Atene antica e Sparta

Atene antica e Sparta

 

 

Atene antica e Sparta

SPARTA E ATENE

Tra le poleis del mondo greco, spesso rivali e nemiche tra loro, si distinsero per potenza militare e ricchezza Sparta e Atene, che svolsero un ruolo determinante nella storia greca e che rappresentarono opposti ordinamenti politici: Sparta fu modello di Stato aristocratico-oligarchico, caratterizzata da una società chiusa e immobile, Atene fu invece esempio di Stato democratico. A questi due diversi modelli si ispirarono tutte le altre città della Grecia, che ne imitarono le istituzioni e ne riconobbero la preminenza, secondo i diversi momenti della storia.

SPARTA
L’agglomerato urbano di Sparta –nato sulle rovine della città micenea Lacedemone- sorge intorno al X sec., come unione di 4 villaggi situati nella valle dell’Eurota, in Laconia, una regione nella parte meridionale del Peloponneso, occupata dai Dori.
Le notizie storiche, tuttavia, non vanno più indietro del VII sec. , periodo in cui la città si impadronì della vicina e fertile Messenia, divenendo la polis più estesa della Grecia.
La sua società si caratterizzava per una rigida divisione sociale della popolazione:

  • gli spartiati,
  • i perieci,
  • gli iloti.

Spartiati: riuniti in 3 tribù, vivevano in comunità di soli uomini e costituivano la classe dominante che non si amalgamò mai con le altre. Si dedicavano esclusivamente ai compiti del governo e alla guerra. Ognuno possedeva un lotto -inalienabile ed ereditario, detto kléros - delle terre più fertili, che faceva coltivare agli iloti, con l’obbligo di consegnare metà del raccolto, poiché la legge vietava loro di svolgere qualsiasi attività che non fosse la guerra; di fatto essi erano opliti a tempo pieno, sottoposti fin dall’infanzia ad una severissima educazione di tipo militare. Nonostante avessero fama di guerrieri formidabili, gli spartiati non si impegnavano mai in conquiste territoriali (dopo quella della Messenia), perché dovevano prima di tutto mantenere l’ordine all’interno, difendendo con le armi il durissimo dominio imposto agli iloti. La preoccupazione di conservare immutato il proprio sistema politico e sociale rese la classe dirigente spartana una oligarchia chiusa a ogni novità e diffidente verso qualunque influenza esterna.
Gli spartiati, pur essendo una ristretta società di nobiltà ereditaria, si chiamavano fra loro omòioi, uguali, perché tutti avevano gli stessi diritti e doveri: erano guerrieri al servizio permanente ed esclusivo dello stato.
Ogni anno gli spartiati dichiaravano simbolicamente guerra agli iloti, che venivano sorvegliati da reparti segreti chiamati kryptéiai.

Perieci: “coloro che vivono nei dintorni”, costituivano circa un quinto della popolazione; erano gli abitanti dei villaggi della Laconia attorno a Sparta; alcuni coltivavano la terra, altri vivevano del commercio o si dedicavano alla pesca o all’artigianato. Erano uomini liberi, ma non godevano dei diritti politici ed erano obbligati a prestare servizio militare, in posizione subordinata.

Iloti: (forse significava “prigionieri di guerra”) erano discendenti dei Messeni conquistati dagli Spartani nel VII sec.; erano semi-schiavi, lavoravano la terra degli spartiati, non godevano di alcun diritto e potevano essere uccisi al solo sospetto di infedeltà. Facevano però parte dell’esercito nelle campagne militari e potevano affrancarsi dalla condizione di schiavitù per meriti particolari. Essi formavano un gruppo omogeneo e continuavano a vivere nella loro terra d’origine, mantenevano legami familiari e potevano coltivare le proprie tradizioni. Non venivano comprati dai singoli spartiati, bensì assegnati dallo stato, in quanto considerati una sorta di proprietà comune del ceto egemone.

