Storia del trucco e del costume Antica Roma

Storia del trucco e del costume Antica Roma

 

 

 

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Storia del trucco e del costume Antica Roma

ANTICA ROMA

INQUADRAMENTO GENERALE

La storia romana, o storia di Roma antica, espone le vicende storiche che videro protagonista la città di Roma, dalle origini dell'Urbe (nel 753 a.C.) fino alla costruzione ed alla caduta dell'Impero romano d'Occidente (nel 476, anno in cui si colloca convenzionalmente l'inizio dell'epoca medievale).
Parlando di arte romana ci si riferisce quindi alle opere realizzate nel periodo incluso tra la fondazione di Roma e la caduta dell'Impero d'Occidente, avvenuta nel 476.
Un patrimonio artistico e culturale eccezionalmente abbondante in ogni campo del sapere e  dell'arte.
La vittoria romana in Asia Minore sui Seleucidi a Magnesia nel 189 a.C. e la conquista della Grecia nel 146 a.C., con la presa di Corinto e di Cartagine, costituiscono due date fondamentali per l'evoluzione artistica dei Romani. Fino a quest'epoca il contatto con l'arte greca aveva avuto un carattere episodico, o più spesso mediato dall'arte etrusca e italica. Ora Roma possedeva direttamente i luoghi in cui l'arte ellenistica aveva avuto origine e sviluppo e le opere d'arte greche vennero portate come bottino a Roma. La superiorità militare dei romani cozzava con la superiorità culturale dei greci e questo contrasto venne espresso efficacemente da Orazio, quando scrisse: “la Grecia sconfitta aveva sottomesso il fiero vincitore” (Graecia capta ferum victorem cepit).
Per qualche tempo la cultura ufficiale romana disprezzò pubblicamente l'arte dei greci vinti, ma progressivamente il fascino di questa arte raffinata conquistò, almeno nell'ambito privato, le classi dirigenti romane favorendo una forma di fruizione artistica basata sul collezionismo e sull'eclettismo. In un certo senso i Romani si definirono in seguito i continuatori dell'arte greca in  un arco che da Alessandro Magno giungeva fino agli imperatori.
Ma, come riconosciuto da numerosi studiosi, vi sono alcune differenze sostanziali tra arte greca e romana, a partire in primo luogo dal tema principale della rappresentazione artistica stessa: i Greci rappresentavano un logos immanente, i Romani la res. In parole più semplici, i Greci trasfiguravano in mitologia anche la storia contemporanea (le vittorie sui Persiani o sui Galati diventavano quindi centauromachie o lotte fra Dei e Giganti o ancora amazzonomachie), mentre i Romani rappresentavano l'attualità e gli avvenimenti storici nella loro realtà.


Le forti differenze tra greci e romani si desumono anche da quanto scrive lo scrittore latino Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia”:

 

(LA)
« Graeca    res    nihil    velare,    at    contra Romani ac militaris thoracis addere. »

(IT)
« È uso greco non coprire il corpo [delle statue], mentre i Romani, in quanto soldati, aggiungono la corazza. »
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXIV, 18)

 

La forza morale e il senso di eticità delle rappresentazioni dei miti greci si era già comunque logorata nei tre secoli dell'ellenismo, quando da espressione comunitaria l'arte si era "soggettivata", diventando cioè espressione di volta in volta della potenza economica e politica di un sovrano, della raffinatezza di un collezionista o dell'ingegnosità di artefice. In questo solco i Romani procedettero poi ancora più a fondo, arrivando a rappresentare l'attualità concreta di un avvenimento storico: prima di loro solo alcuni popoli del Vicino Oriente avevano praticato tale strada, rifiutata dai Greci. L'uso "personale" dell'arte nell'arte romana permise alla fioritura dell'arte del ritratto, che si sostituì all'astrazione formale delle teste nelle statue greche.

