Visita a Torino museo egizio e la città

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Visita a Torino museo egizio e la città

TORINO: IL MUSEO EGIZIO E LA CITTÀ.

22 - 24.09.2000 - Visita organizzata da ITINERA (Dott.ssa L. Larcan, Dott. G. Maroni).

Il Museo Egizio di Torino viene ritenuto secondo solo a quello del Cairo per la ricchezza dei reperti raccolti provenienti da collezioni, donazioni e acquisizioni partendo dall’acquisto della collezione Drovetti, console di Francia, da parte del re Carlo Felice nel 1824. La collezione fu depositata presso il palazzo dell’Accademia delle Scienze che rimase da allora la sede del Museo. La collezione Drovetti documentava però solo le epoche a partire dal Nuovo Regno cioè dal 1500 a.C. e lo sviluppo del museo si deve all’opera del piemontese Ernesto Schiapparelli (1856-1928) divenuto direttore del museo fra il 1894 ed il 1928. Cominciò acquisti sul mercato antiquario e dal 1903 avviò delle campagne di scavo prima nel sito di Giza sul tempio di Cheope ed in alcune tombe rupestri dell’Antico Regno (dalla IV alla VI dinastia), poi nel sito di Eliopoli, centro classico del culto del Sole, ed altri siti dei periodi intermedi fra Antico e Medio Regno e fra Medio e Nuovo Regno. Fra il 1903 ed il 1913 lui stesso esplorò le necropoli di Asiut nel Medio Egitto con tombe dalle prime dinastie alla XIII; importanti furono i ritrovamenti nelle necropoli di Kau el Kebir con tombe della XII dinastia. Gli ultimi scavi diretti dallo Schiapparelli furono quelli nella zona di Tebe, a Gebelein, centro del culto di Hathor, e nelle necropoli reali sulla riva occidentale del Nilo: la Valle dei Re e la Valle delle Regine e nell’area di Der el Medina dove vivevano gli operai addetti alle necropoli. Da questi scavi provengono i rilievi della tomba di Nefertari, sposa di Ramesse I e la tomba dell’architetto Kha e della moglie Merit che ora si trovano nel Museo. Dopo quelli dello Schiapparelli vennero gli scavi di Giulio Farina del 1930 che portarono al Museo altri importanti reperti.
Entrando nel Museo si trovano oggetti preistorici come frecce, boomerang e la mummia di un uomo di 5500-6000 anni fa in posizione fetale perfettamente conservata in modo naturale dalla sabbia del deserto. Vi è anche la statua di una principessa della III dinastia (Antico Regno) di nome Redi trovata in una mastaba, parola araba che indica le tombe rettangolari con pareti rastremate verso l’alto precedenti alle piramidi.
Si scende subito nel piano sotterraneo del museo, nella cosiddetta Ala Schiapparelli, dove si trovano anche i resti della cinta di mura romane collegate alla Porta Romana di Piazza Castello ed un tratto del Decumanus Maximum. In quest’ala sono stati sistemati i reperti provenienti da Asiut, Kau el Kebir e Gebelein. Da un tempio dedicato alla dea Hathor si trova il frammento di una stele dedicata ad un faraone della II o III dinastia, poi delle tele dipinte trovate dal Farina datate 3000 a.C. con il rito di accompagno del defunto su una barca, mucche e scene di caccia all’ippopotamo che raffigura Seth, il dio del male. La tomba di un certo Iti è ricomposta come nel ritrovamento con il sarcofago, i vasi e due barche di pelli di vacca. Da Asiut provengono statue lignee, sarcofagi stretti, dove i defunti erano posti di fianco, e modelli lignei di barche. Da Kau el Kebir proviene il sarcofago di Ibu decorato a facciata di palazzo e geroglifici con il nome segreto. Nell’ala Schiapparelli è stato ricostruito il tempio rupestre di Ellesija scavato nella roccia sulla riva destra del Nilo nell’alta Nubia, in una zona che sarebbe stata invasa dall’acqua del lago Nasser a seguito della costruzione della diga (1968). Il tempio fu donato all’Italia dal governo Egiziano per l’aiuto ricevuto nel salvataggio del patrimonio archeologico nell’area del lago Nasser. Il tempio fu tagliato a blocchi e ricomposto nel museo, porta una dedica di Thutmosi III a Horo, Amon-Ra e Satet e vi è rappresentato anche Sesostri III, il faraone della XII dinastia che aveva iniziato le spedizioni in Nubia perché ricca di oro. La Nubia fu conquistata durante la XVIII dinastia nel Nuovo Regno, dal regno di Thutmosi I fino a Thutmosi III. Le pareti sono tutte a rilievi, in origine a colori, e rappresentano scene di offerte del faraone agli dei, inclusi gli dei locali, che a loro volta lo accolgono.
Si risale al piano terreno dove in due sale sono riunite tutte le sculture in pietra. Vi sono statue di divinità, faraoni e dignitari. Una statua colossale di Sethi II proviene dal primo cortile del tempio di Karnak, diverse sono le statue di Ramesse II della XIX dinastia (Nuovo Regno), in una di granito rosa il faraone è seduto e affiancato dalle divinità Amon e Mut, in un’altra di basanite nera è seduto con una ricca veste pieghettata e tiene gli emblemi del potere, la regina Nefertari e l’erede sono rappresentati piccoli ai lati del trono; ambedue queste statue provengono da Karnak. Le sfingi hanno corpo di leone, rappresentante la forza del dio Sole, ed il volto di un faraone, un esemplare ha il volto di Amenofi III (1390-1332) e proviene da Tebe. Fra le divinità la dea Sekhmet con la testa di leone sul corpo di donna, con sul capo il disco del sole e con il cartiglio del faraone Ramesse IV (1070 fine della XX dinastia). Oltre alle statue si trova la ricostruzione da frammenti di un Naos (tempietto) dedicato dal faraone Sethi I al dio Ra in Eliopoli.
Al primo piano si trovano reperti funerari. I vasi canopi dove si conservavano le interiora dei defunti che venivano mummificati, fegato, polmoni e stomaco, ma si buttava via il cervello, il cadavere veniva immerso in un bagno di soda poi trattato e riempito con resine, quindi veniva avvolto in bende e posto nei sarcofagi che erano fino a tre, uno dentro l’altro. Alcune vetrine contengono diverse mummie fra cui quelli di tre sorelle chiamate Gattina, Topina e Buonanno, la mummia di un uomo senza bende e quella di un bambino. Nella sala vi sono poi le iscrizioni del Libro dei Morti che contiene le istruzioni per andare nel mondo dell’al di là e superare le prove a cui si era sottoposti. Il defunto era portato davanti a Osiride ed il suo cuore era pesato confrontandolo con la piuma della verità (psicostasia), se il cuore era più leggero il defunto era “vero di voce” e andava in paradiso dove continuava la sua vita di sempre, altrimenti veniva divorato dal dio Armit e cancellato per sempre. La mummificazione serviva a conservare il corpo e farlo sopravvivere nell’al di là con tutti gli oggetti che lo accompagnavano, fra questi erano gli Ushianti (rispondenti), statuette raffiguranti i suoi servitori che per le persone importanti erano 401, cioè 365 per ogni giorno dell’anno più uno ogni 10 come capisquadra. Per gli Egiziani tutto ciò che veniva nominato o raffigurato viveva nell’al di là e la pietra era simbolo di eternità, questo spiega l’importanza che avevano per gli Egiziani iscrizioni e monumenti sepolcrali. Le iscrizioni si leggono partendo dall’estremità verso cui guardano le figure dei geroglifici. Numerose sono le steli da cappelle funerarie dalla IV dinastia, quella che costruì le piramidi, alla XVIII del nuovo regno e fino al periodo Tolemaico. Uno dei tesori del museo è la tomba dell’architetto Kha e della moglie Merit trovata intatta dallo Schiapparelli a Deir el Medina vicino Tebe. Il periodo è quello di massimo splendore della XVIII dinastia (circa il 1450 a.C.) e la tomba è quella di una persona agiata. Il corpo di Kha è chiuso in tre sarcofagi uno dentro l’altro, quello della moglie Merit in una sola cassa. C’è un Libro dei Morti, uno dei più antichi esemplari del suo genere, in papiro lungo 13 m, poi tutti gli arredi domestici, il letto, sedie e tavolini, la statuetta di Kha in legno, una scacchiera con pedine del gioco senet, abiti di lino ed il cofanetto da toletta e la parrucca di Merit; ci sono infine cibi, coppe, anfore, recipienti; è stata trovata una collana d’oro a fiori di loto e gli strumenti di lavoro dell’architetto: regolo di misura e le tavolette per scrivere con stili e colori.
Un altro pezzo importante del museo, risultato degli scavi e dei rilevamenti di Schiapparelli nella Valle delle Regine, è un perfetto modello in scala 1:10 della tomba di Nefertari con la riproduzione di tutti i rilievi dipinti.
In altre sale si trovano vasellami ceramici di uso comune e molti papiri con un quadro completo della scrittura egiziana. La scrittura è nata in Egitto nel IV millennio per le necessità amministrative ed era fonetica ed ideografica, i suoi segni geroglifici erano strettamente legati ad oggetti reali e la pronunzia era quella della lingua parlata. La scrittura usata nei templi e nei documenti ufficiali fu detta dai Greci “ieratica”, era privilegio degli scribi, fu considerata sacra, perché inventata dal dio della saggezza Toth, e non poteva quindi essere modificata. Nel I millennio a.C., per l’influenza dei Greci, si affermò un nuovo tipo di scrittura ancora però legata ai vecchi simboli che fu chiamata “demotico” cioè popolare. Il museo ha una ricca raccolta di documenti in demotico del II secolo a.C. ed altri bilingue in demotico e greco. A partire dal Nuovo Regno anche la lingua parlata si separò dall’antica forma scritta; nel III secolo a.C., con la dinastia tolemaica, la lingua greca divenne quella ufficiale, con l’avvento del cristianesimo si adottarono per la lingua parlata i caratteri greci e questo tipo di lingua e scrittura fu detto “copto”.

