Illuminismo in Francia

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Illuminismo in Francia

La definizione di Illuminismo
Rispetto all'età precedente, il periodo che va dalla pace di Aquisgrana (1748) al  Congresso di Vienna (1815) si colloca in un rapporto di continuità, non di rot­tura. Le tendenze economiche e sociali non mutano: sono ancora segnate dallo svi­luppo demografico ed economico e dalla progressiva affermazione della borghesia che già avevamo notato a partire dai primi anni del Settecento. Però i numerosi mu­tamenti quantitativi dell'età precedente si trasformano ora in una radicale mutazio­ne qualitativa, che investe il campo sociale, economico, politico, trasformando, nel giro di pochi decenni, il volto dell'Europa e del mondo e imprimendogli quei ca­ratteri che qualificano ancor oggi la civiltà occidentale.
In campo sociale, una nuova classe, la borghesia, arriva al potere attraverso due rivoluzioni, quella americana del 1776 e quella francese del 1789. In campo econo­mico, in Francia viene abbattuto definitivamente il sistema feudale, mentre un nuo­vo sistema di tipo capitalistico si afferma in Inghilterra, dove si sviluppa una gran­diosa rivoluzione industriale. In campo politico, in America e in Francia si gettano le basi di un sistema di tipo liberale e parlamentare quale già si era costituito alla fi­ne del Seicento in Inghilterra, mentre idee nuove, di tipo democratico e repubbli­cano, si diffondono non solo in Francia ma in tutta Europa.
Anche là dove le innovazioni non sono così radicali, si apre una fase di riforme che investono il rapporto fra lo Stato e la Chiesa, la religione, l'educazione (la Com­pagnia di Gesù, che aveva esercitato una funzione di guida in questo campo, viene addirittura sciolta), la giustizia, l'economia. È questo il caso di diversi Stati italiani che si trovano sotto il controllo degli Asburgo e dei Lorena (Ducato di Milano, Granducato di Toscana) o dei Borbone (Parma, Napoli) e che, sotto la spinta delle nuove idee promosse dagli intellettuali illuministi, danno avvio a un ciclo di rifor­me. D'altra parte in questo periodo, in tutta Europa, e seppure in modi diversi da paese a paese, il ceto intellettuale svolge un'azione unitaria ed efficace volta a tra­sformare la situazione politica e sociale secondo i criteri suggeriti dalla libera ragio­ne, e cioè da uno spregiudicato atteggiamento critico.
Sul piano culturale, la nazione-guida è la Francia, anche se i modelli politici e i criteri scientifici continuano a provenire dall'Inghilterra e in particolare dalla cul­tura del newtonianesimo e dell'empirismo lockiano. Ma le idee innovatrici penetrano anche in Spagna, in Austria, in Germania, in Rus­sia, in Italia, seppure assumendo in questi paesi caratteri meno radicali e più incli­ni al compromesso con la cultura tradizionale.
Sul piano cronologico, è utile distinguere due fasi diverse: quella delle rifor­me e delle rivoluzioni, che si apre a metà del secolo, si conclude fra il 1795 e il 1800, quando ha inizio quella napoleonica. Napoleone estende ad altri paesi eu­ropei alcune conquiste civili della fase rivoluzionaria, ma instaura anche un pote­re personale che segna la sconfitta di quegli ideali liberali e democratici che ave­vano inspirato la rivoluzione americana e quella francese. Con la caduta definiti­va di Napoleone (1815), si apre in Europa la nuova età della Restaurazione. Sempre negli ultimi anni del Settecento si registra anche la crisi della cultura illuministica che era stata largamente egemone in Europa a partire dal 1750-51, quando escono il programma e il primo volume dell'Encyclopédie, opera capitale dell'Illuminismo francese. È possibile dunque distinguere, nell'età considerata, due fasi: di grandi e radicali innova­zioni, la prima (dal 1748 al 1795); di consolidamento di alcune conquiste del precedente periodo ma anche di profonda crisi dell'Illuminismo, la seconda (dal 1795 al 1815), che coincide con gli anni in cui nasce, in Germania e in Inghilterra, il Romanticismo.
Il termine "Illuminismo" si diffonde anche in Italia come calco del francese. La coscienza di vivere in un periodo in cui il "lume", o la luce, della ragione prevaleva sul buio dell'ignoranza e delle superstizioni aveva indotto in Francia a coniare l'espressione age des lumières [età dei lumi] per indicare questa età nuova. Il termi­ne diventa in Germania Aufklarung, in Spagna Ilustración, in Inghilterra (più tardi) Enlightenment. Sostenere il valore dell'intelligenza umana, dei criteri scientifici e ra­zionali della conoscenza, significava non obbedire più ad alcun dogma prestabilito né di tipo religioso né di tipo culturale o politico, e mettere al primo posto l'affer­mazione di libertà della ragione umana e un'esigenza critica nei confronti di qual­siasi forma di autorità costituita. L'uomo — scrisse allora uno dei più grandi filoso­fi della modernità, Immanuel Kant — usciva dall'età minorile in cui era sottoposto a leggi decise da altri ed entrava nell'età adulta, in cui egli stesso, sulla base della propria ragione, decideva le proprie.
In campo artistico, l'Illuminismo si riconosce in genere nel programma del Neoclassicismo. Esso viene promosso dalla nascita dell'archeologia, dalla sensazio­ne prodotta dagli scavi di Ercolano (1738) e di Pompei (1748), degli scritti dell'ar­cheologo tedesco Johann Joachim Winckelmann (1717-1768). Nel termine "Neo­classicismo" il prefisso neo vuole indicare una differenza rispetto al classicismo dell'età precedente o di quella umanistico-rinascimentale. Infatti ora l'imitazio­ne del mondo greco e latino si unisce al sentimento chiaro della loro lontananza e dunque a un moto di nostalgia e di inquietudine.