USO DELL’ARTE ROMANA
La produzione artistica romana non fu mai "gratuita", cioè non era mai rivolta a un astratto godimento estetico, tipico dell'arte greca. Dietro le opere d'arte si celava sempre un fine politico, sociale, pratico. Anche nei casi del migliore artigianato di lusso (vasi di metalli preziosi e caramici, cammei, gemme, statuette, vetri, fregi vegetali architettonici, ecc.) la bellezza era connessa al concetto di sfarzo, inteso come autocelebrazione del committente della propria potenza economica e sociale.
Le sculture ufficiali, per quanto valide esteticamente, avevano sempre intenti celebrativi, se non addirittura propagandistici, che in un certo senso pesavano più dell'astratto interesse formale. Ciò non toglie che l'arte romana fosse comunque un'arte "bella" e attenta alla qualità: la celebrazione imponeva scelte estetiche curate, che si incanalavano nel solco dell'ellenismo di matrice greca.
Appare chiaro che nell'arte romana la creazione ex novo, a parte alcune rare eccezioni (come la Colonna Traiana), non esiste, o per lo meno si limita al livello più superficiale del mestierante. Manca quasi sempre una cosciente ricerca dell'ideale estetico, tipica della cultura greca. Anche il momento creativo che vide la nascita di una vera e propria arte "romana", tra la metà del II secolo


a.C. e il secondo triumvirato, fu dovuto in massima parte alle ultime maestranze greche e italiote, nutrite di ellenismo.
In questo i Romani seguirono il solco degli italici, presso i quali la produzione artistica era sempre rimasta qualcosa di artigianale, istintivo, condizionato da fattori pratici esterni.
Ma la freschezza dell'arte romana è data comunque dalla straordinaria aderenza alle tematiche e dalla mirabile capacità tecnica, anche in schemi ripetuti infinite volte.
Un fenomeno tipicamente romano fu la produzione in quantità di massa di copie dell'arte greca, soprattutto del periodo classico databile tra il V e il IV secolo a.C. Questo fenomeno prese avvio nel II secolo a.C. quando crebbe a Roma una schiera di collezionisti appassionati di arte greca, per i quali ormai non bastavano più i bottini di guerra e gli originali provenienti dalla Grecia e dall'Asia Minore. Il fenomeno delle copie ci è giunto in massima parte per la scultura, ma dovette  sicuramente riguardare anche la pittura, gli elementi architettonici e le cosiddette arti applicate. Le copie di statue greche di epoca romana hanno permesso la ricostruzione delle principali personalità e correnti artistiche greche.

L’ECCLETTISMO
Con l'afflusso a Roma di opere greche provenienti da molte epoche e aree geografiche è naturale che si formasse un gusto eclettico, cioè amante dell'accostamento di più stili diversi, con una certa propensione al raro e al curioso, senza una vera comprensione delle forme artistiche e dei loro significati.
Ma l'eclettismo dei romani riguardava anche la presenza della tradizione italica, che si era inserita a uno strato molto profondo della società. Per i romani non solo era naturale accostare opere d'arte in stili diversi, ma l'eclettismo si riscontrava spesso anche nella medesima opera, assorbendo da più fonti diverse iconografie, diversi linguaggi formali e diversi temi.
L'importanza dell'eclettismo nella storia artistica romana è anche data dal fatto che, a differenza di altre culture, non comparve, come di tendenza, al termine e al decadere culturale, ma all'inizio della stagione artistica romana. Il passo decisivo che segnò uno stacco tra arte greca e romana  fu senz'altro la comparsa del rilievo storico, inteso come narrazione di un evento di interesse pubblico, a carattere civile o militare. Il rilievo storico romano non è mai un'istantanea di un avvenimento o di una  cerimonia,  ma  presenta  sempre  una  selezione  didascalica  degli  eventi  e  dei    personaggi,
composti in maniera da ricreare una narrazione simbolica ma facilmente leggibile (Fig. 44)


Fig. 44,Rilievo storico, Ara di Domizio Enobarbo.
Gradualmente il soggetto storico si cristallizzerà in alcuni temi legatI ai luoghi, ai tempi ed ai personaggi ritratti tramite i quali la rappresentazione diventava immediatamente esplicita e facilmente comprensibile a chiunque.

CANONE ESTETICO (Roma imperiale dal 29 a.C)

 

Lo stereotipo della bellezza femminile nell’antica Roma è la matrona dal corpo giunonico, cioè abbondante (da Giunone, la principale dea romana).
La matrona dell’impero non solo è opulenta nelle forme, ma è anche carica di trucco e di gioielli, e vestita in modo ricco e sfarzoso, come opulenta, ricca e sfarzosa è la Roma dell’età imperiale. La donna romana cura molto la propria persona: utilizza creme e cosmetici e, per migliorare il proprio aspetto, ricorre perfino all’infoltimento della capigliatura con l’applicazione di capelli indiani (scuri) o germanici (biondi o rossi) e anche di colore diverso da quello naturale: primi esempi di toupet e meches.
Per i nobili romani, la moglie, dal corpo prosperoso, vistosamente truccata, ingioiellata e lussuosamente vestita, deve rappresentare la ricchezza e la generosità del marito (Fig. 45).

