Spettacolo festivo

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FESTA E CONCEZIONI DEL TEMPO
La festa nasce come momento di autoconvocazione del gruppo sociale in nome di una religio comunitaria o, col trascorrere del tempo, di particolari aspetti di essa, e giunge a essere un genere di spettacolo: questo avviene già nel Quattrocento e nel Cinquecento, quando nascono i grandi facitori di feste, cioè gli apparatori, soggetti che inventano e propongono un genere autonomo della comunicazione. Nel presente la festa ha isolato propri linguaggi particolari e per ognuno di questi linguaggi è nato uno specialista. Certo è bene cmq che la festa abbia un suo regista che riconduca a unità il frazionamento espressivo e il senso parcellizzato di ciò che sta accadendo.
Nelle diverse culture la concezione del tempo varia in maniera sorprendente. L’antropologia inglese abbozzò dopo decenni di studi una tipologia delle concezioni del tempo e del rapporto tra tempo quotidiano e tempo della festa, tempo alto al quale si accede con un processo rituale di sacralizzazione o valorizzazione, per uscirne con un rito simmetrico di desacralizzazione o svalorizzazione. La visione più antica è quella del tempo ciclico. E’ un tempo chiuso, che ritorna, capace di rigenerare la creazione. E’ in questo tempo che si verifica il mito dell’eterno ritorno che presenta la festa arcaica come un accadimento che si ripete allo stesso modo nello stesso tempo.
Nella sua concezione temporale invece il tempo va avanti e indietro, progredisce e regredisce per progredire ancora. Crea e distrugge. Soprattutto nn è cumulabile. La tela di Penelope ne è la metafora, il pendolo di Galileo la rappresentazione meccanica. In questa concezione del tempo la tradizione popolare celebra con insistenza il mondo alla rovescia. C’è infine la concezione del tempo che ci è più familiare. E’ il tempo omogeneo, lineare, progressivo, cumulativo: quello della nostra attuale cultura occidentale. E’ il nostro tempo storico. E’ un tempo ritagliato nell’eternità della creazione. Il tempo storico è uno dei tratti distintivi e innovativi del cristianesimo inteso come fatto antropologico. La nascita di Cristo ha spezzato la circolarità dell’antico tempo, disponendola e distendendola su una linea retta, dandole poi una numerazione crescente. Di questo tempo lineare a ognuno di noi è dato vivere un segmento limitato e irripetibile. Il tempo che viviamo nn c’è stato prima, è unico e inedito, nuovo e diverso; nn ci sarà mai un’altra volta.
Se tutte le culture percepiscono il prima, il qui e adesso e il dopo, diversi sono il peso, l’importanza, il valore che vengono attribuiti ai tre elementi. Ci sono culture past-oriented e culture future-oriented. Per le prime l’oggi è il prodotto finale e l’aggiornamento del passato; per le seconde l’oggi è il primo giorno del resto della vita e il passato è un peso di cui sbarazzarsi.
Quello festivo è un tempo fuori dal tempo, che si pone in rottura e in opposizione con la temporalità della norma, quotidiana. Gli eventi rituali e i comportamenti che vi hanno luogo mettono in scena la concezione del gruppo che ne è protagonista, le sue storie sacre, la sua ideologia. La festa è il tempo e l’occasione in cui l’umano incontra il divino. Il tempo festivo permette una rivitalizzazione, diviene renovatio temporis. Il viverlo insieme riafferma l’esistenza, l’identità e la solidarietà del gruppo sociale che celebra la festa. Oggi si chiede infatti alla festa di costruire l’identità sociale. Il tempo della festa cambia con quello della storia. La festa rimane anche oggi progetto irriducibile di gioia e speranza, di avvicinamento al senso trascendente dell’esistenza, al di là delle angustie del quotidiano e delle illusioni della storia.
NOSTALGIA DELLA FESTA?
Si manifesta nell'uomo contemporaneo una forte angoscia di fronte allo scorrere di un tempo composto di secondi scanditi dagli orologi, che si fermerà solo alla fine della vita.
La scomparsa del tempo sacro si riflette anche nello sciogliersi di quella rete di relazioni sociali che segnava il corso dell'anno in occasione delle feste: dove ci si sollevava dalle preoccupazioni quotidiane per vivere in una dimensione di “comunione”. Una volta le feste permettevano ai partecipanti di vivere contemporaneamente da spettatori e creatori.