Che cos'è l'Illuminismo? La risposta di Kant
Il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) rispose nel 1784 alla domanda "Che cos'è l'Illuminismo?" con un articolo di cui qui riportiamo qualche passo. Per Kant l'Illuminismo esprime il momento in cui l'uomo esce dallo stato di minorità e afferma la piena libertà e autonomia della ragione umana. Egli distingue un «uso privato» e un «uso pubblico» della ragione. Da un punto di vista privato, ogni individuo esercita un lavoro e deve subordinare la ragione a un compito sociale (se è un militare, deve obbedire agli ordini; se è un prete, deve insegnare il catechismo ecc.). Da un punto di vista pubblico, la ricerca intellettuale del singolo non può invece conoscere limiti: quando scrive o teorizza, l'uomo deve essere del tutto libero di arrivare alle conseguenze logiche della propria ricerca intellettuale. Come si vede, Kant da un lato cerca un compromesso con il potere politico (e nonostante ciò i suoi rapporti con Federico Il e soprattutto con Federico Guglielmo II furono difficili e problematici), dall'altro mira soprattutto a garantire la libertà di ricerca degli intellettuali.
L’illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un al­tro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso deI proprio intel­letto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo.
La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natu­ra li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea (naturaliter maiorennes), rimangono ciò nondimeno volentieri per l'intera vita minorenni, per cui riesce facile agli altri erigersi a loro tutori. Ed è così comodo essere minorenni! Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che ha coscienza per me, se ho un medico che decide per me sul re­gime che mi conviene ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare: altri si assumeranno per me questa noiosa occu­pazione. [...1
È dunque difficile per ogni singolo uomo lavorare per uscire dalla minorità, che è di­venuta per lui una seconda natura. Egli è perfino arrivato ad amarla e per il momento è realmente incapace di valersi del suo proprio intelletto, non avendolo mai messo alla pro­va. [...]
Al contrario, che un pubblico si illumini da sé è ben possibile e, se gli si lascia la li­bertà, è quasi inevitabile. Poiché in tal caso si troveranno sempre tra i tutori ufficiali della gran folla alcuni liberi pensatori che, dopo di avere scosso da sé il giogo della tutela, diffonderanno intorno il sentimento della stima razionale del proprio valore e della voca­zione di ogni uomo a pensare da sé. [...]
Senonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: — Non ragionate! — L'ufficiale dice: — Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. — L'impiegato di finanza: — Non ragionate, ma pagate! —L'uomo di chiesa: — Non ragionate, ma credete! — Non vi è che un solo signore al mon­do, che dice: — Ragionate fin che volete e su quel che volete, ma obbedite. — Qui è dovunque limitazione della libertà. Ma quale limitazione è d'impedimento all'illuminismo? Quale non lo è, anzi lo favorisce? lo rispondo: il pubblico uso della propria ragione deve esser libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare l'illuminismo tra gli uomini: mentre l'uso privato della ragione può anche più spesso essere strettamente limitato, senza che ne venga particolarmente ostacolato l'illuminismo. Intendo per uso pubblico della propria ragione l'uso che uno ne fa come studioso davanti all'intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato della ragione quello che alcuno può farne in un certo impiego o funzio­ne civile a lui affidata. Ora, per molte operazioni che si compiono nell'interesse della co­munità, occorre una certa meccanicità, per cui alcuni membri di essa devono comportar­si in modo puramente passivo per concorrere ai fini comuni o almeno per non contrariar­li, armonizzando la loro condotta con l'opera del governo. Qui senza dubbio non è per­messo di ragionare, ma si deve obbedire. Ma in quanto questi membri della macchina governativa si considerano nello stesso tempo membri di tutta la comunità e della stes­sa società generale degli uomini, e quindi nella qualità di studiosi che cogli scritti si rivol­gono a un pubblico nel senso proprio della parola, allora essi possono certamente ragio­nare senza ledere con ciò l'attività che spiegano come membri passivi del governo. Così sarebbe molto deplorevole che un ufficiale, a cui fu dato un ordine dal suo superiore, vo­lesse in servizio pubblicamente ragionare sulla opportunità e utilità di questo ordine: egli deve obbedire.