La città di Torino, capoluogo del Piemonte, è affacciata sulla riva sinistra del Po ed attraversata dalla Dora Riparia che qui sbocca nel Po. Torino è città di storia e di arte, al tempo di Augusto fu creata una colonia chiamata Iulia Augusta Taurinorum perché la regione era abitata dai Taurini. Poche sono le notizie nei primi secoli dell’era cristiana, nel VI secolo Torino fu occupata dai Longobardi, divenne ducato ed acquistò importanza perché vicina al confine con i Franchi, questi sostituirono i Longobardi nell’VIII secolo e Torino entrò a far parte dell’impero di Carlomagno; alla sua morte, sparita l’autorità imperiale, si formò una marca e si andò affermando l’autorità dei vescovi. All’inizio dell’XI secolo i conti di Savoia avanzano i loro diritti sulla marca ma fino al 1280 solo per brevi periodi riuscirono a prendere possesso della città per l’opposizione dei vescovi e dei cittadini gelosi della loro indipendenza e mancando loro l’appoggio dall’imperatore. Nel 1280 Tommaso III di Savoia prese possesso di Torino ma fino al 1500 i suoi successori ebbero a contrastare le aspirazioni di dominio dei due grandi vicini: il regno di Francia ed il ducato sforzesco. Nel 1536 con le guerre fra Carlo V e Francesco I di Francia Torino viene occupata dai Francesi ed Emanuele Filiberto di Savoia si mette al servizio degli Spagnoli ed è al comando delle truppe di Carlo V nella battaglia di S Quintino (1557) che si risolve con la sconfitta di Francesco I. Con il trattato di Chateau-Cambrésis Torino ritorna ai Savoia anche se non immediatamente. Durante la guerra dei Trent’anni (1618-1648), prima Carlo Emanuele I e poi Vittorio Amedeo I furono coinvolti in una serie di campagne per acquisire il Monferrato e contro il Milanese. Morto ancora giovane Vittorio Amedeo I (1637), contro la reggenza della moglie, Cristina di Francia detta Madama Reale, scoppiò la guerra civile fra madamisti e principisti, cioè i principi cognati, i primi sostenuti dai Francesi ed i secondi dagli Spagnoli, Torino fu doppiamente assediata fino alla riconciliazione avvenuta nel 1642 ma la Francia condizionò tutto il regno dell’erede Carlo Emanuele II (1638-1675). Il successore Vittorio Amedeo II (1675-1732), durante la guerra di successione spagnola (1701-1714), rompe con i Francesi di Luigi XIV alleandosi con la Spagna, Torino è assediata dai Francesi nel 1706 per 117 giorni e di questo periodo è l’episodio di Pietro Micca. Il 7 settembre Vittorio Amedeo II ed Eugenio di Savoia in una grande battaglia sotto le sue mura liberano Torino ed i Francesi si ritirano. Con il trattato di Utrecht nel 1713 la Spagna cede la Sicilia a Vittorio Amedeo II che acquista così il titolo di re; successivamente la Sicilia verrà lasciata ai Borboni e scambiata con la Sardegna. Per tutto il 1700 Torino prospera e si ingrandisce oltre l’ultima cerchia delle mura fino alla tempesta della Rivoluzione Francese. Nel 1798 Torino viene occupata dai Francesi di Napoleone e la città rimane praticamente in mano francese fino al 1814. Dopo la restaurazione la storia di Torino diventa quella del Risorgimento italiano.
L’impronta romana di Torino si riconosce nella topografia a reticolato del centro. L’antico castrum di Augusto era un rettangolo di 770 x 710 m con un perimetro di circa 3 km ed una superficie di 45 ettari su una zona terrazzata distante dal Po; delle 4 porte quella a nord era l’attuale Porta Palatina, detta Porta Romana, in piazza Cesare Augusto a nord-ovest del Palazzo reale, a est era la Porta Pretoria i cui resti si trovano sotto Palazzo Madama nell’asse di via Garibaldi che era il decumanus maximum mentre il cardo maximum passava per Porta Romana. Le altre due porte si trovavano sui lati opposti, su via della Consolata ad ovest e via di S. Teresa a sud. La porta Palatina è il resto romano più importante della città , ha due torri poligonali e quattro fornici sormontati da un muro con quattro finestre, resti di una casa fortezza più tarda. Torino rimase nei confini romani fino al XVI secolo; il primo ingrandimento della cerchia di mura si ebbe con Carlo Emanuele I (1580-1630) verso sud con piazza Solferino, piazza S. Carlo e l’asse della via Nuova ora via Roma; di questo periodo è anche piazza Castello circondata da portici. Il secondo ingrandimento si ebbe dal 1663 in direzione del Po con Carlo Emanuele II e fu tracciata la via Po da Piazza Castello al fiume con la grande piazza di Vittorio Veneto. Il terzo ingrandimento avviene con Vittorio Amedeo II, il primo re sabaudo, dopo il 1706 e si aggiungono nuovi quartieri nella parte occidentale e si allarga ancora la cinta muraria. Con Napoleone invece vengono smantellate tutte le cinte murarie.
Resti del periodo medievale sono scarsi. La chiesa della Consolata, all’estremità nord-ovest della cinta romana, si trova sul luogo di una chiesa del IV secolo dedicata a S. Andrea distrutta dai Saraceni nel 905; è rimasta una torre campanara romanica del secolo XI costruita dai benedettini. La chiesa fu rifatta dal Guarini nel 1703, rivestita di fasto barocco ed ha una facciata neoclassica del 1860. Nella chiesa di S. Domenico è rimasto un ciclo di affreschi del 1320 dedicati a S. Tommaso. A piazza Castello il lato est di Palazzo Madama mantiene le forme del castello medievale con quattro torri poligonali; ampliato nel 1400, divenne nel 1600 la dimora di Maria Cristina di Francia (Madama Reale) vedova di Vittorio Amedeo I. Nel 1721 fu aggiunta sul lato est un’ala barocca progettata da Filippo Juvarra
Del periodo rinascimentale è la facciata del Duomo, dedicato a S. Giovanni Battista, costruita nel 1498 mentre il campanile romanico sulla sinistra è del 1470. Dietro il Duomo fu costruita nel 1668 la Cappella della S. Sindone, progetto del Guarini, per conservare la reliquia patrimonio dei Savoia dal 1452. Attualmente la Sindone è esposta per il Giubileo ed è oggetto di continuo pellegrinaggio.
Le opere più importanti furono quelle fra il 1600 ed il 1700 durante i regni di Carlo Emanuele II e Vittorio Amedeo II; il Palazzo Reale fu costruito nel 1658 sostituendo Palazzo Madama come residenza dei Savoia, fu opera di Amedeo di Castellamonte ed è ancora di gusto rinascimentale. Il gusto barocco fu introdotto degli architetti Guarini e Juvarra. A Guarino Guarini di Modena, abate teatino, matematico, geometra ed architetto, si devono, oltre alla Cappella della S. Sindone, il palazzo dell’Accademia delle Scienze, che ospita il Museo Egizio ed altre raccolte d’arte, ed il Palazzo Carignano sulla piazza omonima con la sua celebre facciata curvilinea, il grande atrio ed il cortile; il palazzo è stato sede del Parlamento Subalpino e poi Italiano ed è oggi Museo del Risorgimento. L’opera più significativa del Guarini, anche se di dimensioni modeste, è però la chiesa di S. Lorenzo su piazza Castello, a pianta centrale con cappelle alternate concave e convesse; dall’esterno si vede solo il tamburo e la lanterna, la cupola è tutta interna, da una pianta ottagonale partono otto archi che formano una calotta ed una stella ad otto punte con un effetto spettacolare, l’illusionismo barocco del Bernini e del Borromini in forme rigorosamente geometriche. La chiesa fu voluta da Emanuele Filiberto per un voto fatto prima della Battaglia di S. Quintino, avvenuta nel giorno di S. Lorenzo. Filippo Juvarra, messinese, architetto ed incisore, fu a Roma allievo di Carlo Fontana; Vittorio Amedeo II lo conobbe quando venne in Sicilia, per prendere possesso del suo nuovo regno, e nel 1714 divenne “primo architetto del re”. A Torino progettò e seguì la costruzione della Basilica di Superga, l’ingrandimento di Palazzo Madama e la palazzina di caccia di Stupinigi, nel 1735 fu chiamato in Spagna da Filippo V per il quale progettò il palazzo Reale di Madrid ma morì l’anno dopo.