Se il senso ed il tempo del sacro svaniscono nella psiche dell'uomo contemporaneo, omologato ai principi di una civiltà matematizzabile, svanisce anche l'immagine. L'autentica immagine è quella che fa da ponte tra visibile ed invisibile, diventando simbolo. Il simbolismo è un metodo di conoscenza particolarmente adatto alla natura umana, che ha bisogno di una base sensibile per conoscere i fenomeni e le cose. Il simbolismo è un mezzo per leggere la realtà del non visibile. Così sono i riti e i simboli: non sono indispensabili, ma in qualche modo convenienti. L'uomo ha bisogno dell'autentica immagine, del simbolo attraverso cui ricongiungersi con i suoi miti. Il mondo di oggi gli propone invece di dirottare la sua attenzione sugli oggetti: le merci. E mentre queste aumentano, cresce il bisogno dell'immagine negata. Anche le nazioni, le città, persino le associazioni hanno i loro simboli, così come ogni gruppo sociale o politico: questi possiedono un vigore e una tensione integratrice di prim'ordine. Il simbolo infatti non si dirige a una sola facoltà dell'uomo ma concerne sempre la sua totalità, produce risonanze in tutte le sue funzioni. Il tempo della festa è sempre il tempo dell’ostensione del simbolo. La fine del tempo sacro e della festa innescano un processo di desertificazione sociale di cui una manifestazione evidente è il disordine urbanistico delle nostre città.
Oggi è talora impossibile distinguere visivamente un cinema da una chiesa o da una discoteca. L'architettura razionalista contemporanea non crea un nuovo ordine visivo.
La restaurazione del rito, della festa, del simbolo, dell'immagine, del suono nella vita sociale è altamente improbabile perchè manca un sentimento collettivo capace di crearne le condizioni per la rinascita.
La realtà che ci circonda non ha valenze metafisiche ed il fine principale dell'uomo è il perseguimento a qualunque costo del solo benessere bio – psichico. Vi è però un riavvicinamento alla territorialità, all'autenticità teso a testimoniare il più profondo senso possibile della rivelazione di una collettività.
LA FESTA E IL COMICO: BATAILLE E BACHTIN
I rapporti tra il comico e la festa sono intensi e sono stati a lungo indagati, specie nel Novecento. Due indagini importanti sul rapporto tra festa e comico sono quella di Georges Bataille e quella di Michail Bachtin. Entrambi rimandano, nella loro visione della festa, a privilegiare l’aspetto basso della festa e dei suoi linguaggi e ne indicano un valore d’uso politico-culturale. Bataille procede nella sua riflessione alla destrutturazione in direzione materialistica del sistema festivo e del linguaggio comico. Il riso diventa una tecnica privilegiata dell’esperienza interiore. Festa e carnevale sono le più rappresentative espressioni di un mondo comico in cui si distruggono le energie accumulate dal lavoro, in cui si dissolvono certezze e stratificazioni della società. Tutto questo ha bisogno però, per realizzarsi, della tradizione del comico. Quella di Bataille è una visione della festa e del comico come dissipazione o spreco. Particolare fortuna ebbero le teorie di Bataille in Francia. Dalla tradizione del comico parte anche Bachtin, nella sua opera sulla cultura popolare, tentando di mettere in evidenza un uso storico. Evidenzia gli aspetti bassi, corporali di questa cultura: nel Carnevale la tradizione popolare manifesta la propria visione del mondo, il proprio materialismo. E’ il riso, cioè il comico, a provocare l’abbassamento e il rovesciamento di una festa che si collega ai riti seri della religiosità. E il linguaggio del comico è quello della pubblica piazza. Bachtin immette nella sua riflessione sulla festa e sui suoi linguaggi il concetto di tempo e quello di morte. La festa popolare è retta da un ritmo, da una scadenzialità temporale collegata alla successione delle stagioni e a una visione ciclica del tempo. La morte altro nn è che l’altro volto della nascita. Anche il rapport con la maschera, che è un elemento di sottrazione di presenza, è un rapporto con la morte e segna la celebrazione di una sorta di processo di avvicendamento e quindi di ciclicità e sostituibilità. Il Carnevale nn celebra il basso ma ci ricorda che la vita può essere anche bassa. Bachtin afferma che la tradizione carnevalesca consiste in una presunta celebrazione della vita eterna dell’umanità, recuperando positivamente la morte e la negatività.
