pensiero è vano — e
Quel ch’è disposto in cielo convien che sia. A tempo viene quel che Dio manda.
Beato quel corpo, che per l’anima lavora. Bisogna volere quel che Dio vuole.
Fare a’ cozzi con la necessità ch’è legge di  Dio,  è  il  pessimo  tra’  perditempi;  uniformarvisi  con  la volontà  rallegra  la vita.
Chi  contro Dio gitta pietra, in capo  gli torna  —  e
Chi sputa in su, lo sputo gli torna sul viso.   Chi crede d’ingannare Iddio, inganna se  stesso.
Chi digiuna e altro ben non fa, avanza il pane, e a casa il diavol va —   e
Chi digiuna, è buono; e chi perdona, è migliore. Chi fugge il peccato, cerca  Dio.
Chi invecchia ne’ peccati, non si cura del Paradiso. Chi mira Dio presente, dalla colpa sta  lontano.
Chi non arderà di qua, arderà di là.    Chi non crede in Dio, crede nel diavolo. Chi non digiuna la vigilia di  Natale,
Corpo di lupo e anima di cane — e
Per la vigilia di Natale digiunano anche gli uccelli senza becco — e
Quando il cielo è stellato, il digiuno è terminato. Chi per altri ôra, per se lavora.
Chi perde la fede, nessuno gli crede. Chi sa senza Cristo non sa nulla —   e
Chi vuol sapere, sappia Cristo.  Chi serve Dio ha buon padrone — e
Chi sta con Dio non gli manca pane —  e
Chi sta con Dio, Dio sta con lui. Chi vuol Cristo, se lo  preghi.
Necessità della preghiera, o dell’opera, che è preghiera — e
Chi vuol contento il core ami il suo Creatore.
Confessione senza dolore, amico senza fede, orazione senza intenzione, è fatica perduta. Con gallo e senza gallo, Dio fa giorno.
Con la fatica delle feste il diavolo ci si veste. Da Dio il bene, e dalle pecchie il miele.
Dal tetto in su, nessuno sa quanto ci sia. Dio accetta il buon cuore.
Dio guarda il cuore. Dio non ha padrone.
Dio non mangia, nè beve, ma giudica ciò che  vede.
Dio promette il perdono a chi si pente, non promette il domani a chi l’offende.


Dio ragguaglia il tutto. Dio sa quel che fa — e
Quel che Dio fa, è ben fatto. Dio solo non può fallire.
Dio vuole il cuore e lo vuole tutto intero. Domeneddio non ha da far debiti per comprar noi. D’ora in ora, Dio  ci  migliora.
Dove non è pietà non può star felicità. Dove sta Dio sta ogni cosa.
È meglio quel che Dio manda, che quel che l’uom dimanda. È meglio ubbidire che santificare — e
Chi ubbidisce santifica — e
L’ubbidienza è santa.
È una bella scienza quella de’ Santi di Cristo. Gesù piglia tutti.
...la bontà infinita ha sì gran braccia.
Che prende ciò che si rivolge a lei.    (DANTE.)
Il giudizio di lassù non la sbaglia  mai.
Il mondo non tien conto con niuno, ma Dio tien conto con tutti. Il sapone lava le mani a chi lo adopera.
Dicesi della preghiera che giova a chi la fa (Prov.   Ven.)
In Paradiso non ci si va in carrozza — e
Non ci sono ventagli   nell’Inferno.
Nè bene qualunque si può acquistare senza fatica. Innanzi alla virtù Dio ha posto il sudore: lo disse anche Esiodo.
I veri predicatori danno frutti e non   fiori.
La benedizione di Dio è quella che fa bollire la pentola. La breve orazione è quella che sale al    cielo.
La preghiera dovrebb’essere la chiave del giorno e la serratura della notte. La Provvidenza, quel che toglie rende.
L’eternità non fa i capelli   grigi.
Martello d’oro non rompe le porte del cielo —  e
Bisogna aver buona chiave per entrare in Paradiso.
Cioè, bisogna avere delle virtù che sono la buona chiave del Paradiso.
Messa nè  biada non  allunga strada. Nell’altra vita si vive senza pericolo della vita. Non bisogna entrare in Sagrestia.
Non si dee parlare a caso di cose sacre, nè porvi mani profane.
Non bisogna tentar Dio.
Non è buon cristiano, chi non è stato buon  ebreo.
D’un ebreo fatto cristiano, che sia stato sempre cattivo.
Non fare scrupolo dove non è peccato. Non sa il tempo se non chi lo fece.
Non si comincia ben se non dal cielo.
Non si fa cosa in terra che prima non sia scritta in cielo. Non si muove foglia, che Dio non voglia.
Non si porta seco all’altro mondo se non il bene che s’è fatto. Non ti lasciar condurre al passo estremo,
Che molti n’ha ingannati il Benfaremo.
Prima, era ogni cosa di Dio. Quando tu senti nominar Maria,
Non domandare se vigilia sia.
Quel che non si conviene, da Dio mai non s’ottiene. Roba di campana, se fiorisce, non  grana.
Roba acquistata a danno della  Chiesa.
Scherza co’ fanti e lascia stare i  Santi.


Fanti per parlanti, dal latino fari, come l’usò l’Alighieri: ed anche Omero distingue gli uomini  con l’aggiunto di parlanti, che aveva presentito nella parola essere l’uomo. Ma bene ha notato il sig. Pasqualigo che fanti può anche intendersi per la minutaglia. (vol. III, pag. 36.)
Se dal ciel vuoi parte, bisogna affaticarte, e il mal lasciar da parte. Sopra il sal non è sapore, sopra Dio non è  signore.
Terra innanzi, e terra poi.
Tosto viene quel che Dio manda. Tutti siam di creta, e Dio il vasellaio.
Val più una messa in vita che cento in  morte.
E trovasi anche:
Cita cita, chi vuol del ben sel faccia in vita. Vera felicità, senza Dio non si  dà.

Riflessioni, Ponderatezza, Tempo.

 

Adagio a’ ma’ passi —   e
A’ cattivi passi, onora il compagno.
Cioè, fallo andare innanzi, e sta a vedere come n’esce: prudenza comoda; e ve n’è assai tra questi Proverbi. Vedi in Fedro la favola della volpe e del lupo.
Alla prima non s’indovina.
All’entrar ci vuol disegno, all’uscir danari o pegno. Al pan si guarda prima che s’inforni.
A ogni passo nasce un pensiero.  A penna a penna si pela l’oca — e
A uno a uno si fanno le fusa. Bisogna prima pensare e poi fare — e
Bisogna pensare un pezzo a quello che s’ha a fare una volta sola. Chi non pensa prima, sospira  dopo.
Chi all’uscir di casa pensa quello che ha da fare, quando torna ha finito l’opera. Chi aspettar puole, ha ciò che  vuole.
Chi a tempo vuol mangiare, innanzi gli convien pensare — e
Chi non vi pensa, non mangia —  e
Chi vuol moglie a pasqua, la quaresima se  l’accatti.
Bisogna pensare alle cose avanti.
Chi coglie il frutto acerbo si pente d’averlo guasto. Chi corre, non può fermarsi per l’appunto dove vuole. Chi fa in fretta, ha disdetta —  e
Chi falla in fretta, piange adagio — e
Chi erra in fretta, a bell’agio si pente  —    e
Il pentirsi è una   morte.
Chi fa bene  quel che  ha da fare  non è  mai tardi  —  e
Chi fa bene, fa presto — e
Troppo sta, chi non fa bene. Chi ha fretta, indugi — e
Se tu hai fretta, siedi.
«Adagio, perchè ho fretta;» diceva  colui.
Chi ha tempo, ha vita.
Chi ha un’ora di tempo non muore impiccato — e
Si dà tempo tre dì a uno che s’abbia ad impiccare. Chi non dubita di nulla, non sa mai nulla —   e
Chi non sa non dubita, e chi non dubita non   intende.
Nasce a guisa di rampollo.
A piè del vero il Dubbio; ed è    natura
Che al sommo spinge noi di collo in    collo (DANTE.)
Chi non pesa, non porta bene.


Chi pensa innanzi tratto, gran savio vien tenuto: Poco vale il pensare, se il male è intravenuto.
Francesco da Barberino dipinge la Prudenza a questo modo: Magra è per lo  pensiero;
E siede, perchè il vero A veder è più lieve, Pensando quanto deve.
Chi può andar di passo per l’asciutto, non trotti per il fango. Chi taglia, taglia; e chi cuce,   ragguaglia.
Detto contro gli acciarponi o ciarponi che fanno le cose a caso.
Chi va piano, va sano.
Aggiungesi anche:
E va lontano.
(Vedi Illustrazione XXVIII) — e
Chi va forte, va alla morte.
(COLETTI.)
Col tempo e colla paglia, si maturan le  sorbe.
V’è  chi  aggiunsevi posteriormente:
E la canaglia — e
Non vi sono frutti sì duri, che il tempo non maturi. Comincia, chè Dio provvede al resto.
Consiglio veloce, pentimento tardo  —  e
Chi tosto si risolve, tardi si pente. Cosa non pensata, non vuol fretta — e
Chi presto crede ben non vede. Dai tempo al tempo —  e
Col tempo una foglia di gelso divien seta. Del senno di poi ne son piene le fosse    — e
De’ secondi consigli son piene le case; e de’ primi ve n’è carestia. Di un gran cuore è il soffrire, e di un gran senno è  l’udire.
Dove non vedi, non ci metter le mani. Guardati dall’imbarcare.
Cioè, dall’imbarcarti, dall’entrare in ballo, dall’imprendere.
Guardati dal Noncipensai — e
Brutta cosa dire: non la  pensai.
Il ben detto è presto detto — ovvero
Presto è detto quel che è ben detto —   e
Le cose non son mal dette quando non sono mal pensate.
Cui lecta potenter erit res
Nec facundia deseret hunc, nec lucidus ordo. (ORAZIO,    Poet.)
Il mondo non fu fatto in un giorno —    o
Roma non fu fatta in un giorno. Il tempo dà consiglio.
Il tempo è buon amico —   e
Il tempo viene per chi lo sa aspettare —    e
Il tempo non viene mai per chi non l’aspetta.  In poche ore (o in un’ora) Iddio  lavora.
Ma  gli uomini hanno  bisogno  del tempo.
I secondi pensieri sono i   migliori.
I  terzi,  i quarti danno  sovente  nel falso.
La fretta fa romper la pentola —   e
La gatta frettolosa fece i gattini ciechi —    e
Non far nulla in fretta se non che pigliar le pulci.  La  furia  vuol l’agio.
La più lunga strada è la più prossima a casa —   e
Strada buona non fu mai lunga. Mal pensa, chi non contropensa. Misura tre volte, e taglia una.