 


IL TRUCCO

 

I Romani impararono a curare il loro aspetto fisico dopo la conquista della Grecia (146 a.C.), assumendo dai Greci le relative usanze. Profumi, cosmetici e belletti si diffusero così nel mondo romano, trovando nell'età imperiale la massima diffusione, nonostante l'opposizione dei moralisti legati a modelli comportamentali tradizionalisti e anti-ellenici. Si pubblicarono addirittura dei manuali di bellezza come il De medicamine faciei feminae di Ovidio, trattato poetico di toletta femminile.
Attraverso le informazioni forniteci da scrittori latini quali Plauto, Catone, Varrone, Cicerone, Properzio, Catullo, Marziale, Giovenale e altri, si è in grado di ricostruire l'importanza dell'uso dei cosmetici        nella        vita        individuale        e        sociale         della        civiltà        romana.   A Roma non si conosceva l'uso del sapone: racconta Plinio il Vecchio che tutti usavano come detergenti la soda o la creta finissima o, ancora, la farina di fave e, dopo il bagno massaggiavano il corpo con olio di oliva per proteggersi dalle infreddature. Il sapone che conoscevano i Romani era utilizzato come tintura per capelli, scrive Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (Libro 28, capitolo 47): «prodest et sapo, galliarum hoc inventum rutilandis capillis. fit ex sebo et cinere, optimus fagino et caprino, duobus modis, spissus ac liquidus, uterque apud germanos maiore in usu viris quam feminis» ("Il sapone, anche, è molto utile a questo fine, un'invenzione dei Galli per dare una tinta rossastra ai capelli. Questa sostanza è preparata da sego e dalle ceneri, le migliori per lo scopo sono le ceneri di faggio e il grasso di capra: ce ne sono due generi, il sapone duro e quello liquido, entrambi molto usati dalla gente della Germania, gli uomini, in particolare, più delle donne").
Le donne romane, per ottenere una carnagione perfettamente candida usavano applicare come fondotinta una creta speciale o, in alternativa, la nivea cerussa (pomata pericolosa perché a base di carbonato di piombo) ( Fig. 46, 47).
Le labbra o le guance rosse erano ottenute utilizzando, come facevano le antiche greche, la polvere di minio, l'estratto di anchusa tinctoria o ancora il distillato di phukos, oppure il succo delle more del gelso o la pericolosa sandracca (solfuro di arsenico).
Tutto il necessario cosmetico era preparato fresco da schiave specializzate, le cosiddette cosmetae.


 

In quest'epoca è attestato anche l'uso di creme depilatore, tra cui il psilothrum, una pasta depilatoria a base di olio, pece, resina e sostanze caustiche che serviva a liberarsi dai peli superflui e a rendere liscia  la   pelle. Per esaltare la propria avvenenza le donne dell'antica Roma usavano anche dipingersi dei nei giudiziosamente distribuiti sul viso e sul corpo. Si tingevano le sopracciglia, sottolineando la forma degli occhi con cenere, se si voleva un colore scuro, o con croco di Cidno, quando se ne desiderava uno  marrone   dorato. Racconta Plinio il Vecchio che Poppea, l'amante-moglie dell'imperatore Nerone, aveva l’abitudine di fare il bagno nel latte di asina ed era consuetudine far mungere trecento asine ogni giorno per riempire la sua vasca da bagno. Oltre a questo, la bellissima matrona usava il prezioso latte, impastato con mollica di pane, per preparare maschere che ogni sera applicava sul viso.
L'intuizione di Poppea non era in fondo sbagliata: più ricco di lattosio rispetto al latte vaccino, il latte d'asina ammorbidisce la pelle e contiene molti ceramidi (acidi grassi) oggi impiegati nelle creme  antirughe.
Tra paste e infusi vari ottenuti, come ricorda Plinio, da testicoli di toro o feci di coccodrillo, api affogate nel miele, uova di formiche pestate, grasso di cigno e di pecora, midollo di cervo e di capriolo, burro, lupini, fave, ceci e così via, un ruolo importante svolsero anche le taerme, tra cui quelle di Caracalla, costruite fra il 212 e il 217 sul  colle Aventino e splendidamente conservate, vero e proprio apogeo della cosmesi dell'antica Roma.
Le terme sono luoghi centrali nell'Antica Roma dal punto di vista sociale ed igienico, strutture incredibilmente complesse e moderne, suddivise in diverse sale al loro interno (Fig. 48, 49, 50).


