Kant vita e opere

Kant vita e opere

 

 

 

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Kant vita e opere

 

KANT
Immanuel Kant (1724-1804), nacque, visse e morì a Königsberg nella Prussia orientale, in un periodo di fermenti politici a livello internazionale (quali la guerra di indipendenza in America e la rivoluzione francese in Europa) i quali, da un punto di vista ideologico, si inquadrano in quel momento della storia della cultura che va sotto il nome di Illuminismo.
Il suo pensiero s’inserisce, in maniera del tutto originale, all’interno dello specifico orizzonte moderno, sintetizzabile in due coordinate di base: la rivoluzione scientifica (Copernico-Galileiana) da un lato e la progressiva crisi della metafisica dall’altro.
Spesso interpretato, in maniera riduttiva, quale risultante di due grandi correnti filosofiche, il Razionalismo e l’Empirismo, il Criticismo di Kant (questo il nome con cui è nota la sua filosofia), si arricchisce del patrimonio caratteristico dell’Illuminismo e getta le fondamenta per il futuro Idealismo.
Poiché il pensiero scettico di Hume aveva indebolito alla base non solo i fondamenti ultimi della metafisica ma anche quelli della scienza, là dove, invece, i razionalisti riponevano cieca fiducia nelle illimitate pretese della ragione umana, Kant ritiene sia arrivato il momento, per la filosofia, di definire, una volta per tutte, i Limiti e le Possibilità della ragione e, stabiliti questi, precisare quali siano i principi che, se esistono, possono garantire un sapere valido universalmente e necessariamente. Contro lo scetticismo di Hume (al quale peraltro manifesta riconoscenza per averlo “svegliato dal sonno dogmatico”) Kant contrappone un metodo in grado di restituire valore, alla scienza come alla filosofia, delineando l’ambito entro il quale esse possano operare senza essere più messe in discussione.
L’Illuminismo è definito da Kant l’uscita per l’uomo dallo stato di minorità; un’emancipazione, acquisita grazie alla capacità di valersi della propria ragione senza la guida di altri. Per questo motivo, egli affida alla filosofia (come disciplina che ha come oggetto suo proprio la ragione umana nei suoi diversi aspetti) l’incarico di dare una risposta definitiva al problema della validità di questa ragione, sia in campo Gnoseologico sia in quello Etico-religioso.
Innanzi tutto, per Kant, la filosofia, per essere considerata alla stregua di una scienza, deve saper rispondere a quattro domande fondamentali: “che cosa posso sapere”; “che cosa devo fare”; “in cosa mi è lecito sperare”; “che cos’è l’uomo”.
La prima di queste domande è quella alla quale Kant cerca di rispondere nel suo maggiore scritto, il più complesso ed argomentato, che è la “Critica della Ragion Pura, pubblicato la prima volta nel 1781. In quest’opera Kant si chiede se sia possibile, per la mente umana, giungere a conoscenze “certe e indubitabili” (quali quelle della scienza, in cui egli crede) che mettano a tacere una volta per tutte gli scettici come Hume. La prima domanda di Kant, “che cosa posso sapere?” può esser formulata così: “Quali sono i fondamenti di un sapere certo? E soprattutto: Esistono tali fondamenti?”.
Per poter condurre la sua analisi Kant parte dal presupposto, ipotetico, che tali fondamenti esistano e che, per essere validi, debbano essere Universali, Soggettivi e Necessari.
Universali e validi soggettivamente, perché devono essere identici e valere per tutti gli individui(validi per tutti e per ciascuno). Necessari, perché devono essere tali che senza di essi la mente non possa operare (tali cioè che la mente debba essere costretta dalla propria natura ad usarli, se vuole ottenere conoscenza).
Si tratta allora di sottoporre ad inchiesta, a critica, la ragione per verificare se essa sia veramente dotata di simili principi, fondanti la legittimità del sapere umano.
Il problema che si affaccia subito, però, è il fatto che, secondo i principi illuministi da cui Kant parte, l’uomo non possiede strumenti di indagine più alti della ragione; per questo motivo, per esaminare la validità della ragione, Kant non può far altro che condurla dinnanzi al “tribunale di se stessa”, al fine di stabilire la validità delle scienze.

La rivoluzione copernicana di Kant
Razionalisti ed Empiristi, nelle loro indagini gnoseologiche, partivano dall’analisi delle idee che sono “già fatte”, sono già prodotto della ragione; e si chiedevano: “Quando un’idea è vera?, quando è falsa?”, “qual è il suo fondamento?” “come posso essere certo che un’idea prodotta dalla mia mente corrisponda alle cose realmente esistenti?”, “come posso essere certo che la rosa che io percepisco sia, nella realtà, così come la vedo e la odoro?”. Essi si ponevano insomma domande intorno alla validità delle idee.
Kant, osservato che per questa via la filosofia non è pervenuta ad alcun risultato, anzi è caduta in contraddizioni, propone di accantonare il problema sulla validità delle idee e di concentrarsi invece sul funzionamento della mente, come “macchina” che le produce (= in altre parole, invece di sottoporre ad analisi le idee, già prodotto della ragione, Kant parte da un’analisi della mente come strumento di produzione delle idee, l’unico che l’uomo ha a disposizione per conoscere = infatti, anche l’esperienza deve essere sintetizzata dalla ragione). Il cambio di prospettiva è evidente.
Se la macchina che produce idee “funziona correttamente” (= in ottemperanza a determinate leggi necessarie universali e soggettive), allora, potremo dire che le idee prodotte sono valide.
Compito della filosofia sarà scoprire queste leggi. Questo è il concetto di indagine critica da cui muove Kant: scoprire quali siano le strutture della mente adatte a produrre le idee vere e certe (quali sono i principi che mettono la mente umana in grado di raggiungere conoscenze certe).
E questo è anche il cosiddetto ribaltamento del rapporto classico tra soggetto e oggetto, i due classici poli della conoscenza, il quale può essere chiarito con qualche esempio:
1) Kant è un ingegnere incaricato di controllare il funzionamento di un computer che deve eseguire in poco tempo calcoli complicatissimi. L’ingegnere non può controllare empiricamente l’esattezza dei calcoli, impiegherebbe troppo tempo, però deve verificare in ogni caso il corretto funzionamento della macchina. Se non ha tempo di verificare l’esattezza dei calcoli cosa può fare in alternativa? Può controllare che tutte le parti della macchina funzionino e che i principi tecnologici, scientifici e costruttivi di essa siano tutti rispettati. In questo modo è in grado di desumere (senza riprova empirica) che il risultato prodotto dalla macchina è esatto, perché la macchina funziona bene!
2) Kant è un produttore di sardine in scatola. Egli possiede una macchina che produce scatole contenenti 150 grammi di sardine e 50 grammi di olio. Come gli è possibile verificare la correttezza del contenuto senza aprire una ad una le scatolette? Ovviamente non gli resta che controllare la correttezza dei passaggi produttivi secondo lo standard stabilito dalla macchina inscatolatrice. In altre parole, che la macchina compia correttamente le seguenti funzioni: a) posizionamento della scatola al punto giusto del tappeto rotante, sotto il braccio erogatore; b) pesatura dei prodotti; c) corretta chiusura della scatola stessa.
In questo modo è il buon funzionamento della macchina che fonda l’esattezza del calcolo, non l’esattezza del calcolo a dimostrare il buon funzionamento del calcolatore; è il buon funzionamento della macchina che mi garantisce la qualità certa delle mie sardine in scatola, e non il perfetto inscatolamento, che dimostra il buon funzionamento della macchina.
Dunque, riportando l’esempio al piano della conoscenza potremmo affermare che le idee sono corrette perché la mente umana funziona correttamente, ossia secondo leggi che devono essere universali, soggettive e necessarie. Compito della filosofia è quello di individuare queste leggi.
Questa è la rivoluzione operata in filosofia da Kant che egli paragona alla rivoluzione copernicana, perché prevede un’inversione prospettica in seno al rapporto oggetto-soggetto della conoscenza. Non le cose (e le idee delle cose) sono oggetto di conoscenza ma la ragione stessa lo è; in modo da capire come essa conosce e, per tale via, comprendere se è in grado di pervenire a una certezza. Soltanto indagando la perfezione degli strumenti che la mente possiede, universali – soggettivi e necessari, posso permettermi di affermare che le conoscenze della mente sono altrettanto perfette; soltanto nel caso in cui siano gli oggetti a doversi modellare sul soggetto, solo allora posso affermare che alla conoscenza è garantito il carattere dell’universalità! (Il concetto viene ripreso e ampliato a pag. 7 ).

