Barbari

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TACITO E I BARBARI: LA GERMANIA
1. L’immagine dei barbari: paura e fascino dell'altrove

Il significato del termine
Il termine barbari è servito ai  Romani per indicare gli “altri” popoli antichi, diversi per lingua, ma soprattutto per cultura e mentalità.
In greco la parola indicava con evidente onomatopea tutti coloro che «balbettavano», cioè che «non sapevano parlare», ma, in virtù della connessione tra lingua e pensiero, con il termine la lingua greca ha prestato al latino anche il concetto, che connotava negativamente quanti erano estranei alla civiltà, vuoi perché appartenevano a un altro mondo, vuoi perché addirittura risiedevano oltre i confini del mondo.
I  barbari in Erodoto
L’immagine del barbaro prende corpo a partire dallo storico greco Erodoto (V sec. a.C.) che, proprio alle origini della coscienza storica, fu portato dai suoi interessi etnografici a interessarsi ai popoli stranieri sia in quanto soggetti di azioni belliche e politiche sia in quanto protagonisti di un diverso modo di vivere e di ragionare.
Sempre a partire da Erodoto si viene a determinare anche un duplice atteggiamento da parte dei Greci verso i barbari, che sarà poi ereditato dai Romani. Da una parte, infatti, una curiositas da antropologo scandaglia con interesse e rispetto usi e costumi devianti rispetto alla norma rappresentata dai Greci. E’ noto il racconto di Erodoto secondo cui il re Dario domandò ai Greci che vivevano alla sua corte a qual prezzo avrebbero acconsentito a divorare i cadaveri dei loro genitori. Quelli dichiararono che per nulla al mondo l'avrebbero fatto. Dario allora fece venire davanti a sé i barbari Callati, avvezzi a divorare i loro morti, e chiese loro a quali condizioni si sarebbero indotti a bruciare i loro genitori morti: quelli a gran voce lo pregarono di non pronunciare parole sacrileghe. E lo storico conclude richiamando il detto di Pindaro secondo cui «la consuetudine regna sovrana su tutto» (III,38).
In altri momenti, però, l'opposizione tra Greci e barbari assume i contorni assai meno neutri di uno scontro tra libertà e barbarie come quello in atto nelle guerre persiane tra un popolo che ha la religione della libertà e una massa di schiavi che sono passivo strumento della volontà del monarca: i combattenti di Maratona e delle Termopili diventano così un modello di virtù nella scelta di sacrificarsi per la loro terra, in difesa dell'Occidente libero contro la barbarie orientale.
Paura dell’ignoto e fascino dell’azione
Si può dire che questa disposizione mista di curiosità e timore, rimanga strutturalmente legata alla nozione del 'barbaro', nella quale si iscrive la paura dell'ignoto ma anche il fascino dell'altrove. Si configura così una sorta di visione archetipica che già si poteva scoprire in certi miti ciclici: le peregrinazioni di Odisseo, le imprese di Eracle, la saga degli Argonauti proponevano viaggi agli estremi del mondo con tutto un contorno di disavventure, mirabilia e incontri mostruosi che non dovevano subire troppi cambiamenti nel passaggio dal terreno del mito a quello della storia. Nell'idea di Erodoto le estremità del mondo conosciuto «sembrano possedere quelle cose che noi reputiamo le più belle e le più rare» (III,16): «abitate da animali strani, come le formiche gigantesche che custodiscono l'oro del deserto indiano (III, 98 e ss.), da popoli straordinari, spesso decisamente mostruosi, come gli acefali, i cinocefali o gli uomini selvaggi che dimorano ai confini della Libia (IV 191), o gli uomini dai piedi di capra che abitano ai bordi della Scizia (IV 25). Al contrario altri popoli «marginali» vengono altamente idealizzati, come gli Iperborei (IV 32 e ss.) o gli Etiopi (III,18 e ss.) “ ... : quanto più dunque un popolo è situato ai margini del mondo abitato  -  quanto più è lontano dalla "normalità" del centro che nella prospettiva erodotea è ovviamente la Grecia -, tanto più presenta caratteri divergenti da quelli dell'umanità comune. Ciò comporta una differenziazione dal punto di vista etico, ora nel senso di una ferinità accentuata, ora in quello di una forte idealizzazione» (G. Guidorizzi, La letteratura greca, vol. Il, Milano 1996, pp. 595-596).