I tre gruppi sociali rimasero sempre separati, con gli spartiati a gestire il potere in maniera dispotica; ogni forma di ribellione veniva repressa con le armi, perciò la società spartana divenne il simbolo dello stato totalitario, in cui gli individui non avevano voce alcuna.
Questa organizzazione sociale rigida e dura fu fissata tra l’VIII e il VII sec. a. C., quando gli Spartani, per garantire il controllo del paese e poiché qualsiasi mutamento poteva compromettere il loro predominio, crearono istituzioni che assicurassero la stabilità del regime. Tali ordinamenti (noti come Costituzione Retra, che sigifica “oracolo”, alludendo al fatto che Licurgo la avrebbe ricevuta come oracolo di Apollo a Delfi) furono il risultato di una lenta evoluzione durata almeno due secoli. La leggenda vuole, invece, che fossero stati fissati dal mitico legislatore Licurgo il quale, dopo averli emanati in età antichissima, avrebbe fatto giurare ai suoi concittadini di lasciarli inalterati per sempre.
La costituzione spartana si basava su quattro organismi:

  • la diarchia, era la contemporanea sovranità di due re, appartenenti alle famiglie degli Agiadi e degli Euripontidi, mitici fondatori di Sparta. La loro carica era ereditaria e spettava al figlio primogenito. In tempo di pace svolgevano la funzione di sommi sacerdoti, in guerra guidavano l’esercito. Si preoccupavano inoltre che non si estinguessero le famiglie degli spartiati, combinando matrimoni;
  • la apella, un’assemblea cittadina, formata dagli spartiati che avevano compiuto i trent’anni, che si riuniva una volta al mese per decidere sulla pace e sulla guerra, per eleggere gli efori e i gheronti, per approvare o respingere le proposte di legge della gherusia, ma senza discuterle, solo esprimendo un “sì” o un “no” per acclamazione (o per alzata di mano???). Se una proposta veniva rifiutata una prima volta, la gherusia si sarebbe nuovamente riunita a parte per valutare le obiezioni dell’assemblea: ripresentate una seconda volta le sue proposte, sia che fossero immutate sia che contenessero delle modifiche, l'assemblea poteva solo approvarle senza ulteriori discussioni;
  • la gherusia “un consiglio degli anziani”, una sorta di senato, composta dai due re che la presiedevano e da 28 capifamiglia aristocratici ultrasessantenni, eletti a vita dall’apella fra gli spartiati. La scelta avveniva per acclamazione: i candidati si presentavano uno per volta e veniva eletto colui che riceveva l’ovazione più lunga e calorosa. I gheronti preparavano le leggi da sottoporre all’apella, dirigevano la politica estera, esercitavano il potere giudiziario per i delitti più gravi, condannavano all’esilio coloro che si comportavano in modo riprovevole;
  • consiglio degli efori (“ispettori”), formato da 5 membri (magistrati) eletti ogni anno dall’apella. Essi davano esecuzione alle decisioni dell’assemblea (potere esecutivo), vigilavano sull’educazione dei giovani, convocavano e presiedevano a turno l’apella, ordinavano la mobilitazione dell’esercito, esercitavano la funzione giudiziaria. Come giudici, presiedevano cause civili; avevano il potere di esigere la conciliazione tra le parti, di revocare i magistrati, di bandire gli stranieri. Poiché eletti dall’assemblea di tutti i cittadini, almeno teoricamente rappresentavano un importante elemento di garanzia di eguaglianza nella società degli spartiati.

Il regime spartano, come fece notare lo storico Polibio, conteneva in sé gli organismi tipici delle tre principali forme di governo: monarchia (diarchia), aristocrazia (gherusia) e democrazia (apella); tuttavia, è innegabile che il potere effettivo appartenesse all’aristocrazia, quindi lo stato spartano rimase sempre profondamente aristocratico.

