Carlo Magno vita e storia

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Carlo Magno vita e storia

L’impero da Carlo Magno agli Ottoni

Carlo Magno, il creatore di una nuova struttura imperiale dopo il tramonto dell’Impero romano d’Occidente, appartiene alla dinastia dei Pipinidi. Suo padre, Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello – il vincitore degli Arabi a Poitiers – è l’artefice delle fortune della famiglia. Egli, maestro di palazzo o maior domus del re franco Childerico, ultimo esponente della dinastia dei Merovingi, discesa dal primo re franco Clodoveo, lo spodesta. Pipino, con un’azione energica priva del potere l’ultimo appartenente a un lignaggio che, con un’accorta operazione di damnatio memoriae, nelle cronache successive sarà definita di rois faineants, re fannulloni. L’usurpazione di Pipino il Breve viene approvata dalla Chiesa, che ne suggella il ruolo preminente: nel 752 Bonifacio, futuro santo, consacra Pipino con il crisma con il quale vengono unti i vescovi e viene nominato difensore della Chiesa. Due anni dopo papa Stefano II lo riconsacra re dei Franchi. Tale operazione fa acquisire alla monarchia francese un carattere sacro e la rende l’effettivo scudo della Chiesa di Roma contro eventuali pericoli: un ruolo che viene rinsaldato durante il regno di Carlo Magno.
Alla morte di Pipino, avvenuta nel 768, il regno viene diviso, secondo la tradizione franca, fra i due figli, Carlo – che sarà detto Magno – e Carlomanno, ciascuno dei quali può fregiarsi del titolo di rex Francorum. Tuttavia, la prematura morte di Carlomanno, nel 771, consente a Carlo Magno di ricostituire a suo vantaggio l’unità del regno e promuovere una politica espansionistica in Europa.
Le prime campagne del sovrano sono rivolte a rinsaldare il suo regno, riconquistando l’Aquitania già possesso del padre e ribellatasi alla sua morte, e rinforzando il confine nordoccidentale, in corrispondenza della Bretagna, mai conquistata. Uno dei maggiori successi militari di Carlo Magno è rappresentato dalla campagna d’Italia.
Nel 772, infatti, su precisa richiesta del pontefice, il re franco scende in armi nella Penisola italiana: il suo obiettivo è quello di sconfiggere i Longobardi, intenzionati ad ampliare il territorio in Italia centrale a danno della Chiesa. La campagna militare si risolve con un successo dei Franchi, che, presa Pavia nel 774, scacciano dall’Italia settentrionale i Longobardi. Carlo assume il titolo di rex Francorum et Langobardorum ed estende i suoi domini a comprendere gran parte dell’Italia settentrionale, cedendo molti possedimenti dell’Italia centrale strappati ai vinti alla Chiesa.
Maggiormente contrastata è l’azione condotta da Carlo Magno contro gli Arabi del califfato di Cordoba; tuttavia anche sul fronte iberico le limitate vittorie riescono a far guadagnare la costituzione della cosiddetta marca Hispanica, in grado di difendere dall’attacco musulmano l’Europa centrale.
Cruenta è la lotta contro i Sassoni: la vittoria conseguita sul fronte tedesco contro di essi e contro gli Avari, stanziatisi nelle zone danubiane e da qui pronti a razzie in tutta l’Europa centrale, permette di fissare in corrispondenza dell’Elba e del Danubio la frontiera di quello che diviene l’Impero di Carlo Magno: frutto non di un piano imperialistico, ma di fortunate contingenze che vengono rese salde, durante la vita del suo artefice, grazie all’innalzamento alla dignità imperiale.
Carlo Magno, infatti, viene incoronato imperatore a Roma nella notte di Natale dell’800 da papa Leone III. L’Impero rinato attraverso l’espansione della monarchi carolingia avrebbe voluto essere la restaurazione dell’Impero romano d’Occidente, ma la nuova costruzione politica, da cui sono escluse l’Irlanda e la Britannia ormai convertite al cristianesimo, non ricostituisce il vecchio impero né incorpora tutta la cristianità occidentale. È un impero franco-cattolico, il cui cuore non è più il Mediterraneo, ma la valle del Reno e al cui vertice si trova un barbaro che aggiunge il titolo imperiale a quello regale.
Tale costruzione politica, funzionante in base ai rapporti vassallatico-beneficiarii oltre che grazie all’elaborazione di una struttura centralizzata di funzionari (i missi dominici), ha tuttavia breve durata. Alla morte di Carlo l’impero rivela tutta la sua fragilità. Casualmente, nell’814, per la scomparsa dei fratelli, esso ricade nelle mani di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno. Ludovico il Pio, a differenza del padre che aveva portato tre titoli (rex Francorum, rex Langobardorum e imperator), vuole fregiarsi unicamente del titolo imperiale: non si tratta di un questione meramente nominalistica, quanto della sottolineatura del carattere unitario dell’impero. Conseguenza di ciò appare l’Ordinatio imperii, emanata nell’817: il documento proclama l’unità dell’impero e designa quale unico erede al titolo imperiale il figlio primogenito Lotario, mentre a ciascuno degli altri due figli, Pipino e Ludovico, viene assegnato un regno, rispettivamente l’Aquitania e la Baviera. Al titolo imperiale viene associato anche il possesso dell’Italia. L’Ordinatio imperii viene però messa in discussione dallo stesso Ludovico il Pio, quando decide una nuova suddivisione per attribuire un regno anche al figlio più giovane, Carlo, nato nel frattempo dalla seconda moglie. Scomparso Pipino nell’838, morto l’imperatore Ludovico il Pio nell’840, i tre figli sopravvissuti, Lotario, Ludovico, detto il Germanico, e Carlo, detto il Calvo, si disputano l’eredità. Il conflitto si conclude con la stipula del trattato di Verdun (843). Con esso si stabilisce una divisione che attribuisce a Lotario, il primogenito, il titolo imperiale e il possesso dell’Italia, della Provenza e della cosiddetta Lotaringia (un’ampia fascia di terra compresa tra le Alpi e il Mare del Nord); a Carlo va il territorio a ovest di questa zona; a Ludovico il territorio ad est. Emerge così una carta politica dell’Occidente destinata a durare per secoli, mentre quello della restaurazione di un’autorità imperiale in grado di imporsi su tutte i diversi regni sembra rimanere solo un sogno.