Romani e barbari
Con il passare del tempo i confini del mondo erano destinati a cambiare: viaggiatori ed esploratori riferivano notizie sempre nuove, le conquiste di Alessandro portavano i Greci nel cuore dell'Oriente favoloso, l'impero di Roma si spingeva fino agli estremi della Britannia, la leggendaria ultima Thyle veniva sempre più spostata verso l'estremo Nord.  Ma i mirabilia esotici non smettevano di esercitare la loro attrattiva un poco morbosa dalle pagine della Naturalis historia di Plinio il Vecchio e dei suoi imitatori, giungendo attraverso il medioevo fino a colpire la fantasia delle generazioni moderne.
Presso i Romani, tuttavia, i pericoli e le insidie del limes - la linea di confine tra le regioni romanizzate e le terre barbariche - non si limitarono a generare una sorta di sindrome da deserto dei Tartari: se infatti le guerre di espansione inglobarono una dopo l'altra intere regioni che avrebbero costituito l'Europa medievale, rendendone note le popolazioni con i loro costumi, la minaccia del barbaro a un certo punto divenne una tragica realtà: fatti militari come la rotta di Adrianopoli nel 378 (che vide l'esercito romano distrutto dai Visigoti con la morte sul campo dello stesso imperatore Valente) o, ancor più, il sacco di Roma nel 410 per opera dei Goti di Alarico dimostrarono che i barbari erano penetrati all'interno della frontiera stessa facendo crollare il mito di Roma aeterna e segnando il passaggio a quella che oggi si suole chiamare la tarda antichità.
La paura dei Galli
Si può ragionevolmente pensare che l'idea del barbaro abbia preso corpo in Roma nel IV secolo a.C. in riferimento ai Galli. Questa popolazione celtica, che fin dal VI secolo a.C. aveva incominciato a mettere piede al di qua delle Alpi, si affacciò propriamente nell'universo di Roma con la spedizione guidata da Brenno nel 390 a.C. alla quale risale la 'paura gallica' destinata a durare fino al I secolo a.C., quando ormai l'assimilazione dei Galli era in via di compimento.
Osservando che «un popolo straniero ripetutamente pericoloso suscita terrore superstizioso», la studiosa L. Cracco Ruggini enuncia una costante dei rapporti tra i Romani e i loro nemici storici, un atteggiamento che vale per i Galli come per i Germani, per i Parti come per gli Ebrei e che non aveva la medesima matrice del sentimento di alterità che opponeva i Greci ai Persiani: «I Galli vennero costantemente rappresentati accentuandone la corporatura gigantesca, la capigliatura incolta, le vesti e le armi inusitate, l'immanis ac barbara consuetudo di praticare sacrifici umani e di essere tagliatori di teste. Nei confronti dei Galli i Romani inaugurarono anche rituali di avversione straordinari e feroci, come ad esempio il seppellimento nel Foro Boario di coppie viventi di Galli e di Greci: un rito più volte replicato in momenti di particolare pericolo (sicuramente nel 228, 216 e 113, ma forse già nel 349), ispirandosi ad analoghi sacrifici già praticati dagli Etruschi, che per primi avevano subito l'assalto contemporaneo - e talora concertato - dei Galli e dei Greci di Siracusa.»
La distinzione tra Celti e Germani
La sottomissione della Gallia Cisalpina e della Gallia Narbonese aveva creato una certa familiarità con le popolazioni celtiche. La conquista della Gallia Transalpina per opera di Cesare dal 58 al 50 a.C. si realizzò dunque quando ormai era venuta meno la psicosi dei Galli: sia perché questa spedizione portava la guerra fuori d'Italia direttamente nel suolo gallico, sia perché si trattava di un'iniziativa personale, intrapresa per accrescere il prestigio del futuro dittatore e non della risposta a un attacco nemico, Cesare non poté più contare sulla paura dei Galli, ma dovette cercare una nuova forma di legittimazione. La trovò prospettando la minaccia della 'barbarie' germanica, dopo aver dato prova di felice intuito nel cogliere la distinzione etnica tra Celti e Germani e nel collegarla al suo disegno politico, che doveva dimostrare la necessità di una guerra non giustificabile né come azione difensiva né come salvaguardia di confini: come a dire che il germano Ariovisto era una minaccia non solo per la Gallia, ma anche per l'Italia, e che una eventuale sottomissione della Gallia da parte dei Germani avrebbe portato questi barbari al confine delle Alpi.