 

 

Il processo si svolgeva probabilmente così: dopo lo sport e l’attività fisica, il bagnante nudo veniva unto con oli aromatici da uno schiavo, entrava in una camera di vapore dove il corpo veniva raschiato con un utensile metallico per rimuovere l'eccesso di olio e sudore, il bagnante entrava quindi un una camera tiepida (entro una vasca con acqua calda) ed infine in una piscina di acqua fredda. La combinazione degli oli e dei bagni forniva un'eccellente dermo-purificazione.


ABBIGLIAMENTO

 

L'abbigliamento romano ha avuto in mille anni mutamenti dovuti a situazioni economiche politiche culturali e ad influssi provenienti da altre popolazioni. Le regole molto rigide a partire dalla tarda età repubblicana, con l'emanazione di particolari leggi per frenare l'uso di articoli di lusso e alla loro importazione, specie dall'oriente, non fermavano i romani, ad acquisti sempre più ricercati e lussuosi.
Durante il periodo repubblicano, i conservatori riportavano compiaciuti l'austerità e la sobrietà del l'abbigliamento confezionato dalle matrone e loro collaboratrici, solo ed esclusivamente in seno al nucleo familiare.
Plinio il Vecchio diceva: -... oggi si vanno a comprare i vestiti di seta in Cina, si vanno a pescare le perle in fondo al Mar Rosso, a trovare nelle viscere della Terra gli smeraldi, oggi addirittura si è inventati di bucarsi il lobo delle orecchie: non bastava portare i gioielli nelle mani, sul collo o fra i capelli, dovevano essere conficcati anche nel corpo".
I romani attribuivano un fortissimo valore simbolico all'abito che dimostrava età, rango e status di chi li indossava. Augusto, massimo restauratore di antichi valori si occupò anche di abbigliamento e desiderò che la toga diventasse una specie di divisa di stato.
Gli abbigliamenti si confezionavano con fibre vegetali (cotone, lino, canapa), con fibre animali (lana, seta), per ultimo con pelli e cuoio, in qualche occasione facevano uso di pelliccie animali.
ABBIGLIAMENTO MASCHILE. A contatto del corpo nudo gli uomini usavano il subligar o cintus o campestre un semplice indumento che copriva il basso ventre (Fig. 51, 52).

 


Questo capo di vestiario in uso per diverso tempo fu sostituito dalla tunica interior o subacula o strictoria, una semplice camiciola a contatto con la pelle. Sopra a questo primo indumento si posizionava la tunica che era realizzata con due pezzi di stoffa di cotone o lana cuciti insieme, in modo che quello della parte davanti arrivasse alle ginocchia e quello di dietro ai polpacci, una cinta tratteneva ai fianchi questi due lembi. Svetonio racconta che Augusto, particolarmente freddoloso e cagionevole di salute, arrivasse ad indossare in inverno, sotto una toga, quattro tuniche (subuculae), una sopra l'altra, una camicia, una maglia di lana e delle fasce attorno a cosce e gambe. Era necessario che la tunica non fosse troppo lunga e sempre tenuta stretta da una cintura. Nel terzo secolo dopo Cristo, venne di moda l'uso di larghe maniche sino ai polsi, ma qualcuno parlò di moda effeminata. Il tipo più elaborato di queste tuniche era la Dalmatica, che diversi portavano al posto della toga, realizzata in lino, lana o seta (Fig. 53)

 

Questo indumento veniva usato anche dai sacerdoti del rito Cristiano o Mitraico, qualche volta veniva usato anche senza maniche, e in questo caso prendeva il nome di Colubium.
La tunica palmata era una tunica speciale, ornata di ricami a forma di foglia di palma, che veniva indossata dai trionfatori (Fig. 54)

 

 


Il clavus, era un ornamento della tunica o della toga consistente in una lunga striscia normalmente colorata di porpora, con disegni diversi a seconda del rango di appartenenza, latus clavus (senatori), angustus clavus (cavalieri), ecc....
Ma l'abbigliamento più importante, più classico, utilizzato in tutti i riti, cerimonie e ricorrenze importanti era la toga. Solo chi godeva della cittadinanza romana aveva il diritto di indossare la  toga e l'autorità doveva vigilare che gli stranieri non la indossassero (Fig.55, 56).