L’educazione spartana
I futuri spartiati facevano esperienza del rigore della loro polis già nei primi giorni dopo la nascita: venivano esaminati dagli anziani e, se avevano qualche imperfezione fisica, venivano abbandonati sul monte Taigeto. Quelli invece giudicati senza difetti vivevano in famiglia fino all’età di sette anni e veniva loro assegnato un lotto di terra (kléros); poi cominciava una vita in comune sotto la guida di un adulto, il pedonomo, un magistrato speciale che si occupava della loro educazione: era l’inizio dell’agoghé, la dura educazione cui tutti gli spartiati venivano sottoposti, finalizzata alla karteria, cioè allo sviluppo del valore come forza e capacità di resistere a prove durissime; lo scopo era quello du formare un tipo uniforme di soldato, forte e obbediente agli ordini dei capi e alle leggi, che durava tredici anni. Scalzi, con un solo mantello d’inverno e d’estate, dormivano su letti di canne, erano nutriti in maniera insufficiente perché fosse stimolata in loro l’astuzia nel rubare il cibo. La parte fondamentale dell’addestramento era costituita dalla ginnastica (famoso è il pancrazio, una combinazione di lotta e pugilato) e dall’uso delle armi, mentre si impartiva l’insegnamento minimo indispensabile perché sapessero leggere e scrivere.
A vent’anni entravano finalmente nell’esercito, se erano riusciti a superare prove estremamente selettive e competitive, la più impegnativa delle quali era la kryptéia, periodo di segregazione e di separazione dalla comunità, durante la quale i giovani vivevano da soli e organizzavano spedizioni clandestine contro gli iloti. Questo rito crudele serviva da un lato a mantenere gli iloti sottomessi e in uno stato di terrore (da un punto di vista numerico, infatti, gli spartiati e le loro famiglie erano in tutto circa 20000, mentre gli iloti erano almeno 10 volte di più!); dall’altro fungeva da rito di iniziazione, cioè corrispondeva ad una prova, superata la quale i giovani venivano definitivamente accolti nel mondo degli adulti.
Tra i venti e i trent’anni gli spartiati continuavano a vivere in comunità di tipo militare basate su un rapporto paritario. Solo dopo i trent’anni venivano considerati cittadini veri e propri e potevano avere una vita familiare autonoma, anche se erano obbligati ad esercitarsi per la guerra fino ai sessant’anni e a consumare ogni giorno un pasto fuori casa, la sissìtia (da sun, “con, insieme” e siteo, “mangio”), in comune con i compagni. Chi non manteneva questi impegni perdeva la sua condizione di spartiate e su di lui e sulla sua famiglia ricadeva il disprezzo dell’intera comunità.
Il lungo addestramento, l’abitudine a stare in gruppo e ad agire insieme erano finalizzati alla tecnica della guerra oplitica, basata sull’azione coordinata e solidale dei fanti: o vincevano insieme o perivano insieme.
Per questa ragione il termine “spartano” indica ancor oggi un atteggiamento di austerità, essenzialità e severità educativa.

Le attività e le donne
I costumi spartani, oltre a questi aspetti legati all’educazione e all’estrema sobrietà del cibo e del vestiario, comprendevano il divieto assoluto di occuparsi di qualunque altra attività che non fosse quella militare. Per evitare la tentazione delle attività commerciali, non esisteva moneta, se non di ferro, accettata solo a Sparta.
In questa società interamente concentrata sui guerrieri, cioè sui maschi, alle donne si chiedeva soprattutto di generare figli sani e forti; per questo anch’esse praticavano esercizi ginnici, in quanto si pensava che la vigoria della madre si trasferisse ai figli. Per il resto erano piuttosto libere, anche perché non dovevano prendersi cura dei figli, allevati dallo stato. Forse era questa libertà delle donne spartane a scandalizzare i Greci delle altre poleis, nelle quali le donne erano molto più soggette ai doveri familiari e all’autorità maschile.

ATENE
Atene sarebbe stata fondata dal leggendario Cecrope, nato dal suolo stesso dell’Attica con un corpo da uomo terminante con una coda di serpente. Il mito lo considera primo re di Atene; a lui sono attribuiti i primi segni di civiltà, come l’abolizione dei sacrifici cruenti, il principio della monogamia, l’invenzione della scrittura e l’uso di seppellire i morti.
Atene ebbe origine come roccaforte acheo-micenea. Della sua storia prima del 594 a.C. si sa solo che vi fu un periodo monarchico (che ricalca la leggenda dei sette re di Roma) durante il quale regnarono dieci re il primo dei quali fu Erittonio, mentre l’ultimo fu Codro, la cui ottima condotta fu considerata irripetibile in un altro regnante futuro.
In realtà si tratta di una leggenda; molto probabilmente infatti la fine della monarchia avvenne perché il potere non fosse concentrato nelle mani di un’unica persona.

Organizzazione politica della polis
A differenza di Sparta, le cui istituzioni rimasero praticamente immutate nel tempo, Atene adeguò il proprio ordinamento politico alle mutate condizioni sociali. Nei tempi più antichi, come abbiamo detto, la città fu governata da re. La monarchia cessò verso la metà del VII sec., quando ad Atene si impose un regime aristocratico (il regime degli eupatridi, “discendenti da nobili padri”). La nobiltà, in questo periodo, esercitava il potere attraverso 3 istituzioni:

  • l’arcontato;
  • l’areopàgo (“colle di Ares”, perché le riunioni si tenevano su una piccola collina sacra al dio);
  • l’ecclesìa.
  • L’arcontato era l’organo esecutivo (governo). Inizialmente era formato da 3 arconti, cioè magistrati supremi scelti ogni anno tra i grandi proprietari terrieri:
    • l’arconte eponimo, si occupava degli affari di governo e dava il nome all’anno;
    • l’arconte polemarco, si occupava della difesa militare;
    • l’arconte basileus, curava le funzioni religiose.

