Leopardi la ricerca del piacere

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Leopardi la ricerca del piacere

LEOPARDI E LA CONCESIONE DELLA POESIA

La poesia “di sentimento”
Nel Discorso intorno alla poesia romantica Leopardi getta le basi della sua poetica e definisce la sua concezione della poesia. Egli fa propria la distinzione, operata dal letterato tedesco Friedrich Schiller (1759-1805), fra poesia di immaginazione poesia di sentimento. La prima appartiene alle civiltà antiche, l’unica vera grande poesia, perché alimentata dalla facoltà immaginativa; la seconda, frutto di riflessione filosofica, è propria dell’età presente. Per Leopardi la grande poesia è morta, poiché vera e autentica è solo quella che nasce dalla fantasia dei primitivi, che si esprime con il repertorio delle immagini infantili, estranee alla sensibilità delle epoche dominate dalla ragione, come quella a lui contemporanea.
Poiché nell’età presente la riflessione ha il sopravvento sull’immaginazione, l’unica poesia possibile è quella si sentimento, che non si alimenta più di miti e di favole, ma nasce dalla dolorosa cognizione del vero. Tuttavia, Leopardi sostiene ancora la necessità di un atto poetico legato alla dimensione immaginativa; sono i presupposti che conducono alla formulazione della poetica del vago e dell’indefinito.

“La poesia sentimentale è unicamente ed esclusivamente propria di questo secolo, come la vera e semplice (voglio dire non mista) poesia immaginativa fu unicamente ed esclusivamente propria de’ secoli Omerici, o simili a quelli in altre nazioni. Dal che si può ben concludere che la poesia non è quasi propria de’ nostri tempi, e non farsi meraviglia, s’ella ora langue come vediamo, e se è così raro non dico un vero poeta, ma una vera poesia. Giacché il sentimentale è fondato e sgorga dalla filosofia, dall’esperienza, dalla cognizione dell’uomo e delle cose, in somma dal vero, laddove era della primitiva essenza della poesia l’essere ispirata dal falso” (Zibaldone, 8 marzo 1821).

LA «TEORIA DEL PIACERE»
La ricerca del piacere
La riflessione sull’aspirazione dell’uomo al piacere, iniziata durante la crisi del 1819, divenne centrale nel pensiero leopardiano e approdò alla teoria del piacere, affidata alle pagine dello Zibaldone negli anni 1820-1821. Sulla base del sensismo illuministico, Leopardi identifica la felicità con il piacere sensibile e materiale e sostiene che la ricerca del piacere è la spinta principale dell’agire umano. L’amor proprio induce l’individuo a una ricerca di piacere infinito per intensità e per estensione, ma poiché questo desiderio non potrà mai essere soddisfatto interamente per i limiti stessi della vita umana, l’individuo, anche nel momento di maggior piacere, proverà insoddisfazione e desiderio di un piacere infinito; questa ansia di piacere è di per sé patimento, sicché l’individuo, anche quando non soffre per cause fisiche, è in uno stato di sofferenza. Pertanto, poiché il «piacere infinito» è irrealizzabile, il piacere consiste per l’uomo nell’attesa del piacere stesso (Il sabato del villaggio) oppure nell’assenza di dolore (La quiete dopo la tempesta), oppure nell’ immaginazione e nella «rimembranza», cioè nel ricordo cui l’uomo può abbandonarsi, seppure per brevi momenti (così il «dolce naufragare» dell’Infinito, così «il rimembrar delle passate cose» di Alla luna).
Alla teoria del piacere si collega anche il concetto di noia, formulato nello Zibaldone nel 1823 e ripreso nelle opere successive. La noia si configura come desiderio astratto e assoluto, e perciò inappagabile, che invade l’animo, in assenza sia di dolori sia di desideri particolari; è il più angosciante fra tutti i mali e, nello stesso tempo, «il più sublime», perché misura della grandezza dell’animo umano.

IL VAGO E L’INDEFINITO
La poetica del vago e dell’indefinito
Base della produzione lirica leopardiana è la poetica del vago e dell’indefinito, di cui si serve il poeta per suscitare diletto e piacere.
È una poetica che non scaturisce dalla semplice visione delle cose, ma nasce dall’unione di sensazioni visive e uditive, che accendono l’immaginazione stimolando sensazioni indefinite e lontane. Per arrivare a questo sentimento «indefinito», luoghi e paesaggi sono suggeriti attraverso avverbi di luogo come «là», «quinci», «quindi» (A Silvia, v. 25: «e quinci il mar da lungi, e quindi il monte»); anche una pianta, una siepe, un oggetto, un suono lontano, un rumore appena suggerito acquistano un potere suggestivo, suscitano idee vaghe e indefinite.
Lo stretto legame tra vista e udito come sensi in grado di attivare la vaghezza viene riaffermato anche quando Leopardi parla di una “doppia vista”, in cui, alla realtà che percepiamo con gli occhi, se ne affianca un’altra creata dall’immaginazione attraverso l’azione dei sensi:

“All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione” (Zibaldone, 30 novembre 1828).

La «rimembranza»
Alla poesia del vago e dell’indefinito è connessa la «rimembranza». Il ricordo, infatti, rende vaghi e sfumati i contorni di quello che rievochiamo: ne deriva che tutto ciò che suscita ricordi è poetico. Recuperate dalla memoria, le esperienze passate assumono connotati di vaghezza e di indeterminatezza e, nello stesso tempo, consentono di richiamare e rivivere, dilatate nel tempo, le emozioni provate nell’età della fanciullezza.
Il tema della rimembranza è presente nei Piccoli idilli, in particolare nella Sera del dì di festa, in cui l’ascolto di un canto in lontananza fa rivivere al poeta la malinconia e l’angoscia provate da fanciullo (vv. 44-46), e nel verso che apre Alla luna: «O graziosa luna, io mi rammento»; ma compare più volte anche nei Grandi idilli, come dimostrano l’incipit di A Silvia («Silvia rimembri ancor…») e lo stesso titolo Le ricordanze, un noto idillio incentrato sulla dimensione della memoria. Del resto, proprio al riaffiorare dei ricordi si deve quello stato d’animo che portò al «risorgimento poetico», come Leopardi racconta in una lettera alla sorella Paolina del 25 febbraio 1828.

 

Fonte: http://www.itdavinci.gov.it/elearning/claroline/backends/download.php?url=L1FVQVJUQS8wMjFfTGVvcGFyZGlfbGFfcG9lc2lhLmRvYw%3D%3D&cidReset=true&cidReq=LETITA1516

Sito web da visitare: http://www.itdavinci.gov.it/

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