La Rivoluzione Copernicana di Kant.
È il mutamento di prospettiva con cui Kant opera un ribaltamento del tradizionale rapporto soggetto-oggetto della conoscenza umana ed invece di supporre siano le Strutture mentali dell’uomo (= soggetto) a modellarsi sulla Natura (= oggetto), ipotizza che sia l’ordine della natura a modellarsi sulle strutture mentali. In altre parole: invece di pensare che la mente sia in grado di investigare la realtà perché ad essa esattamente corrisponde, suppone che l’uomo sia in grado di capire il mondo esterno perché, in un certo grado, esso è un suo prodotto. Come Copernico, incontrando grosse difficoltà nello spiegare i movimenti celesti partendo dall’ipotesi aristotelica che siano gli astri a ruotare intorno allo spettatore, suppose che fosse lo spettatore a ruotare intorno agli astri, così Kant, incontrando difficoltà nello spiegare la conoscenza a partire dall’ipotesi che siano gli oggetti a “ruotare intorno” (= a “condizionare”) il soggetto, suppone che sia il soggetto a “ruotare intorno” (= a “condizionare”) l’oggetto. “Finora si è creduto che fosse ogni nostra conoscenza a doversi regolare sugli oggetti […]. È venuto il momento di tentare una buona volta, anche nel campo della metafisica, il cammino inverso, muovendo dall’ipotesi che sino gli oggetti a doversi regolare sulla nostra conoscenza; ciò si accorda meglio con l’auspicata possibilità di una conoscenza a priori degli oggetti, che affermi qualcosa nei loro riguardi prima che ci siano dati.” (Lettura pag di Filosophica 2B.) Per dirla con Karl Popper: dobbiamo abbandonare l’opinione secondo cui noi siamo degli spettatori passivi sui quali la natura imprime la propria regolarità, e adottare l’opinione secondo cui, nell’assimilare i dati sensibili (= nel conoscere), imprimiamo attivamente ad essi l’ordine e le leggi del nostro intelletto. Il cosmo reca l’impronta della nostra mente. Secondo Kant l’universo ha una struttura razionale, che la nostra mente può investigare, in quanto in qualche misura il cosmo è un prodotto dell’attività della mente stessa. La ragione è di casa nel cosmo perché il cosmo è in certa misura il prodotto dell’attività ordinatrice dell’intelletto. Questo non vuol dire che ci creiamo una realtà a capriccio nostro o che la realtà esterna a noi non esista. Anzi, scopo della filosofia sarà quello di esaminare tale attività di costituzione del mondo da parte della mente per spiegare come siano possibili la matematica e la fisica in quanto scienze e come disposizioni naturali ed inoltre come sia possibile la metafisica in quanto disposizione naturale e come scienza.

 

La Critica della ragion pura
Nella Prefazione alla prima edizione, Kant mette in scena un dramma: il dramma di una ragione assediata da questioni che non può respingere, poiché le sono assegnate dalla natura della ragione stessa, ma alle quali essa non può neppure dar risposta perché oltrepassano ogni potere della ragione umana. L’interruzione di questo dramma può esser decisa solamente dal Tribunale della ragione, chiamato al “rischiaramento” delle possibilità conoscitive della ragione stessa. Questo tribunale è la con-cre-tiz-za-zio-ne della filosofia kantiana che egli chiama Critica Trascendentale.
“Critica” in quanto sottopone la mente ad analisi di se stessa, “Trascendentale” perché si appunta sui principi che, se esistono, consentono di dichiarare “certa” una conoscenza.
Io chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non di un oggetto, ma del nostro modo di conoscere gli oggetti. (= La conoscenza trascendentale è quella che prende per oggetto se stessa, che indaga il processo conoscitivo stesso). Quindi, la sua filosofia è “critico-trascendentale” perché analizza la ragione per stabilirne validità e limiti sulla base dei principi trascendentali che la costituiscono, ossia quegli elementi formali della conoscenza umana che egli chiama “puri” o Forme a priori (= “ciò che è prima”; indipendente dall’esperienza). Nella CRP Kant si propone di scoprire, isolandoli, quegli elementi formali, gli “a priori”, dei quali tratta sia nell’estetica sia nell’analitica; una volta scoperti si propone di determinare il metodo, cioè il modo, con cui tali elementi a priori vengono usati dall’Intelletto, che per Kant è la facoltà conoscitiva per eccellenza; tale metodo è preso in considerazione nella analitica. Kant stesso dopo la prefazione alla prima edizione inserisce uno schema dal quale si può evincere l’andamento dicotomico del trattato.
La necessità di dimostrare la validità della ragione umana e con essa l’indiscutibilità della scienza newtoniana aggredita da Hume, è all’origine della Critica della Ragion Pura, che è un’analisi critica dei fondamenti del sapere; e poiché ai tempi di Kant l’universo del sapere si articolava in scienza e metafisica, l’opera prende la forma di un’indagine valutativa circa queste due attività conoscitive. Per quanto riguarda la scienza, ritenendone il valore un fatto indiscutibile (dati i risultati cui è pervenuta) Kant ritiene che si tratti semplicemente di giustificare una situazione di fatto, chiarendo le condizioni che la rendono possibile, mentre nel caso della metafisica si tratta di scoprire se esistano davvero le condizioni che possano legittimare le sue pretese di porsi come scienza oppure se essa sia inevitabilmente condannata alla non scientificità.

Per comodità abbiamo diviso la CRP in due parti: la prima in “Estetica Trascendentale”, la seconda in “Logica Trascendentale”, e quest’ultima ulteriormente diviso in “Analitica e “Dialettica.

 

Fenomeno e Noumeno
Kant apre il suo capolavoro con un’ipotesi gnoseologica: “Non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza incominci dall’esperienza, da che mai la nostra facoltà conoscitiva sarebbe messa in moto se non da parte di oggetti che colpiscono i nostri sensi? […]. Ma benché ogni conoscenza cominci con l’esperienza, da ciò non segue che essa derivi interamente dall’esperienza. Potrebbe, infatti, avvenire che la nostra conoscenza empirica sia un composto di ciò che riceviamo mediante le impressioni e di ciò che la nostra facoltà conoscitiva vi aggiunge da sé sola (semplicemente stimolata dalle impressioni sensibili)”.
Abbiamo affermato che, per spiegare la conoscenza, Kant attua il ribaltamento copernicano: egli indirizza l’indagine sul soggetto conoscente piuttosto che sull’oggetto conosciuto, allo scopo di cogliere e studiare i modi e i principi che consentono ad un oggetto di essere percepito e conosciuto dal soggetto. Da questo deciso mutamento di prospettiva deriva che:
A. È l’oggetto che, per essere conosciuto, deve adeguarsi alle forme (i modi) con cui il soggetto lo conosce. L’oggetto, è quel che mi appare dopo che si è unito alle forme soggettive, è l’oggetto per me, ossia il Fenomeno; mentre l’oggetto in sé, esistente indipendentemente da noi, è ciò che Kant chiama Noumeno, il pensabile ma non conoscibile.
B. Ogni atto conoscitivo è una sintesi tra la materia della conoscenza (= l’elemento oggettivo, empirico; le impressioni che derivano dall’esperienza) e una forma (l’elemento soggettivo, ossia l’insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente umana ordina tali impressioni). L’elemento soggettivo non deriva dall’esperienza, dunque è a priori ed è ciò che conferisce l’universalità e la necessità ai dati empirici (che sono sempre particolari e contingenti). Tale ribaltamento quindi comporta che non sia la mente a modellarsi passivamente sulla realtà, ma sia la realtà a modellarsi sulle forme a priori attraverso cui la percepiamo. L’esito di tale ribaltamento è l’affermazione del fatto che se sono gli oggetti a doversi conformare al soggetto che li conosce, allora è garantito alla conoscenza il carattere dell’universalità.