Successivamente si aggiunsero altri 6 magistrati (tesmotéti), ai quali venne affidato il compito di esercitare funzioni giudiziarie minori e di controllare che tutti rispettassero le leggi.
Gli arconti restavano in carica un solo anno, scaduto il quale diventavano membri dell’areopàgo.

  • L’areopàgo era un consiglio formato da ex arconti, che ogni anno nominava i nuovi arconti, vigilava sull’operato degli altri magistrati e sui costumi dei cittadini e giudicava i reati penali gravi (tribunale supremo).
  • L’ecclesìa era l’assemblea di tutti i cittadini. Il suo ruolo era limitato, poiché veniva convocata solo per ratificare (cioè approvare) le decisioni già prese dall’aristocrazia dominante o per risolvere conflitti tra fazioni aristocratiche rivali.

Dracone
Questa era la situazione politica in cui si trovava Atene quando il demos cominciò a richiedere con insistenza un miglioramento delle proprie condizioni.
Per risolvere il malcontento del popolo, molte poleis decisero di nominare dei “legislatori” (nomothétes), con il compito di redigere leggi scritte.
Fino ad allora, infatti, non esistevano codici di leggi scritte, per cui l’aristocrazia, appellandosi alla tradizione e interpretando le norme consuetudinarie a proprio vantaggio, aveva la possibilità di tutelare sempre i propri interessi a scapito dei più poveri, di favorire i propri amici e di danneggiare gli avversari. Perciò, nel 621 ad Atene fu dato incarico a Dracone di redigere un codice di leggi identico per tutti e a tutti accessibile. Egli distinse l’omicidio volontario da quello involontario, stabilì che la punizione di entrambi dovesse essere affidata all’areopago e non, come avveniva al tempo, ai parenti dell’ucciso; tuttavia, pur con la severità delle sue leggi, non riuscì né a restituire la tranquillità ai cittadini né ad eliminare le disparità economiche esistenti (intollerabili erano soprattutto le condizioni dei debitori che, se non pagavano in tempo, diventavano schiavi dei creditori). La legge scritta servì solo a mitigare l’arbitrio dei nobili.

 

Solone
Dopo una serie di agitazioni e di tumulti, nel 594 venne eletto arconte con poteri straordinari l’aristocratico Solone “stimato dai ricchi perché ricco e dai poveri perché onesto”, il cui compito era quello di garantire giustizia e pace sociale. Per prima cosa, Solone rispose alla crisi che colpiva i piccoli proprietari agricoli, cancellando i debiti dei contadini, restituendo le terre sequestrate a causa dei debiti, abolendo la schiavitù per debiti (seisàchtheia, “scuotimento dei pesi”, cioè dei cippi che tenevano vincolati gli schiavi per debiti). Successivamente, per limitare lo strapotere delle stirpi (γένη) aristocratiche, esercitato tramite i principali organi istituzionali - la “Boulé (βουλή) dei Quattrocento”, costituita da cento membri per ogni tribù gentilizia (le quattro tribù sono quelle degli Opleti, Argadei, Geleonti ed Egicorei) e il Consiglio dell’Areopago- e per creare forme di mobilità sociale e garantire diritti politici a tutti i cittadini, Solone sostituì alle quattro tribù gentilizie quattro nuove tribù, in cui distribuì la cittadinanza in base al reddito (per questo si parla di regime timocratico, cioè fondato sulla τιμή, ovvero sull’onore o ricchezza).
Si tratta delle seguenti classi censitarie:

  • Pentacosiomedimni (coloro che ogni anno ricavano almeno 500 medimni di grano dai loro campi o hanno comunque un reddito pari a tale somma)
  • Triacosiomedimni o cavalieri (coloro che ricavano almeno 300 medimni o sono in grado di mantenere un cavallo)
  • Zeugiti (coloro che ricavano almeno 200 medimni o sono in grado di mantenere una coppia di buoi da aratro)
  • Teti (la maggioranza, coloro che guadagnano meno di 200 medimni, compresi i nullatenenti).