La Basilica di Superga si trova a 10 km dal centro sopra una collina alta 670 m in un piazzale panoramico con vista sulla città e sulle Alpi. Fu voluta da Vittorio Amedeo II per un voto fatto durante l’assedio di Torino del 1706. Lo Juvarra progettò la chiesa ed il complesso del monastero destinato ai chierici di stirpe nobile; iniziò nel 1717 e finì nel 1731. La chiesa di forme classiche ha un pronao con timpano (come il Pantheon) ed una grande cupola (come S. Pietro), molti sono i richiami al Borromini ma ha anche molti aspetti originali. Il corpo della chiesa, il tamburo della cupola e la cupola hanno pari altezza, due campanili sulle ali bilanciano la cupola, una balaustra circonda tutta la sommità e la superficie è scandita da lesene giganti. L’interno è a pianta centrale e croce greca, colonne giganti scanalate, cappelle simmetriche profonde e profondo è anche il presbiterio. Sotto la chiesa, passando per il chiostro, c’è la cripta con le tombe reali. I lavori furono iniziati nel 1731 ma sospesi alla morte di Vittorio Amedeo II l’anno dopo; furono ripresi e completati sotto Vittorio Amedeo III. Nella cripta vi sono 61 salme di casa Savoia, la prima è quella di Vittorio Amedeo III, poi quella di Vittorio Amedeo II, primo re, c’è una cappelle per gli infanti con 13 tombe ed una cappella per le regine.
Dietro la basilica di Superga, indicato da una lapide, c’è il punto dove il 4 maggio del 1949 si schiantò l’aereo che riportava in patria i calciatori del Torino.
La palazzina di caccia di Stupinigi, circa 11 km a sud dal centro, fu costruita dallo Juvarra dal 1729 al 1731 e quindi fatta decorare sotto la sua direzione da artisti locali ed esterni. Il progetto originale era limitato al corpo centrale formato da un grande salone rotondo coperto da una cupola, sormontata da un cervo alto 3 m, e dagli appartamenti disposti radialmente a croce di S. Andrea. Successivamente, con Carlo Emanuele III, dal 1739 vengono costruiti altri due corpi laterali a destra e sinistra per gli ospiti e la corte, creando un cortile esagonale con giardino aperto verso l’ingresso. Dal 1919 il complesso ospita il museo dell’Arredamento specializzato nel 1700 ed è, come dall’origine, proprietà dell’Ordine Mauriziano del quale Vittorio Amedeo II era Gran Maestro. Per la visita si entra dal corpo di sinistra, ex scuderia, dove si trova una galleria di ritratti, segue una biblioteca, poi gli appartamenti di levante per gli ospiti. I soffitti affrescati e le pareti a tempera sono decorati con motivi fantastici e naturistici, altre stanze hanno le pareti ricoperte di seta a motivi floreali. Si incontrano il salone degli specchi, dei salottini cinesi tipici del gusto esotico ed eclettico del 1700 ed infine la stanza delle Prospettive con architetture classiche e balaustre a trompe l’oeil. Si passa al blocco centrale con gli appartamenti reali disposti sui blocchi radiali di levante: le stanze degli scudieri con agli angoli le quattro stagioni e le stanze del re con una caccia di Diana sulla volta. Il grande salone centrale ha intorno una galleria sopraelevata e la volta affrescata con un Trionfo di Diana, un grande lampadario al centro e reggicandele alle pareti. Nelle due ali di ponente vi sono gli appartamenti della Regina, un’anticamera con la storia di Ifigenia e la camera da letto con sulla volta il Riposo di Diana. Nel corpo di fabbrica di ponente vi sono gli appartamenti di Carlo Felice ed una serie di tele con scene di intrattenimento ottocentesche che dovevano servire per i cartoni preparatori destinati al palazzo reale.
Antico e moderno si trovano insieme nel Parco del Valentino lungo il Po a sud-est del centro. Il parco era così chiamato già nel XIII secolo, fu utilizzato da Emanuele Filiberto come zona di caccia, nel 1660 Carlo Emanuele II vi fece costruire un Castello a imitazione di quelli francesi del ‘500 e ne fece la sua residenza, dall’inizio del 1900 fu sede di Università. Nel 1729 Vittorio Amedeo II arricchì il parco di un Orto Botanico con piante esotiche importate ed un laboratorio di ricerca. Il parco, diventato pubblico nel 1800, fu destinato all’esposizione Universale del 1850 dedicata alla manifattura come arte nel Piemonte del 1400. Fu costruito un pittoresco borgo e castello medievale, riproduzione di case e castelli della valle d’Aosta.
Torino offre un altro famoso monumento della seconda metà dell’ottocento, simbolo della Torino dei tempi moderni: la Mole Antonelliana la cui cupola fa parte del suo panorama come la quasi contemporanea Torre Eiffel fa parte di quello di Parigi. La Mole fu ideata da Alessandro Antonelli (1798-1888) un ingegnere nato a Novara che nel 1863 aveva avuto l’incarico dalla comunità israeliana di Torino di costruire una sinagoga. Il progetto era rivoluzionario, ma i costi aumentavano ed i lavori furono sospesi nel 1869, la comunità israeliana finì col rinunziare e costruì un’altra sinagoga. Fu il comune di Torino ad acquistare il progetto ed a completare l’opera che non fu più una sinagoga ma un monumento simbolo dei tempi moderni. Lo stile si riallaccia al gotico per la sua spinta ascensionale, ma le decorazioni sono neoclassiche, la tecnica costruttiva poi è completamente moderna perché la parte portante è costituita da un’intelaiatura metallica che dall’interno supporta l’intera struttura. La pianta è quadrata e la cupola si imposta su un quadrato e finisce con un’alta guglia raggiungendo l’altezza di 167,5 m. All’interno la cupola è vuota ed un ascensore sale al centro fino alla terrazza panoramica della guglia a 85 m di altezza. Nei piani sotto la cupola è allestito il Museo Nazionale del Cinema.
Nei primi anni del 1900, sulla scia dell’Art Nouveau francese, a Torino si diffonde il Liberty nelle zone residenziali private di corso Francia, la zona occidentale a partire da piazza dello Statuto. Il Liberty si ispirava alla natura con motivi floreali a linee curve nelle decorazioni; nei complessi residenziali c’è un progetto globale, all’esterno con profili morbidi finestre ad arco sporgenti (bow windows) e torrette sporgenti agli angoli, all’interno con motivi ornamentali diffusi nelle porte, finestre e negli oggetti di uso quotidiano dell’arredamento, prodotti da un artigianato che vuole introdurre l’arte nella vita di ogni giorno. Gli esempi più famosi di questo stile lasciati dall’architetto Fenoglio in corso Francia sono il villino Rabi e, all’angolo con via Principi d’Acaia, il villino “le Fleur” o Fenoglio conosciuto universalmente, costruito nel 1902 per essere abitazione dello stesso architetto ma poi subito venduto. In quel periodo si apriva a Torino l’esposizione internazionale delle arti decorative nel parco del Valentino e Fenoglio esponeva in un padiglione i suoi progetti ispirati alla nuova arte.