La situazione economica: la rivoluzione industriale in Inghilterra e lo sviluppo economico in Italia e negli altri paesi europei
Lo sviluppo demografico cominciato agli inizi del Settecento continua con ritmo crescente nella seconda metà del secolo. Così nel 1800 la popolazione europea arriva a 180-190 milioni di abitanti, con un incremento, rispetto all'inizio del seco­lo, di circa il 60%; e quella italiana a 14 milioni circa, con una crescita — inferiore alla media europea ma sempre considerevole — di circa il 40%.
La rivoluzione agricola, avviata nei primi decenni del secolo, si estende e si approfondisce. Le nuove dottrine agronomiche rivoluzionano l'agricoltura. È questo il periodo in cui si diffonde la fisiocrazia. Essa individua nel possesso e nella coltivazione della terra e nella conduzione capitalistica dell'azienda terriera l'unica vera fonte di ricchezza delle nazioni. Nascono in vari paesi europei accademie per lo studio dell'agricoltura. Nel 1753 l'Accademia delle Scienze di Parigi ammette tra le proprie materie l'agricoltura; nello stesso anno viene fondata a Firenze l'accademia dei Georgo­fili, con il programma di diffondere le acquisizioni della moderna agronomia.
Nello stesso tempo l'aumento di ricchezza prodotto dalle proprietà terriere ge­stite in modo capitalistico permetteva investimenti anche in altri settori, gettando le premesse dello sviluppo industriale. Esso ha luogo in Inghilterra nel ventennio 1780-1800 appunto perché in questo paese la rivoluzione agraria era stata più pre­coce e più profonda. Inoltre in Inghilterra esistevano altre favorevoli condizioni na­turali (i giacimenti di ferro e di carbone) ed economiche, come un impero colonia­le che da un lato permetteva una abbondante importazione a basso costo di prodotti greggi (quali il cotone) e dall'altro garantiva un enorme mercato.
La rivoluzione industriale inglese riguarda tre settori principali: l'industria tes­sile, le miniere, la metallurgia. Essa è segnata da una serie di innovazioni tecniche prodotte da uno sviluppo tecnologico senza precedenti e dalla conseguente intro­duzione delle macchine nel ciclo produttivo.
I processi di meccanizzazione del lavoro portano a profonde trasformazioni sia nell'organizzazione dell'attività produttiva, sia nella mentalità quotidiana. Per quanto riguarda l'organizzazione del lavoro, si afferma la tendenza alla sua divisione e spe­cializzazione. L'economista scozzese Adam Smith, autore del primo trattato siste­matico di economia politica, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations [Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni] (1776), è il primo teorico dell'incremento della produttività del lavoro attraverso la sua cre­scente divisione e specializzazione, nonché il primo ideologo del capita­lismo. A suo avviso, alla base del benessere delle nazioni c'è l'egoismo individuale e questo deve potersi esprimere liberamente: è il comportamento individuale, mosso dall'interesse, a condurre al risultato più desiderabile dal punto di vista collettivo: l'uso efficiente delle risorse.
Né in Francia né, tanto meno, in Italia vi fu nel Settecento uno sviluppo indu­striale paragonabile a quello inglese. In Francia la rivoluzione industriale si svilup­perà con un ritardo di circa quaranta-cinquant'anni rispetto all'Inghilterra, in Italia occorrerà attendere un secolo, e cioè la fine dell'Ottocento. Nel nostro paese si svi­luppa solo, in modo limitato, l'industria della seta, in Piemonte, nel milanese e nel comasco, mentre le maggiori innovazioni riguardano l'agricoltura, sia per le forme di coltivazione, sia per il cambiamento dei rapporti di proprietà.
In generale si può dire che nel nostro paese "vecchio" e "nuovo" convivono e conviveranno ancora a lungo, e numerosi residui feudali continueranno a sopravvi­vere per decenni accanto a prime nuove forme di gestione capitalistica.