Solo gli appartenenti alle prime tre classi godevano del diritto di voto, erano tenuti a prestare servizio nell’esercito e tra loro venivano eletti i rappresentanti della βουλή. Le cariche amministrative più delicate (quelle variamente connesse alla gestione delle finanze della pólis) erano riservate ai soli pentacosiomedimni, meno corruttibili perché già ricchi e in grado di rispondere delle eventuali irregolarità; alla carica di arconte potevano invece accedere anche i triacosiomedimni.
Tutti i cittadini, compresi i teti, potevano infine partecipare alle assemblee pubbliche: l’assemblea popolare (ecclesìa) e il tribunale del popolo, l’eliéa, istituito da Solone con la facoltà di esaminare i ricorsi contro le decisioni dei magistrati, i cui membri venivano estratti a sorte dall’ecclesìa tra tutte le classi. L’aspetto più importante della riforma consisteva nel suo carattere aperto: dato che il criterio di distinzione tra una classe e l’altra non era più il sangue, vale a dire la nobiltà di nascita, ma il reddito, era teoricamente concessa a chiunque la possibilità di compiere la scalata sociale, garantendosi la pienezza del diritto. Un diritto, tuttavia, solo teorico appunto, perché la situazione di indigenza precludeva ai teti il lusso di sottrarre tempo al lavoro per partecipare, anche occasionalmente, alla vita politica. Non a caso i cittadini delle prime tre classi, quelli più ricchi, partecipavano alla guerra allo stesso modo, fornendo il nerbo dell’esercito: la cavalleria e la fanteria oplitica. È vero che la riforma di Solone, fondandosi sul criterio quantitativo, faceva vacillare il privilegio degli aristocratici, che poggiava su una differenza qualitativa rispetto al popolo. Nei fatti, però, la riforma non interveniva sulle disuguaglianze economiche, non prevedeva ridistribuzioni di terre e non colpiva sostanzialmente i privilegi dei più ricchi, dei quali, tuttavia, suscitò lo scontento per aver concesso anche ai più poveri di partecipare alla vita politica. E proprio perché tutti i cittadini rimasero scontenti della riforma –i nobili perché videro intaccati i propri privilegi, i mercanti, gli artigiani e gli armatori perché giudicarono eccessivo il potere lasciato ai nobili, i contadini, i marinai e i salariati perché avevano sperato di ottenere maggiori vantaggi- alla morte di Solone, che aveva abbandonato la città per non influenzare i suoi concittadini nel mettere in pratica la sua riforma, la politica si riaccese con rinnovato vigore. Approfittando del malcontento generale e facendosi portavoce degli interessi delle classi popolari, un nobile ateniese, Pisistrato, si impadronì del potere con un colpo di mano e si proclamò tiranno di Atene, cioè sovrano unico (560 a. C.).
Pisistrato (560-527)
Pisistrato, rimasto in carica 33 anni, “governò con moderazione e più da buon cittadino che da tiranno”:

  • mantenne innanzitutto le leggi vigenti e le magistrature esistenti;
  • difese la piccola proprietà;
  • concesse crediti agevolati ai contadini;
  • creò la prima biblioteca pubblica;
  • diede maggior importanza alle feste cittadine (Dionisie e Panatenee);
  • sviluppò il commercio, soprattutto con la Tracia;
  • fece costruire una flotta militare, gettando le basi della futura potenza navale di Atene;
  • promosse grandi lavori pubblici –acquedotti, dighe, templi-, abbellendo la città e dando lavoro alle persone più povere.
  • promosse la stesura scritta dei poemi omerici trasmessi fino ad allora soltanto oralmente, dando forma all’Iliade e all’Odissea.

Per questo le fonti parlano del suo governo come di una rinnovata età dell’oro, dopo una lunga crisi.
Al lui successero i figli Ippia e Ipparco, che però non furono amati come il padre. Sotto il loro governo l’aristocrazia riprese forza ed essi cercarono un appoggio esterno per contrastare gli oppositori, alleandosi con la Persia. Perciò, Ipparco fu assassinato da due nobili, Armodio e Aristogitone, nel 514, mentre Ippia fu costretto a fuggire presso i Persiani nel 510. Da allora gli Ateniesi celebrarono i tirannicidi come simbolo della libertà ritrovata e innalzarono loro una statua che possiamo ancor oggi ammirare.