La scoperta del mondo germanico
Le popolazioni complessivamente indicate come Germani occupavano il nord-est d'Europa - all'incirca il bacino della Vistola - con centro nella regione baltica, dalla quale partirono successive ondate migratorie che raggiunsero il Reno intorno al 700 a.C. infrangendosi contro la barriera opposta dai Celti, ancora vigorosamente presenti in centro-Europa nel III-II secolo a.C., e con questi dando inizio a una prima compenetrazione. Il nome collettivo di Germani è una creazione romana e non indica un'unità di stirpe tra le molte tribù, ma solo alcuni tratti linguistici comuni all'interno della grande famiglia linguistica indoeuropea.
La scoperta del mondo germanico avvenne anzitutto per via marittima: con popolazioni germaniche venne a contatto il greco Pitea di Marsiglia (IV secolo a.C.) nel suo viaggio di esplorazione attraverso la Manica fino in Norvegia. Contatti con le prime migrazioni, forse dovute alla ricerca di nuove terre da parte di popolazioni nomadi, si avvertirono fin dal III secolo a.C., ma la punta più avanzata di questi movimenti fu la migrazione dei Cimbri e dei Teutoni verso la Gallia, dove furono annientati da Caio Mario, rispettivamente ai campi Raudii presso Vercelli nel 101 a.C. e ad Aquae Sextiae (Aix-en-Provence) nel 102. Queste migrazioni, dapprima arrestate sul Reno e sul Danubio dalla presenza dei Celti, dovettero riprendere in forma massiccia tra il I secolo a.C e il I secolo d.C., quando il decadere della civiltà celtica lasciò spopolate ampie zone dell'Europa centrale incentivando i movimenti delle tribù germaniche, incalzate da barbari stanziati più a nord: è il caso dei Goti, per esempio, che dalla Scandinavia giungono alla fine del I secolo a.C. sulla costa meridionale del Baltico e di lì iniziano un movimento verso sud-est che verso la metà del III secolo d.C. li vede attaccare il confine romano sul basso Danubio.
Almeno fin verso la fine del I secolo a.C. a Roma non si ebbe una chiara nozione del mondo germanico. In mancanza di un quadro geografico di riferimento con notizie delle più antiche migrazioni, gli autori latini consideravano celtiche tutte le popolazioni del nord, Germani inclusi. Anche l'invasione dei Cimbri e dei Teutoni nell'Italia settentrionale venne reputata un'iniziativa celtica, come dimostra la celebrazione del rito dei Gallogreci nel 113, l'anno della sconfitta di Noreia per opera dei Cimbri.
Fu Cesare, come si è detto, a concepire l'esistenza di una nazione germanica diversa da quella celtica e a fissare la frontiera tra i due mondi lungo il corso del Reno: definizione gravida di conseguenze in quanto impedì che già nel mondo antico si potessero inglobare i nuovi popoli d'oltre Reno e d'oltre Danubio in una prima unità delle genti d'Europa. Ma la responsabilità della rinuncia non fu solo di Cesare: in realtà fu la politica di Augusto a preferire all'espansione il consolidamento dei confini, secondo una linea ribadita dalla disfatta di Teutoburgo (9 d.C.), dove l'inetto Quintilio Varo perdeva tre legioni nel tentativo di sedare una rivolta locale dei Cherusci guidati da Arminio
La difesa del limes
Una volta rinunciato all'obiettivo, se mai vi fu, di allargare il confine romano dal Reno all'Elba, la strategia del I secolo fu quella di mantenere l'impero entro i limiti raggiunti e di creare una linea difensiva dislocando lungo il confine le truppe stanziate all'interno delle province.
Rientra in questa prospettiva l'incorporazione in età domizianea dell'avamposto chiamato Agri Decumates, che consentiva di eliminare il profondo cuneo della Foresta Nera tra l'alto corso del Reno e quello del Danubio.