TORINO: MOSTRA DELL’AFGHANISTAN ED IL CENTRO CITTADINO.

03-06.08.2007 - 8:40 - Visita organizzata da Tourvisa.

La mostra sull’Afghanistan ed i Tesori ritrovati, che si è tenuta a Torino dal 25 maggio al 23 settembre del 2007 (recentemente prolungata fino al 18 novembre) al Museo delle Antichità, Piazza S. Giovanni (Duomo), angolo via XX Settembre, è stata l’occasione per un’altra breve visita alla città di Torino ripercorrendo i luoghi più interessanti del centro cittadino.

La Mostra porta a Torino, come seconda tappa dopo Parigi, più di 200 capolavori, provenienti dal Museo Nazionale d’Afghanistan di Kabul, salvate dagli sconvolgimenti politici, dalle guerre, dalle distruzioni volontarie e dai saccheggi che hanno contrassegnato la storia degli ultimi 30 anni dell’Afghanistan. La mostra proseguirà dopo Torino verso altre capitali per fare conoscere questi tesori al mondo occidentale.
Le raccolte del Museo di Kabul hanno origine dal primo lascito nel 1919 del re afgano Habibullah di opere d’arte medaglie armi e manoscritti raccolte dalla sua famiglia. La collezione, prima conservata nel palazzo reale, fu poi trasferita nella sede attuale del Museo a Dar El Aman. Dal 1922, in seguito ad un accordo, iniziarono nel paese gli scavi archeologici francesi e poi anche di altre nazioni e le collezioni del Museo si arricchirono progressivamente con i reperti dei vari siti archeologici. I primi danni al patrimonio del Museo si ebbero dopo il colpo di stato del 27 aprile 1978 e l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica, quando nel 1979 le collezioni vennero trasferite in modo affrettato nella sede del ministro Sardar Mohammed Naim. Durante la guerra di resistenza contro i Sovietici, nel 1981 il museo del sito archeologico di Hadda, 8 km ad est di Jalalabad, fu incendiato e completamente saccheggiato e scomparvero un gran numero di opere insieme a molte altre conservate a Jalalabad. Nel 1988 a Kabul, data la situazione di insicurezza, molte collezioni degli scavi furono trasferiti nel più stretto segreto in luoghi sicuri come la cittadella fortificata del Palazzo Presidenziale e l’abitazione del ministro della Cultura. Dal 1992 al 1994 la guerra civile fra le fazioni a Kabul portò al museo altre distruzioni e saccheggi, ma nonostante ciò, molte opere dai depositi e dalle sale vennero trasferite e salvate. Dopo l’insediamento del regime dei talebani sembrò tornare l’ordine a Kabul, ma all’inizio del 2001 un gruppo di talebani incaricati del controllo religioso entrò nel Museo nazionale e nel Ministero della Cultura e procedette alla distruzione sistematica di tutte le statue e sculture rappresentanti esseri umani, più di 1500 opere. Nel marzo dello stesso anno venivano fatti esplodere i due Buddha giganti di Bamian, due statue di 55 e 38 m di altezza.
Dopo la cacciata del talebani, nel 2003 il Museo veniva ricostruito ed i laboratori rimessi in funzione ed attrezzati. Iniziarono gli inventari delle opere imballate e depositate nei vari edifici e, nelle casseforti della Banca Centrale, si ritrovò il Tesoro della Battriana scoperto nel 1978-79 dalla missione archeologica afgano-sovietica a Tillia Tepe e ritenuto disperso: più di 21000 oggetti d’oro e d’argento trovati in sei tombe di 2000 anni fa.
Il rinnovato interesse ai tesori archeologici dell’Afghanistan, che documentavano il ruolo tenuto in passato dalla nazione come incontro di civiltà e culture diverse, portarono alla proposta di una mostra itinerante centrata sulla presentazione dei reperti di quattro siti archeologici più significativi. Nell’agosto del 2005 Hamid Karzai, nuovo presidente dell’Afghanistan liberato, dava il consenso al progetto ed iniziava la collaborazione fra il Museo nazionale di Kabul e il Musée Guimet di Parigi, che era stato sempre protagonista nelle ricerche archeologiche in Afghanistan, per studiare i dettagli della sua realizzazione. Con l’approvazione del Parlamento afgano i materiali scelti vennero trasferiti in ottobre al Museo Guimet dove subirono un’opera di restauro e dove, nel 2006, ebbe luogo la prima presentazione al pubblico. Torino è stata la seconda tappa della mostra.
Gli scavi archeologici in Afghanistan, antica Ariana, hanno scoperto siti che partono in epoca preistorica dal neolitico (7000-5000 a.C.), nei due siti di Ak Kupruk (a nord) e di Mundigak (a sud vicino a Kandahar), fino all’età del Bronzo (3300-2500 a.C.), ancora a Mundigak ed a Tepe Fullol nella Battriana, e l’età del Ferro (1500 a.C.), a Tillia Tepe sempre nel nord. L’Afghanistan era già da allora crocevia di scambi commerciali e culturali fra Mesopotamia, Asia Centrale e la valle dell’Indo. Nel VI secolo, in epoca storica, arrivò dall’Iran la religione di Zoroastro e, dal 550 al 331, diventò parte del regno achemenide fondato da Ciro il Grande (550-530 a.C.). Con Alessandro Magno (356-323 a.C.) entrò poi la civiltà greca. Attraversando l’Afghanistan, Alessandro fondò diverse città con il suo nome, fra cui Alessandria di Ariana (Herat), Alessandria di Aracosia (Kandahar), Alessandria di Caucasia (Begram). Dopo la morte di Alessandro l’Afghanistan entrò a far parte dell’impero seleucita (331-175 a.C.) ed i siti di influenza greca sono a nord: Balka (Bactra) e Ai Khanum. Dal 150 a.C. all’inizio della nuova era, l’Afghanistan subì dal nord invasioni di popolazioni nomadiche: Saci (Sciti) e Yuezhi (Kushani) e, dal I al III secolo d.C., si stabilì l’impero kushano con cui si mescolarono culture diverse, del mondo greco-romano, cinese ed indiano. Il sito di Begram a nord di Kabul rappresenta questa fase della storia. Nel IV secolo ritornò l’influenza persiana con il periodo kushano-sasanide e seguirono le invasioni eftalite e dei Turchi occidentali. Nel VII secolo iniziò l’epoca islamica e da allora l’Afghanistan diventò terra di conquista di potenze diverse a cominciare dagli Abbasidi e dei sultani selgiuchidi fino all’invasione mongola di Gencis Khan nel 1221 e di Tamerlano (1336-1405).