La Teoria dei giudizi
Questa “ipotesi” risulta in realtà immediatamente convalidata dall’esistenza innegabile di alcuni tipi di “Giudizio” (come li chiama Kant) che offrono il tipico esempio di verità universali e necessarie e che sono i principi immutabili che fungono da pilastri della scienza, dei quali Kant non dubita mai. Per precisare la natura di tali principi presupposti dalla scienza, dopo aver esposto lo schema della sua CRP, Kant passa ad illustrare la sua teoria dei Giudizi.
Cos’è un giudizio? Un giudizio è una proposizione che stabilisce un rapporto tra due concetti, uno espresso dal soggetto, l’altro dal predicato.
Per Kant esprimere un giudizio significa attribuire una certa proprietà (= concetto) ad un dato individuo (= soggetto): “il gatto è morbido” (= attribuisco al gatto la proprietà della morbidezza ).
Kant attua una doppia distinzione tra i giudizi, i quali possono essere considerati da due punti di vista:
a) Logico (= riguarda il rapporto tra la proprietà ed il suo soggetto);
b) Epistemologico (= riguarda il modo in cui noi riconosciamo la verità o falsità del giudizio).
a) In senso Logico, i giudizi possono essere: Analitici o Sintetici.
Analitici = sono i giudizi nei quali la proprietà attribuita al soggetto si limita ad analizzare quanto già contenuto nel soggetto stesso, in altre parole, quando la proprietà attribuita al soggetto non aggiunge nulla alla definizione del soggetto stesso. “Un uomo calvo è un uomo”;“4 = 2 + 2”; “i corpi sono estesi”. Queste sono tautologie, perché l’estensione, ad esempio, è una qualità già contenuta nel concetto di corpo: se non fosse esteso, il corpo non esisterebbe.

Sintetici = sono i giudizi nei quali la proprietà attribuita al soggetto dice qualcosa di più rispetto a quanto in esso contenuto. I giudizi sintetici permettono di ampliare la nostra conoscenza riguardo al soggetto, aggiungendovi un’informazione nuova. “Mario è calvo”; “Questo barattolo è pesante”. La calvizie di Mario, la pesantezza del barattolo sono informazioni utili ad una migliore definizione dei soggetti “Mario” e “Questo barattolo”.

b) In senso Epistemologico, i giudizi possono essere A-priori o A-posteriori .
A-priori = sono i giudizi che non hanno bisogno del ricorso all’esperienza per essere considerati veri. Essi sono, in altre parole, Universali (validi universalmente), soggettivi (validi per ogni uomo) e necessari (tali che senza di essi la mente non potrebbe operare): “tutti i corpi sono estesi”; “un uomo calvo è un uomo”; “4 = 2 + 2”, sono giudizi che non ampliano la nostra conoscenza dal punto di vista logico, ma da quello epistemologico sono universalmente validi e necessari.

A-posteriori = sono i giudizi che non sono validi universalmente e non sono necessari ma per essere confermati hanno bisogno dell’esperienza: “Ci sono 7 persone in questa stanza”. È un giudizio non valido universalmente e neppure è necessario, però amplia la nostra conoscenza.

 È chiaro allora che i giudizi analitici (in senso logico), saranno anche a-priori (da un punto di vista epistemologico).
 I giudizi sintetici, (in senso logico) saranno a-posteriori (dal punto di vista epistemologico).
Esistono, però, dei giudizi che assommano i vantaggi dei quattro tipi di giudizio analizzati, questi sono i giudizi propri della Scienza. Essi sono sempre sintetici e a-priori. Sono sintetici, perché sono estensivi della nostra conoscenza, non si limitano ad analizzarla, a priori perché al contempo sono universali e necessari
I giudizi sintetici a priori sono i “pilastri” della scienza di cui parlavamo (pag. 8.) che le fungono da spina dorsale; essi sono l’elemento che ad essa conferisce la stabilità e l’universalità; sono quei “principi immutabili”su cui basano la loro validità i vari giudizi scientifici. Ad esempio la proposizione “tutto ciò che accade ha una causa” , oppure “tutti i fenomeni stanno tra loro in rapporti di tempo” , sono giudizi sintetici a priori senza i quali la scienza non potrebbe procedere.

La validità delle scienze
Riconosciuto che esistono giudizi sintetici a priori e che la scienza poggia su di essi (le proposizioni matematiche e fisiche si fondano su “giudizi sintetici a priori”), alla filosofia resta il compito di comprendere come siano possibili, ossia spiegare la provenienza di questi ultimi.
Tali giudizi, per Kant sono possibili perché l’uomo possiede i principi trascendentali della sintesi a priori ossia le modalità fisse, che Kant chiama forme a priori, attraverso cui la mente umana ordina, secondo determinati rapporti, le impressioni che provengono dall’esperienza . Su tali forme l’uomo costruisce la sua scienza, ovvero la conoscenza universale e necessaria. In omaggio alla sua “rivoluzione copernicana”, Kant ritiene che questi rapporti fissi non siano contenuti nelle proprietà matematiche o fisiche, ma che l’uomo è in grado di leggerli in base ai principi che già possiede. Un esempio ci aiuterà. Possiamo paragonare la mente ad un computer che elabora la molteplicità di dati che gli vengono forniti dall’esterno, mediante la serie di programmi fissi di cui è dotato. Pur mutando le informazioni, non mutano mai gli schemi di recezione. Esistono, insomma, determinate forme attraverso cui incapsuliamo i dati della realtà, grazie alle quali possiamo formulare giudizi “sintetici a priori” intorno ad essa senza timore di poter essere smentiti dall’esperienza: se sapessimo di dover portare per sempre delle lenti azzurre, potremmo dire, in tutta sicurezza, che il mondo, anche in futuro, per noi sarà sempre azzurro!
Kant distingue nell’uomo tre facoltà preposte alla conoscenza (Sensibilità, Intelletto e Ragione), dunque occorrerà distinguere tre livelli di indagine o di critica:
1) La critica dei principi a priori della Sensibilità (Estetica trascendentale)
2) La critica dei principi a priori dell’Intelletto (Analitica Trascendentale)
3) La critica riguardo alle possibilità di conoscenza della Ragione a partire dai puri concetti dell’Intelletto (Dialettica Trascendentale).

Estetica Trascendentale
La scienza che studia i principi a priori della Sensibilità è detta Estetica trascendentale.
La sensibilità è la facoltà passiva di ricevere le rappresentazioni del mondo esterno. Le rappresentazioni del mondo esterno costituiscono la materia della conoscenza; perché si abbia la conoscenza sensibile per Kant occorre che la molteplicità dei dati empirici, procurati dalla sensazione, sia unificata e ordinata dalle forme a priori dell’Intuizione sensibile: che sono lo Spazio e il Tempo.
Lo spazio è la forma del senso esterno, attraverso cui ci rappresentiamo gli oggetti fuori di noi;
Il tempo è la forma del senso interno, attraverso cui intuiamo gli stati d’animo interiori.
Essi non derivano dall’esperienza; perché, per poter cogliere gli oggetti nello spazio o vivere gli stati d’animo nel tempo dobbiamo possedere a priori dentro di noi lo spazio e il tempo. Spazio e Tempo sono quel che Kant chiama intuizioni pure.
In tal modo possiamo affermare che:
 La geometria è una scienza perché la forma a priori (universale e necessaria) dello Spazio rende possibili i suoi giudizi sintetici.
 L’aritmetica è una scienza perché la forma a priori del Tempo rende universali e necessari i suoi giudizi sintetici.
Spazio e tempo sono quadri mentali a priori, non sono contenitori (prospettiva oggettivistica di Newton) non sono derivati da esperienze (prospettiva empiristica di Locke e Hume) né concetti (interpretazione concettualistica di Leibniz).