Non si deve immaginare il limes come una sorta di muraglia cinese, con fortezze da Deserto dei Tartari. La struttura difensiva non era omogenea e alternava difese naturali a barriere artificiali con mura, fossati, palizzate, con avamposti collegati tra loro e alle retrovie da una fitta rete stradale. Ciononostante il limes non fu concepito come progetto unitario: dalla Germania di Tacito si arguisce che un romano, in mancanza di carte geografiche moderne e di una chiara nozione di frontiera politica, non riusciva a immaginare una linea ideale alla quale fermare l'espansione dell'impero se non tenendo come riferimenti il Reno e il Danubio. E proprio su questa linea si svolgono i successivi assesti territoriali, fra cui spicca l'offensiva di Traiano, che con due campagne (101-102 e 105-106 d.C.) oltrepassa il Danubio e annette parte della Dacia, ricca di risorse minerarie.
Intanto l'antropologia della regione aveva offerto materia di studio e di riflessione alla Germania di Tacito.

 

2. L'immagine del barbaro nella Germania di Tacito
Il titolo di quest'opera, che nei manoscritti compare nella forma completa De origine et situ Germanorum, rivela il carattere predominante della monografia tacitiana, unico scritto di etnografia antica a noi pervenuto. Proprio l'unicità della Germania rende difficile individuarne gli obiettivi e la formula: anche se la limpida costruzione dedica la prima parte dell'opera (capp. 1-27) alla trattazione in generale dei costumi dei Germani e la seconda (capp. 28-46) alla presentazione delle singole tribù che compongono quel popolo, quello che sfugge è il preciso progetto dell'autore nel comporre la monografia.
Tenendo conto della data di composizione, il 98 d.C., si è pensato a un duplice intento: informativo, nel far conoscere una popolazione che da un paio di secoli era entrata in contatto e in conflitto con Roma, e politico nello spiegare l'indugio del neoimperatore Traiano in operazioni militari proprio sul fronte germanico e, forse, nell'avvertirlo del pericolo e nel caldeggiare un intervento deciso contro popolazioni minacciose, la cui discordia era, per il momento, l'unica protezione per Roma.
Altri studiosi spiegano la Germania in modo più tecnico come una digressione destinata a essere inglobata nelle Historiae (come l'excursus sui Britanni nell'Agricola); altri ancora le attribuiscono un intento morale nel porre a confronto l'incorrotta per quanto primordiale purezza dei Germani con la corruzione di Roma.
In realtà il tentativo di attribuire una finalità esclusiva alla monografia è sostanzialmente sterile: la Germania non ha il carattere né del libello politico né del trattato morale e, del resto, è la natura stessa delle composizioni tacitiane a essere complessa e delle rispettive componenti bisogna prendere atto, senza pretendere di trovare la formula risolutiva. Componenti che nella Germania sono sostanzialmente etnografiche, benché non prive di tutte quelle implicazioni - da quella politica a quella morale - che in uno storico attento alle istanze della politica e della morale non sono mai assenti, neppure nelle Historiae e negli Annales.  Ma sono altrettanto significative quelle parti in cui Tacito, nel descrivere i costumi dei Germani, denuncia la minaccia rappresentata da queste popolazioni, forti della loro energia di primitivi, per un sistema politico come quello romano, ormai indebolito da servilismo e corruzione.
«Rimanga e perduri tra i popoli, se non l'amicizia per noi, almeno l'odio fra loro, al destino dell'impero, ormai la fortuna nulla di più valido può procurare che la discordia dei nemici" da questa frase del cap. 33 trapela quasi l'intuizione di una futura, per quanto ancora lontana, rovina dell'impero, un presagio che Tacito poteva concepire non solo in base alla teoria della successione degli imperi (assai presente nella storiografia di ispirazione antiromana) ma anche con la consapevolezza che Roma si fosse ormai incamminata verso un inevitabile declino.
Un popolo dell’altro mondo
Dopo aver delineato nel capitolo iniziale i confini della regione, Tacito prende subito posizione in merito all'alterità dei Germani, abitatori di un orbis diverso e lontano, al quale l'asperità dei luoghi e l'inclemenza del clima negano ogni attrattiva.