 

La divisione del lavoro, secondo Smith; e il problema della sua valutazione
Riflettendo sulla divisione del lavoro in atto nelle prime fabbriche inglesi, Smith sostiene che «la causa principale del pro­gresso nelle capacità produttive del lavoro, nonché della maggiore parte dell'arte, de­strezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra sia stata la divisione del lavoro». Egli prende in considerazione una modestissima manifattura, quella che produce spilli. Se un operaio fa da solo uno spillo intero, è difficile che possa farne più di uno al giorno e impossibile che possa arriva­re a farne venti. Se invece la lavorazione è suddivisa in fasi diverse e in tanti «mestieri particolari» («Un uomo trafila il metallo, un altro raddrizza il filo, un terzo lo taglia, un quarto gli fa la punta, un quinto lo schiaccia all'estremità dove deve inserirsi la capoc­chia; fare la capocchia richiede due o tre operazioni distinte; inserirla è un'attività di­stinta, pulire gli spilli un'altra»), dieci operai riusciranno a fare quarantottomila spilli al giorno. Inoltre la specializzazione del lavoro comporta un'attenzione massima ai dettagli e quindi favorisce l'invenzione di macchine. Anzi, secondo Smith, l'invenzione delle macchine industriali sarebbe nata proprio dalla specializzazione del lavoro.
La posizione di Smith meriterebbe di es­sere approfondita e discussa. Il suo giudizio sulla divisione del lavoro è entusiastico. Egli vi vede infatti esclusivamente un mezzo per incrementare la produzione. Altri sociologi del lavoro hanno però osservato che proprio la divisione e specializzazione del lavoro so­no alla base dell'alienazione dell'operaio: mentre l'artigiano conosceva tutto il ciclo produttivo, che dipendeva interamente dalla sua abilità manuale, l'operaio moderno ne conosce solo un frammento minimo. Inoltre il suo lavoro diventa completamente mec­canico e del tutto ripetitivo: l'operaio tende a trasformarsi insomma, dirà Gramsci, in un «gorilla ammaestrato».
Un altro problema è questo: la razionaliz­zazione e la meccanizzazione della produzio­ne tendono ad allargarsi dal lavoro materiale a quello intellettuale. Anche l'intellettuale di­venta sempre più uno specialista che cono­sce solo settori limitati. Viene meno insom­ma l'universalità del sapere a cui aspirava l'intellettuale umanista e a cui tende ancora, attraverso l'enciclopedismo, l'intellettuale il­luminista. È questa una contraddizione in­terna alla cultura illuministica, che da un lato tende a fare dell'intellettuale un legislatore universale, capace di intervenire in ogni campo, dall'altro, promuovendo la specializ­zazione e la settorializzazione del sapere, lo subordina al potere politico, l'unico in grado di occuparsi della collettività e della univer­salità dei problemi. La dialettica fra aspira­zione critica a riformare l'intera umanità e su­bordinazione al potere politico è una caratte­ristica dell'Illuminismo che passerà dal Set­tecento all'età contemporanea.


Sapere aude!: osa sapere. Questa espressione latina, nel Set­tecento, divenne un motto dei liberi pensatori che invitavano il pensiero a liberarsi dai dogmi e dai valori tradi­zionali. Nella Prussia di Federico H, stampato sul frontespizio dei libri, divenne il contrassegno della loro ispirazione anticattolica e illuminista.

naturaliter maiorennes: mag­giorenni per natura, adulti per l'età.

solo signore... obbedite: il si­gnore a cui Kant allude è Federico H, re di Prussia. Ragionate...ma ob­bedite sintetizza in una formula H ti­pico dualismo deI dispotismo illumi­nato, che Kant mostra di condividere, distinguendo tra un «uso privato» eun «uso pubblico» della ragione. La i­bertà di pensiero e di critica non spet­ta dunque ai sudditi, in quanto priva­ti cittadini, che devono svolgere la loro attività come «membri passivi del governo», ma all'intellettuale e allo studioso, che in tal modo può dare il suo contributo alla politica riformatrice.

 

Fonte: http://www.vitellaro.it/silvio/storia%20e%20filosofia/Appunti/La%20definizione%20di%20Illuminismo.doc

Sito web da visitare: http://www.vitellaro.it

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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