In ordine cronologico la mostra inizia con i tesori del sito di Tape Fullol a sud della città di Baghlam nel nord-est dell’Afghanistan, non lontano dal confine con l’Uzbekistan ed il Tagikistan, una regione che costituiva l’antica Battriana che a nord include la valle dell’Oxus (l’attuale Amu Darya). Nel 1966 è stato trovato qui un corredo funebre formato da 5 vasi d’oro e 7 di argento insieme ad altri frammenti databili all’età del Bronzo fra 2200 e 1800 a.C.. Questi vasi mostravano decorazioni geometriche e motivi di animali eseguiti con incisione, martellatura e lavorazione a sbalzo rappresentanti tori barbuti, cinghiali, un uccello fra due serpenti, motivi che avevano affinità con quelli mesopotamici, mentre le decorazioni geometriche ed altri oggetti con statuette, sigilli e vasellami richiamavano le ceramiche della valle dell’Indo ed avevano affinità con altri reperti archeologici di Mundigak precedenti di qualche secolo. I corredi dovevano appartenere quindi ad un’élite che esercitava un vasta rete di commerci.
Dopo l’età del Bronzo e le conquiste di Alessandro Magno, la cultura persiana degli achemenidi si integrò a quella greca. I primi reperti della cultura greca in Afghanistan sono quelli di Balkh (Bactra), antica capitale della Battriana, città dove, secondo la tradizione, avvennero le nozze fra Alessandro Magno e Rossana nel 327 a.C., ed è ricordata nei testi cinesi, arabi, persiani ed anche da Marco Polo come “Balkh la bella, madre di tutte le città”, prima di essere distrutta da Gengis Khan nel 1220. Gli scavi furono iniziati dai Francesi fin dal 1924. Nella mostra c’è solo un capitello corinzio oltre alle gigantografie del sito.
Il sito di cultura greca più rappresentato nella mostra è quello di Ai Khanum, colonia greca fondata da Seleuco I nel 300 a.C. sulle rive dell’Oxus alle porte della steppa, estremo avamposto orientale dell’ellenismo nell’Asia centrale. Fu scavata da una missione francese dal 1964 al 1978 e sono emerse grandi strutture monumentali con decorazioni fastose. C’è un teatro, il più orientale di architettura greca oltre l’Eufrate ed un ginnasio da dove provengono l’erma di un filosofo, una meridiana emisferica ed una equatoriale. La città fu distrutta e saccheggiata nel 145 a.C. nelle invasioni dei nomadi. Dal santuario del tempio provengono una placca d’argento lavorata a sbalzo in foglia d’oro con la figura di Cibele, dea della natura, insieme ad una Vittoria alata, su un carro tirato da leoni, opera di arte ibrida greca-orientale, e diverse statuine in bronzo, osso ed argilla. Dalla tesoreria del Palazzo reale provengono dei lingotti d’oro, resti delle fusioni di oggetti d’oro da parte di saccheggiatori nomadi, ed oggetti di vetro colorati e decorati a foglia d’oro.
Del periodo delle invasioni nomadi, nel I secolo d.C. a cavallo fra il periodo ellenistico e quello dell’impero kushano, è il tesoro di Tillia Tepe, la Collina d’oro (in uzbeco), una necropoli dove sono state rinvenute sei tombe di un principe guerriero e di cinque principesse in abiti ricchissimi intessuti d’oro ed incrostati di pietre preziose con corredi funerari in oreficeria tempestata da pietre di grande valore. Questa è stata l’ultima importante scoperta archeologica in Afghanistan, compiuta da una missione afgano-sovietica sulla collina di Tillia Tepe, un centinaio di chilometri ad ovest di Bactra, sotto la direzione del Prof. Viktor Sarianidi. La missione aveva avuto inizio nel 1969 come prosecuzione delle ricerche in Turkmenistan e Uzbekistan, allora parte dell’URSS, su ambedue le sponde dell’Oxus che segna il confine nord dell’Afghanistan. Sul fianco della collina furono scoperte le sei tombe ed una settima che venne reinterrata per mancanza di tempo e vennero estratti 21618 oggetti in oro, argento ed avorio, catalogati ed imballati ed inviati al museo di Kabul. La missione non ebbe seguito a causa dell’invasione dell’armata sovietica nel dicembre del 1979. Nel 1982 Sarianidi fu di nuovo a Kabul per fotografare gli oggetti e nel 1985 uscì in più lingue a Leningrado una splendida pubblicazione sulla scoperta con tutte le foto (in francese: L’Or de la Bactriane) che la fece conoscere alla comunità internazionale. In occidente si sapeva che il materiale si trovava nelle casseforti della Banca Centrale di Kabul e che alla fine del 1992 ne era stata verificata l’esistenza. Poi si erano diffuse voci di furti, tutto era stato coperto dal segreto e molti temevano che il tesoro fosse perduto per sempre. Solo nel 2003 veniva confermato il ritrovamento del tesoro intatto.
Non si sa se i nomadi delle tombe fossero sciti o yuezhi, di imprecisati legami con i kushani, che, spinti dalla pressione delle tribù mongole (xiongnu) scacciate dalla Cina degli Han, avevano attraversato l’Oxus riversandosi in Afghanistan. I corredi funerari scoprono un mondo nomade raffinato, di cultura eclettica in relazione con l’Iran, la Grecia, la Cina e l’estremo oriente fino alla Corea: specchi cinesi, monete partiche e indiane ed una di Tiberio, avori indiani, intagli greco-romani, gioielli decorati con granati, turchesi e lapislazzuli. Le sei tombe sono semplici e contrastano con la ricchezza del ritrovamento, in fosse da 2 x 1,5 m con bare di legno aperte ed avvolte da un telo. Il principe guerriero si trova nella tomba IV ha il capo poggiato su una coppa d’oro e porta armi da parata di lavorazione raffinata, una lunga spada ed un pugnale con manico e fodero d’oro; ha una cintura d’oro con nove medaglioni figurati, rappresentanti forse il dio Dioniso su una pantera, collegati da catene intrecciate. La principessa della tomba VI porta una corona a foglie d’oro tipica del mondo nomade, collane, anelli e due bracciali con teste di leone. Anche dalle altre quattro tombe femminili provengono numerosi gioielli di fattura raffinata.
L’ultimo sito documentato nella mostra è quello di Begram, antica Alessandria del Caucaso a nord di Kabul, residenza estiva dell’imperatore Kanishka (78?) che durante l’impero kushano fu punto di unione delle culture del mondo greco-romano, cinese ed indiano. Gli scavi vi furono condotti dai Francesi nel decennio 1930 e nel 1937 fu rinvenuto il Tesoro di Begram in due camere murate (la 10 e la 13) pieni di oggetti provenienti dal Mediterraneo, dalla Cina e dall’India e databili al I secolo della nostra era. Fra gli oggetti più preziosi sono gli avori indiani, i più antichi e fino allora sconosciuti, statuine di donne, animali e placche a rilievo, decorate ed incise, gli straordinari vetri soffiati ellenistici, colorati e dipinti, inoltre molti bronzi, oggetti di alabastro e magnifici medaglioni ellenistici in gesso. Non si sa se tutti questi oggetti concentrati nei due ambienti costituissero un tesoro nascosto per paura di invasioni o fossero stati semplicemente immagazzinati dai mercanti.