 

Verso la fine del IX secolo fortunose vicende consentono a un sovrano carolingio, Carlo III il Grosso, uno dei figli di Ludovico il Germanico, di riunire nuovamente le terre imperiali. Si tratta tuttavia di un successo effimero, in quanto le forze feudali attivate da Carlo Magno lavorano ai fini di erodere qualsiasi organizzazione centralistica. L’impossibilità di mantenere un’autorità superiore, in grado di raccordare la rete di relazioni vassallatico-beneficiarie, viene sancita nell’877 dal capitolare di Quiercy, emanato da Carlo il Calvo, che prevede l’ereditarietà dei feudi maggiori. Tale disposizione suggella la potenza dei grandi feudatari – conti, duchi , marchesi – la cui assemblea nell’887 depone Carlo il Grosso, l’ultimo dei carolingi.
La deposizione inaugura uno dei momenti più complessi dell’età medievale. L’Europa appare divisa in diversi regni: Germania, Francia, Italia, Bassa Borgogna (o Provenza), Alta Borgogna. Tuttavia, al loro interno il re spesso non ha alcuna forza al di fuori dei suoi possessi personali e può trovarsi contrastato dagli stessi feudatari che lo hanno eletto. Tale stato di disordine è ravvisabile anche all’interno del Papato in via di formazione e consolidamento. L’atmosfera è poi ulteriormente aggravata in Europa dalle cosiddette «seconde invasioni» barbariche, protagonisti gli Slavi, i Saraceni, gli Ungari e i Vichinghi.
In questo clima segnato dall’insicurezza l’Impero carolingio appare sempre di più come una mitica età dell’oro da far rivivere; viva è però la consapevolezza che della dignità imperiale non possa essere investito che un sovrano in grado di imporsi all’interno e al di fuori del proprio regno. L’Impero viene restaurato dal re di Germania Ottone I, che grazie alle forze ecclesiastiche riesce a dare ordine alle strutture interne al proprio regno e che può vantare anche il prestigio di aver sconfitto gli Ungari. Ottone I, della casa di Sassonia, figlio di re Enrico l’Uccellatore, sale al trono di Germania nel 936. La situazione nel suo regno non è paragonabile a quella coeva in Francia: l’autonomia signorile vi si diffonde con una lentezza maggiore. Tuttavia l’alta aristocrazia laica appare restia a sottomettersi al sovrano e gli si ribella. Il primo successo di Ottone sta nella sconfitta dei ribelli e nell’associazione dell’episcopato, e non degli aristocratici, al governo del regno. Per contrastare il potere dei grandi vassalli Ottone conferisce benefici feudali ai vescovi. Tale azione gli assicura non solo la fedeltà dei nuovi eletti, che devono a lui le sue fortune, ma anche il ritorno nelle sue del beneficio alla morte del beneficiario. Gli ecclesiastici, privi di eredi legittimi, non possono infatti servirsi del principio di ereditarietà sancito dal capitolare di Quiercy.