 

La toga, era normalmente realizzata in lana, quindi abbastanza pesante, costituita in un unico pezzo a forma di mezzo cerchio schiacciato con il diametro che poteva raggiungere anche i 5 metri di lunghezza. Chiaramente questo indumento era meno usato in provincia e non si usava affatto in campagna o nelle mura della propria casa. La toga era in sostanza l'abbigliamento ufficiale per tutti coloro che svolgevano attività importanti di qualsiasi tipo e genere, a partire dal magistrato,  dal politico, dall'uomo ricco e influente (Fig.57).
Indossare la toga era un'operazione abbastanza lunga e complessa e difficilmente risolvibile da soli. Era uno schiavo (vestiplicus), sin dalla sera precedente, ne disponeva le pieghe per rendere più semplice il lavoro nel giorno successivo.


Il togato che si presentava ad un comizio politico, doveva indossare una toga bianchissima (resa così bianca da un bagno in calce liquida), che doveva rendere l'immagine di una persona pulita, candida (donde il nome di candidato).
I ragazzi, portavano la toga pretesta bordata di porpora sino all'età di 17 anni, subito dopo potevano finalmente indossare la toga virilis e fare il primo ingresso nel foro con un rito importante che testimoniava il passaggio dalla adolescenza alla maturità.
I trionfatori sfoggiavano un abito particolare di origine Etrusca, la toga purpurea indossata sopra la toga palmata, dal terzo secolo a. C. la toga purpurea, fu sostituita dalla toga picta con ricche decorazioni ricamate.
Nell'esercito si portava il paludamentum, un mantello simile alla clamide greca riservato ai gradi  più alti, altri mantelli come il sagum e la poenula per quelli più bassi. I militari contribuirono a diffondere un mantello di origine Gallica, talvolta usato anche con i pantaloni delle popolazioni celtiche e germaniche, chiamata palla gallica o caracalla, prediletto dall'imperatore Marco Aurelio Antonino Bassiano, passato alla storia con il soprannome di Caracalla (Fig. 58).

 


L'abbigliamento era completato dalle scarpe: le soleae (una specie di sandali da frate, una semplice suola legata con lacci al piede) o le crepidae (sandali di cuoio intrecciato) o i calcei (stivaletti chiusi o aperti sul davanti, utilizzati in città) o le caligae (scarpe con corregge intrecciate, usate prevalentemente in campagna e dai soldati).
Questa la descrizione che Svetonio fa dell'abituale e semplice abbigliamento dell'imperatore  romano, Ottaviano Augusto:

 

 

 

(LA)
« Veste non temere alia quam domestica usus est, ab sorore et uxore et filia neptibusque confecta; togis neque restrictis neque fusis, clavo nec lato nec angusto, calciamentis altiusculis, ut procerior quam erat videretur. Et forensia autem et calceos numquam non intra cubiculum habuit ad subitos repentinosque casus parata. »

(IT)
« Non portò altra veste che una per uso domestico, confezionata da sua sorella, sua moglie, sua figlia o dalle sue nipoti; le sue toghe non erano né strette né larghe, la sua striscia di porpora né grande né piccola, le scarpe erano piuttosto alte, per apparire più alto di statura. Aveva sempre nella sua camera vestiti di campagna e calzature, pronto per i casi improvvisi e repentini. »

(Svetonio, Augustus, 73.)

 

 

 

ABBIGLIAMENTO FEMMINILE. Le donne usavano come biancheria intima delle mutandine (subligar), ed una specie di fascia per reggere il seno (fascia subligaris o mammillare), sopra indossavano la tunica interior lunga sino ai piedi. Sopra la tunica si posizionava la stola che è  l'abito nazionale come la toga per i maschi adulti (Fig. 59, 60).


 

 

La stola era stretta alla vita da una cintura che poteva ripetersi anche sotto il seno. Nella Roma primitiva uomini e donne vestivano allo stesso modo, ma ben presto l'abito femminile si differenziò da quello maschile. La differenza era anche nei colori vivaci e talvolta nei ricami.
Le donne romane delle classi alte, dovevano risultare piuttosto vistose se si considerano oltre agli abiti i molti gioielli, il trucco e le sontuose e costruite acconciature che prediligevano (era molto di moda la parrucca bionda realizzata con capelli di donna nordica).
Sopra la stola a seconda della stagione si usavano le sopravvesti, tra queste ricordiamo in età repubblicana il ricinum, un semplice mantello quadrato che copriva le spalle ed il capo, e la palla, un comune mantello che poteva anche avere un cappuccio per il capo (Fig. 61).