Molto tardare, chi vuole assai acquistare — e
Piuttosto moro che mandorlo.
Cioè, è buona cosa quando gli uomini si risolvono tardi.
Nei pericoli con giudizio, al rimedio col tempo. Non fu mai frettoloso che non fosse pazzo.
Non pesa bene, chi non contrappesa. Pensa molto, parla poco, e scrivi meno. Pensa oggi e parla domani.
Pensarci avanti, per non pentirsi poi.
Perchè:
Di cosa fatta male, il ripentir non vale  —    e
Di tutto quello che vuoi fare e dire, pensa prima ciò che ne può seguire.
Ma:
A pensar troppo non si fa nulla. Piano piano si va lontano — e
A passo a passo (o un passo dopo l’altro) si va a Roma. Piano, si lavora bene.
Presto e bene non stanno insieme. Prima consigliati, e poi fai.
Disse un altro dottor che innanzi al fatto Debbe andare il consiglio... (Orl. Inn.)
Quando pigli un’impresa pensa prima alla spesa. Rivedi quello che sai.
Rivedere si dice propriamente d’uno scritto, d’un     conto.
Tristo a quel consiglio che non ha sconsiglio.
(Vedi Temerità.)

Risolutezza, Sollecitudine, Cogliere le  occasioni.

 

A chi vuole non mancan modi. A tela ordita Dio manda il filo.
Ben diremo, ben faremo; mal va la barca senza remo.
Bisogna che la lettera aspetti il messo, non il messo la lettera — e
Lettera fatta, fante aspetta.
Fa che l’occasione, quando viene, trovi le cose bene allestite. Fante  servo, messo, portalettere, procaccino.
Chi è primo al mulino, primo macini — e Chi prima arriva, prima macina — e Beati i primi!
Chi guarda a ogni penna, non fa mai letto —  e
Chi guarda a ogni nuvolo, non fa mai  viaggio.
Chi tien dietro a tutte le minuzie, perde il modo di trattare le cose  in  grande.  A  questo  proverbio guardino gli amministratori degli Stati, i padri di famiglia, tutti quelli che si occupano di una faccenda rilevante. Tacito dice d’Agricola quand’era alla testa della spedizione in Britannia: «volle tutto sapere, non tutto punire.»
Chi ha tempo, non aspetti tempo — e
Chi tempo ha e tempo aspetta, tempo perde — e
Chi in tempo tiene, col tempo s’attiene. Chi non comincia, non finisce —  e
Chi  ben  comincia è  alla metà dell’opra  — e
Tutto sta nel cominciare  —  e
Chi ha la prima, non va senza —  e
Chi prima rileva, non va  senza.
Diceva: udito i’  ho dir sempre  mai
Che chi primo rileva non va senza. (BERNI, Orlando   Inn.)
Chi non dà fine al pensare, non dà principio al  fare.


Chi non fa prima, fa dopo.
Chi non fa quando può, non fa quando  vuole.
Chi non vuol quando può, non può quando vuole —  e
Chi tardi vuol, non vuole.
Chi non sollecita, perde l’occasione — e
Bisogna macinare finchè piove (o quando piove) —   e
Batti il chiodo quando è caldo —  ovvero
Il ferro va battuto quando è caldo.
Su, disse Astolfo, che si fa qui  ora?
Batter si vuole il ferro mentre è caldo. (BERNI, Orl. Innamor.)
Chi piange il morto, indarno s’affatica.
Cioè, chi si duole di cosa irreparabile — e Dove non è rimedio, il pianto è vano — e Dopo morte non val medicina —   e
A naso tagliato non bisognano occhiali — e
A causa perduta, parole assai — e
A danno fatto, guado  chiuso.
Cioè, il guado, il varco al rimedio —    e
Il sospirar non vale.
Il Boccaccio ha: «fare come il villan  matto, che  dopo il danno fe’  patto.» Il che a modo proverbiale si     dice: Serrar la stalla quando sono scappati i buoi.
Chi può guazzar l’acqua, non vada al  ponte.
Chi può far da sè, del suo, con le proprie forze, non cerchi  ammennicoli.
Chi tardi arriva, male alloggia —    e
Capra zoppa non  soggiorna all’ombra  —  e
L’ultima pecora piscia nel secchiello.
Perchè lo trova già vuotato dalle   altre.
Chi tardi fa i suoi lavori, tardi raccoglie i suoi licori. Chi teme il dire, di far non ha  ardire.
Chi teme il biasimo.
Chi troppo pensa, nulla fa — e
Chi pensa, è ripentito.
Che si può intendere in bene e in male. — Ma  correggendo  insieme  gli  eccessi  opposti,  un  solo proverbio dice:
Chi troppo pensa, perde la memoria; E chi non pensa, perde la vittoria.
Chi troppo s’assottiglia, si scavezza.
Chi troppo sofistica, non conclude e non conduce niente a fine —  e
La troppa gran diligenza spesso diviene negligenza. Come la cosa indugia, piglia vizio.
Cosa fatta, capo ha.
(Vedi  Illustrazione XXIX.)
Di buone volontà è pien l’inferno.
I Francesi; l’enfer est pavé de bonnes intentions e
Il voto senza l’opra non basta.
È meglio un uccello in gabbia che cento per aria — e
Un uccello in mano ne val due nel bosco — e
Val più squincione in man che tordo in  frasca.
Squincione si chiama il filunguello o fringuello, da un verso  che  fa  nel  cantare,  squin  squin:  ma  in alcuni luoghi ho udito pronunziare  spincione.   (G.)
Dicesi pure:
Meglio un ovo oggi che una gallina domani — e
Meglio avere in borsa che stare a speranza.
E trovasi anche, ma forse non è  toscano:
Piuttosto in man che in diman.
È meglio fare una cosa che desiderarla fatta. È meglio un presente che due futuri — e
È meglio un papa vivo che dieci morti.


Risposta di non so quale nipote di papa a  un discendente dagli antichi Conti Tuscolani,  dei quali  furono molti papi.
Fare oggi quel che s’ha a far domani. Il caso non riceve consiglio.
Cioè, la cosa  inopinata.
Il dente va cavato quando duole.
D’un affare spinoso bisogna uscire subito.
Il maggior disagio per i barberi è star sulle  mosse.  Il mondo è di chi se lo piglia —   e
Di questo mondo ciascuno n’ha quanto se ne toglie.    Il mondo è de’ solleciti (ovvero degli impronti).
Nel che lodando sino al vizio, si giunge a dire:
Chi ha poca vergogna, tutto il mondo è suo. Il passo più difficile è quello dell’uscio.
Tanto per entrare in un’impresa come per uscirne. In Siena con un modo più  spiccio:
Il peggior passo è quel dell’uscio.
Il peggio partito è quello di non averne nessuno.  Il tempo buono viene una volta    sola.
Cioè, bisogna coglierlo e usarlo.
Infin che il vento è in poppa, bisogna saper navigare. In nave persa tutti son piloti.
Mala parola il Non tocca a me, ch’è vizio   toscano.
In un’ora nasce il fungo.
La festa va fatta il giorno che corre (ovvero che cade) —   e
Chi non fa la festa quando viene, non la fa poi bene. La fortuna non vuol fare anticamera — e
La fortuna (o l’occasione) ha i capelli    dinanzi.
Quando è passata non l’acchiappi  più.
L’avaro buono è l’avaro del tempo. Le cose lunghe diventan serpi.
L’occasione fa la barba di stoppa alle persone.
Gli canzona poi, se l’hanno lasciata  scappare.
L’ore non sono legate co’ bastoni. Mal chi va, peggio chi rimane  —   e
Meglio essere a Roma senza padrone, che per la strada senza quattrini.
Somiglia a quello del Boccaccio: «Meglio è fare e pentére, che starsi e pentérsi.»
Mentre il cane si gratta, la lepre va via — ovvero Mentre il cane piscia, la lepre se ne va — e Mentre  il  lupo  caca,  la pecora scappa.
Mentre l’erba cresce, muore il cavallo.
Dicesi anche di promessa a tempo lungo, tanto che possa riuscire  inutile.
Nè alla messa nè al mulino non aspettare il tuo vicino. Non bisogna dormire tutti i suoi sonni.
Non bisogna ristare per le passere di seminar paníco.
Ognuno faccia quello ch’è debito e che è buono per se stesso, nè si ritragga pel timore che altri sopravvenga, e glielo guasti.
Non c’è cosa che si vendichi più che il tempo. Non ha il palio se non chi corre.
Non lasciar per un poco di fare un bel mazzo. Pazzo chi perde il volo per lo   sbalzo.
Pigliar vantaggio, cosa da saggio.
Parendogli che fosse opra da saggio
Pigliare il trotto innanzi e l’avvantaggio. (BERNI, Orlando  Inn.)
Preso il partito, cessato l’affanno. Quando è tempo è tempo.
Cogliere le opportunità, e a quelle servire.

Sapere, Ignoranza.

A chi sa non manca nulla —  e
Dal sapere vien l’avere —  e
L’ignoranza è madre della miseria. All’asino  non istà bene la sella  —  e
Chi mette all’asino la sella, la cigna va per  terra.
Pon la briglia al somar, pongli la sella; Che s’egli merta titol di corsiero,
Ben  lo vedrai correndo alla girella.  (CAPORALI.)
All’uomo grosso dàgli del   macco.
Gli uomini di grossa pasta hanno bisogno che le cose sieno loro spiattellate grossolanamente e non   con molta sottigliezza. E si dice anche:
La treggèa non è da porci —   e
L’orzo non è fatto per gli   asini.
Chi acquista sapere, acquista dolere — ovvero Chi aggiunge sapere, aggiunge dolere — e Chi men sa, men si  duole.
Perchè
La candela alluma, e sè stessa consuma —  e
Il non saper nulla è dolce vita. Chi asin nasce, asin muore —  e
Chi di venti non n’ha, di trenta non n’aspetti —  e
Chi di venti non è, di trenta non sa, e di quaranta non ha, nè mai sarà, nè mai saprà,      nè mai avrà — e
L’asino che non ha fatto la coda in trent’anni, non la farà mai più. Chi di scenza è amatore a lungo andare avrà onore — e
Chi di scenza è amatore, di essa è già professore. Chi fa quel che sa, più non gli è   richiesto.
Chi ha spirito di poesia, merita ogni compagnia.
Gli improvvisatori sono graditi sempre al nostro popolo, il quale ama  il pensiero condensato in  poesia,    ed  è  capace d’intenderlo.
Chi lava il capo all’asino, perde il ranno e il sapone. Chi male intende, peggio risponde.
Chi non sa fare lasci stare — o
Chi non sa fare lasci fare, o lasci fare altri o se ne stia. Chi non sa l’arte, serri la  bottega.
Chi non sa niente, non è buono a niente. Chi più capisce, più patisce.
Sentito dire da un facchino ubriaco che andava barcollando per le strade.
Chi sa, è padrone degli altri — e
La gamba fa quello che vuole il ginocchio.
Intendere è potere, scriveva Bacone.
Chi sa ha dieci occhi, chi non sa è cieco   affatto.
Chi studia molto, impara poco; chi studia poco impara nulla —  e
Presto imparato, presto dimenticato.
Gli studi non vogliono essere frettolosi nè abborracciati; e i metodi sbrigativi giovano al maestro più che al discepolo: le temps ne fait rien à l’affaire, disse questa volta molto bene Gian Giac. Rousseau.