E’ merito di E. Norden avere collegato la spiegazione di Tacito con le teorie del determinismo climatico che erano state formulate in Grecia dal trattatello pseudo-ippocratico Sulle arie, le acque, i luoghi, giunte alla cultura latina attraverso la probabile mediazione di Posidonio, il grande sistematore del pensiero scientifico antico, la cui opera è andata tutta perduta. Il trattato spiega la barbarie come risultato di fattori ambientali, soprattutto climatici, allo scopo di fornire un fondamento scientifico alla tesi della superiorità dell'uomo greco su quello barbaro, anticipando così la teoria dei due orbes contrapposti, assunta da Tacito come chiave interpretativa del mondo germanico. L. Canfora si è giustamente chiesto per quale ragione Tacito abbia preso per buone «topiche sciocchezze» come il determinismo ambientale o la pretesa autoctonia dei Germani, quando già Seneca (Consolatio ad Helviam matrem, 7) affermava la generale mescolanza dei popoli trovandone riscontro perfino nella Corsica inospitale. Ma probabilmente lo storico, da un lato, era sensibile a un topos etnografico, che ravvisava nell'autoctonia la garanzia della 'purezza' della stirpe (basta pensare al tema ricorrente dell'autoctonia degli Ateniesi negli storici e negli oratori greci), dall'altro intendeva collegare cultura e territorio per affermare la differenza tra la civiltà mediterranea e i barbari del nord, adattando quella che per i Greci era l'antitesi tra l'Occidente libero e l'Oriente barbaro e schiavo. Il senso ultimo di questa diversità è probabilmente, dal punto di vista di Tacito, il riconoscimento di una oggettiva impossibilità di penetrare in questo mondo barbarico e di assimilarlo alla propria civiltà.
Il capitolo 4 con la teoria della «purezza» della gente germanica è quello che, con la parte iniziale del secondo sull'autoctonia dei Germani, ha contribuito alla fama sinistra conseguita dal trattatello nella Germania nazista: una sorta di 'maledizione', come è stata giustamente definita, che ha poi imposto a partire dal 1945 il silenzio assoluto su questo argomento da parte dei tedeschi. Ma basta la semplice lettura delle parole di Tacito per capire che le sue notizie non contengono elementi utili a legittimare il mito della razza. Si tratta piuttosto di vedere in che modo il capitolo 4 si colleghi con il capitolo 2, del quale sembra una semplice ripetizione: in realtà il capitolo 2 tratta dell'originaria purezza razziale, spiegabile con l'autoctonia dei Germani, il capitolo 4 sposta la visuale sull'attualità, mentre il capitolo 3 intermedio esclude la presenza greca in Germania allo scopo di ribadire con più forza l'omogeneità dell'aspetto fisico degli attuali abitatori a riprova della loro specifica identità, per nulla inquinata da influssi esterni.
Il mito della razza
Si è giustamente osservato che l’innocente opuscolo tacitiano è stato una maledizione per il popolo tedesco. Sollecitata più di altri scritti antichi a legittimare con autorevolezza del passato ideologie che non cercavano supporti culturali, ma solo volgari spunti di propaganda, la Germania non si è limitata a fornire come per esempio l’Orazio delle Odi civili qualche immagine di repertorio unitamente al fascismo nostrano per rivestire il mito della romanità, ma è stata distorta al punto da fornire l’avallo ideologico al delirante mito della razza negli anni del nazismo. Il cap. 2 sull’autoctonia dei Germani e il cap. 4 sulla 'purezza' della loro stirpe sono stati invocati a fondamento di una pericolosa tradizione nazionalistica senza neppure tenere conto che l’isolamento dei Germani è spiegato da Tacito in modo assai negativo con la difficile accessibilità di un territorio poco appetibile.
In questo senso la 'fortuna' della Germania è stata studiata da uno specialista delle ideologie del classicismo come Luciano Canfora, il quale, individuando già nel cinquecento i primi spunti del mito del popolo originario (Urvolk), ravvisa nei Discorsi alla nazione tedesca di Fichte (1808) le premesse di uno sviluppo in senso razzistico destinato ad approdare, verso la fine del secolo, alla costituzione dll’Altdeutscher Verband, l’Associazione pantedesca destinata a confluire nel 1939 nel movimento nazista.
Intanto un teorico della razza, l’inglese tedeschizzato H.S. Chamberlain (Die Grundlagen des XIX Jahrhunderts, cioè «I fondamenti del XX secolo», pubblicato nel 1899 e nel 1932 in seconda edizione), conduceva il riscontro sul cap. 4 detta Germania, del quale leggeva la frase Unde habitus quoque corporum, tamquam in tanto hominum numero, idem omnibus («Pertanto anche l’aspetto fisico, per quanto è possibile in un così grande numero di uomini, è il medesimo in tutti») con la variante quamquam, che incide notevolmente sul significato sostituendo al tamquam limitativo un giudizio di uniformità («benché in un così grande numero di uomini»). La frase precedente nullis aliis aliarum nationum conubiis infiectos forniva la conferma di una purezza non 'macchiata' da contatti con altre stirpi.
