Fordismo e Post-Fordismo

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Fordismo e Post-Fordismo

Fordismo e postfordismo
Sintesi degli spunti forniti dalla Conferenza del prof. Marco Revelli dell’Università del Piemonte orientale e di alcuni articoli scritti da Revelli, in particolare “Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e postfordismo”, in Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri, 1995

 

C’è stata una trasformazione epocale dei processi di lavoro e di organizzazione produttiva

Fordismo ( ovvero la cultura della crescita illimitata)

Il modello di vita sottostante a questa organizzazione del lavoro e del processo produttivo è la società di massa a consumo opulento.
La crescita nel fordismo costituiva la filosofia di fondo di questo modello, crescita intesa come estensione quantitativa dei volumi produttivi e come dilatazione illimitata della presenza industriale sul territorio.
Caratteristiche del fordismo

GIGANTISMO DEGLI IMPIANTI
PROGRESSIONE LINEARE DELL’OCCUPAZIONE
MOLTIPLICAZIONE IN SERIE DEI PRODOTTI
PIANIFICAZIONE STRATEGICA PER CONSEGNE A MEDIO – LUNGO TERMINE

1)Idea del carattere illimitato del mercato e primato assoluto della fabbrica su ogni altra sfera sociale
2) ricorso sistematico alle ECONOMIE DI SCALA come risorsa strategica
3) concezione polarizzata e conflittuale della fabbrica
4) territorializzazione del capitale in una dimensione prevalentemente nazionale.
5) risposta favorevole del capitale alle richieste dei lavoratori, perché salari decenti rappresentano redditi capaci di comprare i beni messi sul mercato

MERCATO PARZIALE, GEOGRAFICAMENTE DELIMITATO
E COMMERCIALMENTE INESAURIBILE

LA PRODUZIONE PRODUCEVA IL MERCATO
LA FABBRICA PRODUCEVA LA SOCIETA’
Torino è stata la città fordista per eccellenza, anche perché non aveva né la finanza né diversificazione produttiva.
Si pensi che Fiat Mirafiori negli anni sessanta aveva 55.000 dipendenti, 40 chilometri di ferrovie al suo interno, linee telefoniche pari a quelle del Comune di Trieste, e 130.000 dipendenti complessivamente assunti in Piemonte.
Le fabbriche “divoravano” lo spazio ( si vedano le zone delle fabbriche dismesse, il Lingotto a Torino, la Falck a Sesto San Giovanni ).

Si parla anche di una certa “porosità organizzativa” della fabbrica fordista che tollerava vaste aree di improduttività (consistenti scorte, ampi magazzini tra un segmento del ciclo produttivo e un altro, tempi di attesa del prodotto dilatati)
C’erano tempi morti nella sostituzione degli attrezzi e nella progettazione

La fabbrica fordista era organizzata secondo i dettami dell’organizzazione scientifica del lavoro, elaborata da Taylor, un ingegnere che passò alla storia per l’introduzione della funzione “Tempi e metodi”. La fabbrica era organizzata gerarchicamente, quasi militarmente e la concorrenza con le altre imprese era simile a una guerra di posizione.

Impresa e lavoratori erano antagonisti, il sindacato era riconosciuto dall’impresa come controparte. Il lavoro era durissimo, ma la capacità aggregativa dei lavoratori e il ruolo del sindacato erano  molto forti ed era  facile per i lavoratori aggregarsi e condurre battaglie comuni per i salari e i diritti nell’impresa, per resistere insieme e per organizzarsi.
Quel modello significava anche un certo tipo di Welfare (Si veda “Welfare State a pag. 105 del Manuale e Box a pag.267)
Allora c’erano politiche Keynesiane e si era tutti convinti che la redistribuzione del reddito e l’aumento dei salari avrebbero fatto aumentare la domanda dei beni. Le imprese vendevano nello stesso contesto sociale in cuoi producevano.
Importanti sono le politiche economiche nazionali a sostegno dell’industria.

 

Questo modello si è esaurito: quali le cause?

La globalizzazione
L’ingresso di nuove tecnologie
Le subforniture
L’esternalizzazione

Oggi a Mirafiori sono rimasti 10.000 dipendenti.
La forza lavoro è finita nelle filiere lunghe di imprese familiari, di subforniture in Polonia e in Turchia, nell’Est asiatico. I lavoratori sono una massa dispersa per il mondo, che non ha più la forza di organizzarsi.