Chi troppo sa, poco sa — e
Per troppo sapere, l’uomo la sbaglia — e
Dio ci guardi da error di savio.
Sono creduti ed hanno seguito — e Chi troppo studia matto diventa, Chi niente studia mangia  polenta.
Com’asino sape, così minuzza rape.
(Vedi  Illustrazione XXX.)
Dall’asino non cercar lana.
Da San Luca a Natale, tutti studiano uguale, da carnevale a Pasqua, chi studia e chi studiacchia (o chi studia e chi lascia).
È proverbio che corre nelle Università.
È asino di natura, chi non sa leggere la sua scrittura. È bene sapere un po’ di tutto.
È meglio esser mendicante che ignorante. È meglio non nato che non insegnato — e
Ogni  ignorante  è cattivo.
È meglio un garofano che un gambo di pera  —    e
Val più un grano di pepe, che uno stronzolo d’asino.    È meglio un libro corretto che   bello.
Fra tanti muli può stare un  asino.
Certamente era a Firenze istorico questo detto che il Serdonati registra.
Il cieco non giudichi dei colori.
Il re non letterato è un asin coronato.  Il sapere è  il bastone  della vita.
Il sapere ha un piede in terra e l’altro in mare.
Si appoggi sul vero, sul fermo, sul sodo, perchè l’un piede è spesso in  falso.
Il savio non è  mai  solo.
Numquam minus solus quam cum solus; diceva il maggiore Affricano di sè stesso.
Impara  l’arte  e  mettila da parte.
A Dionigi di Siracusa ed a Luigi Filippo di Francia tornò conto saper fare da maestro di  scuola.
In terra di ciechi chi ha un occhio è  signore.
In latino: Beati monoculi in terra  caecorum.
I pazzi per lettere, sono i maggiori   pazzi.
E certamente i più malefici.
La libreria non fa l’uomo dotto.
Infelice Bietolone,
Che ti giova esser sì dotto, Se le scienze t’han ridotto, A  passar per  un c...?
La  maraviglia,  dell’ignoranza  è figlia.
«E madre del saper;» aggiunge bene il Metastasio. La merda dell’oca brucia il suolo delle scarpe. La scienza è  follìa, se  senno non la   governa.
Leggere e non intendere, è come cacciare e non prendere. Lettera e lettiera non si confanno insieme.
Lettiera, dove si poltrisce.
L’opera loda il  maestro.
Molti ingegni fa restare gelosia   dell’insegnare.
Purchè abbia il maestro di che essere geloso, caso in oggi non troppo frequente.
Molti vanno a studio Messeri, e tornano a casa  Seri.
Messere, titolo ch’era dei dottori e de’ cavalieri; Sere, dei notaiuzzi, ec., e spesso usato in dileggio — e
Molti vanno a studio vitelli, e tornano a casa buoi — e
Meglio esser dotto che dottore. Non c’è avere che vaglia sapere — e
Ricchezze senza lettere, sono un corpo senz’anima. Non tutti quelli che hanno lettere, son savi — o
Non tutti quelli che leggono, intendono.


Non v’è maggior ladro d’un cattivo   libro.
Perchè ruba le due migliori proprietà dell’uomo, il tempo ed il senno — e Un cattivo libro è anche  più cattivo perchè  non si  può pentire. Un cattivo libro ha il peggio di non potersi pentire.
Ogni bue non sa di lettere.
Pazzo per natura, savio per iscrittura.
(Vedi  Illustrazione XXXI.)
Quando non sai, frequenta in dimandare. Raglio d’asino non arrivò mai in cielo.
Sapienza occulta, tesoro riposto. Tutti non possono esser dottori — e
Se tutti gli uomini fossero dotti, finirebbe il mondo. Un asino gratta l’altro —  ovvero
Un asino trova sempre un altr’asino che lo ammira.
Agli ignoranti che si lodano scambievolmente.
Val più un’ape che cento  mosche.
Val più un asino vivo che un dottore morto.
Lo fanno dire a chi non vuole ammazzarsi con lo studio.
Val più un colpo del maestro che cento del manovale.

Saviezza, Mattia.

 

A consiglio di matto, campana di legno.
Col matto bisogna adoperare il bastone per levarselo dinanzi, e non si dee porgergli gli orecchi, intesi per la campana. (SERDONATI.)
Ai pazzi e a’ fanciulli non si vuol prometter nulla. Alle barbe de’ pazzi, il barbiere impara a radere. Allo scapestrato mai li manca un cencio.
Al savio poche parole bastano.
Intelligenti pauca.
Alza il matto, e fal salire.
Perchè si scopra la sua mattia — e
Loda il matto e fal saltare; se non è matto, il farai doventare. Basta un matto per  casa.
Bisogna che il savio porti il pazzo in ispalla — e
Chi ha più giudizio, più  n’adoperi.
E anche solamente:
Chi più n’ha, più n’adopri.
Chi fugge un matto, ha fatto buona giornata. Chi nasce matto non guarisce mai.
Chi si governa da pazzo, da savio si  duole.
Chi usa i matti alle persiche, ci corrono colle pertiche.
Chi avvezza gli scioperati a cosa che gli alletti, gli trova indiscreti  nell’usarla; come chi invitato  a  coglier pesche da un albero, andasse invece con la pertica a buttarle  giù.
Commetti al savio, e lascia fare a lui. Con i pazzi poco si guadagna.
Dio aiuta i fanciulli e i pazzi.
E anche:
I bambini e i pazzi non si fanno mai male — perchè
I matti e i fanciulli hanno un angelo dalla loro. Dio dà il giudizio, e poi dice adopralo.
D’un matto piangi, e d’un briaco  ridi.
E’ vi  sono  de’ matti  savi, e  de’ savi matti.
Dei quali ultimi si dice:
Savio a credenza, e matto a  contanti.


Gli stolti non hanno mezzo.
Gli uomini savi fanno le savie cose.
Il giudizio non si vende a braccia —    e
Del giudizio non ne vendono gli speziali. Il matto non crede s’ei non   riceve.
I matti mordono, e i savi se n’accorgono. I pazzi crescono senza innaffiarli.
I pazzi e i fanciulli posson dire quello che vogliono    — e
Pazzi e buffoni hanno pari libertà. La mattia torna in capo al  matto.
La roba de’ matti è la prima a andarsene.
Metti il matto da sè (o da per sè), diventerà    savio.
Di qui le celle pe’ carcerati.
Metti il matto in banca, o e’ mena i piedi o e’ canta. Niuno è savio  d’ogni tempo.
Non è sempre savio chi non sa esser qualche volta pazzo.
Dulce est desipere in loco. (ORAZIO.)
Non mettere il rasoio in mano ad un pazzo. Non perde il cervello se non chi    l’ha.
Non tutti i matti stanno allo spedale. Ognuno ha opinione, ma non discrezione. Passerà il folle colla sua follia,
E passa il tempo, ma non tuttavia. Quando matto vuole, matto non può.
Se i matti non matteggiano, perdono la stagione. Se i savi non errassero, i matti s’impiccherebbero.
Se la pazzia fosse dolore, in ogni casa si sentirebbe stridere.
Se tutti i pazzi portassero una berretta bianca, si parrebbe un branco d’oche — e
Non sono tutti pazzi quelli che vedi andare in zucca. Sogno di briaco e gravità di pazzo fanno un bel mazzo. Testa di pazzo non incanutisce mai.
Tutti i matti tirano a uno.
Uno vale quanto l’altro, sono tutti d’un calibro.
Un matto ne fa cento.
Un pazzo getta una pietra nel pozzo, che poi ci voglion cento savi a cavarla fuori.
Detto soprattutto degli scandali, degli scompigli.

Schiettezza,  Verità, Bugia.

 

Al bugiardo non è creduto il   vero.
Dai vizii si guadagna anche questo, che spesse volte ce li attribuiscono peggiori del vero, e che l’essere noi riprensibili ci fa anche essere calunniati.
Al confessore, medico e avvocato, non tenere il ver celato.  Al vero corrisponde sempre ogni   cosa.
Bisogna parlare col core in mano.
Bel modo, e significa a core aperto, cioè, quasi offrendolo al compagno tuo perchè egli possa tutto conoscerlo.
Chi burla si confessa.
Spesso dalle parole che ti escono come per burla ed involontarie, la verità trasparisce.
Chi dice il vero non s’affatica. Chi è bugiardo, è ladro.
Chi ha vissuto, chi ha letto, e chi ha veduto Può dire le bugie ed è creduto.
Chi non si mostra com’è, va con inganno —  e
Chi  sempre  mente, vergogna non  sente  — e


La menzogna sempre resta con vergogna. Chi si confessa, è fuor d’obbligo.
Chi si fida in bugia, col ver perisce. Chi teme di dire non è degno di fare. Chi tutto nega, tutto  confessa.
Chi viene senza esser chiamato, non sarà mai buon  testimone.
Perchè si mostra  interessato o almeno   prevenuto.
Consentire è un confessare.
«E però conciossiacosachè consentire è un confessare, villanìa fa chi loda o chi biasima dinanzi al viso alcuno.» (DANTE, Convivio.)
Credesi il falso al verace, negasi il vero al mendace. Dal bugiardo mi guardi Dio,
Perchè non me ne posso guardar io. Fai parlare un bugiardo, e l’hai côlto.
I ghiotti e i bugiardi sono i primi giunti.   Il bugiardo vuole avere buona   memoria.
Varia il bugiardo ed è côlto in fallo, perchè egli parla sempre a comodo della presente utilità: i vizii tutti sono incauti, perocchè l’animo non vi si riposa mai continuatamente, ma tira innanzi a furia di scosse, sempre alterato e quasi convulso.
Il diavolo è padre di   menzogna.
Il male  si  vuol portare in palma di  mano.
Chi vuole aiuto, gli bisogna manifestare tutto il male.
Il mentire non paga gabella. Il vero ha il morbo in casa.
È fuggito come gli appestati — e
Il vero punge, e la bugia unge — e
Di’ il vero a uno, ed è tuo nemico    — e
Il servire acquista amici e il vero nemici —    e
Del vero s’adira l’uomo —  e
Chi dice la verità, è impiccato.
Obsequium amicos, veritas odium parit.  (TERENZIO.)
Il vero non ha risposta.
Perchè non  ben  risposta  al vero dassi.  (ARIOSTO.)
La bugia corre su per il naso di chi la  dice.
Cioè, si vede in faccia:
So ben che mi dirai che non     fu vero,
Ma  la  bugia  ti corre  su pel naso. (MALMANTILE.)
La bugia è madre dell’inganno.
La bugia ha le gambe corte —  ovvero
Le bugie sono zoppe —  e
Dio ti guardi da bugia d’uomo dabbene.
La novella non è bella se non c’è la giuntarella. La verità è figliola del tempo — e
Il tempo scuopre la verità — e
Il tempo è buon testimone. La verità è madre dell’odio. La verità è una sola.
La verità è  verde.
È sempre giovane e piena  di  vita.
La verità ha una gran forza. La verità non è mai troppa.
La verità ha una buona faccia, ma cattivi   abiti.
La verità qualche volta può uscire dalla bocca del diavolo. La verità vien sempre a galla — e
L’olio e la verità tornano alla sommità — e
Il cuore è come il vino, ha il fiore a galla — e
La verità può languire, ma non perire — e


Le bugie non invecchiano.
Le bugie son lo scudo dei dappoco. Mille probabilità non fanno una verità.
Non si può sapere il vero, dal naso alla bocca. Ogni bugiardo si pone in caffo.
Le verità si pareggiano, i veritieri s’accordano, e il bugiardo riman fuori. Ma ecci ognun tanto fatto ribaldo
Che il bugiardo più in caffo non si mette. (Libro   Sonetti)
Parla per natura e non per impostura. Peccato confessato, è mezzo perdonato.
Per amor del non conviene, nasce molto male e poco bene. Qual è il nodo, tal sia il  conio.
Si conosce prima un bugiardo che uno zoppo. Un poco di vero fa creder tutta la bugia.