Clistene (509-507)
Poiché Pisistrato non aveva modificato la costituzione della polis, dopo il rovesciamento della tirannide, un aristocratico appartenente alla famiglia degli Alcmeonidi, da sempre avversa alla tirannide, Clistene, convinse i cittadini ateniesi a disfarsi dell’ultimo tiranno, Ippia, attraverso l’intervento di Sparta. Così fu e, dopo un periodo di disordini, Clistene, eletto arconte nel 508, riuscì ad attuare una riforma molto audace, che diede al demos maggiori possibilità di partecipare alla vita pubblica. Egli si propose infatti di realizzare l’isonomìa, cioè l’uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge, indipendentemente dalla sua estrazione sociale, abolendo il criterio della nobiltà di nascita e limitando quello del reddito di Solone.

Trittìe e tribù
Innanzitutto modificò radicalmente il sistema tribale ateniese:

  • divise l’Attica in tre grandi regioni –la costa, la città e la campagna (entroterra)-, ognuna delle quali venne ulteriormente suddivisa in 10 unità territoriali (detti trittìe). Ogni trittìa era poi ulteriormente suddivisa in 10 piccole unità territoriali, chiamate demi;
  • le trenta trittìe furono poi unite in gruppi di tre a formare 10 tribù, cosicché ogni tribù contenesse una trittìa della costa, una della città e una della campagna, estratte a sorte. Le 4 tribù di censo istituite da Solone, vennero dunque sostituite con 10 tribù territoriali, che permisero di applicare il principio dell’isonomìa. In questo modo, infatti, le famiglie aristocratiche non riuscivano a far valere la propria influenza, dal momento che ogni tribù comprendeva in uguale proporzione una parte degli abitanti della costa, una della città e una della campagna, rappresentando in ugual misura gli interessi di tutte le regioni dell’Attica.

Le 10 tribù avevano compiti politici, cioè nella gestione della polis, e militari, poiché dovevano fornire un uguale numero di opliti per l’esercito cittadino e uno squadrone di cavalleria. Per essere cittadini occorreva essere iscritti al registro civile del demos, per ottenere il quale occorreva essere figli di padre ateniese.

La partecipazione politica
Era concesso a tutti partecipare:

  • all’ecclesìa(che si riuniva sempre più spesso), che aveva il compito di:
  • eleggere i membri della βουλή o Consiglio dei 500, assemblea istituita a Clistene e che acquisì la parte più consistente dei poteri,
  • eleggere il Collegio di 10 strateghi,
  • approvare, emendare o respingere le proposte di legge della βουλή, poi ratificate dagli arconti.

 

  • all’eliéa, i cui giudici erano estratti a sorte dalla βουλή e che vide ampliati i propri poteri a danno dell’aeropago, che perse ogni controllo sull’operato dei magistrati cittadini e rimase in vigore solo per giudicare in merito ai delitti di sangue.

 

Il Consiglio dei 500
Ogni tribù inviava 50 rappresentanti, sorteggiati dall’ecclesia, per formare il Consiglio dei 500 o βουλή. L’elezione a sorteggio era un sistema rivoluzionario, perché garantiva al demos, molto più numeroso degli aristocratici, maggiori rappresentanti nella βουλή.
L’anno venne poi diviso in 10 parti di 36 giorni e per tale periodo, a rotazione, i 50 membri di una tribù assumevano la pritania (“presidenza”) ed erano detti pritani (“presidenti”), con il compito di dirigere i lavori dell’assemblea. Il consiglio ebbe poteri molto ampi:

  • sorteggiava i giudici dell’eliea e sceglieva gli arconti,
  • preparava le proposte di legge da sottoporre all’ecclesia,
  • controllava l’operato del governo e degli strateghi,
  • curava l’amministrazione degli affari interni e le relazioni estere (dichiarazione di guerra e trattati di pace).

I pritani potevano, inoltre, convocare la βουλή, l’ecclesia e i capi militari (strateghi); custodivano poi le chiavi dei templi e dei tesori pubblici.

Il Collegio degli strateghi
Gli strateghi, scelti uno per ciascuna tribù sulla base delle abilità, del valore e della preparazione personale, erano comandanti supremi annuali. Il fatto che venissero eletti e non sorteggiati dimostra l’importanza di tale magistratura, che col tempo assunse sempre più prestigio, diventando l’effettivo organo di governo.
I 10 strateghi erano a capo di altrettante unità di opliti, ciascuna composta da circa 900 uomini.