Analitica Trascendentale
La scienza che studia i principi a priori dell’Intelletto è detta Analitica trascendentale.
L’intelletto è la facoltà attiva attraverso la quale l’uomo può formulare giudizi vale a dire Pensare. Attraverso l’intuizione sensibile, un oggetto ci è dato, attraverso l’intelletto esso viene pensato . . . l’intelletto non può intuire nulla e i sensi nulla pensare. Solo dalla loro unione può scaturire la conoscenza.
L’intelletto allora pensa.
a) Cosa pensa? Pensa le Intuizioni che gli vengono dalla sensibilità e le unifica. Unificando più rappresentazioni sensibili formula i concetti empirici = l’intelletto dunque pensa i concetti!
b) Come l’intelletto pensa? Per mezzo di cosa? L’intelletto pensa per mezzo di principi a priori specifici che conferiscono universalità e necessità alla conoscenza intellettiva. Kant li chiama concetti puri, già esistenti nella mente, a priori, basilari. Questi sono le categorie.
L’intelletto, unificando le rappresentazioni sensibili, pensa i concetti attraverso le categorie.

Dottrina delle Categorie e Deduzione trascendentale
Per Kant pensare significa “formulare giudizi”, in altre parole giudicare (attribuire un predicato ad un soggetto). Le categorie sono i modi attraverso i quali l’intelletto giudica (= pensa). Esse saranno tante quante sono le modalità di giudizio (ovvero quante sono le maniere tramite cui si attribuisce un predicato ad un soggetto). Kant le chiama anche concetti Puri (= contenuti a priori nell’Intelletto)
In Logica i tipi di giudizio sono 12. Se i giudizi sono 12, saranno 12 anche le categorie perché ad ogni tipo di giudizio Kant fa corrispondere, non senza qualche forzatura, un tipo di categoria (ovvero il principio generale che ha reso possibile la formulazione di quel tipo di giudizio).
In pratica le categorie sono Forme, grandi caselle vuote dentro di noi a priori entro cui è possibile inserire tutti i tipi di giudizio. Diciamo che sono “la forma generalissima con cui possiamo predicare l’essere”.
Nota:
1) le categorie, anche se “a priori” non sono “idee innate”, ma modelli operativi. Non sono ciò che si conosce, ma ciò attraverso cui si conosce.
2) La differenza fondamentale con le 10 categorie Aristoteliche, oltre al fatto che Kant rimprovera Aristotele di averle rinvenute in modo casuale e frammentario, è che quelle di Aristotele sono forme dell’Essere, in altri termini, modi di essere propri della realtà, mentre quelle di Kant rappresentano i modi di funzionamento dell’intelletto.

Le Categorie si distinguono per:
Quantità (totalità, pluralità, unità)
Qualità (realtà, negazione, limitazione)
Relazione (sostanza –accidente, causalità, comunanza)
Modalità (possibilità-impossibilità, esistenza-inesistenza, necessità-contingenza).

Formulata la teoria ed esposta la tavola delle categorie resta il problema più difficile: quello della giustificazione della loro validità.
► Domanda: Se le categorie sono i modi a priori con cui l’intelletto pensa (le grandi caselle entro cui rientrano tutti i predicati possibili) e gli oggetti sono qualcosa di esterno all’intelletto (materialmente non li crea l’intelletto), come pretendono le categorie di valere anche per gli oggetti esterni? per giustificare la sua “tavola delle categorie”, da buon illuminista Kant non si appella al principio di autorità ma ad una giustificazione che prende il nome di Deduzione Trascendentale. Il termine non è adoperato in senso logico-matematico ma in quello “giuridico”, è la giustificazione di diritto di una pretesa di fatto. La pretesa validità delle categorie non si basa sulla constatazione che esse sono adoperate, di fatto, nella conoscenza scientifica, ma nella dimostrazione che quest’uso è legittimo. Operare la deduzione trascendentale di una categoria significa dimostrare che quest’ultima risulta essenziale perché sia possibile un certo tipo di esperienza.
Nei confronti delle forme a priori della sensibilità (lo spazio e il tempo) questo problema non si pone perché è evidente il loro diritto: un oggetto che non è dato nello spazio o nel tempo non è un oggetto- per- noi, perché non è intuito.
Per quanto riguarda le categorie, invece, non è così evidente che gli oggetti debbano sottostare ad esse. Affermare che la realtà obbedisce, oltre che alle forme delle nostre intuizioni, anche alle forme dei nostri pensieri è un paradosso che esige una giustificazione.
► Risposta: La giustificazione è data dall’individuazione di un elemento unificatore. Gli oggetti della natura non sarebbero tali per noi se non fossero da noi pensati (= unificati tramite l’attribuzione di un predicato ad un soggetto). Questo presuppone che all’origine della pretesa validità dei giudizi ci sia un’attività mentale, un’identica struttura comune a tutti gli uomini che Kant chiama Io Penso o Appercezione trascendentale. Questo è un elemento di congiunzione di tutte le mie rappresentazioni: (= tutte le mie esperienze, per poter essere date, devono avere un elemento in comune e questo elemento comune è che sono mie!!!). L’io penso è allora questo centro unificante dell’attività del pensiero di ogni soggetto ed è una funzione uguale per tutti i soggetti. L’attività dell’Io penso si attua tramite i giudizi (= i pensieri, i modi concreti con cui il molteplice è pensato); ma i giudizi si fondano sulle categorie. Allora, poiché tutti i pensieri presuppongono l’io penso, e l’io penso pensa tramite le categorie, ne consegue che tutti gli oggetti pensati presuppongono le categorie. Questo significa che l’insieme degli oggetti della natura non può essere pensato se non tramite le categorie.
Questo equivale ad affermare che la natura, come insieme di fenomeni sottoposti a leggi universali, obbedisce alle categorie del nostro intelletto; ovvero obbedisce a leggi che non sono proprie della natura stessa, ma del soggetto. L’elemento che è in grado di dimostrare la legittimità delle categorie, è l’Io Penso. La natura è, allora, un insieme di fenomeni sottoposti alle leggi universali dell’intelletto, alle quali “deve” obbedire perché senza di esse non potrebbe essere da noi compresa. È il soggetto allora che produce, sotto l’aspetto formale, l’0ggetto conferendo ordine e regolarità ai dati sensibili che, di per sé, sono privi di ordine e connessione. Ad esempio: Senza la categoria di causalità noi non potremmo mai sperimentare un cosmo ordinato, ma solo un caos di sensazioni prive di connessione tra loro (ricadremmo nello scetticismo di Hume, insomma).

Lo schema trascendentale
► Domanda: Appurato che le categorie hanno una validità necessaria rispetto all’oggetto fenomenico, in che modo avviene la loro applicazione ai dati dell’esperienza?
► Risposta: Non potendo agire l’intelletto direttamente sugli oggetti della sensibilità (non avendoli creati), agisce indirettamente su di essi tramite la mediazione di un terzo elemento, che deve essere puro (senza nulla di empirico, per legarsi all’intelletto) e al contempo sensibile (per potersi adeguare alla natura degli oggetti). Questo medium è rappresentato dallo schema trascendentale. Gli schemi sono indispensabili alla conoscenza in quanto omogenei da un lato con le categorie dell’intelletto e dall’altro con i fenomeni proprio per rendere possibile l’applicazione della prime ai secondi. Essi esprimono la loro attività mediatrice applicando all’oggetto la forma più importante della sensibilità: il Tempo, il medium universale attraverso cui tutti gli oggetti vengono percepiti. L’oggetto viene “schematizzato” dall’intelletto attraverso il tempo.
Gli schemi trascendentali sono le categorie tradotte in linguaggio temporale; sono le categorie calate nel tempo (= Gli schemi, traducono la realtà al nostro intelletto e sono il corrispettivo, in chiave temporale, delle categorie).
Alcuni esempi: lo schema della categoria di sostanza è la “permanenza nel tempo”(= sostanza è qualcosa che permane nonostante il variare degli accidenti); lo schema della categoria di esistenza è la “presenza di qualcosa in un determinato tempo”; lo schema della categoria di necessità è la “presenza di qualcosa in ogni tempo”; lo schema della categoria di possibilità è la “esistenza di qualcosa in un tempo qualsiasi”.
La rivoluzione copernicana che K ha attuato in filosofia vede il suo culmine nella teoria dell’io come legislatore della natura.
Essendo anche il fondamento della natura, l’io penso, con le sue categorie, è anche il fondamento della scienza che la studia. I pilastri ultimi della Fisica poggiano, infatti, su giudizi sintetici a priori della mente, che a loro volta derivano dalle intuizioni pure di spazio e tempo e dalle 12 categorie.
Contro lo scetticismo di Hume, il quale sosteneva che da un momento all’altro l’esperienza potesse smentire le verità su cui si regge la scienza, K sostiene, e ritiene di aver dimostrato, che tale possibilità non sussiste, in quanto l’esperienza, essendo condizionata dalle categorie dell’intelletto e dall’ “io penso”, non potrebbe mai smentire i principi che ne derivano. L’esperienza, che rivela le leggi della natura, non potrà mai smentire queste ultime, giacché dette leggi rappresentano le condizioni stesse di ogni esperienza possibile.
L’originalità della soluzione kantiana consiste nell’aver fondato le istanze della oggettività nel cuore stesso della soggettività. La sua singolarità però è consistita anche nell’aver inteso il sapere umano in termini di possibilità e di limiti.