Il Carnevale è l’atto di chiusura dei Saturnali, il ciclo festivo che iniziava alla metà di dicembre e che i Romani dedicavano al culto dei morti. Proprio in quanto atto di chiusura di un ciclo esso veniva e viene tuttora declinato prevalentemente attraverso le forme del comico. Le maschere sono la rappresentazione del mondo dei morti che torna a popolare pro tempore lo spazio dei vivi. La festa, e il Carnevale in particolare, è sospensione della storia e del suo tempo: la cesura della linearità temporale interrompe il rapporto degli individui con la realtà sociale e apre l’opportunità del rapporto con altre dimensioni (passato e futuro). Festa come rapporto con la ciclicità del tempo, con la nascita e la morte.
LE FESTE DELLA CONTEMPORANEITA’; LO SCIOPERO E LE NUOVE RITUALITA'
Il Carnevale elegante di Bagolino………..
Un altro caso lombardo, quello di Schignano in Val d’Intelvi, rimanda al carnevale, alla festa come conflitto; i suoi protagonisti sono due categorie estetiche ed etiche della società: i belli e i brutti. Questo conflitto è metafora di un conflitto socio-politico tra categorie sociali o addirittura spirituali: i ricchi e i poveri o i buoni e i cattivi. Generalmente sono i brutti che si mettono in caccia dei belli per cacciarli dal paese ed è normale che alla fine siano i brutti ad avere la meglio (carnevale come mondo alla rovescia).
Quello di Ivrea è un altro caso di carnevale come conflitto: la battaglia delle arance ha origine simbolica e rappresenta il conflitto tra chi difende la libertà della città e chi la insidia. Queste feste conservano un forte legame con la tradizione e ne connotano in forma originalissima il rapporto con la territorialità, con la storia di quei luoghi.
I carnevali metropolitani:
-Viareggio ha creato una festa moderna che nn è più nemmeno locale, ma nazionale; inventa un’iniziativa che serve oggettivamente a promuovere la qualità turistica del territorio
-Venezia viene da una tradizione altissima che ha visto la città divenire capitale mondiale del Carnevale nel Sei-Settecento. E’ una festa colta e sofisticata che cerca però di dare un significato a un flusso turistico che cmq già esiste
-Milano conobbe nell’Ottocento i fasti del Carnevalone che però poi andò a morire. All’inizio degli anni Ottanta l’Amministrazione Comunale decise di ridare vita alla festa; la manifestazione divenne in breve la più importante festa della città
-Bergamo dà vita da qualche anno a uno dei migliori carnevali metropolitani d’Europa. E’ un carnevale di teatro che propone solo spettacoli di strada e di teatralità urbana.
Nella contemporaneità qualche esempio di tentativo di recupero del senso e delle forme della festa attraverso esperienze sociali moderne sono la festa televisiva e la festa come conflitto sociale simboleggiato dallo sciopero.
In occasione delle feste televisive, il valore celebrato attraverso il medium è il medium stesso e nn la ricorrenza con i suoi significati. La specificità nn c’è più e nn si è reso nemmeno il pathos della festa, l’emozione di ritrovarsi di fronte a un evento unico e irripetibile, ancorché rituale. La festa televisiva in realtà celebra solo la televisione e prescinde totalmente dalla caratterizzazione territoriale dello spettacolo proposto. La televisione è un medium tecnologico che difficilmente si può ammantare di contenuti autonomi.
C’è un evento che avviene spessissimo e che presenta significativi collegamenti con la pratica festiva, cioè la partita di calcio, ma quella vissuta in diretta allo stadio, nn alla televisione. Come nell’agone drammatico, una collettvività omogenea socialmente e culturalmente si da appuntamento in un luogo specifico e in un tempo definito per assistere a un evento il cui senso è chiaro e condiviso da tutti, anche se nn si sa ancora chi vincerà.
La televisione separa, confina le famiglie nelle loro case; la festa unisce ed è l’unica cosa che si può fare solo se vi partecipa la gente, in quanto è la gente stessa la protagonista della festa. Ma la festa era anche violenza, conflitto: nell’agone della Grecia antica, lo era ancora prima nel sacrificio tribale e tale torna ad essere con la civiltà romana e in qualche modo con la messa cristiana. Esiste uno strano e labile confine tra epifania del sacro, festa e conflitto. Gli scioperi e i conflitti sociali hanno anch’essi, come la festa, in determinate circostanze, una portata simbolica profonda. Esiste dentro la lotta un modo di fare festa significativo; esplode una sorta di teatralità di gruppo e su tutto domina quella particolare atmosfera senza tempo delle ricorrenze rituali. Maggio si rivela il mese in cui maggiori sono gli scioperi e le feste. Gli operai in sciopero inoltre, durante i primi giorni si vestono a festa (l’abito della festa è riconoscibile). Lo sciopero è una festa anche per un’altra ragione: esso crea quell’essere insieme che per Rousseau costituisce l’essenza stessa della festa. Lo sciopero è festa perché concentramento e, per questo, comunione. Nello sciopero operaio emergono quindi insieme il momento della lotta e quello della festa, la manifestazione di strada come espressione della propria autonomia, intreccio permanente di rito e invenzione, cerimonia e improvvisazione.
Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta le feste popolari vanno incontro a un processo di rapida trasformazione che è a sua volta il risultato di spinte molteplici: accanto alla festa contadina e alla festa religiosa prende piede la festa politica; accanto alla tradizione della piazza si sviluppano nuove occasioni e sedi di socialità popolare. Le occasioni di festa si moltiplicano e la festa dura un’intera giornata. Ma verso la metà degli anni Ottanta cominciano a difondersi le critiche sullo sperpero delle risorse e sull’assenza di un serio spirito di lotta in queste feste.
IL CARNEVALE: OCCASIONE DI SCENA FESTIVA
La festa è il tempo in cui una collettività si riunisce per celebrare i valori di riferimento culturali, storici, politici o d’interesse ed evocarne le presenze simboliche. Nel momento in cui si riunisce e riconosce i propri valori comuni, essa si autoconferma e autolegittima in quanto collettività.
Nell'occasione della festa ogni individuo testimonia la propria appartenenza al gruppo allargato e chiede conferma a questo della legittimità della propria appartenenza. La festa è quindi cerimoniale, iniziatica e parla il linguaggio dei simboli. Sono esistite ed esistono varie forme della festa. Quella originaria è riconducibile al modello della tribù che si riunisce intorno al fuoco, prega gli dei, narra le proprie storie; è la festa di tutta la collettività e non di parti di essa. Nella società contemporanea poche sono le feste riconducibili a questa condizione. Hanno conosciuto nei millenni trasformazioni; sono però quelle che conservano due elementi comuni ed immutabili: IL PERIODO DELL'ANNO IN CUI SI CELEBRANO e IL RIFERIMENTO ALL'INTERO GRUPPO SOCIALE.
La FESTA BAROCCA fu l'episodio più rilevante del linguaggio della scena festiva ma era la FESTA DEL PRINCIPE e ad essa il popolo partecipava in quanto invitato dal principe: caduto il Principe, cioè il valore di riferimento, cade anche la sua festa. La stessa sorte non è toccata a Natale e a Carnevale e le ragioni riposano sulla rilevanza morale, etica e culturale dei valori celebrati.
Festa di intensa tradizione padana e alpina, degenerata in epoca moderna in mera occasione per lo scherzo e la burla, il CARNEVALE è uno straordinario progetto utopico di sovvertimento degli assetti, un tempo del mascheramento in cui il singolo individuo o l’intero gruppo sociale può progettare, a tempo determinato, una condizione diversa dalla propria. A Carnevale è consentito essere altro da sé: nn a caso è stata nei secoli la festa più temuta e osteggiata dai poteri costituiti. A partire dall'epoca della fondazione dei miti, in età arcaica, la rigenerazione di una collettività o di un gruppo sociale si è sempre basata sulla sacrificalità, ossia sull’individuazione del capro espiatorio e delle modalità rituali dell'espiazione. Anche per il Carnevale sarà la morte che genererà la vita, sarà la fine che genererà l'inizio. Il Carnevale sacrifica il quotidiano, ossia la norma: nell'attingere alla diversità consiste la rifondazione salvifica di questo appuntamento rituale che sancisce la legittimità pro tempore dell’alterità. Il Carnevale ha sempre avuto e continuerà ad avere il teatro come componente espressiva fondamentale. Il teatro festivo trae origine dalla possibilità e volontà, per gli artisti e per il pubblico, di costituire un autentico rapporto umano, accentuandone i rischi in un contesto in cui la protezione offerta dall'organizzazione culturale convenzionale venga a mancare: saranno i rischi stessi della nascita, della sofferenza, della morte, dell'amore che sono poi i temi che offrono senso alla condizione umana, ossia tutto quanto è stato occasione e materia di teatro dalle sue origini alla civiltà classica, sino alla nascita del teatro e della drammaturgia borghesi.