Gli arconti
Il potere esecutivo (governo) restò affidato a 9 arconti, sorteggiati annualmente da una lista di 500 candidati e poi scelti dalla βουλή, ed un segretario della βουλή (il grammateus), espresso dalla tribù esclusa dalla designazione; ad essi si aggiungeva l’arconte polemarco, capo degli strateghi.

L’ostracismo
Per impedire l’instaurarsi di nuove tirannidi, Clistene istituì l’ostracìsmo, applicato per la prima volta nel 488 a. C., anni dopo la sua morte: si trattava di una votazione con la quale l’ecclesia poteva ogni anno condannare a 10 anni di esilio quel cittadino che fosse apparso pericoloso per lo stato, scrivendo il nome dell’esiliando su un coccio di terracotta (in greco ostrakon, materiale sempre disponibile: tutti usavano stoviglie e vasi di argilla, assai fragili) e depositandolo nelle urne apposite, situate in corrispondenza dei dieci ingressi della piazza (una per tribù). L’ostracismo, tuttavia, benché nato con buone intenzioni, divenne ben presto un’arma politica che poteva servire per allontanare dalla città un avversario indesiderato; per questo forse il suo uso venne abbandonato già nel corso del V secolo a. C.
Tale istituzione ci mostra però che gran parte della popolazione era alfabetizzata.

 

La nascita della democrazia
Il termine democrazia indicava in greco “il governo del popolo” e fu il regime politico di Atene a partire dal 508, anno della riforma di Clistene, fino al 322 a. C. Si basava essenzialmente sulla sovranità dell’assemblea popolare costituita da tutti i cittadini maschi adulti –che erano peraltro pochi, mai più di 40/45 mila-. Era perciò una democrazia diretta, sia perché ciascun cittadino –tranne le donne, i meteci e gli schiavi- partecipando all’assemblea, poteva contribuire personalmente alle scelte, sia perché era l’assemblea stessa ad avere l’ultima parola sulla pace, sulla guerra, sui trattati, sulle leggi, sulle opere pubbliche e su tutte le questioni relative alla vita della polis. Inoltre, alla maggior parte delle funzioni pubbliche si accedeva per sorteggio, per cui ogni cittadino aveva la possibilità di diventare membro della Boulé o arconte o membro del tribunale popolare (eliea), e talora anche più di una volta.
Verso la metà del V secolo chi ricopriva una carica cominciò a ricevere un piccolo stipendio giornaliero, il cui scopo era quello di invogliare tutti a partecipare, anche i contadini che venivano da fuori città, risarcendoli del mancato lavoro e guadagno della giornata.
Per il cittadino ateniese la vita pubblica era parte integrante della propria, ne discuteva nei negozi, nelle taverne, a tavola e infine la decideva in maniera diretta, esprimendo il suo voto insieme agli altri in assemblea.
Evidenti sono le diversità rispetto alle democrazie attuali, prima fra tutte l’idea di fondo: la democrazia non consisteva nell’abbattimento dei privilegi, ma nell’estenderli al maggior numero di persone.
Del resto, nelle democrazie moderne un sistema politico di questo tipo non potrebbe applicarsi perché devono governare milioni di cittadini. Il popolo, quindi, non si esprime più direttamente su ogni singola decisione dello stato, ma elegge i suoi rappresentanti (per questo si parla di democrazie indirette o rappresentative). A loro, in modo diverso nei diversi paesi, spetta il compito di guidare la vita politica, economica, sociale della propria nazione.
Un’ultima notazione riguarda il concetto di “libertà”. E’ vero che ad Atene il regime democratico concesse a molti di esprimersi direttamente nella vita pubblica; tuttavia, tale concetto era ben diverso da quello attuale. Esso infatti coincideva con il diritto di sottomettere economicamente e politicamente gli altri, non con l’idea di porre sullo stesso piano le scelte di tutti.