Una passeggiata nel centro di Torino comincia dall’asse viario che va dalla Stazione di Porta Nuova a piazza Castello. La Stazione di Porta Nuova, lungo il Corso Vittorio Emanuele II e di fronte a piazza Carlo Felice, con al centro un bel giardino, è stata la prima stazione della città costruita nella seconda metà del 1800 (1865-68) secondo i canoni monumentali del tempo, ma il suo ruolo di stazione principale, secondo il nuovo piano dei trasporti, verrà preso da quella rinnovata di Porta Susa, a nord-ovest dal centro. Proseguendo oltre piazza Carlo Felice, via Roma porta a piazza S. Carlo che, già occupata dall’anfiteatro romano, nel 1600 divenne il centro della città sabauda e fu denominata Piazza Reale. Al centro della piazza c’è il monumento a Emanuele Filiberto, vincitore della battaglia di S. Quintino (1557) e, sul lato sud, il prospetto delle due chiese gemelle di S. Carlo e S. Cristina. La piazza continua ad essere interessata dai lavori per la realizzazione dei parcheggi sotterranei e degli spazi espositivi che recuperano l’antico rifugio antiaereo. All’angolo nord-est della piazza c’è il palazzo della Galleria Sabauda e del Museo Egizio, l’ingresso del quale si trova però in via Lagrange. Via Roma prosegue poi da piazza S. Carlo a Piazza Castello che è il centro storico-politico della Torino capitale del regno sabaudo. Tutta circondata da palazzi di uguale stile con porticati, ha al centro parte dell’antico castello quattrocentesco degli Acaja, signori di Torino e già allora imparentati con i Savoia. Nel 1637 il castello, divenuto residenza di Maria Cristina di Francia, detta Madama Reale, vedova di Amedeo I e reggente del figlio minorenne Carlo Emanuele II, venne ristrutturato impostando sul lato ovest una nuova facciata con corpo di fabbrica (Palazzo Madama) completamente rielaborato poi da Filippo Juvarra dal 1718. Il complesso del Palazzo Reale dei Savoia si trova sul lato nord-ovest della piazza e con i Giardini Reali arriva fino a Corso Regina Margherita. Il lato ovest del Palazzo da su via XX Settembre e qui, nel 1899, durante la demolizione del Palazzo Reale Vecchio, per dare posto ad un nuovo edificio detto Manica Nuova di Palazzo Reale, vennero alla luce i resti monumentali del Teatro Romano di Augusta Taurinorum, la colonia fondata dall’imperatore Augusto nel 25 a.C.. Una parte del teatro è rimasta visibile fuori dal nuovo edificio ed altre sono visibili nell’interno dove oggi è aperta la mostra sui Tesori dell’Afghanistan. Integrati nel complesso degli edifici di Palazzo Reale sono le chiese di S. Lorenzo e la Cattedrale. S. Lorenzo è il capolavoro di Guarino Guarini, specie per la cupola, commissionato da Emanuele Filiberto dopo la vittoria di S. Quintino ottenuta nella ricorrenza del Santo (10 agosto). La Cattedrale, dedicata a S. Giovanni Battista, è opera rinascimentale (1491-98) con accanto l’altissimo campanile di S. Andrea con soprelevazione di Filippo Juvarra del 1700. Dietro il presbiterio della Cattedrale, nel 1668, il Guarini progettò la Cappella della Sacra Sindone, la reliquia che apparteneva ai Savoia dal 1452 ed era custodita a Chambéry, allora sede del ducato. La reliquia fu trasferita a Torino da Emanuele Filiberto e da allora è custodita nella nuova Cappella. Dalla piazza della Cattedrale è ben visibile verso nord la Porta Palatina, il resto più importante della Torino romana, più volte manomessa. Nel 1934 è stato ripristinato il livello della pavimentazione romana.
Nell’area nord-ovest, dove doveva trovarsi il Foro romano, c’è il Palazzo di Città, o Palazzo Comunale, con l’antica Piazza delle Erbe, rifatto da Benedetto Alfieri nel 1756. Al centro della piazza, dove nel medioevo si eseguivano le condanne al rogo, c’è ora il monumento al Conte Verde, Amedeo VI di Savoia che partecipò alla crociata del 1366. A sinistra del Palazzo è la lunga via Garibaldi, antico decumanus maximum della città romana, ora strada pedonale che va da Piazza Castello fino a Piazza Statuto, punto di accesso al centro cittadino da nord-ovest, non lontana dalla Stazione di Porta Susa. Nei giardini della Piazza si trova il monumento commemorativo del Traforo del Frejus, una piramide di massi di quarzite su cui domina il Genio della Scienza. Dietro si trova un obelisco sormontato da un astrolabio che segna un estremo della base geodetica per determinare la latitudine del meridiano di Torino (45°).
Da Piazza Castello, nell’angolo sud-ovest parte la via Pietro Micca, inclinata a 45° rispetto al reticolo delle strade del centro, che finisce all’incrocio di piazza Solferino con via Cernaia. Nei giardini della piazza si trovano i padiglioni informativi di Atrium Torino e la Fontana Angelica delle Quattro Stagioni (1930). Proseguendo per via Cernaia, si arriva alla Piazza della Cittadella dove c’era la struttura fortificata fatta erigere da Emanuele Filiberto nel 1564 di cui è rimasto il Mastio che era l’ingresso della fortezza ed oggi ospita il Museo Storico dell’Artiglieria. Nei giardini della piazza si trova un cannone di bronzo turco con una bocca da 700 mm, del tipo di quelli usati da Maometto II nell’assedio di Costantinopoli, e la statua a Pietro Micca, eroe della resistenza all’assedio di Torino del 1706 da parte dei Francesi durante la guerra di successione spagnola, che si fece saltare con un deposito di polveri per bloccare l’infiltrazione dei Francesi da una galleria sotterranea.
Nell’area ad est dell’asse di via Roma c’è il palazzo Carignano con la facciata (lato est) su piazza Carlo Alberto e quella opposta, su piazza Carignano, in mattoni a vista e profilo curvilineo che è quella originaria del Guarini del 1600. Il palazzo ospita oggi il Museo Nazionale del Risorgimento. Da piazza Carlo Alberto si prosegue su via Carlo Alberto verso sud-ovest fino ad incrociare via Camillo Benso di Cavour dove si trova, subito a destra, il palazzo della famiglia Cavour costruito nel 1729, luogo dove nacque, visse e morì lo statista, Conte Camillo Benso. La decorazione settecentesca del Planteri ne fa uno degli esempi più raffinati di palazzo nobiliare piemontese. Appartenne per 150 anni alla famiglia Cavour e, dopo la morte del Conte (1861), fu occupato dal Banco di Napoli.