Ambiti di applicazione delle categorie e concetto di Noumeno.
“Pensare”, per Kant, significa applicare le categorie dell’Intelletto agli oggetti dell’esperienza, al fine di produrre la conoscenza. È chiaro che le categorie, essendo la facoltà logica di unificare il molteplice della sensibilità, funzionano soltanto in relazione con essa. Considerate di per sé, senza essere riempite con i dati provenienti dal senso interno o esterno, esse appaiono ciò che sono, contenitori vuoti. Questo significa che esse sono operative solamente riguardo al fenomeno (l’oggetto proprio della conoscenza umana). La delimitazione della conoscenza al fenomeno, ovvero l’oggetto-per-me comporta però un implicito rimando alla nozione contrapposta di oggetto-in-sé, che pur essendo in-conoscibile, si staglia sullo sfondo di tutta la filosofia kantiana. Kant non ha mai pensato, neppure per un momento, di ridurre la realtà al puro fenomeno, in quanto afferma che se c’è un “per-me” ci deve pur essere un “in-sé”, ossia una X, meta-fenomenica. La cosa in sé, che Kant chiama Noumeno, costituisce il presupposto della gnoseologia di Kant. Il noumeno non è conoscibile, perché travalica i limiti dell’esperienza e sappiamo che per Kant ogni conoscenza per essere tale deve partire dall’esperienza. Non essendo conoscibile il noumeno costituisce un concetto limite, una X che non può entrare in contatto con noi e che serve ad arginare le nostre pretese conoscitive.
La Dialettica Trascendentale
Nella “Estetica Trascendentale” Kant ha indagato i principi a priori della sensibilità, nell’“Analitica Trascendentale” i principi a priori dell’intelletto, nella “Dialettica Trascendentale” (o Logica dell’apparenza) Kant indaga sulle pretese della ragione (in senso negativo) di conoscere oggetti fuori dal campo dell’esperienza. Nella dialettica Kant prende in esame le “illusioni” generate dalla mente umana quando tenta di applicare le categorie al di là dei confini dell’esperienza, di andare oltre il mondo dei fenomeni ed avventurarsi negli spazi della metafisica.
La ragione, infatti, è la terza facoltà conoscitiva dell’uomo, accanto all’intelletto ed alla sensibilità, completamente sganciata però dagli oggetti sensibili. Dato che ogni conoscenza scaturisce dai sensi, la pretesa di conoscenza della ragione, che non ha agganci con il mondo empirico, è illusoria. I “concetti della ragione”, che trascendono ogni possibile esperienza, sono da Kant indicati col termine di idee. L’idea per Kant è un prodotto della mente umana. Non dell’Intelletto ma della Ragione. Se l’Intelletto tende ad unificare i dati della Natura per produrre concetti, la Ragione aspira ad unificare i concetti generati dall’intelletto, producendo idee, avulse da ogni esperienza. Queste si riferiscono a quell’in-sé (che sfugge alla nostra esperienza perché non cade sotto i nostri sensi). L’ in-sé che Kant chiama Noumeno, quella “realtà” che possiamo pensare ma mai conoscere.
Kant, pur respingendo lo scetticismo scientifico di Hume, ritenendo il valore della scienza un fatto ormai stabilito, ne condivide invece lo scetticismo metafisico. Per il rispetto dell’importanza storica ed della nobiltà della metafisica, della quale si dichiara “innamorato deluso”, dichiara che la dialettica trascendentale ha il compito di indagare la natura di quel “perenne anelito” che porta l’uomo a trascendere l’orizzonte del verificabile per avventurarsi in “spazi sconosciuti”. È noto il suggestivo paragone kantiano dell’isola (= la scienza) e dell’oceano tempestoso (= la metafisica):
Questo territorio (= il mondo fenomenico conoscibile) è un’isola che la natura ha racchiuso in confini immutabili. È il territorio della verità, nome seducente, circondata da un ampio e tempestoso oceano, in cui ha la sua sede più propria la parvenza (= l’illusione metafisica), dove innumerevoli banchi di nebbia e ghiacci creano ad ogni istante l’illusione di nuove terre e, generando sempre nuove ingannevoli speranze, al navigante che si aggira avido di nuove scoperte, lo sviano in avventurose imprese che non potrà né condurre a buon fine né abbandonare una volta per sempre.

La tendenza alla conoscenza, senza tener conto dei limiti fenomenici, è un bisogno insopprimibile, un impulso connaturato della mente umana di andare oltre il mondo dei fenomeni, applicando le categorie di là dei confini della possibile esperienza e corrisponde ad un’esigenza di “superamento del margine consentito”. Sarebbe giusto parlare di aspirazione alla globalità della conoscenza. La nostra ragione, in altre parole, non paga del mondo fenomenico, che è conoscibile solo in porzioni, è irresistibilmente attratta verso una spiegazione onnicomprensiva di ciò che esiste. Questa attrazione per secoli si è espressa nella formulazione, e nella discussione metafisica, di tre idee fondamentali che si presentano come “l’incondizionato”. Nella dialettica Kant prende in esame le illusioni generate dalla ragione quando tenta di esaminare queste tre idee o concetti generalissimi, la cui natura consiste nel riferirsi non al mondo dei fenomeni ma alle cose in sé.
1. L’idea di Anima = ovvero della totalità degli atti dell’intelletto umano.
2. L’idea di mondo = ovvero la totalità di fenomeni (di tutto ciò che esiste).
3. L’idea di Dio = ovvero l’idea di totalità per eccellenza che racchiude in se il mistero stesso dell’esistenza, le condizioni di possibilità dell’esistenza stessa.
All’indagine di queste tre idee si sono rivolti per secoli gli sforzi vani di intere generazioni di filosofi, nel tentativo di rispondere a domande nobili ma “illegittime”, per usare la terminologia giuridica di Kant. L’errore primo della metafisica tradizionale è stato quello di voler trasformare queste tre “esigenze” in altrettante “realtà indagabili”, dimenticando che come esseri finiti non abbiamo mai a che fare con l’idea- in -sé ma soltanto con il fenomeno, ed il prodotto di tale errore è consistito nella formulazione di giudizi contraddittori, ossia Antinomie.
Per dimostrare criticamente l’infondatezza della metafisica Kant prende in considerazione le tre pretese scienze che ne costituiscono i cardini.
1) La psicologia razionale, che si rivolge all’anima con la presunzione di coglierla nella sua globalità.
2) La cosmologia razionale, che si rivolge al mondo inteso come Universo.
3) La teologia razionale, che indaga su Dio.
 La pretesa della psicologia razionale di conoscere l’anima affermando che essa è “immateriale”, “semplice”, “immortale” è basata su un Paralogismo (= un sillogismo errato) che si fonda sull’errata attribuzione di sostanza spirituale o pensante ad una realtà che è soltanto una pura forma, la condizione formale del costituirsi dell’esperienza e della conoscenza, il presupposto che accompagna tutti i concetti, l’io penso.
 L’idea di “mondo” (= la totalità di ciò che esiste), cade per definizione al di fuori di ogni esperienza possibile. Quando la ragione pretende di trovare una spiegazione del mondo, nella sua totalità ed interezza, fallisce, poiché non è possibile per noi averne un’esperienza. La totalità dell’esperienza infatti non è un’esperienza a noi consentita, in quanto noi possiamo sperimentare questo o quel fenomeno, ma mai la serie completa dei fenomeni. Quando la metafisica ha preteso di applicare alla globalità del mondo, che è una pura idea, il concetto categorico di Causa (che è una categoria dell’intelletto applicabile ai fenomeni) è rimasta inevitabilmente imprigionata nei reticolati logici delle cosiddette antinomie (= contraddizioni, conflitti della ragione con se stessa) dalle quali è impossibile uscire. Esse si concretizzano in coppie di affermazioni opposte, dove una afferma (la tesi) e l’altra nega (l’antitesi) tra cui, in mancanza di prove certe (e con l’uso della sola ragione, avulsa dall’esperienza) è impossibile decidere, soprattutto perché sul piano logico possono essere entrambe dimostrate. Le antinomie osservate da Kant sono quattro e derivano tutte dall’assumere il mondo come realtà in sé, globale ed unica, invece di riconoscergli una realtà fenomenica che si costruisce progressivamente mano a mano che lo esperimentiamo e scopriamo.
Prendiamo la prima a titolo di esempio:
Tesi: il mondo ha avuto un inizio nel tempo ed è limitato nello spazio;
Antitesi: il mondo non ha limiti, non ha avuto inizio nel tempo e neppure è limitato nello spazio.