 

Immagine tratta da www.examenapium.it
Tale politica dà i suoi frutti: intorno al 960 Ottone è il solo re d’Europa in grado di controllare per intero il suo regno: può inoltre vantare la sconfitta contro gli Ungari portata a termine del 955. Forte dei successi Ottone volge quindi lo sguardo all’Italia e al papato, poiché l’autorità imperiale è legata alla consacrazione da parte del pontefice e alla corona d’Italia. Nella penisola le lotte fra i diversi pretendenti alla corona li hanno sensibilmente indeboliti. Con poche difficoltà Ottone diviene anche re d’Italia e nel 962 viene incoronato imperatore da papa Giovanni XII. L’alleanza con la Chiesa di Roma ha, tuttavia, durata breve.
Già con l’opera di riorganizzazione territoriale della Germania Ottone sferra un attacco alle prerogative ecclesiastiche. L’assegnazione di compiti civili ai vescovi comporta, infatti, a controllarne l’elezione: Ottone, e gli altri imperatori tedeschi suoi successori che intendono servirsi di persone capaci e fedeli, non solo conferiscono l’investitura temporale del feudo, ma anche quella spirituale. Una simile ingerenza Ottone I e i suoi successori esercitano nei confronti dell’elezione del pontefice. In virtù del Privilegium Othonis, emanato nel 962 nel solco della tradizione carolingia, l’imperatore impone che nessun papa venga innalzato al soglio senza la sua preventiva autorizzazione.
Tuttavia, l’opera di Ottone in Italia cozza contro ben precisi limiti: egli invano cerca di impadronirsi dell’Italia meridionale. Quando nel 973 la morte lo coglie in Germania, Ottone non è riuscito a unificare la Penisola nè a frenare il processo di disintegrazione e dispersione del potere politico in atto. L’Impero rinato nel 962, a differenza di quello carolingio, ha le sue basi reali in Germania: è un impero germanico.
La sua fragilità si rivela durante il mandato di Ottone II (962-983) e di Ottone III (983-1002), quest’ultimo promotore di un programma di Renovatio imperii, di restaurazione di un impero cristiano, guidato dal papa e dall’imperatore, ambedue residenti a Roma: nient’altro che un sogno per un imperatore che scompare a ventidue anni senza lasciare eredi diretti. Suo successore è il cugino Enrico II, duca di Sassonia (1002-1024). Morto anch’egli senza figli, la corona imperiale passa per elezione a Corrado II, duca di Franconia (1024-1039), della dinastia dei Salii. La dignità imperiale permane in questo lignaggio sino al 1125, quando muore Enrico V.

 

Fonte: http://www.unite.it/UniTE/Engine/RAServeFile.php/f/File_Prof/BAZZANO_494/paper_2.doc

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