L’educazione ad Atene
In Atene l’educazione dei fanciulli e delle fanciulle seguiva due strade differenti. Le ragazze destinate al matrimonio e alla famiglia, venivano educate dalla madre, che le preparava ad essere brave padrone di casa e brave mogli, a sapere tessere e filare.
Per i ragazzi l’educazione prevedeva innanzitutto una buona preparazione atletica, necessaria per poter combattere e di cui i giovani davano prova in gare ginniche anche al di fuori della loro città. Nella polis aristocratica erano quasi esclusivamente i nobili a potersi permettere questo addestramento. Con l’affermarsi della tecnica di combattimento oplitica l’addestramento militare divenne una necessità per tutti i cittadini e nelle polis greche furono costruiti ginnasi e palestre. I fanciulli vi trascorrevano tutti i pomeriggi; alla fine, stanchi e sudati, si toglievano con una speciale spatola ricurva, lo strigile, la polvere mescolatasi all’olio con cui si erano cosparsi il corpo prima di iniziare gli esercizi.
Già nel corso del V secolo erano ben diffuse anche le scuole, tutte private, che i bambini frequentavano a partire dai sette anni, sotto la guida di un maestro. Vi si recavano tutti i giorni, compresa la nostra domenica, tranne quando si celebrava una festa religiosa. Imparare a leggere era una grande fatica, perché le parole erano scritte una di seguito all’altra, senza spazi e senza punteggiatura. Scrivevano usando tavolette di legno coperte di cera, raramente papiro perché costoso e si esercitavano a ricordare a memoria i versi dei poeti più famosi, soprattutto Omero. In alcune città si svolgevano gare di calcolo e ovunque gli allievi studiavano canto e danza e imparavano a suonare la lira, la cetra o il flauto. Queste conoscenze erano fondamentali per partecipare alle celebrazioni e alle feste della polis, che avevano lo scopo di rafforzare il legame fra i cittadini e che ad Atene erano particolarmente numerose.
A quindici anni il giovane sceglieva se imparare un mestiere e continuare a studiare, ascoltando gli insegnamenti dei filosofi e degli oratori; a diciotto anni prestava servizio militare per due anni come efebo: dopo aver ricevuto lo scudo e la lancia nel corso di una solenne cerimonia in teatro, indossava una veste nera e aveva incarichi di sorveglianza ai confini del territorio, nelle fortezze, o in città durante le assemblee, e imparava in questo modo le regole del combattimento oplitico. Terminato questo periodo, egli diveniva cittadino a tutti gli effetti e poteva partecipare alla vita pubblica e ai dibattiti nelle assemblee.
Nella città democratica, in cui bisognava guadagnarsi la fiducia e il voto dei cittadini, l’abilità nel parlare e nel convincere divenne sempre più importante per imporre il proprio punto di vista. Lo compresero i Sofisti che, nel V secolo, aprirono scuole a pagamento dove i giovani venivano istruiti nell’arte della retorica e preparati così alla carriera politica.

Il confronto tra Sparta e Atene: una sintesi
La società spartana fu una società chiusa ad ogni contatto con l’esterno (era infatti proibito viaggiare), guerriera, con un regime aristocratico che restò immobile per 400 anni. Si fondava sulla superiorità militare; dava importanza alla forza fisica e ad una vita comunitaria nella quale l’individuo era sacrificato all’interesse collettivo.
Atene invece promosse i viaggi, i commerci, gli scambi culturali; gli Ateniesi davano valore al dialogo, alla libertà di parola, alla scrittura e alle libertà individuali. Per questo volevano ragionare su tutto (ad Atene nacquero Socrate e Platone) e per la prima volta cercarono di dare una spiegazione scientifica ad ogni domanda.

La parola deriva dal verbo greco κρυπτεύω, nascondo, con riferimento all’usanza da parte degli spartiati di nascondersi nelle campagne per catturare gli iloti. Nella lingua italiana dalla radice dello stesso verbo derivano il termine cripta, che indica un luogo sotterraneo di una chiesa; l’aggettivo criptico, nel senso di enigmatico, misterioso, e tutti i termini composti dal prefisso cripto-/critto-, come crittografia, sistema segreto di scrittura.

Qui da intendersi come complesso di valori, usanze, poteri che regolano la città.

Un medimno corrispondeva a 50 litri.

Da Elios, il “sole”, perché le riunioni si svolgevano all’aperto.

Aristotele.

Nell’antica Grecia era il luogo dove i giovani si allenavano per le gare atletiche e si esercitavano nudi nei giochi ginnici. Nell’età ellenistica il ginnasio costituisce il centro dell’educazione dei ragazzi dai dodici ai diciotto anni.

 

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Atene antica e Sparta

 

 

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