 La critica alla Teologia razionale, la parte più nota della Dialettica, consiste nella confutazione, da parte di Kant, delle cosiddette prove razionali dell’esistenza di Dio. Essendo quest’idea, totalmente priva di dimostrazione, i filosofi hanno escogitato una serie di “prove” riguardo all’esistenza di Dio. Kant le raggruppa in tre, appartenenti a due ordini. La prova ontologica (= è una prova di ordine mentale che parte dall’idea per dimostrarne necessariamente l’esistenza), quella cosmologica e quella fisico-teleologica (= sono prove che partono dall’esperienza per arrivare all’incondizionato).
La prima, la più controversa in filosofia, è la cosiddetta prova ontologica che risale a S. Anselmo d’Aosta, il quale, nell’XI secolo intese dedurre l’esistenza di Dio dal suo stesso concetto, affermando che Dio, in quanto essere perfettissimo (ciò di cui non si può pensare nulla di più perfetto), non può mancare proprio dell’attributo dell’Esistenza.
Kant distinguendo criticamente tra piano mentale e piano ontologico, obbietta che non sia lecito “saltare” dal piano della possibilità- logica a quello della realtà-ontologica, in quanto l’esistenza non è una cosa che si può dedurre per via intellettiva, ma solo constatare per via empirica (per dirla con parole di Kant: “mai l’esistenza è contenuta analiticamente in un concetto, ma può solo essere dimostrata, provata sinteticamente con l’esperienza”). La confutazione di tale prova ontologica ruota intorno alla categoria di “esistenza”. Il predicato esiste non può essere considerato alla stregua di un attributo che entra a far parte della definizione di un concetto generalissimo. L’esistere o il non esistere non tolgono e non aggiungono nulla alla perfezione del concetto. “cento talleri reali non contengono nella loro definizione niente di più che cento talleri possibili […]” Infatti se i talleri reali (l’oggetto reale) contenessero qualcosa di più del loro semplice concetto, quest’ultimo non potrebbe dirsi legittimamente il concetto adeguato del primo.
La prova ontologica è dunque:
1) impossibile, in quanto pretende di derivare da un’idea una realtà;
2) tautologica, perché nell’idea stessa di “perfezione” presuppone gia quell’esistenza che vorrebbe dimostrare.
È come se io volessi dimostrare l’esistenza di un’isola al centro dell’oceano, talmente perfetta che non può, tra le sue perfezioni varie, non comprendere anche il coronamento dell’esistenza. Non si può, come abbiamo detto, da puri concetti far scaturire presuntuosamente delle esistenze. È questo che intendono fare anche la prova cosmologica e quella teleologica. La prima, che costituisce il fulcro delle “vie tomistiche”, fa leva sul principio di causalità per risalire a Dio. La seconda si serve dei principi di ordine, finalità e bellezza del mondo, per dedurre che deve esistere una Mente ordinatrice di tanta perfezione, identificata con il Creatore. Questa è la prova più antica, la più chiara e più adatta alla comune ragione dice Kant, tant’è che ha trovato fortuna anche presso gli illuministi (= se c’è un orologio deve per forza esserci un orologiaio). In realtà entrambe queste “presunte” prove falliscono, dato che utilizzano anch’esse, dandola per presupposta la prova ontologica, già confutata in precedenza. Infatti identificando la causa “incausata” e la causa “ordinante” con un Dio trascendente, necessario e perfetto si ricade nella medesima tautologia della prova ontologica.
Avventurandosi in territori inesplorati e metaempirici (= cioè non fondati sull’esperienza), conclude Kant, la ragione non può conoscere alcunché.
La metafisica non ha nessuna validità come scienza dunque; ma le sue esigenze sono reali, connaturate all’uomo che cerca di sopperire ai suoi limiti attraverso il “salto” nel mondo dell’incommensurabile e della totalità. Ecco l’esempio dell’isola circondata dai flutti che la mente è tentata di esplorare, cercando di oltrepassare le “Colonne d’Ercole” dell’intelletto.
Tale disposizione anche se non serve a conoscere nulla ha in ogni modo un grande valore per l’uomo, perché se da un lato è uno sprone continuo per l’intelletto a cercare i legami tra tutti i fenomeni e passare da un fenomeno all’altro con la sistematicità dovuta, dall’altro è il sintomo, il riflesso di quella realtà in sé che in Kant, ignorata come possibile oggetto di conoscenza, ritornerà, sotto la veste dell’Etica, nella Critica della Ragion Pratica.