In realtà, per leggere il capitolo tacitiano con un minimo di rispetto esegetico, basta tenere presente che alla mentalità romana è assolutamente estraneo il mito della razza: le stesse origini, troiane di Roma non vanno certo netta direzione dell’autoctonia e inoltre Tacito scrive quando uno spagnolo è diventato imperatore e di lì a poco salirà al trono l’africano Settimio Severo.
Come osserva Canfora, fenomeni come l’espansionismo di Roma, l’allargamento detta cittadinanza, la cooptazione dette élites provinciali, lo stesso processo di ellenizzazione marciano tutti in direzione opposta alla gelosa tutela di una stirpe romana originaria. Quello dell’autoctonia e della purezza di stirpe, dunque, è un tema letterario diffuso ben prima di Tacito, già noto agli antichi ateniesi, che ne traevano motivo di vanto, e presente in fonti che potrebbero avere influito sull'affermazione tacitiana.
E’ merito di Edward Norden aver rintracciato già nello scritto falsamente attribuito al medico greco Ippocrate (V sec. a.C.) Sulle arie, le acque, i luoghi (cap. 19) il tema dell’autoctonia degli Sciti e degli Egizi come uno di quegli stereotipi etnografici (da lui detti Wandiermotive, «motivi itineranti») che ricorrono ogni volta che si vanno a descrivere le origini dei popoli.
Con ogni probabilità quella detta 'purezza razziale’ dei Germani non è che una notizia inerte, giunta a Tacito tra molte altre dalla sua fonte più attendibile, i Bella Germaniae di Plinio il Vecchio: tanto rumore per nulla! Ma anche una riprova di quanto possa essere pericolosa la strumentalizzazione detta letteratura per fini politici.

 [1] Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum inmensa spatia complectens, nuper cognitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. ....
La Germania nel suo complesso è divisa dal corso dei fiumi Reno e Danubio dalla regione dei Galli, dei Reti e dei Pannoni; dai Sarmati e dai Daci (è divisa) dalla reciproca paura o dai monti; le altre terre le circonda l’Oceano, che abbraccia ampie penisole ed isole di grande estensione, essendo stati conosciuti da poco alcuni popoli e re che la guerra ci ha fatto scoprire....
[2] Ipsos Germanos indigenas crediderim minimeque aliarum gentium adventibus et hospitiis mixtos, quia nec terra olim, sed classibus advehebantur qui mutare sedes quaerebant, et inmensus ultra utque sic dixerim adversus Oceanus raris ab orbe nostro navibus aditur. Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu adspectuque, nisi si patria sit?
Sarei dell’idea che i Germani siano originari della regione e che non siano per nulla mischiati con altre popolazioni immigrate lì o ospitate, perché un tempo le popolazioni che cercavano di cambiar sede non si spostavano per terra ma con le flotte e l’Oceano che di là si estende sconfinato e, per così dire, in direzione opposta a noi, è percorso da rare navi provenienti dal nostro mondo. Chi del resto, a prescindere dal pericolo di un mare burrascoso e ignoto, lasciata l’Asia o l’Africa o l’Italia, si sarebbe diretto verso la Germania, terra desolata nel paesaggio, rigida nel clima, squallida ad abitarsi e a vedersi, a meno che non fosse la sua patria?
[4] Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem exstitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, tamquam in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida: laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare, frigora atque inediam caelo solove adsueverunt.
Per parte mia seguo l’opinione di coloro che ritengono che i popoli della Germania, non contaminati da contatti con altre genti, siano rimasti una stirpe a se stante, pura, simile solo a se stessa. Di conseguenza anche l’aspetto fisico, per quanto è possibile in un così gran numero di uomini, è il medesimo in tutti: occhi truci e di colore azzurro, capelli biondi, grandi corporature, ma forti solo nell’attacco. Non hanno la stessa resistenza nel sostenere la fatica del lavoro, e non sono per nulla avezzi a sopportare la sete e il caldo, ma reggono bene il freddo e la fame a causa del clima e della natura del territorio.

 

Fonte: http://digilander.libero.it/leo.eli/classe%20V_MATERIALI/MATERIALI_LATINO/AUTORI/04_Tacito_e_i%20_barbari_La_germania.doc

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