Simulazione, Ipocrisia.

 

Acqua cheta rovina i ponti.
Nel  Lucchese dicono:
Acqua cheta mena cotani.
Cotano, sasso o ciottolo, da cote, pietra; si dice anche:
Acqua cheta non mena ciocchi; Se gli mena, gli mena grossi — e Acqua cheta vermini mena — e
Acque  quete, fan le cose e  stansi chete  —  e
Dall’acqua cheta mi guardi Dio,
Che dalla corrente mi guarderò io —   e
L’acque chete son quelle che immollano.
Ma quando si dice:
Da fiume ammutito fuggi;
vale più specialmente nel   proprio.
Acqua torbida non fa specchio.
Non traspare.
Alle lacrime di un erede, È ben matto chi ci crede.
Bacchettoni e colli torti, tutti il diavol se li porti; Baciapile e leccasanti, se li porti tutti  quanti.
Ben dire e mal fare, non è che sè con la sua voce dannare. Bocca schifa non bee mai vino,
Ma va alla botte col catino.
Caval che suda, uomo che giura, e donna piangente, non gli creder niente. Dio ti guardi da chi inghiotte lo sputo — e
Gatta piatta, chi non la vede, graffia —  e
Guardati dalla peste e dalla guerra, e dai musi che guardan per terra. Guardati da chi giura in coscienza —  e
Chi giura è bugiardo.
Guardati da’ soldati che abbiano i paternostri a cintola.    Il coccodrillo mangia l’uomo e poi lo piange —    e
Il corvo piange  la pecora, e  poi  la  mangia.
Il diavolo, quand’è vecchio, si fa romito, (o si fa cappuccino) — e
Quando non si può più, si torna al buon Gesù —   e
Porta stanca diventa santa.
E a Venezia:
Quando la carne diventa frusta, anco l’anima  s’aggiusta.


I giuri degli uomini sono i traditori delle donne.     I travestiti si conoscono al levar della maschera. La  colpa  è  sempre fanciulla.
Perchè nessuno la piglia per sè.
La coscienza è come la trippa, la vien da tutte le parti. La molta cortesia fa temer che inganno vi sia.
La gallina che canta (o che schiamazza), ha fatto l’ovo.
Chi troppo s’affatica per iscusarsi, si scuopre colpevole.
La pietà, l’ipocrisia, salva il ladro e più la  spia.
La santità sta nelle mani (cioè nei fatti), non nelle    parole.
Molti si fanno coscenza di sputare in chiesa, che poi cacano sull’altare —  e
Mangia santi e  caca diavoli.  Non lava abito santo anima lorda. O con verità o con bugia
Bisogna mantener la masseria.
Quando il diavolo prega tien d’occhio a una preda  —    e
Quando il diavolo fa orazione ti vuole    ingannare.
Quando la gatta non può arrivare il lardo, dice che sa di  rancido.
Quando il bene e il buono non si possono negare si corre subito a calunniarlo. Vedi in Fedro la favola della Volpe e l’uva.
Santo per la via, diavolo in masseria. Tal vi sputa su, che ne mangerebbe. Tutti in Israel non sono Israeliti.
Tutti i santi non fanno miracoli.
Si dice dei santi che non sieno veri  santi.
Uom che ghigna, can che rigna, non te ne fidare. Vicino alla chiesa, lontan da  Dio.
Vista mesta è mal modesta, il ruffiano e il tristo  desta.
Volpe che dorme, ebreo che giura, donna che piange; malizia sopraffina con le frange. Volto di mèle, cor di fiele.

Sollievi, Riposi.

 

Arco sempre teso perde forza (o si rompe).
Scipione (come a scuola ci raccontavano) si baloccava a raccattare insieme con Lelio conchiglie  e ghiaiottoli sulla spiaggia di Laurento. A sempre pensare si diventa grulli: ed i Francesi, che di bravura s’intendono ad encomiare un  soldato dicono:  il fut brave tel jour. Se  una  qualcosa di  buono ci  riesca  fatta a brani ed a  spizzichi un quarto d’ora nella  giornata, rendiamo a Dio grazie molto umili in  ginocchioni la sera.
Bel  discorso  accorcia giornata  — e
Compagno allegro per cammino, ti serve per ronzino.
Comes facundus in itinere pro vehiculo est. (PUBLIO SIR.)
Chi ben dorme, non sente le pulci. Chi dorme non pecca.
Chi mal balla, ben sollazza.
Chi nel sollazzo non pone studio, e non vi mesce vanità, colui si diverte meglio.
Cinque il viandante, sette lo studiante, otto il mercatante, e undici ogni  furfante.
O più distintamente:
Quattro o cinque al viandante, cinque o sei al mercatante, sei o sette  allo  studente, sette o otto all’altra gente, otto o nove al signorone, nove o dieci al gran poltrone.
Delle ore del dormire.
Dice il foco: sta qui un poco; dice il letto, sta qui un pezzo. Il letto è buona cosa, chi non può dormir riposa.
Ogni pisciata è una posata. Piccola giornata e grandi spese,


Ti conducono sano al tuo paese.
Poco affaticarsi, e viver bene.
Porta di villa, porta di vita.
La  quiete dell’animo, che in villa  si gode, rinfranca  la  vita  — e
Chi ama la quiete gode la villa.
Se non hai da fare, mena l’uscio  attorno.
Che si chiama anche: Il gusto del cardinal Giammaria.
S’io dormo, dormo a mi; s’io lavoro, non so a chi.
È uno scherzo veneziano.

Speranza.

 

Chi esce di speranza, esce d’impiccio.
Chi uccella a speranza, prende nebbia — e Chi vive a speranza, fa la fresca danza — e Chi vive di speranza, muor cantando — e Chi si pasce di speranza, muor di  fame.
Dove non è la speranza del bene, non entra mai la paura del  male.
Perciò bisogna guardarsi da’ disperati.
È meglio avere in borsa che stare in speranza.
Il non avere speranza di salvarsi, è stata la salute di  molti.
Una salus victis nullam sperare salutem. (VIRGILIO.)
La speranza è il pane de’ miseri — e
La speranza in Dio è il patrimonio de’ bisognosi. La  speranza  è  mal danaro.
Non si spende.
La speranza è sempre verde.
La speranza è una buona colazione, ma una cattiva cena —  e
La speranza è come il latte, che tenuto un pezzo diventa agro. La speranza è un sogno nella veglia.
La speranza sola accompagna l’uomo fino alla morte. La troppa speranza ammazza l’uomo.
L’infermo  mentre  spira,  sempre spera.
E più brevemente:
Finchè c’è fiato, c’è speranza.
Che si dice anche in ogni sorta di pericolo  —    e
Basta che la pecora non muoia, la lana rimette. Sperando meglio, si divien veglio.
Aspettando la vita invecchierai. (TOMMASÉO.)
Speranza lunga, infermità di cuore. Vien più presto quel che non si spera.

Tavola, Cucina.

 

A boccon restìo, stimolo di vino —   e
A mangiar male o bene, tre volte bisogna bere. A buona ora in pescheria, tardi in  beccheria.
Il pesce è bene che sia fresco, la carne frolla — e
Il pesce va mangiato quando è fresco.
Il che si dice anche figuratamente.
Acqua e  pane, vita da cane,  Pane e acqua, vita da gatta —  e
Pane e coltello (cioè pane asciutto) non empie mai il budello —  e
Pane caldo e acqua fredda non furon mai buon  pasto.


Aggiugni acqua e farina, farem frittelle sino a domattina.   Ai conviti nè per amore nè per   forza.
Ala di cappone, schiena di castrone, son buoni bocconi —  e
Cappone l’inverno, e pollastrotti l’estate  —  e
Cappone non perde mai stagione. Al contadino non gli far sapere,
Quanto sia buono il cacio colle pere  —   e
Il villano venderà il podere, per mangiar cacio, pane e pere — e
Formaggio, pere e pane, pasto da villano — e
Formaggio, pane e pere, pasto da cavaliere. Il Formaggio fa ingrossar la lingua,
Dicesi ai ragazzi quando  ne mangian  troppo  —  e
Quattro G vuole il formaggio, grande, grasso, grave e gratis dato. Al fico l’acqua, e alla pera (o alla pèsca) il vino.
All’amico, monda il fico; al nemico, la pèsca. Amaro, tienlo caro.
A pancia piena si consulta meglio.
Motto che suole ripetersi giocosamente nelle brigate, ma che non è senza verità. Gli Inglesi e i Frati lo sanno:
I quali in Refettorio hanno l’usanza I negozi trattar di più importanza.
Assai digiuna, chi mal  mangia.
A tagliare il formaggio, ci vuole un matto e un saggio. A tavola si diventa giovine.
Perchè ognuno vi si rallegra.
Bevi sopra l’uovo, quanto sopra a un bue. Bisogna levarsi da tavola con la fame.
Burro di vacca, cacio di pecora, ricotta di capra. Cacio, barca; pane, San  Bartolommeo.
La forma del cacio si vuota, e il pane si scortica lasciandone la  midolla.
Carne al sole, e pesce all’ombra.
Dell’animale terrestre è migliore la parte che sta esposta al sole, come la schiena; del pesce quella che sta all’ombra, come la pancia.
Carne di gallo, carne di cavallo. Carne cruda, e pesce cotto.
La carne vuole poca cottura, e il pesce molta.
Carne fa carne, pan fa sangue, vin mantiene, pesce fa vesce, erba fa   merda.
Ed anche:
Una carne fa l’altra, e il vino fa la  forza.
Ora le scienze fisiche dimostrano che il pane fa molto sanguificare, ma il nutrirsi di carne assoda la fibra.
Carne giovane e pesce vecchio. Carne tirante fa buon fante.
I  cibi grossi e  non delicati fanno  complessione  più  robusta.
Cavolo lonzo, e ciccia pigiata.
L’erba vuol esser cotta in molt’acqua, la carne in vaso ristretto. Chi compra bue, bue ha; logra le legne, e carne non ha. Chi d’estate secca serpi, nell’inverno mangia anguille.
Molte  cose,  vili nell’estate,  serbale all’inverno.
Chi disse vitella, disse vita.
Chi dopo la polenda beve l’acqua, Alza la gamba e la polenda scappa.
Chi è pigro delle mani, non vadi a tinello.
Tinello è tavola comune.
Chi ha pesce, cammini.
Si spicci a portarlo a casa; se no, comincia a   puzzare.
Chi ha umore, non ha sapore.
Dicesi delle frutte acquose.