La Critica della Ragion Pratica (1788)
Non meno evidenti degli interessi gnoseologici (relativi ala conoscenza) sono in Kant gli interessi pratico-politico-religiosi.
Nella sua CRPratica Kant cerca di rispondere alla seconda ed alla terza della 4 domande di cui abbiamo detto all’inizio del nostro percorso kantiano: “che cosa devo fare? “in cosa posso sperare?”ma anche al “che cos’è l’uomo?”.
La ragione, oltre alla funzione teoretica, che permette all’uomo di conoscere il mondo fenomenico scientificamente, ha anche un valore “pratico”, vale a dire morale. Nella sua seconda ma non meno importante Critica, Kant, spalanca le finestre ad un mondo che aveva scacciato dalla porta della riflessione sulle scienze..
Kant definisce la “morale” come quella facoltà umana che consiste nel determinare la volontà secondo principi.
E la “Volontà” è la facoltà di scegliere sol o ciò che la ragione ritiene praticamente necessario, quindi come buono, indipendentemente dall’inclinazione.
Secondo Kant l’azione morale è retta da principi che egli chiama gli Imperativi. Questi sono principi oggettivi della ragione stessa, che “costringono” (il virgolettato qui è d’obbligo) la volontà e che si esprimono con il verbo “dovere”. Questi possono esser di due tipi, Ipotetici e Categorici.
1) Gli imperativi “Ipotetici” sono retti dalla forma condizionale “se vuoi questo, allora fai quello”; “se vuoi passare l’esame, allora devi studiare”. Di questa forma sono gli imperativi collegati ad una morale di tipo utilitaristico o eudemonistico, volti insomma alla ricerca dell’utile o della felicità individuale o collettiva. Questi principi Ipotetici non possiedono i caratteri dell’universalità, non sono soltanto “regole di prudenza” finalizzate all’ottenere uno scopo.
Per Kant questi imperativi non colgono la vera essenza della morale.
2) Gli imperativi “Categorici” invece non contengono “se”. Sono incondizionati. Solo essi hanno la forma del puro “tu devi…” senza altre condizioni. Soltanto questi colgono la vera essenza della morale. Questa è costituita dal principio del “dovere per il dovere” indipendentemente dai miei desideri e dalle mie inclinazioni. Se così non fosse non potremmo neppure chiamarla morale.
Partendo da un principio di stampo illuminista, è un fatto per Kant che esista in ognuno (forte l’influenza di Rousseau in ciò) una concezione del dovere come qualcosa di “incondizionato” e assoluto. Questo fatto perché abbia valore, presuppone l’esistenza per l’uomo della libertà. Non esiste vera moralità (= ottemperanza al senso del dovere) senza libertà di scegliere. Questa autonomia del soggetto etico costituisce una precondizione necessaria al manifestarsi dell’azione morale. L’azione morale è certamente costrittiva, impedisce che il soggetto agisca in conformità ad impulsi, però perché sia davvero valida deve basarsi sul principio della “libera adesione” alle norme che costituiscono il patrimonio morale di un popolo. In altri termini, l’azione davvero morale è l’azione fatta per il semplice dovere di farla, senza pensare alle conseguenze di questa azione, né alle punizioni né ai premi che ne derivano, altrimenti non la chiameremmo “morale”.
La morale Kantiana in cosa differisce dalla normale morale comune?
La morale tradizionale è una morale contenutistica: in altri termini, in essa vale il criterio secondo cui io devo compiere una certa azione perché questa è buona. E’ il contenuto buono dell’azione a determinare il dovere di compierla.
Nella sua morale kant, compie il ribaltamento gia visto nella Critica della Ragion Pura. Per Kant io non devo compiere un’azione perché questa è buona, ma una azione è buona, perché la devo fare. In tal modo la morale di Kant si evidenzia come una morale formale, ossia essa non prescrive nulla se non l’obbedienza alla legge morale stessa.
Non spetta alla ragione determinare il contenuto particolare di singole norme comportamentali, che sono mutevoli nello spazio e nel tempo; ciò che l’indagine kantiana mostra è il carattere comune che esse devono condividere. Esse devono rispondere, per essere morali, a dei principi di carattere universale, a priori dunque, validi per tutti gli uomini.
Le formule più importanti della morale kantiana del Dovere sono:
 “Agisci sempre in modo che la massima della tua azione possa valere come principio di una legislazione universale”.
 Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che in quella degli altri, sempre come fine mai come mezzo”.
Agisci in pratica in modo che il principio, cui si ispira la tua intenzione, possa contribuire alla realizzazione di un ordine morale universale. Il fine dell’agire umano deve, in altre parole, tendere ad un mondo pacifico e pacificato nel quale vale come norma generalissima il vecchio adagio “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Ognuno deve aspirare alla realizzazione di un mondo in cui tutti si comportano in base a norme razionali, rette dal principio del dovere puro, le quali a loro volta poggiano su di un imprescindibile principio di Libertà. Libertà, sia dalla semplice osservanza di norme civili ( quali necessarie condizioni di ordine sociale), sia dalla schiavitù degli appetiti del mondo sensibile. Un mondo utopistico insomma basato su di un sogno e fondato sul principio di autonomia della volontà.
Tale autonomia urta ovviamente contro il determinismo del mondo fisico, dato che Kant, lo abbiamo visto, accetta il principio di causa proprio della scienza newtoniana, nella quale esistono solo ferrei legami che non lasciano spazio ad alcun tipo di libertà.
Sappiamo anche, però, che Kant ha distinto molto chiaramente tra un mondo dei fenomeni ed un mondo dei noumeni. Nel mondo dei fenomeni non esiste la libertà, perché tutto è regolato da leggi inderogabili (che la nostra mente costruisce in base ai principi a priori dell’intelletto). E’ possibile allora cogliere questa libertà nello spazio di pertinenza della realtà soprasensibile, in-conoscibile all’uomo, che si cela al-di-là delle apparenze sensibili.
L’uomo infatti, in quanto essere fisico ma anche soggetto morale, abita entrambe i mondi. Il corpo in quello sensibile e la volontà in quello noumenico o soprasensibile. Quindi se la natura è il luogo della necessità, la sfera morale umana è il luogo della libertà. Tale luogo appartiene a quella sfera assoluta, che non ci è consentito conoscere scientificamente né, tantomeno, dimostrare, la quale però si ripresenta come condizione necessaria del principio del dovere, sul quale si dovrebbe fondare la moralità umana. È possibile perciò dedurre questa realtà assumendo in via ipotetica dei postulati della ragion pratica,delle proposizioni non dimostrate come quelle della geometria (come Kant aveva fatto con i principi universali, soggettivi e necessari della conoscenza) che giustifichino la nostra adesione all’ Imperativo categorico.
Essi sono:
a) La “Libertà della volontà”;
b) L’immortalità dell’anima;
c) L’esistenza di Dio.
La libertà della volontà, come primo postulato, è la più importante, perché che in qualche modo vanifica la presenza degli altri due. Essa parte dal presupposto che gli uomini per compiere un’azione morale debbano essere liberi di farlo, indipendentemente da costrizioni di tipo legale o sociale, psicologico, religioso e nonostante alcune conseguenze. Per Kant è morale un’azione, volta ad un buon fine, che sia compiuta indipendentemente da costrizioni: siano esse rappresentate da un uomo che ti ricatta con una pistola oppure la legge che ti impone di farlo perché sennò sarai punito oppure qualcuno che ti convince con la promessa di un premio. Uno studente che studia perché se è promosso gli comprano il motorino compie un’azione morale? Per Kant no. Un uomo che decide di donare tutto ai poveri perché pensa alla ricompensa che gliene verrà in paradiso o al risalto della notizia sui giornali compie un’azione morale? Per Kant no.
Il postulato della libertà è allora quello fondamentale. Gli altri due sono una specie di esigenza che deriva dalla nozione di “sommo bene”, inteso come unione di felicità e virtù. L’uomo virtuoso merita di essere felice? Senz’altro si. Accade però che in questo mondo, spesso, un uomo che si attiene ai dettami della propria coscienza non sempre venga premiato. Allora, se in questa vita terrena non è possibile adeguare la felicità al merito, occorre “postulare” due condizioni che rendano possibile l’equazione virtù = felicità: l’immortalità dell’anima, perché la perfezione ultima dell’azione morale non può essere completata in questo mondo sensibile, che ci devia continuamente; quindi occorre che possa essere completata in un altro mondo; l’esistenza di Dio, in quanto essere che commina premi adeguati al grado di virtù, sanando le ingiustizie. Dio allora come esigenza morale.
Questi postulati offrono all’uomo risposte riguardo agli interrogativi parsi irrisolvibili nell’ambito della ragion teoretica. È chiaro che gli ultimi due sono solo postulati e non certezze comprovate dall’esperienza, guai se lo fossero! Allora anche il primo postulato si annullerebbe, perché, come abbiamo detto, la certezza del premio nell’aldilà sarebbe la molla della mia azione morale e non la spontanea adesione a questa per puro principio del dovere!
Se l’imperativo categorico risponde alla domanda “che cosa devo fare?”la risposta a quel “in cosa posso sperare?” è la fede razionale nel raggiungimento di una comunità universale, libera, fondata sulla legge morale e sulla consapevolezza che solo l’obbedienza ad essa ci renda graditi a Dio. Un dio che però non vuole chiese, né dogmi né riti religiosi, ma soltanto uomini puri e giusti disposti al sacrificio per il bene di tutti, per una comunità pacifica e pacificata nella quale l’obbedienza spontanea alla legge morale (adesione totale e libera), che l’uomo ha dentro di sé, sia l’unica costrizione cui l’uomo debba essere soggetto.
Kant parla di primato della Ragione pratica perché questa giustifica l’esigenza di una realtà incondizionata che la ragione teoretica aveva invece sconfessato, accettandola sotto forma di postulati necessari per rafforzare la moralità.