Rielaborare un’ indagine sulla teatralità su queste basi significa reinventare le condizioni e le occasioni nella quali si è prodotto il lavoro degli artisti nella nostra civiltà. Non più una teatralità da festival ma un teatro organico a un nuovo sistema di relazioni tra gli esseri e tra i gruppi sociali, in grado di rifondare nuovi confronti collettivi, nuove occasioni di rapporto sociale, culturale e umano.
I “GRANDI EVENTI”: LA PIAZZA E LA SCENA URBANA OGGI
Le Amministrazioni Comunali non hanno di meglio che assegnare una delega ai grandi eventi. Possiamo dire che sono GRANDI EVENTI, in una città come Milano, il derby calcistico e la Stramilano, il Carnevale, la chiusura domenicale con finalità ecologiche del centro storico alle auto, le fiere e le manifestazioni di moda. Milano si avvale di un Assessore alla Cultura, di un Assessorato al Traffico e ai Trasporti e di uno al commercio. Qualsiasi assessore ed i suoi funzionari vi diranno che il compito dell'Assessore ai Grandi Eventi è quello di occuparsi delle feste cittadine: evitate di chiedere a chiunque cosa sia una festa perchè ricevereste delle risposta alquanto differenti. Non risultano gli interpreti di una visione a largo raggio che rimanda ad una lettura politica di una società imperniata sulla pratica festiva; sono solo gli Amministratori di un budget che le giunte mettono a disposizione. Se si vuole la festa è necessario volerla fino in fondo, perchè il mondo contemporaneo ne fa anche a meno; non serve a nessuno mantenerla stancamente e senza alcuna competenza in vita perchè qualche persona illuminata ci ha spiegato in passato che il livello di civiltà di una società si misura anche dalla qualità dei suoi teatri e delle sue feste. Si lasciano perdere i grandi eventi! Si scelga piuttosto se si vuole realmente che la collettività disponga di un “tempo altro” rispetto al suo tempo storico, se si vuole valorizzare la tradizione, se si hanno sufficienti energie e talento per rileggerla ed adattarla ai linguaggi contemporanei: è chiaro che GESTIRE LA FESTA URBANA NON è UNA SINE CURA. Bisogna partire da cosa è la PIAZZA. Nel Medioevo la piazza fu il luogo di ritrovo in quanto vi si teneva il mercato, che non era semplicemente l'occasione per lo scambio e l'approvvigionamento delle merci, ma ambiente di socialità e cultura. Tutte le informazioni disponibili passavano da lì, lì si incontravano coloro che venivano da lontano, che raccontavano storie di viaggi, vicende di altri paesi. Si viveva in comunione con altri l'esperienza della conoscenza, si incontrava lo spettacolo e si considerava questo tempo come la sospensione del lavoro dedicata al proprio accrescimento. Era il luogo della comunicazione politica.
Oggi le nostre città sono più dotate di piazzali che di piazze. Le piazze risultano spesso aree vuote nelle quali si può assumere una posizione di miglior favore per l'osservazione della monumentalità. Nel Medioevo l'arredo della piazza era la gente stessa; oggi nella piazza trovano spazio i monumenti, le statue, le fontane: tutto quanto ha valore da un punto di vista estetico. La fase della socialità e dell’informazione è confinata nel privato, nell’utenza televisiva domestica. Se in passato il luogo della socialità era anche il luogo della festa; oggi il valore di un punto di riunione della piazza, per il cittadino occidentale, è inesistente, anzi, si manifestano comportamenti ossessivi di agorafobia. Nella piazza, la nostra funzione è stata sostituita dai rappresentanti di altre collettività culturali ed etniche. Non si deve parlare di espropriazione: mentre noi privatizziamo i nostri processi di socialità, altre comunità esprimono l'esigenza del luogo di incontro collettivo, in grado di integrare la carenza di ambienti destinati all'autoriconoscimento.