Postfordismo (ovvero la cultura del limite)

Il modello cui ci si ispira in questa fase della storia dell’organizzazione produttiva è quello giapponese, definito toyotismo, lean production, fabbrica integrata.
La filosofia di fondo del postfordismo è la consapevolezza del limite.
Le risorse non sono infinite e occorre svilupparsi in modo sostenibile.

Il sistema produttivo postfordista “naviga a vista”, lavora con tempi brevi, con programmazione a breve termine (poche settimane o pochi mesi)

Tra le parole – chiave del postfordismo c’è la Pianificazione adattabile
La razionalità della fabbrica postfordista è fortemente condizionata dalla nuova situazione del mercato globalizzato. E’ quindi una razionalità occasionalistica, istantanea, tale da adattare momento per momento il sistema produttivo a una domanda costantemente variabile. Una razionalità a cui si adatta il principio di Noè “Quello che conta non è prevedere la pioggia, ma saper costruire un’arca”.
Un tempo il destino era una leale partita a carte che seguiva certe convenzioni, con un numero limitato di carte e di valori. Ora il giocatore si accorge sbigottito che in futuro avrà in mano carte che non ha mai visto prima e che le regole del gioco cambiano a ogni partita”
 Paul Valery
(metafora citata in uno dei più noti testi di marketing a commento del concetto della pianificazione adattabile)
Parola chiave “permanente imprevedibilità”.
MERCATO GEOGRAFICAMENTE TOTALE
COMMERCIALMENTE SATURABILE IN TEMPI MEDIO - BREVI

L’impresa vincente è l’impresa “aggressiva” che dà per scontata l’impossibilità di difendere a lungo una qualche posizione di vantaggio e che si affida costantemente all’iniziativa, all’escalation.
C’è un’ipercompetizione. La logica è quella della guerra di guerriglia, che viene a sostituire la vecchia logica della guerra di posizione che aveva dominato la fabbrica fordista.
Proviamo a confrontare
Le 7 S fordiste e postfordiste

Le 7 S fordiste

STRUCTURE
STRATEGY
SYSTEMS
STYLE
SKILLS
STAFF
SUPERORDINATE GOALS

 

Le 7 S postfordiste

SUPERIOR STAKEHOLDER SATISFACTION
(Una superiore capacità di soddisfare i clienti)
STRATEGIC SOOTHSAYING
(Una capacità di andare al di là delle previsioni convenzionali)
SPEED
(Un posizionamento in grado di imprimere velocità alla manovra)
SURPRISE
(Un posizionamento capace di realizzare e far fronte a sorprese)
SHIFTING THE RULES OF COMPETITION
(Il cambiamento costante delle regole del gioco)
SIGNALING STRATEGIC INTENT
(Il ricorso a segnali adeguati agli obiettivi)
SIMULTANEUS AND SEQUENTIAL STRATEGIC THRUSTS
(Una combinazione strategica di eventi sequenziali e di eventi simultanei )

In questo nuovo modello organizzativo è sempre più difficile per i lavoratori difendere le proprie condizioni di reddito e umane.
Anche lo Stato sociale di tipo Keynesiano perde la sua ragion d’essere.
Vedere i dati su lavoro e povertà

 