Oggi il palazzo è sede di mostre ed in questo periodo si tiene la mostra Nefer dedicata all’influenza delle donne nella società egiziana ed al ruolo da esse occupato nel regime dei faraoni secondo le più recenti indagini condotte dagli esperti. Oltre ai numerosi reperti provenienti da diversi musei egizi, viene proiettato un filmato che richiama la storia di famose regine d’Egitto che hanno avuto privilegi e potere dei Faraoni. Nella società egiziana il ma’at, principio di equità fra uomo e donna, assegnava alla donna diritti e privilegi uguali agli uomini ed a livello religioso esisteva il ruolo di prima adoratrice o sposa di Amun che aveva le stesse funzioni del faraone come intermediaria con la divinità. La prima donna a prendere il potere di faraone fu la regina Hatshepsut (1490-1468 a.C.) della XVIII dinastia che, come reggente del futuro Tutmosi III, resse il potere come un faraone e si fece costruire un grandioso monumento funebre nella Valle dei Re. Nel 1913 fu scoperto ad Amarna il busto dipinto di Nefertiti, moglie di Akenaton (1364-1347 a.C.), il faraone eretico che aveva introdotto il dio unico Aton sostituendolo ad Amun, e Nefertiti ebbe il ruolo di adoratrice di Aton. Con la XIX dinastia, quella dei Ramessidi, l’eresia di Akenaton fu cancellata e nel 1290 a.C. Nefertari moglie di Ramesse II il Grande, ebbe anche lei prerogative delle adoratrici di Amoun e nelle grandi statue di Abu Simbel le figure di Ramesse e di Nefertari hanno la stessa altezza. Anche dalla XXIII alla XXV dinastia, con i faraoni etiopi che regnarono sull’Egitto dal 1150 al VI secolo a.C., furono mantenute queste prerogative. Nel 671 gli Assiri conquistano l’Egitto e rasero al suolo Tebe e per 600 anni non si ebbero più personaggi femminili di rilievo. L’ultima regina d’Egitto con qualità di statista fu Cleopatra nel 50 a.C..