Chi mangia cacio e pesce, la vita gli rincresce. Chi mangia le dure, non mangerà le  mature.
Dicesi delle frutta.
Chi mangia in piè, mangia per  tre.
Detto forse di chi porta  via  la  roba  e la mangia di  soppiatto.
Chi mangia lepre, ride sette giorni.
Chi mangia pane in panata, fa rider la brigata. Chi non carneggia, non festeggia.
Chi non sa cuocere il pesce, l’arrostisca. Chi spelluzzica, non  digiuna.
Chi troppo mangia, la pancia gli duole, E chi non mangia lavorar non puole.
Chi vuol fare buona torta, vada con un piè solo nell’orto.
Cioè,  vi metta  poche erbe.
Corpo satollo, anima consolata. Corpo unto e panni strappati.
Importa  più il  mangiare  che il  vestir bene.
Cucina senza sale, credenza senza pane, cantina senza vino, si fa un mal mattino. Dall’arancia, quel che vuoi,
Dal limone quel che puoi, Dal limoncello quanto avrai.
Della gallina, la nera. Dell’oca, la bigia.
Della donna, la lentigginosa.
Della vacca magra, la lingua e la  zampa.
Del merlo e del tordo, quel che non ti piace fai da sordo. Dell’oca, mangiane poca.
Dio mi guardi da mangiator che non bee.
O solamente:
Dio mi guardi da chi non bee.  Dio mi guardi da chi non ha  denti.
Dopo bere ognuno vuol dire il suo parere —    e
In principio (della tavola) silentium,
In medio stridor dentium, in fine rumor gentium.
Due polende insieme non furono mai viste.
Una polenta vien cotta bene sia quanto mai grossa si vuole, sicchè non importa farne due (toscanamente polenda).
È meglio aspettare l’arrosto, che trovare il diavolo nel catino.
Meglio arrivare presto ed  aspettare, che tardi e trovar    mangiato.
Erba cruda, fave cotte; si sta mal tutta la notte. Fame piccola, fame vispa; fame grande, fame trista. Finchè il villan cena, il fuoco  pena.
La fiammata dopo tavola.
Formaggio non guasta sapore.
Gennaio e febbraio, tienti al pollaio; marzo e aprile, capretto gentile; maggio e  giugno,  erbette col grugno (grumoletto); luglio e agosto, piccioni arrosto; settembre e ottobre buone lepri col savore; novembre e dicembre, buon vitel sempre.
Gola affamata, vita disperata.
I gamberi son buoni nei mesi    dell’R.
Il cacio è sano, se vien di scarsa  mano.
Il corpo piglia quel che gli dài, o sia poco o sia  assai.
Il fico  vuole  aver due  cose, collo  d’impiccato e  camicia di furfante.
Perchè, quando il fico è ben maturo, torce il collo e si piega, e la pelle screpola, sì che ha la camicia stracciata.
Il fuoco, aiuta il cuoco —   o
Buon fuoco fa buon  cuoco.
Il mandorlato una volta l’anno, chi non lo mangia suo  danno.


Il mangiare non s’appicca se non si distende la trippa. Il meglio boccone è quel del coco.
Il pane affettato è buono alla febbre. Il pane  di casa è  sempre  buono.
Il pane non vien mai a noia.
Il riso nasce nell’acqua, e ha da morire nel vino.
Vuol esser digerito con buon vino. (Proverbio lombardo.)
Il variar vivande accresce   l’appetito.
E s’usa anche fuori del cibo.
Insalata ben salata, ben lavata, poco aceto, ben oliata, quattro bocconi alla disperata.   I primi brodi sono i migliori.
La Buccolica va innanzi a  tutto.
La fame è il meglio cuoco che vi sia.
La gallina senza denti, di morti fa viventi. L’aglio è  la spezieria de’  contadini.
La meglio  carne  è  quella d’intorno all’osso.
E si dice anche a consolazione dei magri.
La mensa è una mezza colla.
E ora più comunemente:
La tavola è mezza confessione.
Colla, corda, tormento per indurre gli imputati a confessare.
La midolla satolla, e la corteccia fa o empie la peccia.
Pancia, grosso ventre.
La minestra è la biada dell’uomo. La pentola è la pace di  casa.
La pernice è perduta, se calda non è pasciuta. L’appetito non vuol salsa — e
La più bell’ora pel desinare è quella della fame — e
La salsa di San Bernardo (cioè la fame) fa parere i cibi buoni — e
Asino che ha fame, mangia d’ogni strame.
Chi ha bisogno vero di qualsisia cosa, non la guarda poi tanto per la minuta, non è boccuccia; ogni    cosa gli si affà.
Lasagne e maccheroni, cibo da poltroni.
La salsiccia senza il pan unto, è come festa senza alloro, casa senz’orto, e lasagne senza cacio.
La tavola invita —  e
Mangiare e grattare, tutto sta nel cominciare. La tavola ruba più che non fa un  ladro.
Latte sopra vino è  veleno.
La zucca è sempre zucca, falla come  vuoi.
Le  frutte son buone due  volte l’anno, quando  le  vengono e  quando le  si  partono.
Gioco di parole tra  ’l partire col coltello  le frutte, e    l’andarsene.
L’erba non fa collottola.
L’insalata non è bella, se non v’è della novella (o della salvastrella).
Erba  novellina  che si coglie appena  spuntata  — e
L’insalata non ha sapore quando manca il primo fiore. L’insalata non val nulla, se non è rivoltata da una   fanciulla.
L’insalata vuole il sale da un sapiente, l’aceto da un avaro, l’olio da un prodigo, rivoltata da un pazzo e mangiata da un  affamato.
E si dice semplicemente:
Per condir l’insalata ci vuole un pazzo e un savio. Mangia da sano e bevi da malato.
Mangiare e vuotare non vogliono fretta.
E al contrario dicesi anche:
Al mangiare e al c...re l’uomo si dee spicciare. Mangiare senza bere murare a secco.
Metti i pani spessi dove sono le barbe    rade.


Cioè, dove sono molti fanciulli, molto pane.
Nè al capretto nè all’agnello, non s’adopera coltello. Nè il re nè il desinare non si fa mai aspettare.
Nell’estate, o tirare o annusare.
D’estate la carne se è fresca è dura, se è frolla puzza: e in tal caso si   dice:
È meglio tirare che annusare. Nè polli senza lardo, nè sermone
Senza (citare) S. Agostino.
Che ha pane per tutti.
Niente non vuol sale.
Noci e pane, pasto da villano; pane e noci, pasto da spose. Non fa mai male quel che piace.
Non si campa d’aria —   e
Il grasso non vien dalle finestre.
È necessario nutrirsi bene.
O cotto o crudo il fuoco l’ha veduto.
È scusa dei cuochi.
O di paglia o di fieno, purchè il corpo sia pieno. Olio, aceto, pepe e sale, sarebbe buono uno stivale. Olio dapprima, vino del mezzo, e miele di fondo.
S’intende della parte più perfetta di tali generi quando si traggono dai vasi.
Ogni dolore è dolore, ma quel della tavola è maggiore. Ovo senza sale non fa nè ben nè  male.
Pane alpestro e vin sorbitico (di sorbe o aspro come di sorbe), cibo di banditi. Pan bollito in un salto è già     smaltito.
Pane cogli occhi, e cacio senz’occhi (o pane alluminato e cacio cieco), e vin che cavi gli occhi (o che schizzi negli occhi) — ovvero
Cacio serrato e pan bucherellato. Pan di grano, saltami in  mano.
Pan di legno e vin di nugoli, e chi vuol mugolar mugoli.
Mangiar castagne, e bever acqua, dieta dei montagnuoli.
Pan di miglio non vuol consiglio.
Mettilo nel brodo e tôllo su  se puoi.   (SERDONATI.)
Pan d’un giorno vin d’un anno — e
A pane di quindici giorni fame di tre settimane. Pane, noci e fichisecchi, ne mangerei parecchi.
Pepe, noce moscada e sapa, fa buona la rapa. Per la bocca si scalda il forno — e
La bocca porta le gambe —   e
Sacco vuoto non istà ritto. Per la gola si pigliano i pesci.
Vale nel figurato.
Pippion da prima, cappone a mezzo, arrosto a sezzo. Poco e buono empie il tagliere.
Porco d’un mese, oca di tre, mangiar da re.
Quando è poco pane in tavola, mettine assai nella  scodella.
Il pane rinvenuto nella  minestra, satolla o cheta     l’appetito.
Quando il gatto sta sul fuoco, La fa magra anche il  cuoco.
Quando il pesce fa bianco l’occhio, è segno che gli è cotto. Quando l’albero fiorisce il frutto patisce.
A primavera i frutti dell’anno innanzi, come i pomi e le pere, vanno a male.
Quando la spiga punge, la rana   unge.
La rana diventa un boccone ghiotto.
Quando l’erba non punge, la papera non  unge.
Quando non fa caldo il pesce papera non è buono.
Quando il sole è nel leone, buon pollastro col piccione, e buon vino con popone.


Quando suona il campanone, tutto l’agnello è bozzone.
Il campanone suona per San Giovanni; allora vengono i caldi grandi e l’agnello non è più  buono.
Quanto pesce è in mare non farebbe una candela di  sego.
Detto a  mostrare come a  confronto della  carne il pesce nutrisca    poco.
Quattro cose vuole il pesce, fresco, fritto, fermo e freddo. Quattro sono i buoni bocconi, pesco, fico fungo e poponi. Quel che non ammazza,  ingrassa.
Motto de’ ghiottoni.
Quel che piace non fa male. Rane,  mal sane.
Se il villano sapesse il sapore della gallina in gennaio, non ne lasceria nessuna  nel  pollaio.
Sette cose fa la zuppa, Cava fame e sete  attuta,
Empie il ventre e netta il dente, Fa dormire, fa smaltire,
E fa la guancia  arrossire.

Vino.

A chi non piace vino, Dio gli tolga  l’acqua.
A trincar senza misura, molto tempo non si dura. Bevi del vino, e lascia andar l’acqua al  mulino.
Bianco e nero: conducimi a  casa.
La mescolanza de’ due vini produce facilmente l’ubriachezza.
Buon fuoco e buon vino, mi scalda il mio camino. Buon vino fa buon sangue.
Buon vino, favola (o fiaba)   lunga.
Quando il vino è buono, i convitati rimangono lungamente a sbevazzare, a ciarlare, a dire corbellerie; però dice Orazio:
Faecundi calices quem non fecere disertum? Chi bee al boccale, bee quanto gli pare. Chi beve  nero, guadagna il colore  —  e
Chi bee vermiglio, avanza il colore.
Chi del vino è amico, di sè stesso è nemico. Consiglio in vino non ha mai buon  fine.
Con un bicchier di vino si fa un amico. Dov’entra il bere se n’esce il   sapere.
Dove può il vino, non può il silenzio.
Il buon vin fa gromma, e il cattivo muffa.
Dante disse figuratamente: «sì ch’è la muffa dov’era la gromma:» cioè il male dove era il bene.
Il mangiare è  da facchino e  il bere è  da  gentiluomo.
Ma quando Demostene udiva lodare Filippo di Macedonia dell’essere grande bevitore, disse: cotesta è lode che si conviene ad una  spugna.
Il vino al sapore, il pane al colore. Il vino ammazza i vermini.
Il vino è la poppa de’ vecchi —   e
Il  vino  a’ vecchi, e  il  latte a’ bambini.