Con il terzo secolo anche per le donne come per gli uomini vennero di moda tuniche fino ai piedi con lunghe maniche, di tessuti ricercati da portare anche senza cintura (tunica talaris o dalmatica). Le donne si adornavano con pettini, spille (fibulae) e, se potevano permetterseli, con numerosi gioielli: orecchini, collane, catenelle (catellae) intorno al collo, anelli alle dita, al braccio e alle caviglie.

 

PETTINATURE E ACCONCIATURE

 

Anche le acconciature erano considerate un abbellimento: erano molto elaborate, costituite da riccioli sovrapposti in altezza che potevano raggiungere anche i quaranta centimetri, e preferibilmente di colore biondo oppure rosso acceso. Per coprire la canizie si usava il mallo delle noci. Mentre gli uomini non portavano copricapi riparandosi dal sole o dalla pioggia con un lembo del mantello o sollevando il cappuccio (cucullus) della loro paenula, la donna romana metteva tra i capelli un nastro di color rosso porpora o un tutulus, una larga benda collocata a forma di cono sulla fronte.
Osservando le sculture delle donne dell’antica Roma, si resta colpiti dalla creatività della acconciature, molto elaborate soprattutto se si tratta di donne sposate delle classi elevate. Se la  moda romana rimase nei secoli relativamente semplice e immutabile, l’evidenza dello status sociale venne affidata perlopiù ai tipi di tessuto, ai gioielli, agli accessori e, appunto, alle acconciature.
Se le fanciulle potevano anche solo raccogliere i capelli con una crocchia sul retro o con un nodo a spirale nella parte superiore della testa, le donne dedicavano alle acconciature molto tempo e sforzo. Erano assistite da esperti parrucchieri che aumentavano il volume della chioma o la allungavano tramite ciuffi posticci e parrucche.
I capelli venivano tinti e decolorati, stirati e arricciati tramite ferri roventi, scolpiti con un esercito di forcine, retine e ausili meccanici di vario tipo. Grande importanza avevano poi gli accessori che venivano apposti sulle chiome: nastri, fermagli, forcine preziose erano accessori indispensabili affinché il risultato fosse sofisticato quanto si conveniva.
Le tinture arrivavano dalle più svariate parti dell’impero: l’henné, ad esempio, molto usato durante l’epoca imperiale, veniva dall’Egitto.
Le tonalità erano estremamente varie e pare arrivassero fino all’azzurro.
I primi stili sono abbastanza semplici, e vanno dalla ciambella e chignon all’usanza di legare strettamente i capelli alla sommità della testa con dei nastri, all’usanza etrusca. Ben presto però queste   semplici   pettinature   vennero   sostituite   con   grandiose   creazioni   che   per   altezza  e


complicazione non hanno avuto rivali fino alla corte francese di Luigi XVI. La pettinatura era così importante che venivano commissionate acconciature rimovibili per i busti, in modo  che l’immagine della persona ritratta venisse ricordata al culmine della moda dell’epoca.
I capelli venivano anche profumati attraverso prodotti appositi; per l’acconciatura venivano usati diversi tipi di pettine e spazzole, nastri, retine in fili d’oro finemente intessute, nastri, ghirlande di fiori e gioielli preziosi: l’oro e le perle erano molto usati negli ornamenti per i capelli.

Anche gli uomini, dal canto loro, col passare dei secoli presero a farsi arricciare e tingere i capelli – tra i primi che sfoggiarono boccoli artificiali ricordiamo l’imperatore Adriano e suo figlio Lucio Cesare; chi soffriva di calvizie iniziò a farsi applicare capelli posticci, la qual cosa era presa molto  di mira dai poeti satirici romani (fig. 62, 63)
Fig. 62, Acconciature.

 

 

Fonte: http://www.agenziaformazionelavoro.com/wp-content/uploads/2014/01/Storia%20del%20trucco%20acconciatura%20e%20abbigliamento%20attraverso%20le%20opere%20d%20arte.pdf

Sito web da visitare: http://www.agenziaformazionelavoro.com

Autore del testo: Dott.ssa Clara Chierici

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