GLI AMBIENTI DELLA FESTA URBANA NELLA MILANO CONTEMPORANEA
La festa si deve tenere nei luoghi di autoriconoscimento della collettività. In una città come Milano bisognerà partire dal CENTRO STORICO, per quanto Milano goda della fama di città policentrica: il suo è in realtà un policentrismo commerciale. Milano è una città rotonda, che si estende per cerchi successivi concentrici, quindi fortemente arroccata attorno al suo centro storico. In nome di un principio social-cultural-urbanistico detto DECENTRAMENTO, negli anni 70 si tentò di qualificare le periferie con la presenza di teatri decentrati. Dopo una brevissima stagione di successo la gente sentì il bisogno di tornare in centro. Le aree che possono essere interessate dalla festa sono quelle dove la gente va naturalmente ed istintivamente a fare due passi, a incontrare altre persone, a godere delle occasioni di miglioramento della qualità della vita che la città offre. L'area è ormai quasi totalmente pedonalizzata: parte da P.zza San Babila e, snodandosi per Corso Vittorio Emanuele, arriva in Piazza Duomo; da qui riprende e per il Cordusio entra in Via Dante, da dove giunge sino al Castello; qui si attraversano i cortili e si giunge nel parco; percorrendolo si arriva in piazza Sempione. Il processo di pedonalizzazione stabile ha sostituito quello di commercializzazione occasionale, ma ora anche la città moderna presenta una zona che istintivamente ognuno può immaginare come area della festa. Infatti in quest’area si tengono le non molte feste cittadine sopravvissute, in particolare il Carnevale, ma anche gli spettacoli delle domeniche ecologiche. La prima cosa da fare per organizzare un’ iniziativa è quella di stabilire dove si colloca fisicamente e che rapporti viene ad assumere con l'utenza. Dopo di che bisognerà passare alla caratterizzazione territoriale della proposta.
PER UNA RAPPORTO TRA FESTA-TEATRO E TERRITORIO
Ciò che caratterizza il concerto di Zucchero è Zucchero stesso, ma non quando lo fa o dove lo fa. Non è l'occasione che crea lui, ma lui che crea l'occasione; non è lui il testimone del territorio, ma è lui che lo caratterizza provvisoriamente e in forma omologata. Non c'è quindi nessun rapporto tra un’ iniziativa di questo genere e il territorio che la promuove, siano le sue finalità turistiche, di servizio culturale, ricreative o tutte insieme.
È necessario che la promozione turistica e quella culturale si rivolga ad altre esperienze, bisogna che il “territorio si travasi”, venga sintetizzato ed esaltato nell'iniziativa di spettacolo proposta. Pertanto l'iniziativa preconfezionata, se di qualità, potrà anche appuntare qualche medaglietta sul petto di quel sindaco od assessore, ma non lascerà alcuna traccia se non l'omologazione del territorio in questione ai diffusi, indifferenziati e ripetitivi modelli televisivi globalizzanti.
Il ballo o la musica popolare, destituiti di ogni contestualizzazione culturale e storica e trasformati in spettacolo serale nel villaggio turistico o nella località balneare, non fanno che generare una comunicazione di pessima qualità tra il viaggiatore ed il territorio visitato. Sono in realtà gli ultimi testimoni di una esperienza culturale che il loro territorio ha prodotto nei secoli: come tali vanno presi e non come ballerini o musicisti. Ciò che sanno fare più o meno bene ha bisogno di una contestualizzazione e la contestualizzazione significa ARMONIA LOGICA TRA LA PROPOSTA SPETTACOLARE E I LINGUAGGI DEL TERRITORIO. Bisogna che l'operatore culturale e/o turistico addetto abbia l'accortezza, la capacità, il vero e proprio talento di traversare nel momento dello spettacolo i linguaggi che naturalmente il territorio esprime, e questo è impossibile prescindendo dalla STRUTTURA di FESTA, cioè quell'iniziativa composita che prevede il momento dello spettacolo ma non solo quello.
I linguaggi del territorio sopravvivono e hanno significato solo se NON SONO RIVOLTI esclusivamente ALLO STRANIERO, ma se rivestono ancora un senso forte e autentico per le popolazioni locali (es Palio di Siena, vera e propria arcaica struttura della festa, in occasione della quale l'individuo chiede al gruppo conferma della sua appartenenza ad esso e nel contempo conferma al gruppo la sua intrinseca esistenza).
I linguaggi del territorio che vanno comunicati in occasione della festa sono la storia e le tradizioni, i miti, le componenti devozionali, il cibo, l’arte, la monumentalità, la conformazione della natura locale, i disegni del paesaggio, i profumi della natura, il dialetto e i modi di dire, il carattere della gente, le abitudini, il talento artigianale...ma se la comunicazione di queste caratteristiche non avrà senso per gli indigeni, se essi non saranno felici di richiamarle e confermarsele, se tutto si ridurrà ad uno spettacolo non professionale, gli stranieri potranno solo far finta di essere incuriositi e di apprezzare, ma probabilmente si annoieranno. Dovranno essere coloro che osservano, si nutrono di questa diversità mentre gli indigeni dovranno essere coloro che la manifestano prima di tutto a se stessi, esattamente come espressione dell'identità.

Fonte: /wp-content/uploads/2008/09/spettacolo-festa-e-territorio.doc

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