Il vino che tardi bolle si conserva fino al nuovo.  Il vino è mezzo vitto.
Il vino non ha timone.
Cioè l’uomo briaco non  ha guida  —  e
L’ubriaco dice al vino: io ti perdono il mal che mi fai per il ben che mi sai, o per l’amor del buon gusto che tu  hai.
In vaso mal lavato, il buon vino è tosto guastato.
Sincerum est nisi vas, quodcumque infundis acescit; disse Orazio parlando dell’animo che tutto guasta, s’egli  è guasto.
La buona cantina fa il buon vino. L’acqua fa male, e il vino fa cantare — e
La verità è nel vino. L’acqua  fa  marcire  i pali.
Lo dicono i bevitori, contro all’annacquare il vino —    ma
L’acqua non ammala, nè indebita, nè ubriaca. L’acqua rovina (o rompe) i ponti, e il vino la testa.
Nell’uva, son tre vinaccioli; uno di sanità, uno di letizia, e uno di ubriachezza. Pane un tantino, e vino un tino — ovvero
Un fiasco di vino, e tanto pane che turi un   fiasco.
I briaconi poco mangiano.
Quando Bacco trionfa, il pensier fugge  —    e
La sera leoni e la mattina babbioni.
Vale per gli ubriachi.
Quel che con l’acqua mischia e guasta il vino, Merta di bere il mare a capo chino.
Quel che non va in vino va in lacrime e sospiro. Sopra ogni vino, il greco è divino.
Una buona imbriacatura nove giorni dura.
Uomo di vino non vale un quattrino (o cento a quattrino). Vin battezzato non vale un fiato.
Vin col sale fa impazzare. Vino amaro tienlo caro — e
Al vin dolce le brache leste. Vino dentro, senno fuora.
Vino e sdegno fan palese ogni disegno. Vino non è buono, che non rallegra l’uomo.
(Vedi  Tavola, Cucina.)

Virtù, Illibatezza.

 

Alla porta chiusa il diavolo volta le    spalle.
E per contrario:
Castello che dà orecchia, si vuol rendere.
Anche il sole passa sopra il fango, e non  s’imbratta.
Chi di virtù non ha lo scudo, mancatagli la roba, resta nudo. Chi fa bene, ha bene (o fa bene a sè) — e
Chi vuol del bene non dee fare nemmeno male.
Il Proverbio vuol dire che non solo bisogna fare del bene, ma anche astenersi dal fare del male. È detto per quelli che fan tanto male e poi vanno alla Messa.
Chi giustamente vive, non muor mai.
Chi inciampa e non cade, avanza cammino —  e
Ogni sdrucciolo non è una  caduta.
Può inciampare anche la virtù, ma così apprende a non cadere ed a procedere più  sicura.
Chi semina virtù, fama raccoglie. Chi vive netto, muore dal mal netto.


Chi vuol salvar l’onore, sdegno in fronte e fuoco in core. Dove c’è innocenza vi è provvidenza.
È più  difficile  far male  che  far bene.
La via retta è la più breve, la più semplice; ma chi ci   sta?
Il ben dire s’appartiene a pochi, ma il ben vivere si conviene a tutti. La castità è la prima  beltà.
La virtù è  sempre  bella.
La virtù poco luogo ingombra.
Perchè non vive a spese d’altri, non è impacciosa.
Le radici della virtù sono amare, ma i frutti dolci. L’oro luce, la virtù riluce, e il vizio traluce.
L’oro non prende macchia. Mano bianca è assai  lavata.
Mano dritta e  bocca monda, può  andar per tutto  il  mondo. Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te. Poca macchia guasta una bellezza —     e
Nel latte si conoscono meglio le mosche. Quel che si fa per il bene non dispiace a Dio. Una virtù chiama l’altra.
(Vedi  Religione.)

Vizi, mali abiti.

 

A can che lecca cenere, non gli fidar farina — e
Al gatto che lecca spiede, non gli fidare arrosto. Agio e disagio fanno girar il capo alle donne.
All’osteria o si balla o si mangia o si fa la spia. Arca aperta, giusto  vi  pecca  — e
La comodità (o l’occasione) fa l’uomo  ladro.
A voler guarire, bisogna cavare il puzzo dalla piaga.
Cioè togliere via la causa dell’infezione, sia fisica, sia morale.
Chi ama donna maritata, la sua vita tien prestata —   e
Chi è  buono per dama, non è  buono per consorte  —   e
Chi guarda alla moglie del compagno, cozza con le corna degli altri. Chi casca nel fango, quanto più vi si dimena, tanto più   s’imbratta.
Chi comincia male, finisce peggio.
(Vedi Illustrazione XXXIII) — e
A mangiare e a bestemmiare, tutto sta nel cominciare. Chi due bocche bacia, l’una convien che gli   puta.
Chi d’un vizio si vuole astenere, preghi Dio di non l’avere — e
Chi  da giovane  ha un vizio, in  vecchiaia fa sempre  quell’ufizio  —  e
Vizio per natura, fino alla fossa  dura.
Chi è  nell’inferno non  sa ciò che  sia nel   cielo.
Chi è immerso nel vizio, non  sente il pregio della    virtù.
Chi ha buttato via una volta la vergogna, non la ripiglia più. Chi ha un piè in bordello, ha l’altro allo  spedale.
Chi imbianca la casa, la vuole appigionare  —     e
Chi s’orna, si vuol vendere.
Si dice delle femmine.
Chi serve al vizio attende al supplizio —    e
Nessun vizio senza supplizio  —  e
Chi vive carnalmente non può viver lungamente — e
Uomo carnale nulla vale.
Chi vive col vizio, muore nella vita.


Con donna disonesta si fanno cento vigilie. Dall’avaro, se non ricavi oggi, ci ricavi domani,
Ma dal ghiotto non avrai nulla mai. Dal mal uso è vinta la  ragione.
Dov’è la civetta, sempre cala qualche uccello. Fogna rimestata raddoppia il profumo.
Dal Misogallo dell’Alfieri.
Fuggi donne, vino, dado; se no, il tuo fatto è spacciato. Gran fortuna passa chi p... lassa — e
Carezze di cani, cortesia di p... e inviti d’osti, non puoi far che non ti costi. Giurare, giocare e pitoccare, è duro a lasciare.
Guardati dal primo errore — e
Dalle cose piccole si viene alle grandi.
Si suol quotidïanamente usare Un sì fatto proverbio dalla gente,
Che ci bisogna molto ben guardare
Dal primo errore ed inconvenïente. (BERNI,  Orlando.)
Il gioco, il letto, la donna e il fuoco, non si contentan mai di poco. Il grano si netta al vento, e i vizi si nettano al tormento.
Il lupo perde il pelo, ma il vizio mai.  Il mortaio sa sempre  d’aglio.
Il vizio è nemico della vergogna. Il vizio non fu mai virtù.
I porri, per istar troppo sotto il letame, fanno la zazzera.
Di chi invecchia in qualche vizio.
Il vizio s’impara presto —  e
I vizi s’imparano anco senza maestri.
I vizi  son come  i puzzi, chi gli ha non li    sente.
E sudiciamente:
I vizi son come le c..., quando le fa un altro se gli dà del porco; le nostre noi ce le annusiamo.
La carne di vacca, a volte costa più di quella di fagiano. La gola tira in malora.
La mala femmina è come il vischio, non lo tocca uccello che non ci lasci le penne (ovvero come l’ellera, disfà il muro che abbraccia).
L’anima in corpo al vizioso non serve altro che di sale.
Cioè, lo mantiene, lo conserva come fa il sale ad un  cadavere.
La pazzia ve li mette, la vergogna ve li tiene. La roba va, i costumi rimangono.
La p... e la lattuga una stagione dura. Le p... hanno le parole di pece.
Le p... hanno più trappole che topi.
Le smarrite si trovano, ma le perdute no. Molto male sta fra le delizie la castità.
Sta disagiata come in pericolo.
Non c’è p... che non muoia di fame.
Non gira il nibbio che non sia vicina la carogna — e
Dove son carogne son corvi.
E dicesi anche:
Vicino alla serpe c’è il biacco.  Non insegnare ai gatti a rampicare.
Povero dispettoso, vecchio lussurioso, e donna lisciata, dispiace alla brigata. Processo, taverna e orinale, mandan l’uomo allo spedale.
P... e caval di vettura, all’uomo poco dura. Quanto lascivia più dissidio mesce,
Tanto la voglia più aumenta e cresce.
Se il diavolo trova un vizioso, tosto gli dà da fare.


Se il morire non si scusa, chi mal vive, ben s’abusa.
Scusare, anticamente, far sì che si possa fare a meno d’una cosa, ponendo altro in sua vece, laonde     qui non si scusa vale: non si evita, non si scansa. Abusarsi, nel significato di fare inganno  a  sè  medesimo, è una francioseria che la Crusca non registra: ma il Proverbio, tale quale, si trova scritto dal Serdonati.
Sulla pelle della serpe nessuno guarda alle macchie — e
Il fumo non tinse mai caligine.
Tanto se ne sa a mangiare uno spicchio, quanto un capo d’aglio —  e
Tanto s’imbratta la madia per dieci pani, quanto per venti. Tra p... e bertone, non si tien  ragione.
Tre D rovinan l’uomo, diavolo, danaro e donna. Tristo a colui che dà l’esempio altrui —    e
Uno fa male a cento —   e
La vipera morta non morde seno, ma pure fa male coll’odor del veleno.
Il malo esempio del vizioso sopravvive a lui.
Un vizio chiama l’altro.
Vizio non punito, cresce  in infinito  —  e
Quando si piglia un vizio, si stenta a perderlo. Vizio rinato, vizio peggiorato.

Regole varie per la condotta pratica della   vita.

 

A barba folle, rasoio molle.
Barba folle, è barba debole, poco resistente, leggera e come fossero peli vani. Vale che con le persone mansuete non  occorre far uso di grandi sforzi.    All’incontro:
A barba di pazzo, rasoio ardito —   e
A ciccia di lupo, zanne di  cane.
Significano che a’ temerari si dee mostrare i denti. E poco diversamente:
A un pazzo, un pazzo e mezzo —    e
A popolo pazzo, prete spiritato —  e
A caval che corre non abbisognano sproni — ovvero
A buon cavallo non occorre dirgli trotta —   ma
A cavallo mangiatore, capestro corto.
A cavallo, dinanzi; ad archibuso, di dietro; a tavola, a mezzo; a quistione, lontano —  e
Dal bue, dinanzi; dal mulo, di dietro, e dalla donna, da tutte le   parti.
Al fabbro non toccare, al manescalco non t’accostare, allo speziale non assaggiare. A chi ti può tôr tutto, dàgli quel che  chiede.
E poi ringrazialo d’aver chiesto, e ringrazialo di quello che ti ha lasciato.
A fare i poveri non si spende nulla.
Basta prender moglie senza tanti beni di fortuna da campare anco i figliuoli; ovvero, chi non ha da  spendere non  corre pericoli.
A gran sole, grand’occhio  —  e
A gran notte, gran lanterna.
Doversi accomodar gli strumenti alle qualità delle cose.
A incudine di ferro, martello di piombo —   e
Chi mangia il ferro, deve avere le budella di piombo.
Con gli ostinati andare adagio; e alle difficoltà che non puoi smaltire cedere tanto che passino.
Alla pace si può sacrificar tutto.
Perchè il quieto ed agiato vivere sono la maggiore e la finale passione dell’uomo.
A mal coperto, rasoio aperto.
Al male è bene stare in proda, e al bene nel mezzo. Al ricco non promettere, al povero non gli mancare. A nemico che fugge, ponti d’oro — e
Non correr dietro a chi fugge.
Attacca l’asino a una buona caviglia —  e