Per sopravvivere in un’epoca di crescita lenta. l’impresa postfordista deve ridurre i costi pur in presenza di volumi produttivi decrescenti.
Se si vuole continuare a competere, in un mercato sempre più affollato, occorre procedere a una feroce riduzione degli sprechi organizzativi; i tempi morti di magazzinaggio, con gli enormi spazi occupati da semilavorati “fermi”, le sfasature temporali tra commissione e produzione, e tra produzione e consegna, con i grandi piazzali stipati di auto in attesa di essere avviate al mercato, le lunghe operazioni necessarie per la sostituzione degli attrezzi, devono sparire. La fabbrica deve essere “snellita”, “accorciata”, (come le moderne squadre di calcio, che vincono quando sono “corte”, quando tutti corrono in avanti e si spostano indietro senza mutare le rispettive distanze) sincronizzata.
Allo stesso modo per lo stoccaggio. Lavorare con scorte fino a due o tre mesi era considerato normale nella grande fabbrica fordista. Ora invece, nell’epoca della competizione estrema su mercati limitati, anche il magazzino costituisce un costo, con i suoi addetti, la sua superficie, al sua gestione. Ogni ora in cui il prodotto non sia “in movimento” è un’ora perduta, incide sul costo finale. La tecnica del just in time consiste nel far giungere i pezzi esattamente nel luogo e nel momento in cui devono essere impiegati, senza soste intermedie, eliminando gli uomini non direttamente produttivi.
( nascono le imprese di logistica, a cui è appaltata quello che un tempo era la gestione delle scorte e del magazzino). Cambia la geografia del territorio. Spariscono le grandi industrie, che diventano “archeologia industriale”, e nascono come funghi capannoni di logistica.
Nella fabbrica integrata viene meno la struttura gerarchica e la fabbrica si razionalizza da sé. Si razionalizza lavorando. Ed elimina gli sprechi e i lavoratori improduttivi attraverso un sistema a cui prendono parte gli stessi lavoratori. Sembrerebbe il trionfo della persona nella fabbrica, ma è il trionfo della fabbrica sulla persona. La fabbrica diventa quasi un’istituzione totale.
Infatti mentre Taylor nel fordismo aveva cercato di misurare scientificamente le potenzialità ergonomiche dell’operaio in modo tale da rendere trasparente la prestazione lavorativa, da rivelarne la nervatura e le modalità (si veda “Tempi moderni” di Chaplin), nella fabbrica postfordista o toyotista c’è una valutazione tecnica delle potenzialità globali della fabbrica come sistema, in modo da renderne visibili le disfunzionalità, da far emergere i punti di inefficienza e gli sprechi, che sono poi eccesso di manodopera, impiego sovradimensionato di uomini, lavoro “improduttivo”. Un’immagine di questa fabbrica è il “tubo di cristallo”. E’ infatti il sistema produttivo stesso a operare questa “visualizzazione”. Si fa della fabbrica un meccanismo perfettamente integrato, in cui ogni lavorazione si interconnette e si armonizza con le altre, secondo un’unica cadenza.
Non è più, qui, uno strumento esterno al processo lavorativo – il cronometro del metodo taylorista – né una figura estranea al lavoro direttamente produttivo – l’odiato cronometrista – a realizzare il controllo di efficienza, a visualizzare le potenzialità produttive, ma è lo stesso sistema di fabbrica, nel suo stesso funzionamento, a svolgere la funzione che là svolgeva il cronometro: a farsi insieme mezzo di produzione e strumento di controllo. Il controllo è impersonale, ma fa parte del sistema, è nella forza delle cose.
Nella fabbrica postfordista funzioni di comando e di controllo e funzioni produttive non sono separate come in quella fordista – taylorista. La fabbrica fordista si razionalizza da sé. Incorpora nello stesso processo lavorativo le funzioni di razionalizzazione permanente ed elimina la manodopera improduttiva. Alcuni lavoratori diventano esuberi.
L’impresa postfordista “naviga a vista”, perché la navigazione a vista è la sola possibile nell’epoca della competitività globale.
L’ultima differenza tra fabbrica fordista e postfordista sta nel differente rapporto tra comando di fabbrica e forza – lavoro.
Nella fabbrica fordista il lavoratore era costretto, il lavoro era molto duro ma si ammetteva il conflitto tra capitale e lavoro, la fabbrica postfordista mette in primo piano l’integrazione e perciò l’iniziativa autonoma del lavoratore diventa una risorsa, non più un disturbo, così come era considerata nella fabbrica fordista, in cui tutto era controllato e standardizzato (si veda ancora Tempi moderni).
Questa è una vera rivoluzione. L’attivazione della soggettività dell’operaio non serve solo alla massimizzazione della qualità, ma gli richiede una mobilitazione totale.
Nella fabbrica che “respira con il mercato”, che muta la propria morfologia al variare della domanda, nella fabbrica ”corta”, priva di scorte e di polmoni, pensata sul principio della flessibilità, la forza lavoro non può costituire materiale inerte, etero diretto, statico, ma deve collaborare, adattandosi continuamente alle sollecitazioni provenienti dall’ambiente.
In questo tipo di fabbrica sembrerebbe valorizzata la persona, che partecipa al sistema di fabbrica e al raggiungimento della qualità totale, sembrerebbe superata la caratteristica fordista della reificazione e alienazione del lavoratore.
Ma attenzione: la persona che il capitale intende mobilitare all’interno del nuovo modello di fabbrica a soggettività attiva non è la persona integrale, autonoma e indipendente a cui pensava il movimento operaio nelle sue richieste di liberazione, ma una persona ridotta al piano di fabbrica. La persona resta”consapevolmente” produzione di merci a mezzo di merci:
In questo senso si parla della fabbrica postfordista come istituzione totale.
Inoltre non c’è più alcuna relazione tra il sistema di fabbrica e l’occupazione. Nella fabbrica fordista sviluppo industriale e crescita dell’occupazione coincidevano. E in qualche modo, anche se contrapposti, gli interessi dell’industria e del movimento operaio andavano nella stessa direzione.
La  fabbrica postfordista, invece, realizza la propria riduzione dei costi esclusivamente a prezzo dei livelli occupazionali. Il nuovo processo di razionalizzazione organizzativa e le nuove tecnologie introdotte sono ferocemente labour saving. Tutto ciò che il capitale accumula (intermini di maggiore competitività garantita dalla maggiore competitività) è sottratto al fattore lavoro, in termini di minore occupazione, di più ristretto monte salari, di minore sicurezza sociale.