La Critica del Giudizio
Pubblicata a Berlino nel 1790 l’opera nasce dal desiderio di Kant di conciliare la necessità, cui è sottoposta la natura, con la libertà possibile solo nella sfera morale umana.
Nella sua ultima Critica Kant intende studiare una terza facoltà, rispetto all’Intelletto ed alla Ragione, il Sentimento. Il giudizio di cui si parla qui non ha nulla a che vedere con il pensiero di tipo intellettivo e scientifico, visto nella prima critica, che qui Kant chiama determinante.
Nella sua terza Critica, Kant intende esaminare il sentimento del gusto attraverso il giudizio riflettente, quel tipo di giudizio che, ad esempio, mi fa osservare un quadro o un paesaggio ed affermare che è “bello”. La bellezza in questo caso non è una proprietà del quadro, ma il risultato di una relazione che s’instaura tra l’oggetto quadro e il soggetto che lo osserva esteticamente. Esso può essere di due tipi: Estetico e teleologico.
a) Il giudizio estetico.
Consiste nella capacità di cogliere il rapporto tra l’oggetto ed il sentimento di piacere o dispiacere che esso provoca nel soggetto.
Due sono i giudizi estetici: il bello e il sublime.
Il Bello. Possiamo dire che un oggetto è bello, quando esso corrisponde al mio modello ideale e soddisfa alcune proporzioni.
Tale ideale deve però soddisfare un’esigenza di tipo universale e soprattutto “disinteressata”; se vedo un vestito in vetrina, e dico che mi piace, perché è alla moda, costa poco e mi serviva proprio, in questo momento io non sto contemplando disinteressatamente un oggetto, perché alla base di tale osservazione c’è un pensiero pratico, quello dell’acquisto o del desiderio di acquistare. Tale abito dunque non è bello universalmente. Per Kant “Il bello”, allora, non è ciò che piace in quel momento “particolare” e che si desidera avere per possederlo; ma è ciò che produce piacere disinteressato, come quello che provoca la contemplazione di un opera d’arte o della natura. Quindi, un vero giudizio di tipo estetico si ha quando il soggetto stabilisce una relazione fra l’oggetto sensibile, particolare, ed una esigenza universale.
Per Kant, Bello è ciò che è oggetto di piacere universale e riguarda la contemplazione disinteressata di un rapporto armonico (rapporto che intercorre tra noi e l’oggetto e quello tra le parti che compongono l’oggetto stesso, ad esempio le armoniche proporzioni di una statua greca).

Il sublime. Al contrario, il sublime ha a che fare con ciò che è smisurato e con il sentimento dell’infinito. È quel tipo di giudizio che si prova di fronte a grandi spettacoli della natura, ad esempio, o dell’arte. Lo possiamo provare di fronte ad un oggetto sensibile che, o per la sua grandezza o per la sua forza e incontenibilità, fa sentire l’uomo infinitamente piccolo e impotente. Kant distingue tra un sublime matematico (quando contempliamo qualcosa di immensamente grande) ed un sublime dinamico (che riguarda la presenza di forze di immensa potenza si pensi alle tempeste, ai tifoni, così cari all’immaginazione romantica, nella pittura di Constable e Turner ad esempio e nella musica di Beethoven, di Berlioz o Wagner).
Il sublime si manifesta con la pura intuizione della presenza di questo essere, finito per definizione, al cospetto di una natura immensa, che lo sovrasta con la sua forza. Un piccolo essere è l’uomo, soggiogato dalla potenza della natura, ma che ha invece la capacità di pensarla. Dallo squilibrio di rapporto tra la magnifica grandezza della natura e la infinita piccolezza dell’essere umano, il quale ha però la superiore capacità di averne consapevolezza, nasce il sentimento del sublime tanto caro alla concezione romantica.

b) Il giudizio teleologico.
Concerne la capacità di cogliere nella natura (dal filo d’erba all’uomo) una finalità interna. La natura è considerata come se perseguisse un fine o come se fosse il prodotto di una volontà intelligente. È questa la facoltà di attribuire alla natura le stesse motivazioni che fan parte della vita umana. L’interpretazione romantica della natura come un grande organismo vivente, che realizza un processo di sviluppo e che tende verso il meglio, è un’interpretazione teleologica.
Il modello organico, che riprende la tradizione neoplatonica dell’anima mundi, ed è riconsiderato da Kant nella sua Critica del Giudizio, fa da tramite tra l’illuminismo declinante e il romanticismo nascente. Esso sarà ripreso dalla filosofia romantica con intenti contestativi del modello meccanicistico. In questo senso possiamo affermare che la filosofia di Kant è l’ultima propaggine della grande età illuministica che lascia il posto alla dimensione romantica. In questa ripresa della C. del Giudizio kantiano, i romantici, alla necessità nella natura sostituiranno il finalismo.

Periodizzazione della produzione Kantiana

 Il periodo naturalistico: che va fino al 1760, in cui i suoi interessi sono di natura prettamente scientifica, fisica e matematica. Del 1755 è Storia universale della natura e teoria dei cieli dove, in conformità alle leggi della fisica di Newton, viene descritta la formazione dell’intero sistema cosmico a partire da una nebulosa primitiva (teoria che sarà ripresa nel 1796 da Laplace). Scritti sui terremoti, sui venti confermano gli interessi naturalistici del primo Kant.
 Il secondo periodo, il periodo pre-critico descrive il prevalere degli interessi prettamente filosofici e in esso si delineano i temi che confluiranno nel criticismo. Nello scritto Dell’unico argomento possibile per una dimostrazione dell’esistenza di Dio (1763) la metafisica è detta “un abisso senza fondo” e “un oceano tenebroso senza sponde e senza fari”. È questo il periodo del suo distacco dal dogmatismo dei razionalisti della scuola di Christian Wolff ,di cui ha fatto parte e dell’adesione allo spirito di ricerca degli empiristi inglesi come Hume (al quale ascrive il merito di averlo svegliato dal sonno dogmatico). Lo scritto più rilevante di questo periodo è del 1765, Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica in cui compaiono i capisaldi dell’indirizzo critico.
 La vera svolta nella vita di Kant è rappresentata, significativamente per un uomo la cui esistenza si è interamente risolta nel suo pensiero, dal passaggio alla fase critica, con la pubblicazione del suo prodotto più importante: la Critica della ragion pura, del 1871(del 1789 la seconda). Prima di allora Kant era stato un pensatore tra virgolette “normale”, che si muoveva bene nel contesto della cultura illuministica del suo tempo, brillante sì ma non così notevole. Improvvisamente, a 50 anni suonati, con questo scritto Kant produce qualcosa di nuovo quanto raro in filosofia: l’emergere di un punto prospettico nuovo, un ribaltamento paragonabile a quello copernicano nelle scienze. In un decennio di lavoro forsennato produce un sistema filosofico paragonabile quanto a coerenza a quello di Aristotele che affronta dopo il problema della conoscenza, argomento della prima critica, quello della morale con la Critica della Ragion pratica (del 1788) e quello relativo all’estetica ed al finalismo nella natura con la Critica del giudizio (1790).
 Uno scritto minore, suggestivo per le implicazioni politiche e giuridiche sarà un saggio del 1793 Per la pace perpetua nel quale Kant prefigura un organismo super partes atto a dirimere le questioni tra gli stati evitando il ricorso alla guerra, che diventerà molto importante per gli sviluppi politici futuri, ad esempio per la costituzione di organi internazionali come la società delle Nazioni. Gli ultimi anni di questo gigante del pensiero, paradossalmente trascorsero in una malinconica demenza senile con un’inesorabile e progressiva perdita delle facoltà intellettuali.

Fonte: http://keynes.scuole.bo.it/~miglioli/kant/KANT_versione_2010-2011.doc

Sito web da visitare: http://keynes.scuole.bo.it/

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