Chi a buon albero s’appoggia, buon’ombra lo ricuopre.
Chi si pone sotto l’ombra, cioè sotto la protezione  d’un  qualche  potente,  vive  sicuro  e  riposato,  e (tranne l’uggia) sta bene. Ma sappi scegliere il    protettore:
Quando il sole ti splende, non ti dèi curar della  luna.
E più sguaiatamente:
Chi ha buono un Dio, ha in tasca i Santi.
Ma ad ogni modo:
Abbi piuttosto il piccolo per amico, che il grande per nemico.
Perchè:
Piuttosto un asino che porti, che un cavallo che butti in terra —  e
È meglio il puntello della trave —   e
A muraglia cadente  non s’appoggi chi è  prudente  —  e
A donne e a preti non gliene dare un tantino, che’ e’ se ne pigliano un tantone. Armi e  danari  vogliono buone mani.
A volte convien bere per non  affogare.
E comunemente:
O bere, o affogare.
Accettare il minor  male per evitarne uno più   grosso.
Bisogna darsi ai tempi.
Cioè, accomodarsi.
Bisogna rispettare il cane del padrone.
Cioè, non  offendere le affezioni di chi merita  da  te  riguardo.
Chi cerca i fatti altrui, poco si cura de’ sui —  o
Chi cerca sapere quel che bolle nella pentola d’altri, ha leccate le sue —  e
Pazzo è colui che bada a’ fatti altrui — e
Chi sta troppo in sulle chiacchiere, torna a casa pien di zacchere —  e
Chi s’impaccia de’ fatti altrui, di tre malanni gliene tocca  dui.
È proverbio côrso.
Chi discioglie la vela a più d’un vento, Arriva spesso a porto di tormento.
E poco diversamente:
Chi  due  lepri  caccia, l’una non  piglia e  l’altra lascia  — e
Chi vuol esser in più luoghi, non è in nessuno.
È detto contro quegli affannoni, e quei cecchisuda che voglion metter le mani in ogni cosa. (CAPPONI.)
Chi esce di commissione, paga del  suo.
Cioè, chi oltrepassa il mandato.
Chi ha bisogno del fuoco, paletta porti.
Chi ha le corna in seno, non se le metta in capo —  o
L’ingiuria non pubblicare, che non vuoi vendicare. Chi non vuol l’osteria, levi la frasca — o
Chi non vuole la festa, levi l’alloro.
Chi per piacere a uno, dispiace a un altro, perde cento per cento. Chi s’impaccia col vento, si trova con le mani pien  d’aria.
Che si dice:
Pigliare il vento con le  reti.
Chi si ripara sotto la frasca, ha quella che piove e quella che casca. Chi sta in agio, non cerchi disagio.
Chi ti schifa sgrifa, chi ti abbraccia   dislaccia.
Sgrifare fare il grifo, fare brutta    faccia.
Chi troppo s’impaccia, non è senza taccia —  e
Chi cerca briga, l’accatta — e
Chi ha da perdere, fugge le brighe — e
Chi cerca rogna, rogna trova. — e
A chi va cercando rogna, non mancò mai da  fare.
E in modo più assoluto:
Dove non t’appartiene, nè male nè bene. Chi uccella a mosche, morde  l’aria.
Chi un ne gastiga cento ne minaccia.


Chi vince la persona, guadagna la  roba.
Chi vuol aver bene un dì, faccia un buon pasto; chi una settimana, ammazzi il porco; chi un mese, pigli moglie; chi tutta la vita, si faccia prete.
Chi vuol aver sempre che fare, compri un oriuolo, pigli moglie, o bastoni un frate.
L’oriuolo facilmente si guasta, e chi irrita un frate si tira addosso una comunità.  (STROZZI.)
Chi vuole della carne vada in beccheria.
Chi vuole una cosa la cerchi  dov’è.
Chi vuol vita convien che cangi vita.
Cinque dita in una mano alle volte fanno bene alle volte male.  Col latino, con un ronzino e con un fiorino si gira il mondo.
Il latino si fa  intendere da per   tutto.
Con i fiori non si va al  mulino.
Ben l’intende chi lo nota. Questo è certo uno dei più bei proverbi che il senno de’ nostri padri ci abbia tramandato. Quell’uomo che per correr dietro alle vanità e alle frottole, rifiuta  l’ornamento di sode virtù e        i virili propositi, e che all’utile antepone il piacere e le  fuggevoli  alle  durevoli  cose;  quel  popolo  che  si perde in inezie, in chiacchiere, in feste quand’è tempo di operare con senno per conquistarsi una sorte migliore,  non  andranno  al  molino mai.
Di promesse non godere, di minaccie non temere. Di’ pur sempre mai di no, se non vuoi passar da  bò.
Dio ti guardi da furia di vento, da frate fuor di convento, da donna che parla latino, e da nobile poverino (ovvero e dagli uomini a capo chino). — e
Di amico menzognero e di frate senza monastero non ti curare.
Dio ti guardi da un ricco impoverito e da un povero quand’è arricchito. Domandando si va per tutto — e
Domandando si va a Roma.
Due gatti e un topo, due mogli in una casa, e due cani e un osso non  vanno  mai  d’accordo.
È buon donare la cosa che non si può vendere. È male giudicar l’unghie a’ gatti.
Perchè ti graffiano se tu ci provi.
È meglio ciga ciga che miga miga.
È meglio che no oppure: È meglio poco che    nulla.
È meglio perdere il dito che la mano —    e
È meglio perder la pelle che il vitello, (o la sella che il cavallo).
Fa più un cappellaccio, un pastranaccio, una scarpettaccia, che un cappellino, un pastranino, una scarpina.
Guardati da medico ammalato, da matto attizzato, da uomo deliberato, da femmina disperata, da cane che non abbaia, da uomo che non parla, da chi sente due messe la mattina, da giocar danari, da praticar con ladri, da osteria nuova, da p... vecchia, da far quistione di notte, da opinione di giudici, da dubitazione di medici, da recipe di speziali, da eccetere di notaj, da spacci d’usurai, da lagrime di moglie, da bugie di mercanti, da ladri di casa, da nimico vecchio, da serva ritornata, da furore di popolo, da caval che scappucci (o inciampi), da odio di signori, da compagnia di traditori, da uomo giocatore, da lite con tuo maggiore.
E il Serdonati ha pure questo:
Da donna di bordello, da frate di mantello, da barcaiolo di traghetto, da prete da grossetto, da barbiere salariato, da vescovo senza entrata, da Ostro e da Garbino, da donna vestita di berrettino, da bastonate d’orbo, da beccature di corbo, e da gioco di tre dadi, Dio ci tenga liberati.
Guàrdati da un nemico  solo.
Il carro non va con cinque ruote.
L’adoperare  troppi mezzi o  strumenti,  guasta  le faccende.
In tempo di poponi non prestare il   coltello.
Non dare occasione o mezzi a chi si prenda la roba  tua.
La botta che non chiese, non ebbe coda — e
Non c’è intoppo per avere, più che chiedere e temere    — e
Chi vuole assai, non domandi poco — e


Chi vuole impetrare, la vergogna ha da levare — e
Fra Modesto non fu mai priore.
L’anima a Dio, il corpo alla terra e la roba a chi s’appartiene. La sferza al cavallo, la cavezza all’asino.
Diceva Isocrate di due suoi discepoli, che l’uno avea bisogno di freno e l’altro di sproni.
La state innanzi e il verno di dietro.
Detto per chi viaggia in carrozza; l’estate dinanzi per schivare la polvere; il verno di dietro per vedere il fango, e scuoprire le fitte e i   pericoli.
Le disgrazie quando dormono non bisogna svegliarle.
Lega l’asino dove vuole il padrone; e se si rompe il collo, suo danno.  Le  generalità confondono i negozi.
Ch’è il vizio del tempo, e se n’è visto qualcosa e ogni giorno si vede.
Le siepi non hanno occhi, ma hanno  orecchi.
Quando alcuno è presso le  siepi,  deve  guardare  come parla, perchè può  trovarsi dietro  ad  esse  taluno che oda e non sia veduto. (SERDONATI) —    e
Lo scorpione dorme sotto ogni lastra. Loda e conforta, e non t’obbligare —   e
Loda, commenda, saluta, conforta, offera, proffera, ma non t’obbligare. Mal si contrasta con chi non ha da  perdere.
Meglio è scampa scampa, che tienlo tienlo. Meglio esser moro che noce.
Piuttosto brucato che bacchiato.
Misura il tempo, farai buon guadagno.
Nè cavallo, nè moglie, nè vino, non li lodare a  nessuno.
Nè moglie, nè acqua, nè sale, a chi non te ne chiede non gliene   dare.
Nè per ogni male al medico, nè per ogni lite all’avvocato, nè per ogni sete al boccale.
Qui medice vivit, miserrime vivit.
Nessuno vuole appiccare il sonaglio alla gatta. Non bisogna metter tanta carne al fuoco.
Non  imprendere più cose ad  un  tratto.
Non bisogna metter calcina senza quadrello.
Non  consumare i mezzi o le forze senza  presente   utilità.
Non bisogna metter mai l’esca (o la paglia) accanto al fuoco — e
Stoppa e fuoco non stan bene in un loco —  e
Le ortiche non fan buona salsa.  Non stan bene due piè in una  scarpa,
Nè due amanti stan bene in un loco,   Nè la stoppa sta bene accanto al  fuoco.
Non bisogna mostrare i cenci al popolo.
Procurare che non si sappiano i fatti tuoi, che non si veggano le tue magagne: lavare la biancheria sudicia in famiglia volle anco Napoleone, e non gli riuscì, quando n’ebbe troppa della sudicia.
Non entri tra fuso e rocca, chi non vuol esser filato.
Di contese fra donne non t’impacciare.
Non dir quanto sai, non giudicar quanto vedi, e in pace viverai. Non far ber l’asino quando non ha sete.
Non far ciò che tu puoi, non spender ciò che hai; Non creder ciò che odi, non dir ciò che tu  sai.
Non mostrar mai nè il fondo della tua borsa nè del tuo animo. Non si fa fascio d’ogni erba, ma sì ghirlanda d’ogni fiore.
Non raccattare ogni cosa, ma pigliare il fiore d’ogni cosa.
Non si può attendere  alla casa e  a’ campi  —  e
Non si può bere e zufolare —   e
Non si può tenere la farina in bocca e soffiare — e
Non si può portar la croce e cantare, (o suonar le campane) — e
Non si può strigliare e tener la    mula.
Non si può dar soddisfazione o piacere a tutti — o
Non si può fare  a modo di   tutti.