Un altro percorso interessa i due fiumi che bagnano Torino: la Dora Riparia ed il Po che si congiungono a nord-est del centro. A nord di Palazzo Reale e Corso Regina Margherita, si può osservare la Dora Riparia fra ponte Regio Parco e ponte Rossini stretta fra alti argini e scarsa di acqua. Da Ponte Rossini si rientra verso il centro seguendo via Rossini, si gira poi a sinistra su via Ferrari ed a destra su via Montebello raggiungendo la Mole Antonelliana, simbolo della città di fine ottocento che svetta fino a 167,5 m ed è il più alto edificio in muratura d’Europa finito nel 1889 in contemporanea con la Torre Eiffel. Lasciata la Torre si raggiunge via Po che congiunge Piazza Castello con il Po sulla grande piazza Vittorio Veneto. Il Po è attraversato qui da Ponte Vittorio Emanuele I ed a valle (lato nord) c’è una rapida con una soglia artificiale che regola il livello del fiume a monte. Oltre il ponte c’è la chiesa Gran Madre di Dio a pianta circolare con cupola che vuole ricordare il Pantheon. Si riattraversa il ponte e, seguendo la riva sinistra del Po verso monte, si raggiunge Ponte Umberto I ed il Parco del Valentino.
Il luogo, chiamato Valentino, fu acquistato nel 1564 da Emanuele Filiberto come residenza extraurbana e venatoria ed è stato ristrutturato più volte fino all’ultima pianificazione del 1858 in previsione dell’Esposizione industriale del 1884 che lo ha inserito nell’ambiente urbano con le strutture dell’Esposizione e la nuova sede della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino accanto al cinquecentesco Castello del Valentino. Nella parte più meridionale, lungo la sponda del Po, fu creata la riproduzione di un borgo medievale, ma utilizzando materiali moderni come calcestruzzo e murature cellulari. Gli ambienti riprodotti furono ripresi da edifici medievali piemontesi e valdostani ricostruendo la vita e gli ambienti del tempo. C’è anche un castello-museo con una raccolta di macchine da guerra medievali ed arredamenti ben imitati.

L’ultima esperienza interessante è stato il giro turistico serale della Torino Magica che vuole svelare la tradizione di esoterismo e mistero della città che risale fin dalle origini del primo insediamento e si è confermata nel corso della storia. Questo giro della città, organizzato da un Tour Operator (www.somewhere.it), si svolge in pullman ed a piedi e parte alle ore 21 da Piazza dello Statuto che viene considerata il centro delle energie negative della città. Secondo la tradizione, Torino fa parte di due triangoli magici, uno di magia bianca che ha come altri due vertici Praga e Lione e l’altro di magia nera insieme a Londra e S. Francisco. Piazza dello Statuto era anticamente luogo di una necropoli romana, detta anche “Valle degli uccisi” e nella zona si eseguivano sentenze capitali. Il monumento al traforo del Frejus, al centro della piazza è sovrastato da un angelo nero (Lucifero), con in testa una stella a cinque punte, che ricaccia indietro gli uomini che cercano di scalare la montagna di massi. Molti palazzi torinese hanno sui portoni e sulle fronti animali simbolici come il toro, il leone ed il cane. Il toro è il simbolo di Torino perché vi si adorava questo animale, simbolo egizio, e la regione era conosciuta nell’antichità come Eridania o Taurasia ed i Romani chiamarono Torino Augusta Taurinorum. Il leone è simbolo di forza ed il cane di fedeltà ed i domenicani, che guidavano il Tribunale della Santa Inquisizione, erano chiamati i “cani del Signore”. Simboli diabolici sono molto diffusi sulle facciate e sui portoni dei palazzi sotto forma di mascheroni, decorazioni e batacchi, mentre non si trovano angeli, se non nelle chiese. Simbologie esoteriche e massoniche si trovano soprattutto in Piazza Solferino e dintorni. La Fontana Angelica di piazza Solferino è piena di allegorie esoteriche nei particolari delle due statue che rappresentano l’Inverno e l’Autunno e che sostengono le Colonne d’Ercole. Per questi accostamenti diabolici la fontana non fu installata davanti alla Cattedrale come inizialmente previsto. In un palazzo della piazza, antico tempio massonico, ed in quelli dei dintorni si trovano numerosi i simboli massonici. Compassi, squadre, goniometri, livelle e scalpelli, tutti che sottendono significati: ad esempio la squadra è la materia ed il compasso lo spirito. Vicino a piazza S. Carlo, all’angolo fra via XX Settembre e via Alfieri, c’è il Portone del Diavolo sull’antico palazzo di un Ministro delle Finanze del 1600, carico di simboli e rappresentazioni diaboliche che si dice opera del diavolo in una sola notte ed il palazzo si dice abitato da un fantasma. Un altro famoso fantasma di Torino è quello di Madama Reale, Cristina di Savoia, poco amata dal popolo per i molti amanti e le sue crudeltà. Si dice che si aggiri a piazza Castello e, durante il giro, due attori impersonificano questo improbabile incontro raccontando i particolari della storia. Piazza Castello ha anche un punto di valenza positiva, davanti alla Piazzetta Reale nella statua di Castore che porta in testa una stella e fronteggia Polluce. Un’ultima tappa si fa oltre Po, a piazza Gran Madre di Dio davanti alla chiesa omonima che è piena di interpretazioni esoteriche. La cupola viene interpretata come una coppa rovesciata che rappresenta il sacro Graal; delle due statue che si trovano davanti alla chiesa, al culmine della gradinata, quella di sinistra (la Religione), tiene con la mano sinistra una coppa, che è sempre il sacro Graal, e guarda nella direzione dove dovrebbe trovarsi. La statua di destra (la Fede) ha sul lato destro, abbandonata in basso, una tiara pontificia che richiamerebbe una profezia di Nostradamus sul decadimento del potere della Chiesa romana. Nostradamus era venuto a Torino forse nel 1556 e dopo di lui molti altri personaggi collegati all’occultismo, all’esoterismo, alla magia ed all’alchimia, come Cagliostro, Paracelso e Casanova.

Fonte: http://www.travelphotoblog.org/ArchivioPersonale/ITALTOUR.doc

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