Dalla conferenza del 28 ottobre abbiamo appreso che, nel mondo, il rapporto tra capitale e lavoro, tra profitti e salari, negli ultimi 30 anni si è spostato. Uno studio della Birs, che è stato preparato per il Fondo Monetario Internazionale, afferma che lo spostamento dai salari ai profitti in termini di Pil globale è intorno agli 8 punti percentuali.
In 30 anni 8 punti percentuali di pil si sono spostati dai salari ai profitti.
I profitti hanno avuto in più circa 120 miliardi di euro. Se i lavoratori italiani avessero conservato quella percentuale del monte salari i 23 milioni di lavoratori autonomi e dipendenti avrebbero 5200 euro l’anno in più di quelli che hanno e fino a 7000 se si considerano solo i lavoratori dipendenti. In queste condizioni si trovano anche i lavoratori francesi e spagnoli. In Germania no, perché nelle relazioni sindacali vige il principio della codeterminazione.
Alcune imprese hanno reinvestito i profitti in Ricerca e sviluppo e in investimenti, creando occupazione, altre, italiane in particolare, li hanno usati per speculazioni finanziarie.
L’Italia è al ventitreesimo posto su 30 per livello salariale; i salari italiani sono del 40% più bassi di quelli inglesi, del 18% più bassi di quelli giapponesi e del 5% di quelli spagnoli.

Oggi la forza lavoro è dispersa nel mondo, i sindacati hanno perso potere ed è sempre più difficile difendere le proprie condizioni di reddito e umane.
Che cosa bisogna imparare a fare?
Secondo il rappresentante delle politiche sociali del Comune di Milano, bisogna diventare “occupabili”, cioè cercare percorsi di istruzione e formazione che ci rendano competitivi sul mercato del lavoro.
Secondo Revelli questo non basta. Bisogna imparare a vivere nell’ambiente e imparare a cambiarlo, altrimenti una minoranza di noi rischia di essere stritolata nel meccanismo della competizione sfrenata e nella logica “mors tua vita mea”, che è la premessa per la decomposizione sociale.
In questi anni anche lo Stato ha perso la sua funzione di mediatore tra le ragioni del capitale e quelle del lavoro. Da trent’anni a questa parte non si sono viste politiche Keynesiane a difesa dell’occupazione e della redistribuzione del reddito. Lo Stato sociale è entrato in crisi, si deve rifondare, deve diventare più snello, la sicurezza sociale sta diminuendo.
Lo Stato non è più strumento di inclusione e coesione sociale. Con il venir meno del fordismo è venuto meno anche lo Stato di tipo Keynesiano.
Dallo Stato sociale allo Stato aziendale
Dopo un lungo ciclo caratterizzato da un relativo accorciamento delle distanze sociali, dall’accesso di massa a consumi standard, dall’appiattimento dei differenziali salariali nel settore industriale, è ricomparsa la sperequazione dei redditi. Lo Stato ha smesso di essere strumento di mediazione sociale ed ha cominciato ad agire come impresa. Alcuni segnali preoccupanti: spostamento del baricentro dal legislativo all’esecutivo, sostituzione del vecchio ceto politico di mediatori con un nuovo ceto manageriale, limitazione del pluralismo.
Revelli ci ammonisce:
occorre cooperare affinché, in un sistema come questo, non ci siano i SOMMERSI e solo poco sopra, in superficie, i SALVATI.

Occorre cercare di attuare il progetto di democrazia inclusiva contenuto nella nostra Costituzione, combattere l’esclusione sociale e favorire la coesione sociale, così come richiede nei suoi atti più importanti, l’Unione Europea.

 

 

Fonte: http://www.digila.it/public/iisbenini/transfert/Marsico/VC%20VA%20RIM%20APROFONDIMENTI/Fordismo%20e%20postfordismo.doc

Sito web da visitare: http://www.digila.it

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