Non si può entrare in Paradiso a dispetto de’ Santi. Non si può raddirizzare l’anche a’    cani.
Non si può servire a due padroni. Ogni campo è strada.
Ogni dato vuole il mandato.
Ogni scusa è buona purchè vaglia. Ognuno ha da pensare a casa sua —   e
Di quel che tu non dei mangiare lascialo pur  cuocere.
Quello che non ti riguarda lascia correre.
Ovo d’un’ora, pane d’un giorno, vino d’un anno, pesce di dieci,  donna  di  quindici,  e amico di trenta.
Parla come il comuno, ma tieni e odi com’uno.
Saziarsi del segreto suo è da malvagi; nutrirsene, maturarlo, prima di metterlo in piazza è cosa da forti.
Pelle che non puoi vendere, non la scorticare — e
Chi non mi pettina, non voglio che mi graffi — e
Donde non mi vien caldo, non voglio che mi venga nè anche freddo — e
Il fuoco che non mi scalda, non voglio che mi scotti. Per una pecora non si guasta la  forma.
Propriamente vale che la forma del cacio rimane la stessa per una pecora di più o  di  meno;  ma  nel figurato, che bisogna tirare innanzi benchè uno manchi alla compagnia, o all’opera qualche mezzo.
Piuttosto cappello in mano, che mano alla borsa.
Prega Dio di tre cose, di nascere in buona parte, di non cominciar trist’arte, di  non prender ria moglie.
Protestare e dare il capo (o del capo) nel muro, lo può fare ognuno.
Protestare senza riparare, a nulla conduce.
Qual ballata, tal suonata.
Vale dare secondo che si riceve.
Qual buco, tal cavicchio.
Qual cervello, tal cappello — e Qual gamba, tale calza — e Qual piè, tale  scarpa.
Quando il gallo si mette le brache, tutte se le  sporca.
Forse è per coloro i quali escono o vogliono uscire dal loro mestiero, dalla loro professione.
Quando il lupo ci vuol mangiare, aitiamci co’ cani.   Quando la ti dice buono al palèo, non giocare alla trottola.
Quando la ti va bene in un affare, non ne tentare un   altro.
Quando non danno i campi, non l’hanno i   Santi.
Lo dice il contadino nella scarsità di grasce per non pagare la decima o dare alla  Chiesa.
Quattro cose sono a buon mercato, terra, parole, acqua e profferte.
Quattro madri buone fanno figliuoli cattivi: la Verità l’Odio, la Prosperità il Fasto,  la Sicurtà il Pericolo, la Familiarità il Dispregio.
Quel che ci va, ci  vuole.
Di quel tanto che ci vuole a fare una cosa, non bisogna esser troppo  avari.
Riguardati dai matti, dai briachi, dagl’ipocriti e dai minchioni.
Senza l’occhiello non s’affibbia il bottone    (oppure non si ferma il bottone).
E mi par meglio, perchè affibbiare è  una  cosa,  abbottonare  un’altra:  non  ti  mettere  ad  operare  se prima  tu non abbi acconci i   modi.
Se tu hai meno il naso, ponviti una mano.
Cioè, se tu hai un difetto, cerca di  ricuoprirlo.
Se ti vergogni a dir di sì, crolla la testa e fa’ così. Tant’è ficcare che mettere.
Tante volte si tira al cane per fare insulto al padrone. Temi i vivi e rispetta i  morti.
Terren che voglia tempo, e uom che voglia modo, non te n’impacciare.
Uom che voglia modo, uomo scabroso e col quale sia necessario stare all’erta.
Tra l’incudine e il martello, man non metta chi ha cervello. Tre cose lascia da per sè, l’occhio, la donna e la  fè.


Tre molti rovinan l’uomo,  Molto parlare e poco sapere: Molto spendere e poco  avere,
Molto presumere e poco  valere.
Tristo a quel barbiere che ha un sol pettine.
Come le necessità variano, così debbono i consigli.
Tristo a quel topo che ha un buco solo.
Che ha un luogo solo dove ripararsi, un solo modo a provvedere.
Tutte le grandi faccende si fanno di poca cosa.
Quando è venuto il tempo loro, le cose grandi si trovano fatte come da sè; la mossa è un atto semplicissimo, ed alle volte colui stesso che l’ha data poco se ne accorge.
Tutte le strade conducono a Roma — ovvero
Per più strade si va a Roma.
Iddio ci mostra per diverse strade Donde si vadi nella sua  cittade.
..............
Tutti siam peregrin per molti  regni:
A Roma tutti andar vogliamo, Orlando,
Ma per molti sentier n’andiam cercando. (PULCI, Morgante.)
Una noce in un sacco non fa rumore  —    e
Voce di uno, voce di gnuno. Un diavolo scaccia l’altro.
Si dice  quando  si cerca  di riparare a  un disordine  con un  altro  — e
Il veleno si spegne col veleno.
E meglio:
Chiodo leva chiodo.
Come d’asse si trae chiodo con chiodo. (GUITTONE D’AREZZO)
Un intriga, un no distriga.
È veneto: e lo dicono le ragazze d’un partito poco buono; ma  si può dire anche noi d’altri partiti dubbi,    dei quali giova  ci sieno tolte  le  occasioni.
Vivi e  lascia vivere  — ovvero
Bisogna vivere, e lasciar vivere.

Sentenze generali.

 

Chi ha fatto il mondo, lo può mutare —  e
Chi fa il carro, lo sa  disfare.
Si suol dire di taluno che sia padrone di fare e disfare una cosa.
Chi fa quel che vuole, non fa quel che deve. Col nulla si fa  nulla.
Di cosa nasce cosa, e il tempo la governa. Dove sono uomini, è modo — ovvero
Dove ci son degli uomini, ci son de’ compensi. Gli estremi si toccano.
Gli uomini son sempre gli stessi.
Il buono è buono, ma il migliore è meglio    — e
Nè bello nè buono fu mai troppo. Il fatto non si può disfare.
Il  fine  fa il tutto.
Il mondo è bello perchè è vario. Il mondo è ben compartito.
Ed altri dicono:
Questo mondo è mal compartito.
E la diversità del giudizio nasce da questo che la fiera pare bella a chi vi fa bene i fatti suoi; o a chi se            ne  contenta.
Il mondo, di Noè gli è proprio   l’arca:


Di bestie  assai, di pochi uomini carca.  Il mondo è sempre botti e olio —  e
Dappertutto è botti e  olio.
Il Serdonati spiega: per tutto c’è da    fare.
Il mondo è sempre mezzo da vendere e mezzo da impegnare. Il mondo fu sempre mondo.
Il mondo sta con tre cose: fare, disfare, e dare ad intendere. Il mondo va da sè.
Il sì e il no governano il mondo. Il  tempo  consuma  ogni cosa.
Il tempo divora le pietre. Il tempo doma ogni cosa. Il  tempo  è galantuomo.
Il tempo è una lima   sorda.
Si dice pei vecchi, e si dice per le cose che invecchiano  anch’esse.
Il tempo passa, e porta via ogni cosa.  Il tempo vien per  tutti.
Il  tempo  vince tutto.
Il tutto è  maggior della parte.  I mezzi fanno la  proporzione.
In cent’anni e cento mesi, torna l’acqua a’ suoi paesi. In questo mondo non v’è nulla di netto.
Sentenza disperata più che Proverbio; e chi usa spesso di queste sentenze, non sono i migliori.
La natura giocola da se  stessa.
Le maraviglie nascono senza seminarle. Le ore  non han  comare.
Non si fermano come fanno le donnicciuole quando incontrano le comari per via. Il cicaleccio di più donne radunate lo diciamo comarego. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)
Molte cose il tempo cura che la ragion non sana. Nel mondo c’è da viver per   tutti.
Nel più c’è il meno.
Nessuno è necessario a questo mondo. Niun bene senza male — e
Il male va dietro al bene, e il bene al male — e
Il male non dura, e il bene non  regna.
Non è  mai mal per uno, che  non sia ben per un altro  —    e
Non pianse mai uno che non ridesse un  altro.
Non fu mai sì gran banchetto, che qualcun non desinasse male. Non lice che dappertutto il giglio abbia radice.
Non tutte le fusa vengono diritte. Non vien dì che non venga sera. Ogni anno vien col suo affare.
Cioè, con un impaccio, con una difficoltà  nuova.
Ogni cosa è d’ogni anno.
Vale a dire: in ogni tempo accadono le stesse cose; una tal cosa può accadere ogni  giorno.
Ogni cosa ha il suo colore. Ogni cosa va per il suo verso.
Onde si muovono a  diversi  porti
Per  lo  gran  mar  dell’essere,  e  ciascuna Con  istinto a  lei dato che la  porti. (DANTE.)
Ogni diritto ha il suo rovescio.
Oppure:
Ogni cosa ha il suo diritto e il suo rovescio. — e
Ogni medaglia ha il suo rovescio. Ogni frutto vuol la sua stagione.
Ogni mosca ha la sua ombra. Ogni pianta ha la sua radice.


Onde viene il peso del sale, colà ritorna.
Le cose risolvendosi ritornano a’  suoi   principj.
Più vale un sol remo che sia indietro, che dieci che vanno  avanti.
Più può un solo ad impedire un negozio che molti a condurlo; perchè l’escludere è sempre più facile  che il concludere.
Proverbio non falla, misura non cala, superbia non dura, pensier non riesce. Quando Iddio non vuole, i Santi non  possono.
Cioè (e non sarebbe bestemmia), quando non vuole il principale, gl’intercessori non valgono.
Quando la pera è matura, casca da sè (ovvero bisogna che caschi). Quel che non è stato, può  essere.
Quel che fu, non è.
Questo mondo è fatto a scale, chi le scende, e chi le sale —   e
Questo mondo è fatto a scarpette; chi se le leva, e chi se le mette —  e
Questa ruota sempre gira, chi sta lieto, e chi sospira. Questo mondo è una gabbia di matti.
Rispetti, dispetti e sospetti, guastano il mondo.
Tre cose non cessano mai, il sole, il fuoco e il pensiero dell’uomo. Tutti i fiumi vanno al mare.
Tutti siamo d’una pasta — e
Tutti siamo di carne.
Tutti siamo d’un pelo e d’una  lana.
Ed a Venezia:
I omeni xe filai tutti in una  rocca.
Tutto passa fuorchè le cappelle de’ chiodi. Uno non fa numero  —  e
Un fiore non fa ghirlanda (o non fa primavera) —   e
Una rondine non fa primavera —   e
(Vedi  Illustrazione XXXIV.)
Una spiga non fa manna —  e
Un canestro d’uva non fa vendemmia —    e
Un demonio non fa inferno. Un disordine ne fa cento.
Voce di popolo, voce di Dio.

Animali.

 

A cavalli tristi e  buoni porta sempre  gli  sproni.
E meglio:
Buon cavallo e mal cavallo vuole sprone.
Al che aggiungevano per   ischerzo:
Buona femmina e mala femmina vuol bastone. Al cavallo, biada e strada — e
Briglia e biada, striglia e strada. Balzan da uno nol dare a  nessuno;
Balzan da tre tienlo per te (o caval da   re);
Balzan da quattro, caval da matto (ovvero o tu lo vendi o tu ne fai baratto). Bue cavallo e porco vogliono aver gran corpo.
Bue lungo e cavallo corto.
Sono i migliori.
Bue moro, merda d’oro.
Cioè, validissimo o invalidissimo.
Cane amoroso, sempre velenoso.
Il cane quand’è  in amore,  è  cattivo.
Cane mogio e cavallo desto.


Il cavallo con la prontezza dei moti e con la stessa vivacità dello sguardo annunzia il vigore e la bontà che egli ha in sè; laddove il cane vivace che troppo scorrazza, male serve il cacciatore.
Cane e gatta tre ne porta e tre ne  allatta.

Fonte: http://www.proverbi-italiani.org/pdf/1871.pdf

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Autore del testo: Giuseppe Giusti

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